per sempre secondo me

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Se non vi ho ancora contattato è perché il vostro cognome inizia per E e, al momento, non ci sono arrivato con l’ordine alfabetico che sto seguendo. Vi chiedo di portare pazienza e di aspettare a scrivermi una mail di chiarimenti, nel caso non abbiate ricevuto mie notizie, almeno non prima della fine di ottobre. Per il resto a tutte le persone che conosco, amici, parenti, gente conosciuta sul lavoro, a scuola, sopra e sotto il palco, in sala prove e durante la mia attività di runner dilettante, ai vari comitati genitori e in coda al cinema, in trent’anni di pendolarismo sui mezzi, in pizzeria e in biblioteca, al Rapsodia di Alassio nei primi anni 90 dopo innumerevoli birre corrette con superalcolici, sugli spalti dei palazzetti durante gli impegni sportivi di mia figlia, a tutti quanti voi – al momento, ripeto, unicamente tra Alani Sonia e Dutto Gianmarco compresi – dovrebbe essere già arrivata la mia comunicazione con cui riconosco la vostra vittoria o, per dirla meno da ipocrita, ammetto la mia sconfitta, come si fa alle elezioni. Avete vinto voi e non lo dico per vittimismo gratuito o per suscitare compassione e, nel mentre, aumentare il numero di visite a questo spazio con uno degli stratagemmi più banali ma meno appaganti della storia dell’Internet. Il problema, piuttosto, è che avendo tanti ambiti di competenza, per così dire, in cui me la cavo più o meno bene ma comunque nei quali ho deciso di partecipare – perché l’importante è partecipare – è oltremodo complesso gettare la spugna perché se ne devono gettare molte ma, a questo punto, chi se ne importa davvero. Ho capito una cosa fantastica e d’ora in poi, ora che ho iniziato, non smetterò mai più. Ve lo assicuro e vi invito a fare come me: nulla è più appagante di riconoscere la superiorità altrui.

il segreto delle canzoni in inglese

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“Certo, chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche”, sostiene R. sulla sua pagina Facebook. “Comodo ma come dire poca soddisfazione”, gli risponde qualcuno. “Un bicchiere per bere forte e un bicchiere per bere piano”, ribatte un terzo. “Avessi qualcosa da regalarti e se non ti avessi uscirei fuori a comprarti”, chiude la discussione R. Tutto è accaduto proprio ieri, sotto ai nostri occhi.

Ieri, 23 settembre 2017, si è celebrato il quarantennale della pubblicazione del 45 giri di “Heroes” di David Bowie, quello che si accompagna sul retro a “V2 Schneider” e ha la stessa foto dell’omonimo 33 giri di Bowie con il giubbottino di pelle e con la questione delle pupille in risalto. Potete facilmente capire quindi che questa ricorrenza corrisponda a una festa per tutta la musica in inglese, in cui i veri festeggiati siamo noi che, malgrado non afferriamo la stragrande maggioranza delle parole (ma se siete madrelingua inglesi vi autorizzo a mandarmi a quel paese) continuiamo a soffrire e a emozionarci per la musicalità dell’espressione della voce nel rock, a storpiarne l’essenza riproducendo suoni senza significato nemmeno fossimo degli adriani celentani qualunque, per poi esplodere con convinzione nel ritornello quando, almeno nei passaggi in cui riconosciamo il titolo, siamo sicuri che il testo possa essere verosimile.

Io sostengo che non afferrare le liriche e, di conseguenza, ignorarne il significato è una fortuna perché già il rock (passatemi il termine per generalizzare la musica che ascoltiamo, uso rock per intendere anche tutto il resto) è totalizzante nell’accezione strumentale che intendiamo noi (ovvero con la voce che noi percepiamo come uno strumento, non comprendendo significanti, significati e i relativi costrutti), provate a pensare a cosa succederebbe se cogliessimo i messaggi che ci vengono affidati. Solo in qualche caso ci cadrebbero le braccia, perché sono certo che tra i nostri beniamini stranieri qualcuno si rivelerebbe l’equivalente di un nostro Baglioni nel descrivere così sdolcinatamente le storie d’amore in prima persona.

