se un prodotto ha bisogno del marketing non funziona bene

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La vicenda si è conclusa con il successo del comitato dei consumatori. La commissione si è arresa all’evidenza e tutti saranno accontentati. La vittoria del contenzioso ha ovviamente premiato non solo chi si è impegnato nella richiesta di modifica della normativa: d’ora in poi l’abrogazione ha validità universale. Che cosa cambierà realmente nella nostra vita quotidiana è difficile da prevedere e sarà evidente soltanto a partire dai prossimi giorni, quando una dopo l’altra tutte le rimostranze verranno evase dai diversi organi di competenza. Probabilmente si partirà dalle questioni più urgenti: Bolsonaro e l’Amazzonia che brucia, una crisi ambientale di carattere ecumenico che imporrà uno stop definitivo agli incendi che stanno divorando il polmone del pianeta. I paesi le cui condizioni economiche, politiche e sociali causano i flussi migratori di massa potranno finalmente mettersi alla pari con l’occidente nel giro di ventiquattr’ore. La stessa scadenza è stata trasmessa come deadline per il cessate il fuoco agli stati impegnati in conflitti sia esterni che endogeni. Oltre ai pacifisti sono stati accontentati anche i desideri degli ambientalisti: la terrà dovrà infatti riportare la sua temperatura media ai valori precedenti alla rivoluzione industriale entro questa settimana. Ma non saranno solamente i macro-temi a essere risolti. I computer nuovi saranno distribuiti e le obsolete vasche da bagno sostituite dai moderni ed efficienti box doccia. C’è ancora qualche settimana per inviare i propri desideri alla centrale di smistamento e il responsabile URP ha dichiarato di avere risorse sufficienti per soddisfare tutte le richieste. Non resta che dar fondo alla nostra immaginazione e richiedere tutto quello che ci piace di più, fino a che l’attuale legislatura non cambi orientamento sulla questione.

che hai sulla pelle

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È il 2025 e ai sudditi dell’Impero del Sol Levante è ancora vietato sottoporsi a tatuaggi di propria iniziativa. È il Ministero della Giustizia che impone solo agli autori riconosciuti di reati particolarmente invisi all’opinione pubblica di marchiarsi la pelle con un disegno o una scritta che simboleggi ciò per cui sono stati condannati, in modo che il crimine di cui si sono macchiati – è proprio il caso di dirlo – li contraddistingua indelebilmente per il resto della vita. Kiyofumi Takahata studia tecnologie applicate in un collegio di regime e sviluppa, lungo i suoi anni di formazione, un crescente dissenso con il pensiero unico dominante, agli antipodi dei fondamenti della ricerca scientifica basata sulla libertà di azione empirica. La scoperta e conseguente divulgazione di una rivoluzionaria teoria sul comportamento della materia, in grado di sconvolgere l’economia dell’Impero e ridurre la corrotta classe dirigente sul lastrico, attira sullo scienziato le ire dell’imperatore. Dopo l’arresto e i successivi dieci anni di cella di isolamento, Takahata si innamora di Jenny e cerca di gettarsi il passato alle spalle cancellando dalla sua pelle la formula di cui era l’inventore – e che al termine della detenzione gli era stata tatuata sul braccio sinistro – con un comune rasoio da barba usa e getta che Jenny utilizzava per togliere i pallini dai suoi maglioni di lana di bassa qualità. Mentre un movimento di ecologisti radicali riesuma le ricerche scientifiche di Takahata come unica via per salvare il pianeta dall’implosione imminente dovuta a un riscaldamento globale definitivamente fuori controllo, i servizi segreti si mettono alle calcagna della coppia per prevenire i contatti tra lo scienziato e i mass media. Takahata e Jenny riescono a dileguarsi trovando rifugio in un campeggio di proprietà dell’ex calciatore italiano Nicola Berti fino a quando un drone della milizia governativa non li scova e tenta di annientarli con una micro-bomba lanciata sul materassino della tenda in cui dormono. Takahata ha il sonno leggero, sente l’ordigno rimbalzare sulla plastica e lo scaglia prontamente in mare, facendolo esplodere lontano e svegliandosi dall’incubo, sotto gli occhi compassionevoli della moglie, nel suo letto di casa al rientro delle vacanze in Sardegna.

