vancouver

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Un amico canadese sta pianificando una breve trasferta di lavoro in Italia e mi ha chiesto di consigliargli qualche posto dove mangiare bene. Dargli una risposta attendibile è difficile, considerando la mole di ristoranti di qualità che ci sono nel nostro Paese. Non mi ha nemmeno detto dove soggiornerà perché, per uno abituato a quelle distanze, l’idea è che in Italia ci si sposti da nord a sud in pochi minuti. Così ho pensato a quando, tra cinquant’anni, non si venderanno nemmeno più le chitarre elettriche. Ho sentito quel trombone di Jovanotti dire la sua sulla musica dei giovani d’oggi, ma visto che oggi i giovani in questione hanno dieci, undici, dodici anni, la questione non bisogna banalizzarla. Non ci sono più idoli ed è per questo che si compongono hit esclusivamente con le app. In più, alla domenica sera non bisognerebbe guardare trasmissioni tristi, ma è dai tempi di Drive In che le cose vanno avanti così.

il piccolo lord

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Uno dei numerosi aspetti positivi del lavorare nella scuola è quello delle supplenze. Sostituire i colleghi nella loro classe (nei casi eccezionali come permessi o malattia) costituisce uno dei pochi fattori che rendono il mestiere dell’insegnante (almeno nella scuola primaria) simile a quello che facevo prima. Le ore di supplenza sono attività a progetto di breve durata in cui si può concentrare in prestazioni spot il meglio che si sa fare e poi, a consegna avvenuta, cioè al suono della campanella, tanti saluti. Questo approccio risulta un’anomalia in un sistema in cui si tende giustamente al progetto didattico a lungo corso, volto alla conduzione pluriennale degli alunni verso l’acquisizione delle competenze. Un percorso che, per i docenti, comporta la profusione di un committment (come si dice nel marketing) costante e senza tregua che poi è la vera cartina tornasole per distinguere gli insegnanti bravi da quelli che mirano allo stipendio o a sbarcare il lunario professionale. Per una volta, invece, con la supplenza va in onda uno show come ai vecchi tempi. Ci si concentra sull’argomento di cui il docente assente ha lasciato indicazioni o, in caso non ci sia stato il tempo, si improvvisa, si va di esperienza in base alla classe ospitante e poi, come accade in certi altri mestieri come quello che svolgevo in precedenza, decade la competenza e saranno altri a riprenderne le fila.

Vado sempre con piacere a fare supplenza nella quinta di una delle mie colleghe preferite perché si tratta di una classe invidiabile, frutto di un lavoro eccellente iniziato sin dalla prima ma che, in parte, ha potuto beneficiare di un materiale umano grezzo alla fonte, promettente e di qualità indubbia. Di questa classe, su tutti, ho osservato con curiosità un ragazzino che soprannomino “il piccolo lord” perché presenta diverse caratteristiche che lo riconducono all’abbiente aristocrazia di altri tempi. Di statura elevata per la sua età, portamento eretto e signorile, sfoggia una pettinatura castano chiaro di media lunghezza con vistoso ciuffo sulla fronte, indossa dolcevita e, soprattutto, ha un difetto di pronuncia che l’immaginazione popolare attribuisce alla nobiltà se non alla ricca borghesia industriale.

Non dovete, però, riempirvi di pregiudizi. Malgrado l’apparenza e il fatto che, quando alza la mano per intervenire, esponga le cose in modo appropriato, con un linguaggio corretto e con quel tono che contraddistingue chi è consapevole che le proprie convinzioni siano quelle a cui il tempo darà ragione, quando chiamo alla lavagna il piccolo lord a correggere un’espressione o un problema non ha nessuna fretta di giungere al risultato per ostentare una capacità di centrare gli obiettivi nel minor tempo possibile. Esegue i calcoli con calma e senno prendendosi intelligentemente tutto il tempo che gli serve, ponendo anche molta attenzione alla forma. Scrive i numeri perfettamente inscritti nei quadratini della lavagna e allinea con maestria i piani delle operazioni in colonna.