Per il resto, correremmo a osservarci allo specchio mentre pronunciamo le frasi delle canzoni con maggiore rispondenza nella nostra anima e nel nostro intimo. Già vi devo correre a mettere l’ellepi di Heroes e a cantare “We’re nothing, and nothing will help us” forti di questo nuovo superpotere frutto di un episodio biblico mai visto prima, una sorta di torre di Babele al contrario dove noi miseri uomini veniamo sì dispersi sulla terra con le nostre lingue confuse a causa della nostra presunzione, ma allo stesso modo ci resta ben impresso nel cervello quell’algoritmo che ci svela il modo per decodificare all’istante quelle non nostre e che, alla fine, ci convince che è meglio darci alla musica inglese, anzi, al rock inglese, perché in coscienza siamo consapevoli che non vogliamo più sentire testi in italiano perché non vogliamo sapere la verità.

come inizia “tutto quello che non sei diventato”, in esclusiva su questo blog

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C’è una spiaggia nel sud della Corsica, non una delle più famose, a cui si accede superando un passaggio delimitato da una fila di massi grandi come un paracarro che qualcuno deve aver messo lì per evitare l’ingresso alle auto, anche solo per impedire a chi va al mare di fare manovra sulla sabbia per tornare indietro e cercare parcheggio lungo la strada stretta. L’ho riconosciuta subito su Street view e ho immediatamente mandato un WhatsApp a Lea. L’urgenza di condividere quel ricordo della vacanza del 2006 ha prevalso anche sul groppo in gola e l’impulso di nascondermi in bagno per frignare in santa pace, di nascosto dai colleghi che comunque sono sicuro che, così concentrati sul PC, non se ne sarebbero nemmeno accorti. È stata la prima vacanza da soli noi tre. Nostro figlio Rocco aveva due anni e mezzo e già allora era un fenomeno. Avevamo prenotato un bungalow in un campeggio poco più in alto rispetto a quello sbocco sul mare, il “Domaine de la Testa”. A me era piaciuto subito perché intanto vi sfido a trovare qualcosa che non mi vada a genio in Corsica ma in generale in tutta la Francia, non me ne vogliano gli indipendentisti. Quel campeggio, poi, aveva tutto un suo fascino. Molto spartano, frequentato da tedeschi e clienti del nord, gestito da un tipo piuttosto stravagante, pieno di bambini appartenenti a famiglie numerosissime baciate dalla fortuna di un welfare che noi ce lo sogniamo.

Quella spiaggia comprendeva una minuscola insenatura, poco più di una pozza cristallina dal fondo sabbioso e perfetta per dei bagnanti minuscoli come Rocco. Avevamo fatto amicizia con una famiglia parigina composta da uno sceneggiatore di film, la moglie molto più giovane di lui e una sfilza di bimbi con i quali Rocco aveva fatto amicizia. Mi divertivo a intrattenerli tutti improvvisando dei giochi con quello che avevamo a disposizione. Qualche formina per la sabbia, sicuramente un pallone, un piccolo canotto.

Sono tornato poi a rivedere da vicino il Domaine de la Testa alcuni anni dopo, in una delle successive innumerevoli vacanze sull’isola. Eravamo di passaggio e, scherzando, avevo detto a Lea di essere sicuro che avremmo ritrovato Richard, sua moglie e i figli di nuovo lì. Non solo non c’erano, come è facile immaginare, ma dopo decine di spiagge visitate nelle nostre estati nelle isole del Mediterraneo ho avuto difficoltà nel riconoscere quella che era stata la prima e, per questo, la più importante. A ridosso dell’insenatura c’erano molti più scogli di quanto ricordassi e la fila di massi all’imboccatura proprio mi era estranea. Per questo averla vista di Google Street View è stata una cosa un po’ strana, un’immagine che non saprei se collocare alla prima esperienza o a quella successiva in cui non ho riconosciuto quel dettaglio. Ma il nocciolo della questione è il forte scossone emotivo che la sensazione mi ha dato. Per fortuna mancavano pochi minuti alla pausa pranzo che avevo deciso di trascorrere sui gradoni della fontana che domina la piazza sotto all’agenzia in cui lavoro. Era il giorno dell’equinozio di autunno e il sole delle tredici scaldava forte.

dote sport Regione Lombardia, solo per i figli maschi?

