karaoke plays

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Una volta, tantissimi anni fa, nel mezzo di una serata in un locale con l’orchestra di musica da ballo in cui suonavo, è scoppiata una rissa. Facevamo uno dei nostri cavalli di battaglia per portare l’allegria agli avventori – questo era il nostro lavoro – quando due uomini si sono alzati da un tavolo e hanno iniziato a menarsi. Altri due, inizialmente intervenuti per separarli, sono passati a prendersi a pugni. Poi altri due e così via. La rissa si è diffusa a macchia d’olio e io ho assistito a questa specie di fenomeno fisico di diffusione atomica dall’alto del palcoscenico. Il cantante si era accorto in ritardo della violenta zuffa – il gruppo di contendenti oramai stava iniziando a sfasciare il locale – e, al microfono, ha lanciato un appello a mantenere la calma. In quel momento ho avuto paura che la rissa disseminasse le sue conseguenze fino ai miei strumenti che dovevo ancora finire di pagare. Poi ho notato uno dei baristi afferrare una sedia del magazzino delle bibite e lanciarsi sul mucchio, spaccandola in testa stile saloon a quello che sembrava il più esagitato dei facinorosi. A quel punto si è precipitato nella sala quello che dopo ho scoperto essere il proprietario con una pistola spianata in mano. La rissa si è separata in due ali come quel film in cui il Mar Rosso si apre al passaggio di Mosè ma il vero miracolo è stato un altro: tre o quattro agenti – non ricordo se Polizia o Carabinieri – usciti da non so dove lo hanno istantaneamente immobilizzato a terra. Così abbiamo smesso il pezzo la cui esecuzione avevamo continuato come delle macchine da karaoke e ci siamo guardati negli occhi, scambiandoci considerazioni sulla pericolosità del nostro lavoro.

specktacular

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Le vacanze in Alto Adige si confermano sempre scelte di successo per un sacco di motivi. Non c’è posto più bello delle Dolomiti. C’è pieno di tedeschi mentre gli italiani sono in coda al casello di Riccione. E poi sì, si mangia e si beve da dio. Tutto è curato, tutto è pulito, tutto è perfettamente in regola. Trovi il pos a duemila metri e anche il maso più sfigato che offre ospitalità lo fa nel migliore dei modi. Sono persino cordiali con noi italiani e non si curano del fatto che abbiamo votato statisti del calibro di Salvini o Di Maio ma si vede che, come i tedeschi e tutti gli altri nordeuropei, non ci stimano per un cazzo. Nei menu si trovano a stento le traduzioni e ovunque trionfa la Forst. Se dovessi promuovere l’Alto Adige in qualche modo lo definirei comunque “specktacular” ma so che gli abitanti delle Dolomiti non ne hanno bisogno. Unica pecca è la diffusione delle bici a pedalata assistita che sono un ulteriore stadio al ribasso per l’uomo già deprivato dal drone, dal monopattino elettrico e da quelle specie di moto da guidare in piedi. Donne, uomini e bambini, turisti di ogni età e di ogni provenienza si inerpicano lungo i sentieri e si lanciano a tutta velocità giù dai monti con queste voluminosissime mountain bike con le quali sono capaci tutti a fare sport. In alcuni casi ho rischiato il peggio trovandomeli sulla strada. Si tratta di un fenomeno diffusissimo ma vorrei sapere che cosa ne pensano i veri amanti della montagna e delle lunghe e faticose camminate nella natura, preludio a una sudata conquista della vetta.