Sono stato nella classe del piccolo lord ieri mattina. Dopo più di un’ora e mezza di matematica, era mezzogiorno passato, ho deciso di premiare l’attenzione e l’impegno con cui i ragazzi avevano seguito la mia lezione con il gioco del juke-box. Sorteggio tramite uno di quei siti che estraggono numeri random un alunno dell’elenco che può scegliere una canzone da ascoltare su Youtube. Le canzoni non devono contenere parolacce e i video devono essere proiettabili in contesto scolastico, cioè senza scene troppo esplicite, twerking e zozzerie simili.

Ieri la fortuna ha baciato due o tre compagni di classe del piccolo lord che, correttamente, hanno chiesto consigli agli altri prima di proporre la loro scelta. La scaletta è stata comunque piuttosto ordinaria e in linea (giustamente) con i gusti che manifestano i ragazzini del 2018: gli inediti di XFactor, un tormentone del momento e cose così. E, poco dopo, il miracolo.

L’ultimo numero a uscire prima che suoni la campanella dell’ultima ora è proprio quello del piccolo lord. Il ragazzo si solleva dal suo banco e si avvicina alla tastiera del laptop per digitare il titolo e l’autore della sua scelta. Preme il tasto enter e, sulla LIM, compare la copertina di una raccolta con il volto di John Denver. Simultaneamente, dalle casse si propaga uno dei più noti pezzi della storia del country. Un brano che parla di una strada da percorrere per tornare a casa, in qualche luogo sperduto della provincia statunitense, con parole che sottolineano l’appartenenza dell’anima ai luoghi, alle radici, alla tradizione. Il brano sfuma e, come prima cosa, chiedo al piccolo lord perché abbia scelto proprio “Country roads”. Con la sua erre particolare mi racconta del padre e della sua grande passione per la musica americana. Vorrei fargli capire la stima che provo per lui e la sua famiglia ma è troppo tardi, si sente l’inconfondibile trillo che ricorda ai docenti e ai supplenti che non c’è più tempo. Anch’io devo tornare a casa, lungo una strada che non somiglia per nulla al West Virginia e che non passa per le Blue Ridge Mountains ma chi se ne importa, al momento ho tante altre fortune.

un uomo entra in un caffè

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I tempi comici oggi sono dettati dai social network, di conseguenza raccontare una barzelletta più lunga di un meme risulta quasi più anacronistico che nascondere i Playboy nel cassetto dei calzini. So che di questi tempi c’è ben poco da ridere, ma anche a voler suscitare l’ilarità negli adulti sono necessarie intuizioni sovrannaturali di cui non tutti sono capaci (non offendetevi se dico anzi quasi nessuno). Comunque, l’ironia di twitter e le micro-battute hanno fatto piazza pulita dei libri di Gino Bramieri, per farmi capire. La gag dev’essere rapidissima. Due secondi o un gesto o uno sguardo. Il resto è tutto sorpassato: le storielle, le imitazioni, le canzonature, certa satira troppo intelligente.

Generazioni di zii avvinazzati seduti alle tavolate dei matrimoni che si sfidano a barzellette sconce con tutti quei luoghi comuni che oggi sono giustamente passibili di denuncia hanno lasciato il posto a cinquantenni praticanti della depilazione definitiva e con una devozione maniacale alla corretta successione degli allenamenti propedeutici alla maratona che induce solo alla depressione altrui.

E pensare che le barzellette bisognava saperle raccontare, costruire il crescendo della trama che porta all’esplosione finale, concentrare nell’ultima parola il fattore scatenante, il paradosso, la bomba in grado di scoppiare nelle bocche degli stolti tracimanti di riso. E gli argomenti? Prelati più o meno alti, militari, poveri, ricchi, traditi e fedifraghi, omosessuali – tanti omosessuali – e persino certi topos rimasti immutati nella cultura popolare probabilmente almeno dai tempi delle leggi razziali come tipo di bersaglio che solo a pensarli oggi fanno rabbrividire tanto erano parte della nostra civiltà ancora primitiva.