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Quando programmavo giochini matematici in Flash per le scuole elementari – vi parlo di una vita fa, gli anni novanta – una delle più banali ma non per questo secondarie accortezze era quella di mettere risposte e feedback automatici neutri perché l’utenza poteva essere sia maschile che femminile e il genere di appartenenza non era una variabile disponibile. Quindi, in caso di svolgimento corretto, non “Bravo!” perché il merito poteva essere di una bimba, ma, per esempio, “Complimenti!” o “Bel lavoro!”, addirittura gli sviluppatori più entusiasti azzardavano cose tipo “Grande! Dammi un cinque!” e cose così.

Uno dei problemi della lingua italiana, oltre a essere poco praticata dagli italiani stessi, me in primis, è infatti proprio quello della distinzione tra maschile e femminile che, in certi casi, quando si parla di figli o del genere umano in generale mostra le sue lacune nella cosiddetta “political correctness”. Lo sapete meglio di me: se parlo di donne e uomini dico “gli uomini”, se parlo di bambine e bambini dico “i bambini”, se parlo di figlie e figli dico “i figli”. Io sono del partito del buon senso, che include quelli come me che non la fanno tanto lunga per i termini femminili che non finiscono in “a” o se, solo linguisticamente, si manca di riguardo a qualcuna o qualcuno, ma forse è perché sono di sesso maschile e, se fossi una blogger, sarebbe differente.

Comunque la questione dei giochini matematici di cui parlavo prima si è poi manifestata in tutta la sua urgenza quando mi sono messo a fare il copywriter e a scrivere testi di comunicazione e pubblicità. Se devi parlare a un pubblico misto, e il pubblico – fidatevi – è sempre misto, e per fortuna che è misto, l’ABC del mio mestiere impone il dovere di fare attenzione a queste cose. Intanto perché è giusto avere riguardo, perché avere riguardo è indice di rispetto, e poi perché si rischiano rotture di cazzo infinite a partire dai blogger come il sottoscritto che, alla cinquantesima volta che vedono la pubblicità della dote scuola della Regione Lombardia, capiscono finalmente che cosa c’è che non va.

Un creativo deve stare attento a questi aspetti, e stavo per scrivere dettagli ma poi mi sono corretto perché non sono dettagli, questo è poco ma sicuro. Nessuno ci fa caso perché la gente è intelligente ed è in grado di generalizzare, direte voi, o forse perché è una forma mentis radicatissima nel nostro background culturale e sociale. Però allora perché non si è fatto il contrario? Perché non c’è una ragazzina, magari con una divisa di uno sport che non sia danza classica, nella foto?

Ma siccome sono qui per portare soluzioni e non problemi, ecco come avrei fatto io: avrei preso l’immagine di una bambina e un bambino insieme, e avrei anche speso due lire per pensarla ad hoc con un fotografo, anziché attingere alle library online con le foto da tanto al mucchio. Una bambina e un bambino entrambi con le magliette “dote sport” e, se non vogliamo creare precedenti di gender, visto che siamo in Lombardia e su queste cose ci massacrano i Maroni, possiamo anche far posare la bimba in tenuta da volley e il maschietto vestito da calciatore, così non si offende nessuno. La headline, infine, basta metterla al plurale per fugare ogni dubbio: “I tuoi figli fanno sport? La Regione fa il tifo per voi”. Voi inteso come “tutta la famiglia”. Secondo me funziona meglio.

