senza freni

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In quel periodo Carlo si sentiva tutt’uno con la sua macchina. Di certo passava molto tempo, per lavoro, al volante. E così, guidando, ritraeva il corpo contro il sedile nel caso di brusche frenate. Si accorgeva di far fatica e di un incremento del battito cardiaco quando premeva sull’acceleratore per affrontare le salite, appagando il senso di sfida una volta raggiunta la cima per poi godersi l’aria sul volto scendendo rapido il versante opposto, malgrado il parabrezza. Gli sembrava che fosse sufficiente inclinarsi a destra e a sinistra con il corpo per curvare o cambiare corsia. Abbassava la testa ogniqualvolta transitava sotto un ponte o un passaggio dall’altezza regolamentata, benché protetto dall’abitacolo. Gli veniva voglia di prendere a pugni il volante nei momenti meno felici della sua giornata. Armonizzava le canzoni trasmesse all’autoradio e, se le lunghe code lo permettevano, accarezzava la leva del cambio e seguiva con le dita i solchi dell’incisione sulla manopola come se vabbè, ci siamo capiti.

Electronic – Disappointed

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Ci piace pensare che a un certo momento gli artisti più impegnati degli anni ottanta abbiano raggiunto un punto di non ritorno e si siano liberati, abbandonandosi a una corrente di riflusso per decomprimere un po’ le tensioni del decennio musicalmente più contraddittorio del secondo dopoguerra. Immaginiamo quindi uno come Bernard Sumner cercare una valvola di sfogo dopo essersi fatto carico di una band con un suicidio alle spalle e un suono tutto da reinventarsi tra l’elettrico e l’elettronico, allo stesso modo in cui vediamo uno come Johnny Marr che, stufo di condividere il palco e il lavoro stesso con un frontman presuntuoso e ingestibile, cerca una situazione con meno pretese, compagni di strada più alla mano e senza limitazioni di genere.

E chissà se per gli Electronic è andata proprio così. Due personalità giovani e all’apice della maturità artistica che danno vita a un progetto per ricominciare daccapo ma con ben altre priorità, il divertimento innanzitutto. E forse la scelta di farsi coinvolgere da un poppettaro come Neil Tennant dei Pet Shop Boys è un po’ come quelli che, scaricati da un partner ingombrante, cercano di fare tutto il contrario di quello a cui si sono dedicati nella vita precedente per marcare il più possibile la distanza, demolendo i valori impartiti dall’ex fresco di divorzio.

Perché, diciamocelo, se non sapeste come sono andate le cose, direste davvero che dietro “Disapponted” ci sono il chitarrista degli Smiths e la mente dei New Order oppure mettereste la mano sul fuoco sul fatto che si tratta di un nuovo singolo pensato per scalare le classifiche del duo di “Paninaro”? Ma siccome viviamo a ventisette anni di distanza e oramai la nostalgia si è impadronita delle nostre vite tanto da convincerci a scrivere articoli su canzoni come queste, un brano dance e synth-pop come “Disapponted” mai come oggi ci sembra un prolungamento di due dei nostri gruppi preferiti, così vicino da poterlo toccare, così attuale e regolare nel ritmo da poterlo ballare, così di moda da poter farlo ascoltare a chi vive il presente unicamente come retaggio del passato e a chi ha il mito di quello che, per noi, era consuetudine.

Quindi sì, è il 2019 e “Disapponted” resta il pezzone che è, con quella ritmica di piano da discoteca e con quel modo subdolo di rendere difficili i pezzi ingenui che solo le menti geniali come Sumner e Marr riescono a mettere in pratica. La cassa dritta genera infatti l’illusione che tutto proceda con la massima regolarità per conciliare l’oblio del dancefloor e delle strobo in pista, ma armonia, melodia e arrangiamenti risultano complessi, in alcuni passaggi addirittura sghimbesci, con quei due accordi che chiudono le strofe per lanciare il ritornello che sembrano messi apposta per destabilizzare i puristi della musica commerciale, fino ai cori onnipresenti che anticipano certe atmosfere trance ancora in erba, per il 92. La chitarra di Marr, in questo tripudio di elettronica, è appositamente camuffata in secondo piano per poi fare capolino con grande disinvoltura e lucidità nei punti in cui c’è spazio per un protagonista unico, con quella ritmica funky da cui poi emerge il cantato al quale è doveroso dedicare qualche precisazione.