avanti e indietro

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Di fronte al rientro dalle vacanze siamo tutti uguali. Non esiste destra o sinistra, non esistono grandi o piccini, non ci sono juventini e milanisti, metallari e new romantic, progressisti o conservatori, donne e uomini, omosessuali, eterosessuali, pansessuali. Non ci sono proprietari di gatti, di cani o di canarini. Forse si distinguono i ricchi dai poveri ma solo perché chi non ha problemi di soldi non ha nemmeno il cruccio di rientrare in ufficio. Troverete anche qualche differenza tra chi lavora nel privato e gli insegnanti, che con i loro quattro mesi di ferie sembra che la scuola non ricominci mai. Scherzo, eh. Faccio l’insegnante anch’io e fino al trenta giugno ho presenziato al mio ruolo di responsabile informatico e digital manager dell’istituto in cui sono di ruolo. Anzi, ho smanettato con la Google Suite per renderla disponibile ai colleghi fino a poco prima di imbarcarmi per la Sardegna, il cinque di agosto, quindi lasciatemi il diritto di esercitare l’ironia. Ma il punto è che di fronte al rientro dalle vacanze siamo tutti esseri umani. Piove per chiunque all’aeroporto si stia accomiatando dalla città del nord Europa che ha visitato. L’effetto del porto che si muove si manifesta per ciascuno di noi che ha scelto il mare delle isole. La montagna non risparmia a nessuno dei suoi visitatori i primi presagi dell’autunno alle porte. E anche dai postumi di questo avanti e indietro vi sfido a trovare qualcuno che non ne esca indenne. La fatica di arrendersi ai pantaloni lunghi, alle calzature da indossare con i calzini, alla pelle che squama e torna pallida come in primavera. Tutti quanti ci lasciamo agosto e le località di villeggiatura alle spalle con la stessa promessa di rivederci presto e lo stesso desiderio di fare giustizia del peccato originale che ci ha reso schiavi del lavoro come matrice indissolubile dalle nostre esistenze.

nessuno metterà mai like a questo post

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Hai un blog e ti chiedi perché ricevi poche visite? Ti rammarichi del fatto che i tuoi post attirino un numero troppo esiguo di lettori? Vuoi fare della scrittura online il tuo lavoro ma a malapena parenti e amici hanno voglia di seguirti? Stai cercando una guida per imparare a scrivere al meglio su Internet? Pensi che introdurre i tuoi articoli con più domande possibili inerenti l’argomento che vuoi trattare sia una tecnica efficace e prima di arrivare al punto ripeti lo stesso concetto con parole diverse per coprire tutta la casistica delle ricerche su Google? Hai studiato che una struttura efficace in ottica SEM e SEO sia una modalità vincente per stimolare la curiosità di chi cerca risposte alle tue domande? Allora sei capitato nel posto giusto.

Aumentare le visite sul tuo blog non è semplice e non devi prendertela se i tuoi post attirano pochi lettori. Se pensi di avere tutte le carte in regola per lavorare nel mondo della comunicazione digitale è importante che chi ti legge sia stimolato a tornare sul tuo sito. Per questo è fondamentale seguire un metodo consigliato dai migliori professionisti. Sono in molti i guru del web che suggeriscono di non arrivare subito al punto con il tema che desideri approfondire. Se ti guardi in giro ci sono tantissimi blogger che mettono tra te e quello che magari hai urgenza di trovare una sfilza di domande inutili, reiterando la stessa cosa in modo che il loro scritto sia considerato affidabile dai motori di ricerca.

Poi succede che, dopo due paragrafi perfettamente superflui, ti rompi il cazzo di leggere e vai su un altro blog o su un altro sito o chiedi a chi sei sicuro avere la risposta che cerchi. Ma intanto hai trascorso su quella inconcludente pagina minuti preziosi che servono a chi scrive a dimostrare che i lettori trascorrono un tempo sufficiente a visualizzare inserzioni commerciali e, quindi, ad attirare pubblicità. Inutile dire quanto il piacere di utilizzare l’Internet ne sia penalizzato. Senza contare la liberazione che dà scrivere quello che vuoi come cazzo ti pare, usando magari qualche parolaccia qua e là. Vuoi mettere la goduria?

