questo è il modo in cui dovrebbe iniziare

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Non ci ho messo né uno né due a pensare a loro quando la NASA mi ha chiesto di un suggerimento su quale band ingaggiare da mandare su Marte come la più rappresentativa del genere umano e di tutti i tempi per far conoscere al resto dell’universo che cosa intendiamo sulla Terra quando parliamo di rock. Il “Sistema Solare Tour” dei Led Zeppelin al completo, comprensivi quindi anche di John Bonham alla batteria e con Page, Plant e John Paul Jones poco più che ventenni, comincerà il prossimo autunno dal pianeta rosso e prevederà tappe in tutti i pianeti più cool dello spazio come lo conosciamo. Per mettere subito le cose in chiaro con i fan dei Beatles, Stones, Queen eccetera vi dico solo che se la consulenza è stata chiesto a me, un motivo ci sarà. Studiate quanto ho fatto io, candidatevi al mio posto e poi vediamo che succede.

il disco con le cinquemila lire in copertina

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Con i cantautori degli anni settanta c’era poco da ridere. Le canzoni non dico spigliate ma almeno non deprimenti sono una rarità. Guccini e la sua “Avvelenata”, “Vaudeville” di Vecchioni, quasi tutta la discografia di Bennato ma perché lui ha una matrice anomala. Lo specifico del cantautore di quegli anni era tutt’altro quello del buontempone e, credetemi, meglio così perché con questa gravità di contenuti abbiamo fatto scuola e si ricordano ancora di questa cosa tutta nostra anche all’estero. “Aspettando Godot” è uno di quei dischi che noi che siamo cresciuti con dei fratelli maggiori in quegli anni lì custodiamo gelosamente nella nostra collezione anche se, a dire il vero, raramente ci viene voglia di metterlo sul piatto. Non sono tempi di metasignificati, questi. Si punta sulla generalizzazione e sulla semplificazione, la sintesi che il nuovo ciclo (sub)culturale impone non lascia spazio agli approfondimenti. Se ci si guarda dentro è per accedere alla cronologia dei social. Non c’è spazio per riflettere, in così pochi caratteri a malapena ci sta il titolo. Tantomeno se le parole di certe canzoni della cui esistenza ci ricordiamo quando è il loro autore a lasciarci ci buttano giù di morale: l’amarezza della vita, gli amori non corrisposti, gli ostacoli più alti per i più deboli e persino la morte. Stamattina mi è sembrato doveroso ascoltare la mia copia del 33 giri di “Aspettando Godot” di Claudio Lolli. Poi mia moglie ed io ci siamo guardati e nemmeno a metà della titletrack, la prima traccia del lato A, abbiamo spento, cogliendo l’inappropriatezza del tempo che viviamo rispetto alla canzone, mica il contrario, cosa credete.

le orme

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Il padre di Federico fa l’ottico ed è per questo che sfoggia costose montature sin da quando era bambino. Quasi tutti gli amici che hanno i genitori avvocati dopo il liceo si sono iscritti a giurisprudenza e hanno ereditato i clienti dello studio di famiglia. Roberto è cresciuto nella gelateria dei suoi ed è per questo che oggi è uno dei massimi esperti in ambito marketing del gelato nel mondo. Mio papà, che ha fatto il contabile per tutta la vita, mi ha permesso di evitare il ricorso a un commercialista nel periodo in cui ho avuto la partita IVA. Simona è la migliore dentista del circondario e dovreste vedere come sono cresciuti i suoi due figli, a igiene dentale. C’era anche un tempo in cui se lavoravi per le Ferrovie dello Stato potevi far viaggiare la tua famiglia senza pagare alcunché. Io me lo ricordo. I compagni di classe che avevano il papà macchinista o controllore non avevano problemi a fare l’abbonamento ogni mese, anche se a dirla tutta la spesa per gli studenti era davvero irrisoria. Muoversi in treno gratis per andare in vacanza aggiungeva però un fattore di convenienza a un’idea già romantica di per sé. C’erano poi le case dei ferrovieri, interi quartieri costruiti a ridosso della stazione. Chissà se erano convenienti oppure no. I mestieri che invece non comportano nessun valore aggiunto al di là dello stipendio e del trattamento di fine rapporto sono moltissimi, quindi non dovete provare la sensazione di fallimento se vendete sigarette elettroniche, lavorate come me nel marketing, fate i musicisti di serie B o magari proprio non avete una famiglia che possa avvantaggiarsi dei vostri benefit. Quando però vedo Sabino che, in barba alla sua laurea in Economia, mi serve la migliore pasta fresca ripiena della zona o Gabriella che ha fatto evolvere la vecchia bottega di materiale per elettricisti del padre nel più fornito rivenditore di componentistica hardware e software della zona, mi piace pensare che camminare sulle orme dei genitori non sia una scelta obbligata in grado di spegnere gli entusiasmi giovanili, ma un punto di partenza per portare il proprio cognome ancora più distante.