Neil Tennant, pur nel suo essere artefice di musica di merda (perché va bene tutto ma i Pet Shop Boys, per cortesia, proprio no) ha infatti indubbiamente un timbro originalissimo e straordinario. La sua voce è identificabile ovunque proprio come lo è quella di Sumner stesso, un registro del quale, per certi aspetti, ne costituisce la versione aumentata grazie a parametri più accondiscendenti di gradevolezza, affabilità e radiogenicità.

E come i migliori brani dei New Order, anche “Disapponted” non è presente in nessun album se non in una raccolta di singoli uscita quindici anni dopo, una specie di “Substance” con le cose più interessanti che gli Electronic hanno prodotto. Ma ci pensate? Gli Electronic. Una band con il destino nel nome. Un complesso sicuramente minore e allo stesso tempo annoverabile nella categoria dei supergruppi, amato dai fan delusi dai tira e molla di Sumner e soci e da quelli degli Smiths, ancora in lacrime per la scomparsa dalle scene così prematura dei loro beniamini.

“Disapponted” resta una canzone fatta della stessa materia delle hit industriali dei grandi gruppi dance dell’epoca – il 92 è l’anno di “Rhythm Is a Dancer” degli Snap – ma con le caratteristiche di un prodotto creato in una bottega di artigianato. D’altronde, parafrasando un verso della canzone, ci siamo innamorati tutti di qualcuno che non fosse un “qualcuno” stanco di sognare. E su un brano come “Disapponted”, così apparentemente facile da risultare inconciliabile con le semplificazioni che mettiamo in campo per districarci nelle scelte da cui dipende la nostra sopravvivenza e così evocativo da farci perdere il sonno, ci siamo cascati davvero in tanti.

riccardino uno di noi

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Gli anfibi della Dr. Martens li classificavamo a seconda del numero di occhielli. Quelli con il numero più basso, fatti a polacchina, ci sembravano delle scarpe ortopediche e non si addicevano a dei dark o dei punk. I veri alternativi avevano il dovere di calzare quelli che arrivavano sino almeno a metà polpaccio e le ragazze fin sotto al ginocchio. Quelli che proprio non bisognava comprare, quelli appena sopra la caviglia, li chiamavamo le scarpe di Riccardino, l’alter ego di Mario Marenco che, con la sua comicità assurda, ci spingeva a rientrare in tempo per vedere il programma in questione alla tele. Perdonateci: erano gli anni ottanta.

porta a porta

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Se riuscite a bypassare i rigidi sospetti di chi vi risponde al citofono il sabato mattina a ridosso dell’ora di pranzo e qualcuno vi apre i battenti del portone condominiale vi siete già portati a casa la giornata e potete considerarvi dei venditori porta a porta provetti, oltreché fortunati. Oggi, era quasi mezzodì, ho aperto la porta di casa in un’ora anomala per delle visite, pensando a qualche vicino bisognoso di aiuto. Mi sono trovato di fronte due rappresentanti della Forferk, come l’hanno pronunciata loro, che poi ho capito essere la Vorwerk, che sprizzavano voglia di piazzare il folletto da tutti i pori ricoperti dal trucco di ordinanza.

Ho immediatamente mangiato la foglia confessando loro di essere ampiamente fuori target per un aspirapolvere da mille euro e rotti. Il punto è che l’evoluzione della tecnologia rende sconveniente qualsiasi investimento cospicuo e a lunga durata. Come si farà a tenere pulita la casa tra due, cinque, dieci anni, ammesso che esisteranno ancora questa casa, questa pianura padana, questo pianeta? Ha senso, quindi, spendere così tanto per un dispositivo sicuramente di elevata qualità in tempi in cui l’obsolescenza tecnologica è all’ordine del giorno?

Per far fronte alle mie rimostranze la dimostratrice mi ha rassicurato dicendo che non le interessava vendermi nulla (CERTO VIRGOLA CERTO), piuttosto era lì per raccogliere dati e informazioni sul tema della pulizia della casa (CERTO VIRGOLA CERTO) da inviare alla casa madre in modo che potessimo contribuire a migliorare i prodotti Vorwerk (CERTO VIRGOLA CERTO).