come da copione

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Al primo piano abita invece Cora. Cora riceve i clienti in una stanza priva di un set di servizi igienici completi, un disagio a cui ha provveduto ricorrendo ad alcuni componenti removibili in plastica non integrabili, come è facile immaginare, nel sistema fognario del condominio. Cora è altresì la proprietaria del gatto che sfrutta l’unica uscita per accedere ai tetti attraverso il terrazzino dell’appartamento in cui vivo in affitto, così quando mi trovo al lavoro l’animale, se è fuori, deve attendere il mio rientro. Il gatto di Cora si chiama “Distinta Base” in onore di un facoltoso ingegnere assiduo frequentatore delle sue prestazioni. Quando i clienti si accomiatano, dalla porta socchiusa del suo studio si avvertono odori umani inequivocabili, per questo Cora si prende tutto il tempo necessario per aerare il locale. Spalanca le piccole finestre e mette a tutto volume le sue cassette di pop latino-americano, come se fosse la colonna sonora di un intervallo tra due proiezioni successive dello stesso film. Non a caso, qualche anno fa Cora ha tentato la strada del successo nell’industria cinematografica a luci rosse. Dicono che il suo manager avesse contatti con alcune case di produzione statunitensi specializzate nel settore e che fosse riuscito a procurarle un contratto in America per il ruolo di co-protagonista in una pellicola che raccontava una storia di incesto tra madre e figlia. Una sceneggiatura paradossalmente inconcepibile per il mercato hard a stelle e strisce tanto che le due attrici principali erano state costrette a girare una dichiarazione, inserita poi all’inizio del film, in cui assicuravano il pubblico del fatto che si trattasse di una storia inventata e che le due donne non erano legate da alcun rapporto di parentela.

da capo

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Il recente downgrade del Control Zeta a farmaco da banco e la sua disponibilità sugli scaffali della grande distribuzione porterà sicuramente un forte impatto sociale, secondo solo a quello che i sostenitori della legalizzazione delle droghe leggere hanno previsto come conseguenza del successo della loro lotta. Il punto è che con il Control Zeta si può tornare a essere quello di prima e della mancanza di una terapia graduale e studiata sulle reali esigenze del paziente non si hanno ancora dei veri e propri casi di studio. La repentina deregolamentazione ha del resto sorpreso l’opinione pubblica e i distributori del prodotto a malapena sono riusciti ad attrezzarsi per far fronte al boom di richieste, previsto in concomitanza con il rientro dalle ferie, almeno qui in Italia. I risultati delle più recenti ricerche di mercato ad oggi risultano ancora top secret, d’altronde il rischio di gonfiare le aspettative degli investitori – considerando una potenziale rivoluzione di questa portata – potrebbe causare danni al mercato irreparabili. Si può però trovare qualche recensione – sulla cui attendibilità è meglio non sbilanciarsi – su alcuni blog, ai proprietari dei quali sarebbe stata somministrata una dose campione della “pillola dei rimpianti”, come viene chiamata dai detrattori. Le raccomandazioni delle autorità e dello stesso Ministero della sanità non lasciano comunque spazio agli equivoci: mettiamoci comodi e stiamo a vedere che succede.

customer care

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In un presente distopico/utopico ma dalle tinte ucroniche le aziende che per anni hanno fatto leva sulle telefonate compulsive con l’obiettivo di strappare qualche spicciolo ai consumatori più sprovveduti hanno scoperto la nuova frontiera del “gnitekram”, il marketing al contrario alle cui fondamenta c’è la cura maniacale del singolo utente. I carrier telefonici, anziché fare numeri a caso dall’Albania per prendere nuovi clienti con l’inganno o il senso di colpa, chiamano i propri abbonati per chiedere come va, come si trovano con il servizio sottoscritto, se hanno qualche suggerimento per migliorare l’offerta, se hanno riscontrato qualche anomalia o anche per fare quattro chiacchiere con le persone più sole. L’help desk e l’assistenza tecnica impiegano nelle loro fila centinaia di migliaia di operatori in modo da non lasciare in attesa all’altro capo della linea chi si trova in difficoltà e, nel caso il problema non sia risolvibile da remoto, nel giro di una manciata di minuti un tecnico specializzato viene inviato a domicilio per sistemare la cosa. Si tratta di un sistema che non solo ha reso l’intera popolazione mondiale più ottimista nei confronti della modernità e dell’innovazione ma ha dato allo stesso tempo lavoro a milioni di giovani. In questo scenario, in una metropoli del nord un padre di mezza età cerca informazioni per aiutare la figlia minorenne, intestataria di un contratto TIM mobile voce e dati e temporaneamente all’estero per una vacanza studio. Alla ragazza improvvisamente è comparsa la scritta sullo smartphone “nessun servizio” rendendo inutilizzabile il dispositivo al di fuori di una copertura wireless, pur avendo il credito necessario. Un operatore TIM, venuto a conoscenza del problema durante una telefonata del padre, si precipita all’aeroporto di Linate dove prende il primo volo disponibile per Londra, raggiunge la giovane cliente e le re-imposta il gestore a cui agganciare la sim attraverso la funzione di ricerca manuale sul dispositivo. Il telefono riprende a funzionare all’istante e il padre, per premiare la compagnia telefonica, decide di stipulare anche il contratto domestico per la linea fissa e Internet.

