gli smartphone sono lo specchio dell’anima

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Gli smartphone sono lo specchio dell’anima, un display della nostra personalità ma anche il monitor di servizio in cui teniamo sotto controllo tramite dashboard (impensabili solo fino a qualche decennio fa) tutto quello che si agita dentro di noi. Sarà per questo che lo schermo lo rivolgiamo sempre rivolto verso noi stessi, sarà per questo che ci sono fior di impiccioni che sbirciano negli smartphone altrui in mano a gente sconosciuta e non. Non è un atto di accusa contro nessuno perché io lo faccio sempre, senza pudore. Tutto ciò che viene esposto è pubblico, non trovate? Ma l’osservazione degli smartphone altrui accesi in luoghi pubblici non porta mai a niente di interessante. Niente immagini scollacciate o per lo meno nulla che non passi nei nostri stream. Niente conversazioni testuali piccanti o degne di essere seguite, anche perché a furia di comunicare non abbiamo più un cazzo da dirci. Niente dati sensibili con cui estorcere qualche euro in qualche modo a qualcuno. Niente di niente. Solo adulti che fanno giochi da bambini e nel migliore dei casi si cimentano con il solitario di Windows, ragazzi che guardano siti di scarpe che con il costo di un solo paio ci mando mia figlia all’università, foto di pietanze tutte acchittate come se la bontà di un piatto fosse esclusivamente la sua bella vista e non il sapore (c’è tutta una letteratura sull’imbellettamento del cibo per ritrarlo in ghingheri in modo da attirare allocchi sulle confezioni dei prodotti), selfie con le solite boccucce, mamma butta la pasta che arrivo o dialoghi del genere su Whatsapp, copertine di dischi di musica di merda a partire da un album di Zucchero che ho notato sul telefono di una donna seduta a fianco a me in treno, poco fa. Così pensavo che se gli smartphone sono lo specchio dell’anima ne risulta un riflesso di povertà intellettuale e non, propensione ai passatempi infantili, gusti discutibili, egocentrismo e, soprattutto, voyeurismo, almeno tanto quanto il mio mentre scruto voi che scrutate, dentro lo smartphone, i fatti degli altri.

non credere alle canzoni e nemmeno agli ufo

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Cristina e Domenico sono due alunni di quinta che giocano tutto il tempo a mimare i gesti di quella specie di balletto che accompagna Rino Gaetano durante le esecuzioni in playback della canzone “Gianna” in TV. Verso la coda del brano, quando il coro canta “ma dove vai, vieni qua, ma che fai? Dove vai, con chi ce l’hai, vieni qua, ma che fai? Butta là, vieni qua, chi la prende e chi la dà! Dove sei, dove stai, fatti sempre i fatti tuoi” eccetera eccetera. Una sorta di enciclopedia della gestualità popolare italiana, non so se avete presente o guardate solo le notizie di cronaca al telegiornale. Cristina e Domenico sono compagni di classe e l’hanno visto qualche settimana fa una domenica pomeriggio a Discoring e da allora non fanno altro. Mentre tutti fanno merenda nell’intervallo e poi giocano in quei modi che non sono già più da bambini, loro si mettono in un angolo e imitano i caratteristi che condividono il palco con il cantautore che scomparirà da lì a qualche anno. Ogni volta impersonano un personaggio diverso ma il risultato è sempre piuttosto coinvolgente, almeno per loro. Dovreste vedere come si divertono. Gli altri bambini li guardano come se fossero due pazzi ma a Cristina e Domenico non interessa e continuano imperterriti con quella testardaggine infantile che, appunto, è proverbiale. Tra l’altro, ai rispettivi genitori, i due si professano reciprocamente innamorati. Nel senso che dicono di essere fidanzati, nel modo in cui pensano all’amore i bambini volendo rappresentare una versione ideale del mondo degli adulti. Lei gli ha regalato perfino una gomma da masticare rosa di quelle al sapore di fragola e solo perché era incartata con un motivo pieno di cuoricini (che una volta ha persino scritto erroneamente con la lettera iniziale q) e lui in cambio le ha offerto di vedersi dopo l’allenamento di pallacanestro. Si sono incontrati all’angolo del corso e da lì hanno fatto il solito giro davanti a quei negozi in cui separatamente si sono già recati in altre occasioni mille volte per chiedere gli adesivi delle marche di abbigliamento da collezionare. Domenico le ha offerto persino un gelato e così Cristina gli ha chiesto da quanto tempo si ritenesse innamorato di lei, purtroppo però ho dimenticato la risposta. Poi, a casa, ha cercato di ricostruire allo specchio altre mosse con cui accompagnare insieme a lei l’esecuzione di “Gianna” la mattina dopo a scuola. Peccato non avere ancora a disposizione Youtube, ma a dirla tutta il bello è anche nello sforzarsi a ricordare le cose e, nel caso, inventarsene di nuove.