il ponte di Brooklyn

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Per noi che veniamo dalla provincia quel ponte è il ponte di Brooklyn. La rampa ultima di accesso alla grande città, proprio come quella che unisce i sobborghi a Manhattan. Un passaggio sospeso tra l’ordinario e l’insolito, tra il familiare e l’ignoto, tra le certezze del vissuto comprese nel biglietto ritirato al casello d’ingresso e la trasgressione che attende al di là del tunnel, a pedaggio corrisposto. L’ingegneria pensata per il piacere di chi la percorre sopra, con lo spettacolo delle luci dall’alto, a scapito di chi la abita sotto, nei palazzi appiccicati alle arcate come nei pattern sottosopra di Escher che, da Genova, ci è pure passato. Il nostro ponte di Brooklyn si snoda lentamente lungo il parabrezza, nella smania di raggiungere la notte della metropoli, i locali misteriosi del centro storico, la promiscuità e l’internazionalità dei vicoli, le tendenze che non oltrepassano i quartieri della periferia e che bisogna venire a cercarle di persona da chi le professa e che difficilmente se ne libererà per degli sconosciuti venuti da fuori. Il ponte concentra gli ultimi km che separano un manipolo di ragazzi degli anni ottanta dalla musica nella penombra, la stessa che si propaga lungo quel rettilineo in quota, esplosiva e implacabile fuori dalle casse di un autoradio dal suono sin troppo nitido. Il ponte è il trampolino per il loro corpi pronti a librarsi nell’estasi della danza, in spazi saturi di fumo, sudore e alcool. I lampi ravvicinati delle luci strobo che accendono istantanee di volti segnati dal trucco nero che cola sulla pelle color latte. Il ponte è lo stesso da percorrere in direzione opposta, ai primi chiarori del mattino, ora sfocato come se evaporasse cancellando con sé tutte le sensazioni volatili che la grande città pretende come tributo, prima di abbandonarla al nuovo giorno. Ce ne torniamo nei nostri piccoli paesi di provincia a continuare a nascondere quello che abbiamo appena visto, le storie che nessuno si immagina possano accadere così vicino, al di là del ponte di Brooklyn.

italia germania 3-4

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Mentre osservavo una donna poco più che ventenne passeggiare scalza per il Neustadt di Dresda con tre figli al seguito, uno dei quali addormentato in una di quelle fasce portabebè e gli altri due in ordine sparso conciati secondo i loro sport preferiti, ho pensato di chiudere sui due piedi (quelli scalzi  della madre) l’ultimissima sfida tra noi e i tedeschi con un ulteriore successo per loro. L’ennesimo viaggio nell’economia di Angela Merkel ha in me ulteriormente sancito la superiorità della Germania sull’Italia tanto che ho pensato che tutto l’astio che proviamo per l’Europa e l’Euro deriva da questo incolmabile complesso di inferiorità che nutriamo verso i tedeschi perché i tedeschi rappresentano perfettamente un ideale di vita che non riusciremo mai a raggiungere: gente serissima sul lavoro che sa come divertirsi al meglio nel resto del tempo, a differenza di noi italiani che pretendiamo di fare i buffoni sia in ufficio che al bar ma poi di tutta questo genio e sregolatezza non sappiamo che farcene al momento di pagare la bolletta, tanto che chiediamo aiuto ai tedeschi e ci offendiamo se ci danno dei pagliacci spaghetti pizza mozzarella e mandolino tanto che poi eleggiamo mentecatti come i grillisti o i fascioleghisti che, non sapendo che pesci prendere, fanno volare paroloni contro questa gente superiore che, giustamente, ci guarda per i pezzenti che siamo.

