Il film più brutto del mondo

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Qualche sera fa ho visto uno scorcio di quello che, ad oggi, mi pare essere uno dei film peggiori che mi sia mai capitato di guardare. Lo davano alla tele e il motivo per cui ne ho visto grosso modo un po’ più della metà, fino ai titoli di coda, è perché sono voluto andare fino in fondo e capire quale fosse il senso di un film così brutto. Il film più brutto del mondo è italiano, è del 2005 e si intitola “Nessuno si salva da solo”. Gli attori protagonisti sono entrambi attori italiani, naturalmente, ed è sbalorditivo quanto la loro recitazione sia così poco credibile, ai limiti dell’imbarazzo per lo spettatore medio. La storia è un continuo alternarsi di narrazione e di flash back. Una coppia che si odia – lui è Scamarcio e lei è Jasmine Trinca – si ritrova a cena per vomitarsi addosso tutto il rancore generato dalla deriva della storia ormai terminata. In questa rappresentazione di schizofrenia tra passato e presente i due attori prendono le sembianze di loro stessi un po’ più maturi rispetto ai fasti degli inizi. Un escamotage reso con la finzione dell’invecchiamento del viso, tecnica nella quale il cinema italiano ha già dato il peggio di sé con il trucco a cui è stato sottoposto Claudio Bigagli nella scena finale di Mediterraneo di Salvatores, ve lo ricordate? Ma la cosa peggiore sono le espressioni che si scambiano reciprocamente i due protagonisti a tavola al colmo del dissapore. Non credo che esista in natura, soprattutto tra gli esseri umani, un modo di guardarsi così a tavola, nemmeno accecati dall’odio. Mi piacerebbe sapere chi glielo ha insegnato e perché il regista, nel corso delle riprese, non possa chieder loro di darsi una regolata con tutta questa arte drammatica. Di Jasmine Trinca è superlativa, poi, la pessima dizione. Sarà che ho superato i cinquanta ma delle sue battute proprio non si capiva una parola. Del resto ormai è noto a tutti: se gli attori italiani fossero doppiati dai doppiatori italiani, probabilmente avremmo il cinema più bello del mondo. No va be’, non esageriamo.

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Dice Andrea che, se si è sposato tardi, è per colpa di un best seller di cui tutti avevamo una copia in casa nei primi anni duemila, mille pagine quasi peggio del mattonazzo di Faletti che avevano la presunzione di darci tutte le risposte su una questione che, probabilmente, di risposte non ne ha bisogno perché nessuno si pone le domande. Io, per dirla tutta, proprio non mi ricordo e secondo me Andrea si è inventato tutto o è entrato in quella fase della vita dell’uomo in cui si mescolano fatti veri e propri accaduti realmente a cose di fantasia. Comunque Andrea sostiene che solo ora ha capito che tutti i problemi che ha avuto nella vita erano riconducibili unicamente a uno e un solo fattore. I turbamenti dell’adolescenza e le frustrazioni causate dalla paura di non piacere a chi piaceva a lui. Lo scarso rendimento scolastico causato dal tempo trascorso a questioni relative alla ricerca del piacere, dallo struggimento e le sue forme di applicazione in concreto alla preparazione delle compilation su cassetta da offrire in dono come una parte di sé. Le amicizie bruciate dalle mire sentimentali comuni. La prima parte della vita adulta scivolata via come lacrime nella pioggia versate per un rapporto che sembrava amore e invece poi mica tanto. A questo aggiunge, come un ragioniere al lavoro, il computo delle ore dedicate alle discussioni con le partner, al sesso, alla ricerca dei regali di compleanno, alla domeniche pomeriggio all’Ikea. Se non fosse per i grattacapi e le conseguenze dell’amore, il bilancio della vita di Andrea – che sostiene peraltro di aver ricavato proprio dalle schede contenute in quel già citato tomo di prima, poste in appendice alla prima edizione come un’esercitazione alla riflessione sulle proprie potenzialità sentimentali – è tutt’altro che in deficit. Scoppia di salute, non ha problemi economici, tutto sommato un ottimo padre (i nostri figli hanno trascorso una parte del loro cammino nella scuola pubblica insieme) e un dignitoso educatore, una mente brillante (almeno sino qui), un professionista rispettato. Per questo mi sono chiesto anch’io se, in tutto ciò, ci sia del vero.

gioia e resistenza

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[questo pezzo è uscito su Loudd.it]

Dalla gioia come forma di rivoluzione alla gioia come atto di resistenza. La morale ce la fanno degli inglesi, questa volta. Che smacco per noi piccoli italiani. Noi che la resistenza l’abbiamo inventata, oggi così presuntuosi da non voler accettare lezioni da nessuno. Noi che proprio ora, in pieno coma della ragione, abbiamo dato fondo alla follia scegliendo una classe dirigente miserabile come mai successo nella nostra storia.