qualche consiglio pratico per marinare la vita

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Un gruppo di facinorosi riconducibile al movimento ancora privo di nome (per nostra fortuna) ma che si batte per svincolare il genere umano dalla schiavitù di fare il proprio dovere ogni giorno è stato identificato dalle telecamere di sorveglianza di un noto centro commerciale della periferia di Milano. Uno dei componenti della cellula è stato ripreso durante l’acquisto di un paio di jeans di marca, uno di quei capi il cui costo non va mai sotto i cento euro. La commessa, interrogata dagli agenti della sorveglianza incaricati delle indagini, ha riportato alcuni stralci della conversazione intercorsa durante la permanenza nel negozio. Uscito dai camerini, il terrorista sociale avrebbe confessato alla ragazza di non essersi mai sentito così a suo agio ammettendo la superiorità del brand in questione dopo una vita trascorsa nella giungla delle sottomarche, economiche ma solo nella breve durata. Pare che il soggetto abbia anche provato persino qualche posa estrema per valutare la tenuta del pantalone, per esempio tentando uno squat solo per il gusto di sperimentare l’aderenza del tessuto sul cavallo e sui quadricipiti malgrado l’assenza della componente di elastan nel costoso tessuto. Il resto pare essersi svolto nella completa regolarità, con il pagamento dell’intero importo tramite carta di credito ampiamente coperta, fatto che ha impedito qualunque pretesto per un fermo preventivo. Ricordiamo che le frange più estremiste di questa organizzazione si rifiutano di adempiere alle più banali responsabilità imposte dalle regole della società, come alzarsi la mattina in relazione agli impegni, il rispetto degli impegni stessi messi ad agenda dal potere dell’economia, l’economia come piattaforma di benessere collettivo, la collettività in quanto aggregazione artificiale secondo criteri geografici, la geografia come organizzazione politica del territorio, la politica perché tanto è di moda denigrarla. Non è un caso che la narrazione del loro manifesto comportamentale possa procedere così all’infinito. La versione originale comprende anche prese di posizione contro certe cucine in formica color pastello anni 60 perché foriere di nostalgie inconsolabili di un’epoca morta e sepolta e un’accesa critica alla generazione spontanea dei pallini di lana sui maglioni invernali, indice di scarsa qualità del tessuto.

fossero tutti come me

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

C’è un momento in cui credo di dare veramente il massimo ed è alla cassa del supermercato. Davanti al nastro trasportatore che porta la spesa verso il conteggio di routine metto a frutto anni di best practice di logistica e di esperienza maturata nel caricamento della lavastoviglie e nell’organizzazione dei bagagli all’interno dell’apposito vano dell’automobile in occasione della partenza per le vacanze, attività specifiche (così dicono) del genere maschile.

Il mio valore aggiunto però è costituito dal modo in cui curo la disposizione del cibo per gatti. Cerco di acquistare prodotti (rigorosamente in offerta) in quantità di scorta e di numero pari, avendo due mici in casa. Mangiano solo fresco e cerco di alimentarli a ogni pasto con lo stesso gusto, per evitare che – scambiandosi la ciotola come avviene talvolta – mescolino cibi differenti e rigettino il tutto, conseguenza altamente spiacevole se si vive tutti insieme in un appartamento. Quindi compro scatolette, terrine o bustine in multipli di due, solitamente quattro o otto quando lo sconto è conveniente. In prossimità della cassa, posiziono i prodotti in torrette della stessa tipologia, in modo che all’operatore sia sufficiente registrare il barcode di una confezione e moltiplicare il costo per lo stesso valore in tutte le varietà di cibo acquistato.

L’operatore alla cassa, ma molto più spesso l’operatrice, chissà perché, apprezza molto questa tecnica di allestimento. Osserva la simmetria in cui sono disposti i gruppi di prodotti e la metodicità con cui ho ordinato il tutto. Quattro o otto scatolette dello stesso gusto impilate in varie torrette, pronte a essere conteggiate. Che meraviglia. Quando mi accorgo di questa reazione mi piace motivare la mia strategia, sottolineando che spero di rendere il loro lavoro più veloce ed efficace. Così fate prima, gli dico. E più di una volta, passando i prodotti sul lettore RFID e moltiplicandone l’importo, mi rispondono “fossero tutti come lei”. Quando questo accade penso che è bello se qualcuno ti fa un complimento perché hai fatto una cosa bene. Del modo in cui posiziono il cibo per gatti sul nastro trasportatore delle casse del supermercato vado così orgoglioso che, prima o poi, farò un post a riguardo.