La cosa che non capisco è come sia possibile che, malgrado tutto, nelle città in cui sono stato nella vacanza di quest’anno – mi riferisco a Lipsia e Dresda e lascio da parte Berlino, parte altresì del viaggio ma sulla quale abbiamo già speso sin troppe parole – continui a sopravvivere questo inspiegabile culto per l’Italia. Al netto dei ristoranti che richiamano alla nostra celebre gastronomia, i richiami e i tributi alla nostra lingua e alla nostra cultura sono frequenti. Ci rispettano pure, ci dicono “ciao” come se l’italiano fosse una lingua universale alla pari dell’inglese.

Comunque se volete qualche dritta sulle due città della Sassonia, leggete da qui in poi. Il bello di Lipsia è che è una città tutt’altro che turistica, per questo è interessante se volete cogliere l’essenza dei tedeschi. Dresda invece è come Praga e poi il barocco, a dirla tutta, ha rotto il cazzo. Fine delle dritte. Di entrambe le città però meritano molto i quartieri che stanno concentrando creatività, arte, cultura e architettura, e mi riferisco proprio al Neustadt in cui ho notato la donna scalza, a Dresda, e Lindenau/Plagwitz a Lipsia, due aree in cui il rischio gentrificazione è sempre più reale. L’idea che mi sono fatto è che si tratti di un fenomeno comunque sano, alla tedesca e non alla milanese, per dire. Tra i soliti fricchettoni vedi famiglie in giro e non i merdoni che prendono l’aperitivo come all’Isola.

E per giustificare la vittoria tedesca sull’Italia in questo Campionato Mondiale delle Vacanze 2018, ecco una sintesi delle azioni che hanno portato alla valanga di gol:

– gli immancabili carrelli porta bambini per bici; dal momento che vanno tutti in bicicletta, i rimorchi sono diffusissimi. In Italia non ne ho mai visto uno ma lo capisco: con tutti i dementi che guidano i SUV in giro strafatti di coca c’è da avere paura. In Germania, a meno che non vi imbattiate in qualche corteo di neonazisti (ma d’altronde chi è senza peccato scagli la prima pietra) c’è totale tranquillità in giro, sia a Lipsia che a Dresda il traffico è davvero ridotto all’osso, sono tutti a spasso a pedalare e c’è da chiedersi come sia possibile
– non ho mai mangiato cibo di scarsa qualità, anche nei posti più economici o nei discount più dubbi. La prossima volta che sento un italiano dire che in Germania si mangia male lo invito in pausa pranzo all’all-you-can-eat cinogiappo sotto il mio ufficio
– si trovano cibi biologici ovunque e di qualunque tipo
– donne e uomini sono tutti super in forma e anche quelli più gonfi si vede che fanno sport, mica si pompano in palestra come i nostri conterranei zarri
– c’è un culto dell’infanzia commovente. Ogni angolo è attrezzato con giochi per bambini tanto che se sei un italiano che vorrebbe essere un tedesco ti viene da dire che le vacanze da tedesco le faresti nello stesso posto in cui vivi. La tranquillità di cui sopra induce a lasciare i bimbi giocare per strada, nessuno è a rischio
– purtroppo il tasso di gente tatuata sta crescendo anche in Germania e, da questo punto di vista, si profilerebbe un pareggio. Inutile dire però che i tedeschi sfoggiano tatuaggi in modo più elegante, nella maggior parte dei casi non c’è mai commistione tra zarraggine e tatuaggi come negli zarri italiani
– se già lo avete notato a Berlino, una visita in città più defilate come Lipsia e Dresda vi confermerà che in Germania si vestono tutti come cazzo vogliono e a nessuno sembra interessare che cosa indossa il prossimo. Io non trovo questo fattore come una mancanza di gusto, piuttosto come vetta di buon senso sul grado di importanza dato alle cose irrilevanti. Siano lodati i calzini con le Birkenstock
– quando ordinate al ristorante ricordatevi che le porzioni sono il doppio di quelle che danno dalle nostre parti, quindi se siete in tre e ordinate solo due piatti gli esercenti non se la prendono come succede da noi