Il paradosso è che siamo i primi a sfogare il prurito alle mani applaudendo la violenza di certi dischi così punk da lasciarci senza fiato. Non ci siamo ancora ripresi dal potere dirompente di una band come i Protomartyr da Detroit che già ci tocca tornare in piazza (in senso metaforico, che cosa avete capito, rimettete pure gli auricolari) a manifestare la disillusione con una nuova colonna sonora, ancora una volta in una lingua che non è la nostra e contro un sistema che non ci appartiene. Siamo al fianco degli americani contro Trump. Supportiamo lo sdegno degli inglesi contro chi ha voluto la Brexit. Tutto ciò ascoltando post-punk. In questo, siamo indubbiamente insuperabili.

E se non conoscessimo gli Idles probabilmente acquisteremmo “Joy as an Act of Resistance” in un impeto di idealismo, solo per la copertina. Visto e piaciuto, come si dice per gli oggetti di seconda mano. La foto trasmette l’idea della follia, l’ebbrezza della rissa, l’astrazione assoluta della rabbia. Il disco, per continuare la tradizione inaugurata con “Brutalism”, l’incredibile esordio della band di Bristol, poi però è il primo a prenderci a ceffoni per aver pensato una cosa così superficiale.

I due pezzi in uno di “Colossus” costituiscono le due facce della musica degli Idles: l’alienazione dark che ritroveremo nelle tracce successive lungo brani come “Never Fight a Man With a Perm” o “Love Song” e la brutalità sparata a ritmi inumani che caratterizza “Danny Nedelko” e il trittico centrale “Television”, “Great” – nell’insieme un blocco di cattiveria post-hardcore da cui è difficile riprendersi – completato da “Gram Rock”, canzone d’altri tempi, con un riff di chitarra tormentoso e dolce allo stesso tempo a caratterizzarne il ritornello.

Ci sono poi apparenti oasi in cui intavolare un dialogo con il gruppo inglese risulta più semplice e costruttivo. Ecco la scarna “June”, scandita dall’ossessiva regolarità dei battiti di cassa e timpano, “Cry To Me”, una veloce parodia del rock’n’roll più tradizionale, e soprattutto la travolgente “Samaritans”, pezzo in cui Joe Talbot alla voce alterna un semi-parlato dall’incedere biascicato e angosciante a un ritornello che, rispetto al resto dell’album, risulta persino orecchiabile. Se mi permettete di scegliere per voi, eleggo il crescendo finale di “Samaritans” a momento più suggestivo di tutto l’album. Da solo, è sufficiente a restituire la perfetta sintesi della bellezza di questo disco superlativo.

“Joy as an Act of Resistance” è un long playing maledettamente complesso e crudelmente completo perché è pregno di gioia a pressione, un sorta di fastidiosa scomodità compressa che, traccia dopo traccia, svela però il trucco per essere risolta e superata. Un sentimento costretto dai limiti della registrazione dentro uno strato di punk che si crepa agli urti del suono fino a spaccarsi e a esplodere, alla fine. Non osiamo pensare alla sua resa dal vivo con la distorsione senza speranza della chitarra, il basso che non dà tregua, la compattezza della batteria e la gente sotto il palco che poga.

Gli Idles suonano e cantano stremando il loro pubblico con una cupezza così ruvida da risultare unica, creando trame in grado di indurre al masochismo dell’ascolto e a lasciarci in balia della disperazione. Come per i Killing Joke nella loro forma più impietosa, dopo gli Idles c’è il rischio che non ci sia futuro e che occorra rifare tutto da capo.

come ho fatto a non pensarci prima

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A Emanuele piacerebbe vedersi passare mentre è fermo al semaforo in auto e scoprire che effetto fa osservarsi con il figlioletto per mano e la moglie qualche passo indietro perché sta rispondendo a un messaggio su Whatsapp. Vedersi rimproverarla teneramente perché, anche se è sabato e al sabato la fretta resta chiusa nello sgabuzzino nella tasca interna dello zaino porta-pc del lavoro, è comunque meglio rincasare per pranzare insieme sul balcone. Cercare di cogliere il labiale del figlioletto che si gira a esortare la madre con un sorriso perché è così raro poter parteggiare per il papà in quelle finte contese tipiche della dinamica a tre, in cui a turno si può essere decisivi sul serio. A Emanuele piacerebbe notare, una volta raggiunto il marciapiede opposto, se la sua cute risalta sotto i capelli radi quando c’è il sole, se davvero il figlioletto risulta così promettente nella vita come sembra dall’esito delle loro aspettative, e se una volta ricompattato il gruppo, poco prima che il verde lo costringa a liberare l’incrocio e quell’incanto, per Emanuele, giunga al termine, si sprigiona correttamente tutto l’amore che si prova quando il nostro vivere sembra essere una cosa molto semplice, per davvero.