ce l’ho nel sangue

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Fate come ho fatto io. Quest’anno ho scelto per la seconda volta consecutiva l’iniezione di tedesco a lungo termine, nel senso che avendo già fatto la prima è stato sufficiente il richiamo. Costa un po’ di più ma mi durerà altri cinque anni. Dopo che ho preso la dose iniziale ho avuto come optional un California allestito di tutto punto e ho viaggiato in lungo e in largo la Germania. Sia la comprensione del tedesco che la lingua parlata sono state impeccabili fino ai primi segnali di esaurimento dell’effetto. Se non fosse per il mio aspetto mediterraneo avrei potuto essere scambiato per un berlinese come gli altri. Parlavo del più e del meno nelle birrerie con chiunque avesse voglia e chiedevo e davo informazioni con la massima disinvoltura. Per tutta la durata dell’effetto mi sono stati persino assegnati cinque figli – secondo la media tedesca – e uno stipendio che qui me lo posso sognare. Non date retta a chi è pronto a snocciolarvi i pro e i contro, sia del significato morale dell’esperienza che della modalità di assunzione. L’iniezione ha effetto immediato rispetto alle altre posologie e già dopo poche ore è possibile presentarsi alla dogana per attivare l’accettazione del programma. Senza contare che rispetto ai tradizionali corsi di lingue o ai discutibili soggiorni all’estero non c’è proprio paragone.

a una discesa all’andata corrisponde una salita al ritorno

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Alla fine è meglio una bella corsetta in pianura, per evitare brutte sorprese. D’altronde lo sport è ispiratore di metafore a non finire. Ci penso ogni volta che mi metto in strada al di fuori dei miei abituali circuiti milanesi. Prendo prepotentemente velocità scendendo ma poi basta un runner che arranca nella direzione contraria a ricordarmi che al ritorno ci sarà da soffrire, per di più con tutti i chilometri già corsi nelle gambe. Sono molti gli studi che hanno provato che l’ossessione nel fare le cose è una prerogativa tutta maschile. Ora non ho nemmeno un link sottomano ma potete fidarvi, l’internet non ammette le fake news. Per farvi un esempio, Marco si attrezzava di tutto punto spendendo fior di quattrini a ogni nuova passione che coltivava. Milioni di lire per camere e obiettivi quando si è messo a fare il fotografo e quando si è dato all’archeologia di frodo non vi dico quanto ha speso per il metal detector professionale. Il punto è che ogni volta che qualcosa o qualcuno mandava all’aria i suoi piani per un’uscita dedicata all’una o all’altra disciplina, diventava una bestia e ai struggeva nel senso di colpa. Chi di voi maschi non si è mai comportato così scagli il primo cardiofrequenzimetro. Per questo non dovremmo essere così metodici nei nostri passatempi. Io ho provato a saltare qualche allenamento rispetto al programma che avevo pianificato e gli obiettivi da raggiungere e vi assicuro che non è successo nulla.

qualcosa si è rotto

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La fortuna di crescere tastierista è che non ti devi sentire obbligato a spaccare lo strumento a ogni fine concerto come fanno i chitarristi. A parte che i sintetizzatori non si tengono in mano come una Stratocaster qualunque, a meno che non ti chiami Sandy Marton e vivi negli anni ottanta, ma poi risulta proprio innaturale staccare una tastiera dall’impalcatura che l’ha sostenuta sino a quel momento, scollegarla dalla corrente, staccare i cavi, portarti al centro del palco e portare a termine la critica all’industria della musica di cui sei un meccanismo eseguendo il celebre gesto iconoclasta dello strumento in mille pezzi. Dopo tutti quei passaggi la rabbia che nutri verso il paradosso della tua arte di ribellione ridotta a merce di scambio per denaro sonante (è proprio il caso di dirlo) ti è già bella che sbollita e il pubblico riconoscerebbe la forzatura. Senza contare che, a parte Keith Emerson che nell’organo Hammond ci piantava i coltelli, il tastierista in genere è la persona più a modo di tutta la band, deve limitare il consumo di droghe prima di suonare perché ha mille pulsanti e manopole da utilizzare correttamente e, soprattutto, tiene alla sua attrezzatura come un vero e proprio ingegnere della musica. I synth poi costano un botto e, prima di sfasciarne uno, ci penserei due volte. Una volta mi è caduto lo Yamaha SY85 e si è spaccata a metà la scheda madre, non vi dico il danno in termini economici, oltreché emotivi. Sempre sullo stesso strumento, a causa del vento, è volato un pezzo di sigaro ardente di Fausto Bertinotti. Suonavamo dopo un suo comizio ai tempi dell’Ulivo e il buco che mi ha fatto su uno dei tasti di plastica ha messo a dura prova il mio credo politico di sinistra. Tenete con cura i vostri strumenti, anche se siete batteristi e li percuotete come dei forsennati. Che cosa vi hanno fatto di male, d’altronde, le chitarre?