Per giungere a una conclusione, anche se il mio giudizio è condizionato dal fatto che mi è capitato di incontrare una ragazza decisamente attraente pressoché nuda in giro per la città, posso confermare che la Germania merita sempre più attenzione e non è solo un apostrofo color wurstel tra una birra e quella successiva e se vi piace fingere di abitare – secondo l’ottica Airbnb – in una città ordinata, pulita, a misura d’uomo, sicura e tranquilla, i tedeschi saranno lieti di ospitarvi nella loro civiltà che non è solo una questione di centro o di periferia ma si tratta di una vera e propria forma mentis.

la Summertime Sadness l’abbiamo inventata noi

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[questo articolo è uscito su loudd.it]

Nel 1961 la new wave non era stata ancora inventata e lo spleen continuava ad essere un’esclusiva dei jazzisti. Un fattore da non trascurare, se si considera che in Italia il jazz si confermava unico baluardo in contrapposizione alla canzonetta (quello che oggi chiameremmo pop) e che, se permeava molte delle composizioni che si sentivano in giro – dalla musica da ballo alle sigle per la tv sino alla pubblicità – non era facile, per i caratteri più solari, mantenere l’ottimismo circondati da tutte quelle blue note. Soprattutto se i lenti cantati di matrice jazz favorivano stati d’animo come struggimento e tormento dovuti, ça va sans dire, a un amore andato a male.

In anticipo di più di mezzo secolo rispetto a una regina dell’inquietudine come Lana Del Rey, allo scoccare del solstizio di giugno non c’è canzone che interpreti meglio la summertime sadness che pervade i detrattori della bella stagione di “Estate” di Bruno Martino. Probabilmente composta senza alcuna particolare velleità di dare alle stampe musicali il capolavoro che si è poi rivelato, e probabilmente nata come tante altre canzonette o lenti da rotonda sul mare, melodie da ombrelloni, città vuote sotto la canicola, radioline da picnic, “Estate” è (credo) l’unico brano di un autore italiano compreso nel “Real Book”.

Di certo è diventato uno standard quanto composizioni jazz più blasonate se musicisti del calibro di Chet Baker, Michel Petrucciani e Toots Thielemans l’hanno suonata e messa in repertorio nei loro concerti. Per non parlare del successo della versione di Joao Gilberto, caratteristica per il costante anticipo dei versi della strofa rispetto al ritmo bossanova a un bpm di una lentezza mostruosa, una rivisitazione che peraltro ha contribuito ai tempi a diffondere la fama della canzone di Bruno Martino nel mondo.

Il titolo originale in realtà era il più appropriato “Odio l’estate”, un manifesto d’intenti dei cuori spezzati sopraffatti dalla diaspora degli affetti propria dei mesi più caldi. Gli animi neo-crepuscolari o post-esistenzialisti rifuggono la luce, la spensieratezza, le serate da una botta e via a cui le epidermidi al profumo di creme doposole inducono. Per i veri romantici dark l’amore non va in vacanza, e sopravvivere fino al ritorno dell’autunno non è un’impresa semplice.

E nell’estate del 1961 alle indole più sensibili ed emotive è stato concesso un po’ di ristoro con una manciata di versi e un’armonia perfettamente complementari. La solitudine auto-imposta in un’estate calda come i baci perduti e gli amori passati che il cuore vorrebbe cancellare, sarà vendicata solo dall’inverno spietato che, con le sue provvidenziali intemperie, spazzerà via ogni ricordo. Tutto questo su una successione di accordi e un arrangiamento degni dei maestri del jazz americano e delle grandi orchestre del dopoguerra.