Ho riflettuto quindi sullo storytelling della polvere, delle case vissute come la mia, dei peli dei gatti che trovo persino nel freezer, delle ragnatele agli angoli alti delle stanze che non si capisce mai come si formano, delle formiche che – indipendentemente dalla stagione – si precipitano da chissà dove nei muri su qualsiasi briciola commestibile che finisce sul pavimento e mille altre cose così. La dimostratrice ha chiesto se mia moglie fosse in casa, come se l’igiene domestico non riguardasse anche me e solo perché non ero l’interlocutore giusto in quel momento, quando poi se c’è da sganciare rate su rate non importa se sei uomo o donna. Il settore degli elettrodomestici per la pulizia è in continua evoluzione come tutto quello che può essere dotato di una batteria al litio, accessoriato con un chip, comandato con uno smartphone, programmato in base a fascia oraria, contratto di fornitura dell’elettricità e cose così. Ho risposto di sì ma sottolineando, il più gentilmente possibile, quanto si trattasse di una perdita di tempo per entrambi. Fondamentalmente non ho soldi abbastanza, sono a posto così e finché abiteranno dei gatti, qui, ogni investimento in pulizia sarà sovradimensionato.

the social network

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Il fallimento dei Social Network è riconducibile al fatto che anziché avvicinare i popoli, contribuire ad accorciare le distanze del pianeta, dare luogo a quel villaggio globale fine ultimo sin dalle origini di Internet, farci conoscere le persone, darci l’opportunità di esprimerci e di ascoltare, ci ha sbattuto in faccia l’amara realtà: la gente fa schifo, tutti odiano tutti, ed è meglio starsene chiusi in casa a leggere, ascoltare musica e vedere la tele.

gianburrasca

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I gradi di separazione sono una delle beffe più subdole perpetrate al genere umano e alla sua intelligenza. Con la storia dei gradi di separazione – pensate un po’ – si va dall’autore della strage di Christchurch a Luigi Di Maio, passando per Luca Traini e Matteo Salvini. Oppure si arriva alla giovane Greta Thunberg partendo da Rita Pavone, due poli da cui si irradiano da una parte i milioni di studenti scesi in piazza per l’ambiente stamattina e, dall’altra, il cast di numerosi musicarelli di cui la celebre zanzara (oggi residente in Svizzera, guarda un po’) è stata protagonista. La disdetta, in questo caso, è quella di dover mettere nello stesso calderone l’anelito al cambiamento globale per salvare il pianeta con la rivoluzione al gusto di pappa al pomodoro. Questa sì che è una grande chiesa, altro che quella parte da Che Guevara e arrivo fino a Madre Teresa. Consideriamo quindi le narrazioni così differenti a cui abbiamo assistito oggi. Giovani che già sono sfigati per il fatto di essere nazifascisti che scelgono riferimenti storici e politici altrettanto sfigati, e dall’altra parte giovani di tutti il mondo che prendono “Bella Ciao”, la traducono e la rendono inno dell’ultimo movimento che ha la possibilità di cambiare il mondo. La strage che si è consumata in Nuova Zelanda così risulta l’ennesima prova che il fascismo, a fare cose buone, proprio non ci riesce. Gente come Tajani o come gli elettori grillisti che hanno contribuito a riportare l’estrema destra al governo del nostro paese dovrebbero fermarsi e fare una proficua riflessione.

nel tempo

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Vedere come cambia il mondo e come cambiano le cose per chi ci vive (al momento io e voi che leggete) non è sempre facile e può essere paragonato a quando hai sotto gli occhi quotidianamente una persona, per esempio un figlio, e non ti rendi conto che cresce o invecchia. La vista ci condanna a un continuo presente e gli altri sensi non sono da meno. Quando la qualità dell’aria è peggiorata? Ci ricordiamo il momento in cui lo yogurt è diventato così dolce? Quando è stato che il bitrate degli mp3 ha aumentato le informazioni presenti nei file compressi e ha raggiunto la stessa completezza dei formati audio più nobili? Ci sono milioni di esempi a supporto di questa teoria che nessuno ha ancora messo nero su bianco perché, probabilmente, non è una teoria ma una cosa campata in aria. Soffermiamoci però sull’evoluzione dei rapporti umani dovuta alla rete e alle tecnologie digitali e l’impatto che hanno provocato alla sfera dell’affettività e della sessualità. Vale quanto dicevamo prima: il cambiamento non si è manifestato di punto in bianco ma si sono gradualmente consolidati comportamenti e abitudini ai quali ci siamo adattati. Non si parla di più di educazione sessuale nei preadolescenti ma come intercettare il loro sviluppo esposto alla pornografia online. C’è meno immediatezza tra le emozioni e la nostra reazione ad esse a causa della comunicazione in differita e alla difficoltà per la quale non riusciamo a esprimerle pienamente, dovendo scriverle anziché dirle e basta e avendo scarsa dimestichezza con la grammatica. Insulti e offese crescono e diminuiscono di gravità secondo parametri che esulano dal significato delle parole. La nostra personalità è sempre più multiforme per via della facilità con cui possiamo costruirci identità nelle relazioni virtuali. Le dinamiche stesse con cui si tessono rapporti rendono superflui metodi, luoghi e tecniche tradizionalmente dedicati alla pratica del corteggiamento. Nella meta-società alla cui formazione i social network hanno contribuito, un groviglio multi-dimensionale di contatti, intrecci e approssimazione dei gradi di separazione, e nel quadro entropico che emerge da tutto ciò, sapreste dire come, quando e perché ci si piace e ci si attrae ancora, tra gli esseri umani, oggi? Ci ho pensato tornando a casa in macchina, riflettendo su un piccolo irrilevante episodio che mi è capitato a sedici anni. Avevo scovato il numero di telefono di una ragazza poco più giovane di me sull’elenco – il numero di casa, ovviamente – e l’avevo chiamata per chiederle di uscire. Alla telefonata però aveva risposto il padre, un ufficiale dei carabinieri piuttosto all’antica, il quale si era rifiutato di passarmi la figlia stroncando sul nascere una relazione sentimentale. Mi chiedo come sarebbe stato l’esito della storia se fosse accaduta oggi, se io e Michela fossimo nati trentacinque anni dopo.