le stagioni dell’amore vanno e vengono

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Se vi siete conosciuti o innamorati in autunno, ad anni di distanza assocerete ancora i colori e i sapori di stagione alla vostra storia e magari, proprio oggi in cui scrivo questa cosa, è il vostro anniversario. In questo caso, milioni di questi giorni. Quindi di fronte a un risotto alla zucca e a quel nebbiolo con cui lo avete accompagnato, o in un bosco con tutte le sfumature del foliage o le castagne e il pan dei morti e i pantaloni di velluto e persino quel caratteristico profumo che ha l’aria in città i primi giorni in cui si scatena l’accensione delle caldaie condominiali (che noi abitanti delle metropoli fingiamo possa avere un retrogusto di stufa a legna) fino a tutto ciò che prelude al Natale, andrete in brodo di giuggiole se, nel frattempo, la vostra coppia ha tenuto. Viceversa cadrete in depressione come in una di quelle commedie romantiche americane che però, a differenza della mia e vostra esistenza, trovano sempre la quadratura del cerchio e finiscono nel migliore dei modi.

Ma questo vale per tutte le stagioni. Le storie d’amore nate sulla neve si ripercorrono con i ricordi nelle pozzanghere lasciate dai doposci nella seconda casa, le tute attillate tanto strette al punto che si immagina tutto, il contrasto tra i colbacchi di pelo bianco e il rimmel e, giusto per darci dentro con i luoghi comuni, anche la rivalità con il maestro di sci e certi maglioni che, con il riscaldamento globale, dalle nostre parti presto non si useranno più.

Con l’estate, invece, è tutto rapido e provvisorio come un mini-appartamento in un residence di una località balneare adriatica da turismo massificato. Ci vuole pochissimo a spogliarsi, nella maggior parte delle occasioni si è già quasi nudi, la notte dura fino alla mattina malgrado le ore di buio, a quanto dice la scienza, siano molte meno, la nostra attitudine alla fedeltà è sottile come un pareo e farsi prendere da qualcun altro è un attimo. Nascono anche delle cose serie che, nella scatola dei ricordi congiunti, avranno le tinte di una località esotica, il profumo salmastro e la sensazione che i granelli di sabbia siano ovunque.

Fatevi sotto anche in primavera, però. Le soste durante le gitarelle in bici, la pelle arrossata dalle prime timide esposizioni ai raggi solari e le ore di luce in più che scoprono parti della giornata mai viste prima, come un anfratto segreto ci si rivela abbattendo una parete non portante in una casa in ristrutturazione, inducono ad approfondire conoscenze e ad aumentare l’intimità. L’oroscopo di coppia, per chi si beve le stupidaggini dell’astrologia, probabilmente porta via con sé i retaggi del primo momento in cui ci siamo notati, ci siamo corteggiati e ci siamo baciati. Ogni stagione ha le sue peculiarità e l’amore, probabilmente, se in impregna indelebilmente poco prima di afferrarvi e librarsi in volo per portarvi via.

votate l’incipit della settimana

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

T. F., il geniale e lungimirante inventore della cerniera lampo priva di quel lembo di stoffa interno che ha causato, nella storia recente, inceppi e malfunzionamenti a miliardi di esseri umani al mondo alle prese con la chiusura di giacche di scarsa qualità, spesso ricondotte alla manifattura dell’estremo oriente, preferisce mantenere tutt’ora l’anonimato soprattutto per questione di brand reputation e mostrarsi in pubblico solo tramite l’uso delle iniziali, quindi se questo vi sembra l’incipit più avvincente potete indicare nel sondaggio solo il codice 001.

Comunque la sua storia inizia così: impegnato per tutta la vita a far soldi con il suo brevetto, non ha mai dedicato del tempo alla cura di sé e soprattutto all’amore, tanto che chi sostiene di conoscerlo lo accomuna a una sorta di Ebenezer Scrooge distrattamente cattivo e avaro però solo di sentimenti. Tanto che T. F. (comunque le iniziali le ha ricamate persino sui calzini, quindi non mi sono inventato niente) non ha esitato a mettere una carta di credito senza massimale al suo fido consigliere e tuttofare P. G. non appena T. F. ha cominciato ad appassionarsi anima e corpo, ma soprattutto corpo, al giro degli incontri al buio finalizzati al sesso a pagamento.

L’agente – chiamiamolo così – delle accompagnatrici a cui si rivolge, consenzienti ma sotto sotto desiderose di far carriera nel settore delle cerniere (abbiamo al momento solo la testimonianza con tanto di generalità di una donna proveniente da una delle ex repubbliche sovietiche) contatta P. G. (il tuttofare di cui sopra) quando è tutto pronto in modo che a T. F. non resti solo che la parte divertente della messinscena.