Peccato che per colpa di una parodia di Lelio Luttazzi, che ne rimasticò il ritornello in “Odio le statue”, intuizione comunque esilarante, Bruno Martino ripiegò su un titolo meno d’effetto che poi è quello con cui ancora oggi i cantanti e interpreti più impegnati la ripropongono a loro modo. Ma è riduttivo pensare a “Estate” come all’espressione di un mondo agli antipodi rispetto al nostro, una citazione colta per chi vuol dar aria alla bocca per celebrare la bella canzone di una volta, una generalizzazione della nostra società piccolo borghese precedente alla bomba rivoluzionaria pronta a scoppiare di lì a qualche anno. Forse, se avessimo lo stesso culto che nelle scuole di jazz in USA si riserva alle radici musicali, uno come Bruno Martino qui da noi avrebbe la stessa considerazione con cui gli americani si ricordano di Nat King Cole.

P.s. “Odio l’estate” è anche un ottimo saggio di Paola De Simone dedicato proprio al grande Bruno Martino.

cancelliamoci in massa da Facebook e Twitter

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Basta odio, basta fake news, basta opinioni di gente mai vista e mai conosciuta, basta social media manager, basta ironia, basta condivisioni che ci fanno comunque leggere cose che non avremmo voluto leggere, basta con le centinaia di rilanci della stessa cosa, basta tempo perso che nessuno ce lo restituisce, basta profili finti che ci abbordano per soli scopi di marketing, basta squadrismo nei commenti, basta branchi di hater, basta fraintendimenti perché scriviamo come parliamo e leggiamo come ascoltiamo, basta dire sempre la nostra ad ogni costo, basta intervenire in argomenti che non conosciamo, basta permettere a gente disinformata di esprimere considerazioni fuori luogo, basta banalità, basta equivoci, basta luoghi comuni, basta demenzialità, basta oscenità, basta errori grammaticali. La mia crociata d’ora in poi sarà radunare tutti quelli che vogliono smettere di stare sui social. Se volete partecipare fatemi sapere così ci organizziamo.

la multa per chi mette la bandiera italiana dopo il nome

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Non so se, come me, siete intervenuti nel dibattito che ha coinvolto il giornalista di quel quotidiano nazionale (uno dei più venduti, peraltro) che ha messo la bandiera della Germania sul suo profilo intanto perché è in vacanza in Germania e da lì ha voluto dare una bella lezione a quelli che si fanno belli con il tricolore dopo il nome, come se bastasse un vezzo da social network a sancire il merito di una cittadinanza o l’orgoglio di un’appartenenza al territorio. Concordo con lui. Con il giornalista, intendo.

Se appartenete invece a quell’altra categoria, quelli a cui basta un’effigie verde-bianco-rossa per dare aria alla bocca con sentenze razziste, siete proprio dei perfetti stolti. Ma non ve l’hanno insegnato a scuola che la bandiera ad accompagnamento del nick serve esclusivamente per comunicare ai vostri seguaci il luogo in cui state trascorrendo le ferie, quando vi trovate al di fuori dei confini nazionali?

Ma attenzione. Siete ancora in tempo a mettervi in regola con la normativa prima di cadere vittime dell’operazione di data cleansing con cui la multinazionale dei messaggi laconici sbatte fuori dai giochi i profili dichiarati inappropriati, una sacrosanta operazione di ostracismo virtuale messa in atto a cadenza quindicinale. In occasione del prossimo repulisti saranno presi di mira proprio i vessilli adoperati in questo modo poco consono alle linee guida corporate. Cosa state aspettando? Correte subito a modificare il vostro nome cancellando la bandiera.