una vita e tre quarti

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È una storia che incrocia l’esperienza all’aria aperta di certe vacanze che fanno i tedeschi e gli olandesi con il risultato di uno studio che dimostra che l’uomo è composto al cinquanta per cento da Joy Division e al restante cinquanta per cento da New Order. Ci sono corse infinite a cui non è possibile rinunciare per nulla al mondo e la bibliografia completa di una decina di autori nordamericani, letti in italiano perlopiù lungo estenuanti tragitti ferroviari. Qualche amico vero, di quelli che non si fanno vivi mai ma che poi, quando passano da lì, si riconoscono tali e quali a prima malgrado canizie e calvizie. Non mancano l’ossessione per la pizza e quella per la birra, sempre e comunque. È facile trovare nella trama i richiami all’infanzia e dei bambini con cui l’autore è entrato in contatto: dapprima coetanei, poi figli, quindi alunni. Ci sono infatti un insegnante e un direttore creativo che collaborano per costruire un progetto ambizioso in cui diverse discipline si fondono per tornare a un archetipo di conoscenza, di comportamento, di capacità di adattamento, di progettualità e di relazione interpersonale. Un ambiente accogliente, teatro di una bella fetta di trama, e un intricato sistema di paure intrecciate sino ad essere indistinguibili l’una dall’altra. La testa, poi, è una cassa preamplificata da cui ritmi ossessivi mettono a tempo parole, calembour, parodie, rime, rivisitazioni, cose apprese da altri, mantra ancestrali che si rinnovano da tempi antichissimi. C’è un carillon, un giradischi di valore, un puzzle di un elefante multicolore, un archivio dettagliato di oggetti obsoleti da cui però è vietato separarsi. Confusione politica, certezze sugli affetti, difficoltà decisionale, passione per la frutta, sete costante, scomodità ricorrente e presbiopia senile. Poi inizia la seconda parte.

cosa c’è in Inghilterra e altre storie

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Finire un libro è come quando ti cresce qualcosa dentro e poi, per forza di cose, te ne devi liberare e sta alla vostra finezza definire il secondo termine della metafora. Più la storia è corposa, più il distacco è traumatico. Ieri ho terminato il monumentale “Il sussurro del mondo” di Richard Powers e, vi assicuro, ho vissuto un vero e proprio travaglio che mi ha lasciato leggero nel corpo ma pesante nella testa. Mi sono chiesto da dove nasca il bisogno nell’uomo di leggere, ma anche di scrivere, tutte queste storie inventate e se un giorno la letteratura avrà un suo scopo. In un celebre episodio di un serie tv di fantascienza, una civiltà di stanza in un altro universo si metteva in contatto con noi dopo aver visto e letto tutti i film e tutti i libri prodotti dal genere umano, pensando che utilizzare modalità di comunicazione alle quali siamo abituati potesse rendere meno traumatico l’incontro con una specie extraterrestre ma equivocando il fatto che le storie descritte fossero vere e che, quindi, rappresentare situazioni alle quali l’uomo potesse essere abituato consentisse loro un più veloce processo di integrazione. Gli alieni così arrivavano sulla terra suonando le note di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, si nutrivano di schifezze come i “Visitors” e lanciavano monoliti neri come se piovesse, tanto per iniziare. Agli umani veniva un coccolone e, nel giro di qualche giorno, sulla terra non c’era più anima viva grazie alle trovate di questa specie di esercito situazionista venuto da chissà dove. Per fortuna anche questa, come tutte le storie dei libri e dei film, è pura invenzione. Il senso di tutto ciò è che trascorriamo gran parte della vita immersi in dimensioni che non esistono. Va bene, mi direte, ma che c’entra l’Inghilterra del titolo? Niente. Ho visto una foto scattata ieri a Londra. Pioveva, tirava vento e c’era un ombrello rotto abbandonato in una via del centro. Sullo sfondo un paio di quelle cose che ti fanno capire subito che è Londra. Mi sono immerso nella foto cercando un po’ di conforto perché qui, in Sardegna, fa molto molto caldo e una foto, a suo modo, racconta una storia che non c’è.

coppa Davis

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Qualunque musicista jazz o cresciuto con il mito del più inaccessibile degli stili musicali per i non addetti ai lavori in queste ore sta lavorando all’allestimento della festa per i sessant’anni che “Kind of Blue”, il disco della svolta, compie domani. Pensate a quante cose, infatti, hanno origine con quel capolavoro, e mi riferisco all’intelligenza artificiale, alla realtà aumentata, alla moderna psicanalisi, alle automobili come le conosciamo, ai viaggi sulla luna, al design generativo, a Internet, al forno a microonde, ai traduttori simultanei, al concetto di sostenibilità, alla ruota e all’energia solare. Se abbiamo un presente lo dobbiamo in gran parte al jazz modale e, in questo, Miles Davis è stato un campione. Il migliore di tutti.