L’agente si occupa di allestire volta per volta spazi segreti con architetti e designer d’interni di grido, fornisce indirizzo e chiavi al suo cliente (P. G.) che, a sua volta, riporta i dettagli al suo datore di lavoro (T. F.) che si fionda in macchina e si fa condurre in tempo all’appuntamento. Fuori dalle location rimesse a nuovo appositamente per questi tête-à-tête ricchi di mistero e di piacere per i sensi e per chi ama l’arredamento di interni, T. F. incontra la sua partner, ogni volta diversa, con cui si incammina senza tanti preamboli dentro per – diciamo così – ritirare la consumazione in uno stile di arredo sempre differente.

E come per i grandi sconosciuti famosi della storia recente, pensiamo a Bansky, a Elena Ferrante, ad Anonymous o ai Daft Punk, il rischio di risultare associato a un’opinione su qualcuno dei temi caldi del presente – in questo caso le molestie sessuali – rischia di azzerare un’intera vita imprenditoriale condannando al tracollo ben più di un’economia e centinaia di addetti che stanno attenti non far sporgere lembi dal tessuto che possano incastrarsi nelle zip.

Via alle votazioni. Vi ricordo il codice: 001.

timbrare il cartellino come metafora

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

L’impiegata della segreteria della scuola mi ha accolto seduta alla sua scrivania con le braccia conserte e il pc spento. Erano le 7.40 del mattino e mi sono dato due spiegazioni, entrambe plausibili. La prima è che forse ha uno di quei computer lenti che impiegano un sacco di tempo ad avviarsi e a rendere operativi i programmi utili per lavoro, che è una cosa che capisco benissimo. Io che lavoro in un’azienda privata – una categoria spesso presa a modello proprio per rimarcare la differenza con la pubblica amministrazione – lamento lo stesso problema, posso immaginare lei sperduta in quel sottoscala dell’impiego statale, mi auguro abbiate colto il senso metaforico. Infatti le macchinette del caffè servono proprio a quello. Quando arrivo in ufficio schiaccio il tasto di accensione e piuttosto che veder roteare i pallozzi di Windows 10 fino alla nausea vado a consumare qualcosa di corroborante. Poi, tornato alla postazione, immetto le credenziali e attivo gli strumenti di lavoro come Outlook, Chrome, Word e Photoshop, quindi per non prendere troppi caffè che poi mi innervosisco faccio un salto in bagno oppure leggo qualche pagina di libro o vado a prendere un paio di bottiglie d’acqua. A quel punto, dopo un buon quarto d’ora a essere ottimisti dal mio arrivo in ufficio, sono operativo e posso finalmente mettermi al lavoro.

Posso comprendere quindi l’impiegata della segreteria della scuola che magari usa dispositivi ancora più rudimentali dei miei ma non ha voglia né di prendere un caffè o di chiacchierare con i colleghi o osservare dalla finestra i bambini che affollano l’entrata. Così attende con le braccia conserte che tutto sia pronto per partire. La seconda spiegazione che mi sono dato è che forse il suo orario lavorativo inizia più tardi, però in quel caso tanto vale rimanere a casa e presentarsi in ufficio dopo. Almeno, io farei così. In entrambi i casi però ho pensato che la postura a braccia conserte alla propria scrivania in ufficio non sia molto consona, non so come dire. Immaginatevi una donna giovane nel pieno delle sue funzioni professionali in un atteggiamento inconfondibile di stasi. Un po’ stridente, non vi sembra?

Naturalmente per non sembrare indiscreto non ho chiesto nulla, però ho collegato ciò a cui stavo assistendo a un episodio di cui ero stato testimone proprio il pomeriggio prima. Un direttore di stabilimento di una famosa e innovativa industria piemontese – stiamo parlando di ben altri stipendi, sia ben chiaro – mi diceva che lui quando deve smettere di occuparsi di quello che sta facendo perché è sera e deve rientrare a casa si arrabbia tantissimo. Prova fastidio al termine della giornata lavorativa e sostiene che la fortuna di svolgere un lavoro che ti piace è impagabile. Come è facile immaginare, non mi sono permesso nemmeno in quel caso un contraddittorio. Qualunque sia il tuo mestiere, credo che tornare alla tua vita privata sia la cosa più bella del mondo e non solo se hai una famiglia accogliente come la mia. Mi piaceva rincasare quando vivevo da solo e persino quando ero ragazzo e abitavo con i miei genitori. Anzi, fatemi chiudere questo post che devo rientrare.