Per completezza di informazione è giusto ricordare che il nostro amico giornalista, protagonista di questa querelle, ha dichiarato che al suo rientro in Italia riprenderà a professare la sua nazionalità neutra sul web per non essere confuso con questa sottospecie di patrioti da operetta. Andate a leggervi l’articolo.

double face

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Se invidiate quelli che sanno fare benissimo un cosa schiumerete di rabbia per quelli che ne sanno fare benissimo due e la seconda, che per loro occupa una posizione di puro e semplice hobby da praticare nel tempo perso, è ciò per il quale voi vi siete esercitati per tutta una vita, magari avete pure studiato per quello e oggi è il vostro lavoro. Così questo vezzo di una razza di fottuti perfettini finisce per trasformarsi in uno stramaledetto bipolarismo professionale che è più che un insulto per il resto dell’umanità unicista. Sales manager che di botto aprono scuole per subacquei. Ingegneri che si danno all’insegnamento del Feldenkrais. Contrabbassisti che, dopo aver compreso che a suonare non si cava un ragno dal buco, sfruttano la loro attitudine alla pratica della fisioterapia. Impiegati di banca che fanno i miliardi con la produzione del miele. Carpentieri che pubblicano libri di successo. Addetti alla comunicazione che sfondano nella gastronomia, un settore oggi molto di moda. La fortuna è avere a disposizione un piano B innato, una opportunità latente da tenere a portata di mano, una vita di scorta che da qualche parte, nel tempo o in una dimensione che non conosciamo, qualcuno se ne è appropriato a scapito di chi ne ha a malapena mezza.

i pezzi costruiti su quattro accordi ripetuti all’infinito che non annoiano sono molto pochi

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[questo articolo è uscito su loudd.it]

I pezzi costruiti su quattro accordi ripetuti all’infinito che non annoiano sono molto pochi. Quelli che, oltre a non annoiare, spaccano di brutto si contano sulle dita di una mano. È il caso di “Leave them all behind” dei Ride e della formula chimica sulla base della quale il capolavoro del shoegaze inglese è stato composto.

“Leave them all behind” è un pezzo unico in tutti i sensi. I Ride sembrano infatti aver preso un blocco di materia grezza musicale sul quale è stato possibile scolpire tutto il brano nel suo insieme. Lo si evince dalla totale assenza di giunture, fughe, incastri o saldature tra componenti diverse, nemmeno quando alla metà precisa del brano, con un senso della simmetria unico, una modulazione verso toni vicinissimi fa intendere un giro di boa per il rush finale, o quando a un minuto dalla conclusione l’esecuzione inizia ad inacidirsi con un vortice sempre più stretto di passaggi armonici che fa girare la testa.

Nonostante le innumerevoli stratificazioni di chitarre acustiche ed elettriche, il cardine del brano è una sequenza di bicordi eseguiti con il sintetizzatore che, attraverso un loop dagli accenti tutti sballati, descrive dall’inizio alla fine l’orbita intorno alla quale, come satelliti, ruotano a loro volta pattern di batteria molto regolari e ricchi di rumorosissimi piatti insieme al basso portante, che ne segue il rotondo incedere. Il ritmo straripa da un giro a quello successivo con passaggi sempre diversi tra di loro, ogni volta. In cima svettano le voci, rigorosamente in coppia ad armonizzarsi a vicenda con note lunghe, un espediente in grado di portare il brano a livelli di psichedelia da record.

Tutto questo sembra andare avanti da sé dopo un moto iniziale, una sorta di causa prima del divenire che ha dato origine al tutto, grazie alla quale si può eseguire “Leave them all behind” ad occhi chiusi, o anzi con i capelli sugli occhi senza vedere nulla, o ballarlo scuotendo la testa in una coreografia rotante volta al raggiungimento di un’estasi mistica. Potete mettere “Going blank again”, di cui “Leave them all behind” è la prima traccia del lato A, e poi per più di otto minuti di autonomia andare in trance e non pensarci più, non pensare più a nulla. Muovetevi a tempo e basta ma, appena la canzone volge al termine, siate pronti a spegnere tutto prima che inizi “Twisterella”, il brano successivo. Dal sogno alla realtà, il contrasto può risultare letale.