classici della letteratura italiana che renderebbero benissimo in versione serie tv

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Cari amici di Netflix date retta e me e lasciate perdere tutto quello che state facendo. Concentrate i vostri investimenti per coinvolgere i migliori registi americani del mondo (ci siamo capiti) e ditegli che se vogliono fare veramente il botto devono creare serie TV partendo dai classici della letteratura italiana. Eccovi qualche spunto:

– una serie di mondi sottosopra e ultraterreni ricchi di storie da ripercorrere per uscirne sani e salvi con guide d’eccezione, una specie di “Stranger Things”, per farci capire
– saghe con mix tra guerre di religione, follie dovute a tradimenti amorosi, epica a bizzeffe e vicende di casate nobili così avvincente da far risultare insipida “Game of Thrones”
– storie d’amore che prima che vadano a buon fine ci si mettono in mezzo ostacoli di ogni tipo: poteri corrotti, chiesa, mafia locale e persino epidemie di lebbra, un mix tra “Suburra”, “True Detective” ma in salsa romantica
– format di episodi con numerose storie a sé raccontate da una brigata di sette ragazze e tre ragazzi che si rifugiano mentre una terribile catastrofe si abbatte nella città da cui provengono, una roba che quelli di “Black Mirror” se la sognano.

Ve ne vengono in mente altre?

tera di questi giorni

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Grazie a Internet ho trovato tutti i lavori che ho svolto nella mia vita e tutti i lavori che ho svolto nella mia vita hanno avuto Internet al centro. Anche ora che faccio l’insegnante di scuola primaria il discorso non è molto diverso. Mi sono iscritto al concorso su una piattaforma online (un po’ rudimentale ma comunque online), ho ricevuto via email l’esito dello scritto e ho preparato l’orale servendomi del web, per non parlare della didattica digitale che pratico quotidianamente e che ha sempre lì il suo fulcro. Mia moglie ed io ci siamo conosciuti in Internet, posso frequentare i miei vecchi amici distanti in rete e grazie ai Social Network ho incontrato persone molto interessanti da cui sono nate relazioni molto edificanti. E, ancora, l’Internet mi consente di coltivare i miei principali hobby. Da sempre in rete trovo nuova musica e riesco a scovare materiale su quella che amo. Inoltre l’ultima parte della mia piccola carriera da musicista si è presa grandi soddisfazioni grazie alle piattaforme di condivisione e distribuzione di musica. Internet mi permette quotidianamente di scoprire letteratura affine ai miei gusti, e, soprattutto, di scrivere quando, come, dove e soprattutto quello che voglio. Qui, sui siti e i blog che da metà degli anni novanta a oggi mi hanno ospitato, sui Social Network, posso ammettere di essermi realizzato come mai sarebbe stato possibile senza. Tralascio la parte di comunicazione, di collaborazione e di varia utilità che Internet mi mette a disposizione per togliermi da pasticci, per trovare informazioni, per risolvermi dubbi, per chiarirmi le idee, per informarmi e per confermarmi quando ne ho bisogno. E, sicuramente, in questo giorno del ringraziamento ho dimenticato di ringraziare Internet per qualche vantaggio che mi ha dato e che ora mi sfugge. Oggi il World Wide Web, che è il sistema che permette di usufruire dei contenuti su Internet, compie trent’anni. Certo, potrebbe essere migliore. Ma già così è abbastanza una figata.