Qui comunque trovate la versione 2017 che si vede in giro, come vedete la sostanza non cambia.

un telefono vicino che vuol dire già aspettare

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Con la mezza età dicono che per i freni inibitori ci sono da cambiare le pastiglie e, in genere, quella depressione tutta maschile che esploderà poi da lì a poco si manifesta già attraverso sintomi facilmente identificabili. Il mix tra le due cose genera imbarazzi senza confronti. Ieri sera ho rischiato di piangere, e per fortuna che ero da solo, perché uno di quei programmi tipo rivediamoli insieme con cui RaiUno ammazza il tempo in attesa della nuova stagione era totalmente dedicato a Claudio Baglioni. Ho sentito uno stralcio di “Avrai” che è dell’82, uno dei miei anni tabù insieme ai cinque che lo anno preceduto, senza contare che la voce di Baglioni, anche se odiata, inevitabilmente in quel periodo capitava di sentirla, sbraitata con i suoi acuti, ogni santo giorno alla radio, in tv, riprodotta sullo stereo di parenti e amici, ed è maledettamente inscindibile da quella che sembra un’era geologica fa come (ne avevamo già parlato) quella di Dalla o anche – nostro malgrado – Lucio Battisti.

Ma non vorrei distrarvi dal nocciolo della questione: mi basta un programma in bianco e nero per mettere a confronto il prima e il dopo della vita, realizzare che quel mondo privato e pubblico non esiste più e attivare le ghiandole lacrimali nemmeno fossi un cane di Pavlov qualunque. Ieri l’altro ho persino solidarizzato con un’impiegata delle poste vessata da una cliente che esigeva la consegna di una raccomandata alle 19.00 di sera quando invece il sistema informatico ne consentiva la chiusura del processo solo a partire dalle 8.25 del mattino successivo. La signora è andata su tutte le furie ma la ragione era integralmente dalla parte operativa dello sportello. D’altronde l’informatica applicata ai servizi come quelli non si discute, nemmeno quando è caparbiamente incomprensibile. Alla fine è dovuta intervenire la responsabile dell’ufficio postale, fermamente allineata con la collega ma con il valore aggiunto di quel misto di autorità e di mani legate da questioni più grosse, con una spruzzata di savoir-faire. E non è tutto.

Mentre ero in attesa del turno, una procace quarantenne al mio fianco navigava la gallery del suo iCoso che era composta esclusivamente da suoi primi piani per giunta tutti uguali. O almeno io, da sconosciuto, li vedevo così. Magari invece per lei le piccole sfumature differenti di ogni selfie-fototessera avevano un motivo che li rendeva adatti per ogni occasione. Con la coda dell’occhio ho visto che ne ha scelto uno, uno dei tanti per me tutti uguali, ha imitato per un istante l’espressione della foto con il viso, espressione tale e quale a tutte le altre e praticamente identica a quella standard al di qua dello schermo, quindi ha impostato l’immagine profilo di un social le cui finalità non destano equivoci.

la vita da quassù

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Fare cose invece è un bel modo di passare il tempo prima di lasciare il nostro posto nel mondo a qualcun altro. Fare cose permette di svangare il presente da certe brutte abitudini che portano a riflessioni impietose su temi che più o meno parzialmente ci imbarbariscono, uno su tutti il momento in cui lasceremo il nostro posto nel mondo a qualcun altro. Scrivere è una via di mezzo, nel senso che sì, è vero, si fa una cosa, ma quella cosa talvolta è possibile solo se si dà dignità letteraria alle riflessioni di cui sopra, quindi il mio consiglio è di lasciarla come ultima spiaggia.

Inutile elencare qui le cose che si possono fare. Ce ne sono tante e c’è tanta di quella gente che le pratica che, a furia di vederli o di sentirli raccontare le cose che fanno, non se ne può più. Ma anche se vi riempite la giornata di cose da fare ci sono quei brevi spazi tra una cosa e quella successiva in cui, come le più orribili e antiestetiche fughe tra una piastrella e l’altra, ci finiscono le briciole delle riflessioni di cui sopra. In quei momenti e in quei luoghi in cui vi trovate tra una piastrella e l’altra, assicuratevi di avere un compagno di fuga, no scherzo, intendevo un compagno di viaggio con cui scambiare due chiacchiere, anche questo ce lo siamo raccontati tante volte. E forse la gente è cosi impegnata al telefono perché si trova spesso in questi frangenti e voi avete la sfiga di trovarvela davanti mentre leggete un buon libro, pratica che invece rientra nella macro-categoria di fare delle cose.