informazioni inutili

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Un motivo per cui mi piace scrivere in Internet è perché la scrittura mi consente di dare informazioni inutili. Posso cioè dare il mio apporto per riempire l’Internet di cose che non servono a nulla e contribuire a rendere l’Internet uno strumento che non aiuta a risolvere i problemi in quanto la percentuale di informazioni inutili è ampiamente superiore rispetto a quella delle utili e, così, l’Internet perde di credibilità. Se sull’Internet si perde tempo perché luogo dispersivo per eccellenza è anche a causa delle sue componenti inutili che erano già tali molto prima che scoprissi questo mio talento per la scrittura di cose inutili. Notizie irrilevanti da leggere in ufficio, social network su cui pascolare a casa anziché uscire, risorse pensate per illudere le persone che il loro utilizzo consente di risolvere nella realtà i problemi ma che, invece, sono simulazioni tanto quanto i videogiochi. Anzi, sono dei videogiochi. La scrittura su Internet permette di scrivere senza dire niente e generare quegli effetti che non si spiegano. Proprio come, nel mondo vero e proprio, il culto di Franco Califano o l’impiego delle pattuglie di volo acrobatico in occasione di certe ricorrenze di rilevanza nazionali. Nella scrittura in Internet il fine coincide con il mezzo, l’idea combacia con la sua pubblicazione, la parola con la sua rasterizzazione. La parola nello stadio più volatile che si riesca a immaginare. Si esaurisce la batteria e si esaurisce il significato. Un processo che è possibile descrivere solo con un manuale zeppo di spiegazioni inutili o, per necessità di sintesi, con un post utile a divulgare informazioni inutili.

la prima volta non fa sempre male

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Tra i numerosi progetti che ho abbandonato in corso d’opera c’è anche l’idea di interpellare professionisti di varie discipline e mestieri a raccontare com’è andata la prima volta che hanno fatto la cosa che poi è diventata il loro lavoro se non, addirittura, ciò che ha dato una svolta alla loro vita. La prima volta in cui un pilota di voli di linea si è trovato da solo con il volante (o come si chiama) in mano con la responsabilità di centinaia di persone a bordo. La prima volta in cui un chirurgo ha dovuto esercitare una scelta per salvare una vita umana. Ma anche cose meno grevi, per esempio la prima volta in cui un DJ si è presentato alla console per far divertire il pubblico pagante oppure l’esordio in nazionale davanti a milioni di persone in tv di un talento sportivo che poi si è rivelato un campione e così via. L’obbiettivo di questa operazione, come al solito, era quello di allestire un blog se non, addirittura, scrivere un libro che, anche per me, avrebbe costituito la prima volta. Il dubbio è se esista un interruttore on/off per questo genere di esperienze, perché nella mia vita invece alle cose ci sono arrivato sempre in modo graduale, probabilmente perché ho svolto lavori sempre poco interessanti. Fino ad oggi perché proprio oggi, per la prima volta, ho avuto una vera prima volta, da questo punto di vista. Una prima volta mai provata. E vi assicuro che è stato bellissimo.

la porzione magica

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Nella foto usata come testata per il suo profilo Facebook Maura affetta una gigantesca torta nuziale impugnando, come da copione, un coltello di dimensioni adeguate a quattro mani col marito e la giornalista che sta scrivendo lo scoop sull’istantanea in questione ha difficoltà a registrare le sue sensazioni relative alla foto sull’articolo che gli è stato commissionato perché ha toccato con il polpastrello del medio destro la teglia su cui cuoceva una porzione di fish&chips preparato in casa e usare la tastiera del pc in queste condizioni non è una passeggiata. La sensibilità delle dita nella scrittura è tutto, ve lo dice uno che lo ha fatto tanto di mestiere. E, se volete il mio parere, dato che so di che immagine si sta parlando, il marito di Maura avrà almeno vent’anni più di lei tanto che, quando ho visto la foto, ho pensato che senso abbia di un matrimonio postare unicamente una foto con il proprio papà. Tutta invidia, perché i miei genitori sono scappati presto dal mio ricevimento nuziale ma solo perché zia Pina, la sorella di mamma, stava per morire. Non oso però immaginare le dimensioni della fetta che Maura e il suo marito anziano si siano riservati per sé. Io avevo solo assaggiato un pezzo di glassa perché, quando ti sposi, l’ultima cosa a cui pensi mentre hai decine di persone ospiti è bere e mangiare. Ma mi è bastato solo quel poco per fare miracoli, proprio come Asterix quando beve quella broda che gli prepara il santone della sua tribù. Non conta quindi quanto è consistente la porzione ma quello che c’è dentro. Con l’amore basta solo un morso, a volte.