Un extracomunitario avvicina un ragazzino finlandese nella metropolitana di Helsinki. Guarda cosa gli succede

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[questo pezzo è uscito su Loudd.it]

“Un extracomunitario avvicina un ragazzino finlandese nella metropolitana di Helsinki. Guarda cosa gli succede”. Ecco. Se “Freestyler” fosse un video virale del 2019, con tutta la cecità sociale che si consuma quotidianamente dalle nostre parti, Facebook sarebbe invasa da fake news sull’accaduto e un clickbait di questo tipo farebbe il pieno di visite da parte dei populisti poco informati e rimandati in storia con cui siamo costretti a condividere il presente.

Per fortuna “Freestyler” è un brano uscito nel 1999, esattamente vent’anni fa, in un momento in cui non c’era ancora tutta questa smania di smantellare l’Europa socialdemocratica per un’illusoria democrazia diretta pilotata dalle fatiscenti piattaforme digitali controllate dalle aziende private, secondo una formula spacciata per antipolitica. In realtà anche allora le cose si potevano cambiare con un clic ma – come ci insegnano i Bomfunk MC’s nel video in questione – rigorosamente su un lettore Minidisc, l’ultimo dei grandi formati proprietari spazzato via dalla banda larga. Il ragazzino finlandese arriva sano e salvo a destinazione – perdonate lo spoiler – ma nel suo viaggio sui mezzi pubblici ferma, riavvolge, accelera le sequenze remixando a modo suo la realtà secondo una perfetta metafora delle potenzialità offerte dalla drum’n’bass.

E, della drum’n’bass, “Freestyler” dei Bomfunk MC’s – progetto che da lì in poi, ricordiamolo, è svanito nel nulla – è l’ultimo baluardo. Finisce il secolo e si cambia ritmo con un brano d’addio che fa il pieno di ascolti. C’è l’intro con il dobro, ci sono le sequenze, gli stop and go, le tipe maggiorate dai lineamenti misti (come tutti, del resto, nel video) che ballano il mistero di questo breakbeat raddoppiato che però, sotto sotto, ha il tempo di un reggae a velocità normale, e ognuno può scegliere davvero come muoversi sulla pista. Il problema è che già nel 99 oramai c’è davvero poca roba con cui mixarlo. Da lì a poco inizierà la restaurazione della cassa dritta e dovremo aspettare almeno sino ai Rudimental di “Not Giving in” o ai 21 Pilots della coda di “Lane boy” per riaccendere i motori, anche se a più di dieci anni di distanza.

Tutto questo per dire che ancora oggi c’è gente che farebbe carte false per amalgamare fattori così genuini e dare alle stampe una canzone così fortunata e travolgente anche se poi, a leggere il testo, non è che “Freestyler” sia un vettore di messaggi epocali. Puro ballo e flow scorrevole. Questo non ha impedito alla band finlandese di fare jackpot, considerando che il singolo ha raggiunto la vetta delle classifiche di diversi paesi europei fino all’Australia, alla Nuova Zelanda e alla Turchia, conquistando persino la posizione numero due nel Regno Unito, in cui è stato il singolo più venduto del 2000.

E allora, come fa il giovane protagonista del video in metropolitana, riavvolgiamo la traccia e riascoltiamola da capo, vent’anni dopo. E non mi riferisco al rifacimento del video appena pubblicato, in cui si vedono i Bomfunk MC’s, a differenza del loro successo, appesantiti da vent’anni in più sul groppone. Usiamo la fantasia. Notate le differenze? Il ragazzino, come i suoi coetanei, oggi vive secondo la moda maschile del momento che impone tagli di capelli che sfidano la gravità, altro che dreadlock da centro sociale. Si diletta con la depilazione totale e ha la pelle impiastrata da tatuaggi senza senso, comprese le scritte sulla faccia. L’abbigliamento è sempre sportivo ma le taglie XXLL lasciano il posto alle linee super slim fit e alle altre vestigia del poverismo della migliore trap di periferia. Al posto della Sony con il suo supporto – sparito dal mercato in tempi record – c’è la Apple con un modello di smartphone ultimo grido.

Per il resto, ditegli di continuare pure ad ascoltare la sua musica con le cuffiette senza preoccuparsi del prossimo: anche se la politica del terrore sfrutta la paura dell’immigrazione come diversivo, il massimo che può capitare a noi bianchi occidentali in metropolitana è che qualcuno ci tiri in ballo in un contest estemporaneo di streetdance per il quale, con il ritmo nel sangue che ci ritroviamo, ci spettano ben poche possibilità di vittoria.