doremi

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Risulta evidente la mancanza di un gruppo di supporto per genitori che hanno adottato cuccioli di animali domestici quando avevano figli piccoli lasciando a loro la decisione di come chiamarli (pratica famigliare di uso piuttosto comune, non c’è da preoccuparsi) e successivamente, con figli più che adolescenti e animali ormai vecchi, si ritrovano a rincorrere per gli ambienti di casa cani e gatti (altrettanto comune che gli animali perdano appeal su ragazzi che, cresciuti, hanno ben altro per la testa e che quindi la gestione e la cura degli animali ricada ancora sulle spalle dei genitori) per somministrare loro medicinali per terapie più o meno aggressive richiamando l’attenzione delle suddette bestie con nomi che, al di fuori dell’ambiente domestico, sarebbero in grado di suscitare ilarità a occhi di terzi.

Ma questo è niente rispetto al colpo emotivo inferto dai nomi stessi, appellativi riconducibili a cartoni animati o al semplice lessico famigliare di un nucleo ora completamente diverso da quello di quando gli animali erano cuccioli in quanto a dinamiche, convenzioni e consuetudini, nomi che ogni volta pronunciati rimandano a un’epoca oramai tramontata risuonando nel vuoto generato dalla mancanza di tutto quel frastuono che l’avere uno o più bimbi in età prescolare in casa comporta: i colori sgargianti degli Aristogatti trasmessi a ripetizione sullo sfondo, certe canzoncine profuse come feedback positivo da giocattoli intelligenti, dialoghi surreali con personaggi invisibili in idiomi assolutamente inesistenti al di fuori di quegli spazi e quei momenti.

Arriva quindi il momento in cui ci si ritrova così nella sala di attesa di un veterinario a scambiare pareri con altre coppie dalle storie analoghe alla propria, ciascuno con un trasportino contenente un gatto cagionevole o un anziano cane al guinzaglio dei quali ci si vergogna poi un po’, al momento di compilare la scheda al cospetto del medico, a dichiarare le generalità.

Ma sono convinto che i dottori degli animali sono abituati a trascrivere nei loro schedari i nomi di protagonisti dei cartoni Disney oppure di entità antropomorfe inventate da bimbetti che a malapena si reggono in piedi e anzi, se fossi uno che cura le bestie, terrei un archivio o un diario o, perché no, un blog in cui tramandare ai futuri genitori che stanno per regalare ai propri figli piccoli la gioia di avere un animale, l’esperienza di altre famiglie che, comunque, se tornassero indietro chiamerebbero gli animali domestici allo stesso modo e consentirebbero ai bambini quell’identico errore che si reitera nel tempo e che si tramanda di generazione in generazione proprio perché è bello così.

quella voglia che viene in estate di ascoltare i Sigur Ros

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Ecco una nuova tentazione che arriva dal mercato delle ripubblicazioni in vinile. È uscita una nuova edizione di “Ágætis byrjun” che è uno dei dischi più belli dei Sigur Ros. Li ascolto sempre con piacere, e a un loro concerto sono particolarmente legato. Il 25 giugno del 2003 hanno suonato dal vivo a Villa Arconati a Bollate. A quel concerto hanno assistito anche mia moglie e mia figlia, che da due mesi stava crescendo nella sua pancia. Ogni tanto nelle sue playlist ci infila “Svefn-g-englar” o “Hoppipolla” e, quando mi accorgo che le ascolta, mi piace pensare che magari di quell’esibizione le sia rimasta qualche reminiscenza. Avevo scritto persino una recensione di quel concerto per una webzine con cui collaboravo all’epoca. Sentite qui:

Ecco la corretta procedura per l’esecuzione di una seduta di osservazione comportamentale: 4 bambini (o folletti) islandesi vengono introdotti in una stanza fornita di strumenti musicali vintage, accompagnati da altrettante bambine (o fatine) a comporre un quartetto d’archi. Il compito dell’osservatore, al di là di uno specchio unidirezionale, è di studiare l’evolversi del loro approccio verso gli strumenti e del loro modo di utilizzo per circa 90 minuti. L’esito: malgrado la disposizione sia studiata affinché ogni soggetto possa operare presso lo strumento cui è preposto, i 4 soggetti tendono a suonare raccolti occupando solo una sezione dello spazio a loro disposizione e spesso si alternano a tutti gli strumenti. Il dato più interessante è che il luogo dell’osservazione è un palco, i 4 bambini o folletti sono un gruppo in concerto, sono presenti circa 2000 persone in qualità di osservatori e, soprattutto, lo specchio unidirezionale non esiste.

I Sigur Ros atterrano nell’hinterland milanese in occasione di una delle rassegne musicali più esclusive, il festival di Villa Arconati a Bollate; conterranei di Bjork e di Emiliana Torrini, la similitudine con le sorelle maggiori (almeno la prima) è però fuori luogo: il denominatore comune è solo un calderone chiamato “sperimentazione sonora”; al limite si possono citare i Sugarcubes, che, come i Sigur Ros, avevano alcune venature minimali.

Traslare il minimalismo sonoro dai CD all’esibizione dal vivo non è semplice; è la scelta della strumentazione e il supporto della sezione d’archi delle Amiina a fare sì che l’atmosfera evocativa presente nelle loro registrazioni possa sublimare anche nel contesto arcadico di Villa Arconati, tra sciami di zanzare (particolarmente melomani?) in assetto da attacco, effluvi di spray e creme insetto-repellenti, il tutto in un caldo tropicale appena mitigato solo dall’incantevole vegetazione del circostante Parco delle Groane.

Il gruppo ha alternato brani dai 3 lavori al loro attivo, “Von”, “Agaetis Byrjun” e “()”, il CD senza nome composto da tracce audio senza titolo, in una lunga suite caratterizzata da forte alternanza dinamica tra suoni rarefatti e decisi ingressi ritmici. Visti da lontano i Sigur Ros danno l’impressione di creature magiche assorte nelle loro operazioni musicali a ricamo delle acute melodie del cantante Jon Thor Birgisson: taciturni, incuranti del contesto e concentrati nel riprodurre la loro estetica musicale dalla temperatura sotto-zero, e proiettati ad aiutare il percorso del pubblico verso la trance necessaria per elevarsi al loro piccolo “mondo delle idee” ancora incontaminato.

Il paragone (assolutamente non indispensabile) che più ricorre è quello con i Pink Floyd, il che pare eccessivo e riduce il potenziale dei Sigur Ros, nel cui suono tutto c’è tranne il background blues di David Gilmour. Come altri omologhi, i God Speed You Black Emperor o alcuni gruppi del marchio 4AD degli anni ‘80, per esempio, i Sigur Ros sembrano aver costruito un linguaggio con la loro cultura (sonora e non) di partenza e sembrano percorrere sentieri nascosti da tutti per mantenere la genuinità di uno “splendido isolamento”, a retaggio della provenienza e degli stimoli ricevuti nel loro habitat.

Un concerto dei Sigur Ros risulta così essere una finestra aperta su un panorama sconosciuto o un documentario sull’Islanda visto in tv, più che un viaggio inusuale in un terra mai vista: permette cioè solo la contemplazione del paesaggio e non l’immergersi, almeno solo per una breve vacanza, negli usi e costumi di una piccola comunità accogliente.