la domenica al centro commerciale

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Nella periferia di Milano trascorrere la domenica al centro commerciale è una pratica piuttosto comune. La prova di quanto ho appena scritto è riconducibile al fatto che i centri commerciali, malgrado la flessione economica e Amazon, continuano a proliferare. Nel dibattito che si è acceso in questi giorni non si tiene conto di questo paradosso. A due passi da casa mia sorge uno dei centri commerciali più grandi d’Europa, almeno così dicono, ma vi posso assicurare che posso scegliere tra almeno dieci colossi della grande distribuzione nel raggio di una manciata di chilometri ogni volta in cui ho reale bisogno di unire la spesa allo shopping ma anche se piove e non c’è niente di meglio da fare. Scherzo, naturalmente. C’è sempre qualcosa di meglio da fare rispetto a una gita al centro commerciale di domenica.

La morale è che l’attuale governo vuole ammazzare i consumi – suppongo elevati – del weekend che hanno già ammazzato i negozi di quartiere entrambi vittima degli acquisti online che al mercato mio padre comprò. Per non parlare di tutti quelli che per un capriccio populista rischiano il posto del lavoro perché, a monte, non c’è una regolamentazione in grado di ideare strategie occupazionali ed economiche per assorbire una manovra di questo tipo.

E ora, come immaginate, ecco il momento dell’aneddoto personale a prova di quello che appena scritto. Ho portato cinque stampe acquistate lungo altrettanti viaggi alla bottega di un corniciaio ubicata nel centro del paese in cui abito. Gliel’ho lasciate a metà luglio e, ad oggi, non ha ancora terminato il lavoro. Gliel’ho portate perché prima avevo chiesto un preventivo in un negozio di una nota catena di fai-da-te di un centro commerciale aperto anche la domenica e l’addetto mi aveva sparato una cifra completamente fuori mercato. Il corniciaio locale ha superato abbondantemente i settant’anni e mi ha chiesto meno della metà ma, a dirla tutta, i tempi lunghi dovuti alla lentezza della sua natura di artigiano e anche probabilmente alla sua età non sono in linea con le aspettativa della società del tutto e subito che si basa anche sulla possibilità di portare delle stampe alla nota catena del fai-da-te che si trova a fianco di un centro commerciale. Magari proprio di domenica mattina. E anche se il costo è decisamente più elevato.

senza confini

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Se non fosse per un problema di privacy che mi induce a farmi mille scrupoli prima di divulgare informazioni e immagini altrui ai milioni di lettori che frequentano queste pagine, avrei introdotto questo post con la foto che ho fatto venerdì scorso a Fulvio e Federica, nomi di fantasia che uso per evitare di pubblicare i nomi veri, per lo stesso motivo di prima. Fulvio e Federica sono i due amici più cari che ho. Vivono a Genova, che dopo Berlino probabilmente è la città che preferisco in assoluto, e una volta all’anno mi ospitano per un weekend, solitamente a luglio. Il programma prevede sempre alcune tappe obbligate: giro completo del centro storico e del Carmine, il quartiere in cui abitavo quando vivevo laggiù; aperitivo a Castelletto; corsetta dalla foce fino a Nervi e poi bagno a Quarto; focaccia e vino bianco fresco in abbondanza. Fulvio e Federica amano fare lunghe camminate, una pratica che è ottima se vivete a Genova perché è una città che, pur complessa e piena di contraddizioni, offre scorci senza confronti. Nel weekend di luglio che ogni estate trascorriamo insieme mi unisco a loro per godere della bellezza del capoluogo ligure. Venerdì scorso invece ho ospitato Fulvio e Federica a Milano, in occasione del concerto dei The National. Ci siamo dati appuntamento al capolinea della metro gialla ed è stato molto strano vederli in un contesto decisamente differente da quello solito a cui li riconduco. Dovevamo mangiare qualcosa prima di avviarci al luogo del concerto, così ci siamo seduti in una nuova tavola calda ubicata lungo i binari del tram per Limbiate che costeggia la Comasina. Si tratta di un locale gestito da curdi che prepara un ottimo kebab e altre specialità tipiche. Abbiamo preso posto in un tavolino ubicato nel dehors. Lì ho scattato la foto che avrei voluto pubblicare a corollario di questo ricordo. Fulvio e Federica seduti con uno stabilimento desueto alle spalle quasi completamente coperto di graffiti, il ponte dell’autostrada con i pannelli anti-rumore, la carreggiata sotto che, poco prima, è divisa in due da un parcheggio sterrato a pettine, entrambi con la piadina kebab in mano che sorridono all’amicizia che ci lega, anche in un luogo così estraneo alla loro vita.