Di recente però mi sono chiesto se, di tutte queste cose che facciamo, qualcuno se ne accorge che le facciamo e mi sono posto il dubbio anche se abbia senso pensare che qualcuno se ne debba accorgere. Perché se svanghiamo il presente facendo cose poi verrà un futuro in cui nessuno saprà che le abbiamo fatte ma non certo per una questione di essere ricordati dai posteri, ci mancherebbe. Le cose le dobbiamo fare per noi e le emozioni che ricaviamo è bene tenersele dentro e, ogni tanto, pensarci, perché – come immagino saprete – le emozioni finiranno con voi. La nostra vita è ricca di emozioni ma poi, lasciato il nostro posto nel mondo a qualcun altro, non esisteranno più tanto quanto non esisteremo più noi.

Il mio amico Davide, che considero un punto di riferimento sin dai tempi del liceo, mi ha fatto conoscere una poesia che in parte esprime bene quello che avrei voluto raccontare qui. Si tratta di una poesia che, prima di leggerla sul blog di Paolo Nori tramite il blog del mio amico Davide mica la conoscevo, come non conoscevo neppure l’autore, Nino Pedretti. Parla di una terrazza che dà probabilmente su un gustoso panorama e parla della gente, noi compresi, che su questa terrazza ci avvicendiamo.

la signora Anna ha avuto qualche problema con gli infissi

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Parlare delle cose è bello ma è difficile e bisogna essere capaci. Occorre trovare i più appropriati aggettivi qualificativi perché ce n’è sempre almeno uno perfetto per quello scopo ma difficilmente ti viene a supporto quando ti sforzi a cercarlo. Ho appena terminato un libro, per dire, in cui nella quarta di copertina qualcuno lo ha definito “sfacciato” e vi assicuro che non potrebbe esistere termine più adatto. Sfacciato rivolto al libro, non all’autore. Pensavo proprio a quel tipo di valutazione ma, nella mia pochezza lessicale, ero ancora in alto mare alle prese con locuzioni e giri di parole tanto inutilmente prolisse quanto poco efficaci. Pensare alla sfacciataggine di un romanzo non è da tutti e dovreste ammetterlo. Ma non è stato per caso che ne ho suggerito la lettura alla signora Anna che è una vedova di 89 anni lucida e consapevole della sua età così sfacciata. La signora Anna ha avuto qualche problema con gli infissi, questo è quello che mi sembra di aver capito. Le si è rotta una delle finestre della sua villetta a schiera. Il serramentista gli ha consigliato di sostituirla tanto oggi è possibile detrarre le spese sostenute per interventi finalizzati al risparmio energetico con una percentuale ripetuta lungo un periodo di dieci anni. Considerate come questo lasso di tempo abbia fatto riflettere la nostra amica così avanti con l’età.

“Giovanotto”, ce la immaginiamo rivolgersi così al serramentista, “giovanotto la vedo ottimista ma dubito che camperò abbastanza per godermi tutti i vantaggi di questa agevolazione”. Peccato non fossi stato lì perché avrei ricordato alla signora Anna il caso della sua conoscente e concittadina che ha stabilito un record di longevità mondiale. Da queste parti si tira per le lunghe, non so se rendo l’idea e se si tratti di una coincidenza o cosa, ma non vi nascondo che questa peculiarità spero si estenda anche a quelli che vivono qui da tempo, pur non essendoci nati, proprio come me. Stiamo parlando di fattori ambientali – siamo in una delle zone più industrializzate dell’Europa – oppure è una questione genetica? Magari entrambi, chissà. Comunque alla signora Anna è stato proposto di pagare in nero tutto e subito in cambio di un consistente sconto. Ha così riparato la finestra rotta e ha pure risparmiato, e tutto ciò non sarebbe mai stato possibile se il nostro amico serramentista non si fosse dimostrato così sfacciato come quel libro che spero la signora Anna legga, prima o poi.