Sopravvive, malgrado tutto, qualche residuo di quelle generazioni ridotte all’osso per ovvi motivi anagrafici che ci prova a rendersi simpatico così. A sentirlo, con quell’espressione metallica a cui lo smartphone ci ha indotto solleviamo lo sguardo dal display e dall’ennesima reductio che le leggi della velocità relazionale hanno reso consuetudine e ci precipitiamo a cercare chi si sia macchiato di una tale assenza di politically correctness. E anche noi che siamo cresciuti persino con varietà televisivi incentrati sulle barzellette rimaniamo allibiti quando troviamo qualcuno che insiste per lasciargliela raccontare. In questi casi, per fortuna piuttosto rari, penso a un programma tv che ogni tanto incrocio all’ora di cena. Si chiama “LOL” e, come ci insegna l’acronimo del titolo, dovrebbe provocarci risate a crepapelle mostrando una sequenza di gag comiche. Sarà che sono un uomo fondamentalmente triste, ma ho provato a seguirne qualche parte ma non mi fa proprio ridere per un cazzo. E comunque, un uomo entra in un caffé. Splash.

la solitudine dei cognomi con quattro sillabe

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Alla fine anche Max e Laura, che a quarant’anni suonati tra di loro (ma anche in pubblico) si chiamavano Cippa e Lippa, si sono lasciati. Questo vuol dire che anche se avete consuetudini intime al limite del ridicolo siete a rischio come tutti. Il fatto è che Max e Laura si erano conosciuti sul lavoro e forse quel nomignolo adolescenziale e complementare lo avevano scelto proprio a causa del cognome lunghissimo di lei. Max diceva che ci voleva troppo a chiamarla e in caso di pericolo – per esempio durante un attraversamento stradale con un bolide che arriva sparato senza averti visto sulle strisce – le possibilità di non fare in tempo a trasmettere una situazione di allarme sembravano preoccupanti.

Laura, o meglio Lippa, era una specie di assistente, bella anche se penalizzata da una specie di vistosa armonia sui fianchi finalizzata all’ergonomia in certe situazioni (ma superflua per il resto). Max, o meglio Cippa, aveva disertato una situazione famigliare consolidata per trasformare quel contratto a tempo determinato in qualcosa di più lungimirante. I dipendenti di Max (era uno dei soci dello studio legale) si dilettavano a immaginare le storie che potevano accadere dentro l’ufficio del capo, a partire dalla prima volta quando qualcosa doveva aver fatto superare il limite della relazione professionale tra i due. Come nei film, Max con un braccio libera la scrivania da ogni ostacolo al piacere (speriamo di no, il suo MacBook valeva un occhio della testa) e poi vai di cavalcata delle Valchirie. Cippa e Lippa superavano infatti entrambi il metro e ottanta e il loro darsi da fare poteva essere complicato, io che sono uno e ottantasei e prima di avere una casa tutta mia ero proprietario di una Panda, ne so qualcosa.

Prima della metamorfosi di Cippa e Lippa però di Max si diceva che pippasse per mantenere uno stile di vita di quelli in cui per lavoro occorre essere sempre su di giri, spero abbiate capito che cosa intendo. Poi però, come accade in tutte le storie d’amore travolgenti, aveva ribaltato completamente i suoi valori promettendo a Laura addirittura che l’avrebbe sposata di lì a breve. Le aveva solo ricordato il vincolo che la sua professione comportava, senza possibilità di ritorno: se siamo sulla scaletta dell’aereo in partenza per il viaggio di nozze e un cliente mi chiama, la aveva avvisata, sappi che ti devo abbandonare lì e correre a risolvere il problema. Poi però è andata come andata e per i due, ora single abbondantemente sopra i cinquanta, le cose sembrano tutte in salita.

non ci sono più le reti sprotette di una volta

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Per i matusa dell’Internet come me è difficile arrendersi all’evidenza della molteplicità delle cose digitali. La rete è un processo a cui, grazie anche al nostro modesto contributo, abbiamo fornito sufficienti mezzi per evolversi in autonomia e, come si fa con i figli, arriva il momento in cui li perdiamo di vista. Un po’ perché sono loro a esercitare al meglio il loro diritto alla libertà, e un po’ perché noi, in quanto matusa, siamo diventati vecchi e perdiamo quella fregola che ci fa stare dietro ai tempi. Riflettevo con mia moglie di quando la connessione era a consumo e quindi attaccarsi a quella del vicino risultava una pratica truffaldina e, come tutte le pratiche truffaldine, tentacolare. Approfittavamo della sprovvedutezza altrui, scaricavamo tonnellate di roba e per darci qualche aria da Robin Hood ci mettevamo a posto la coscienza dicendoci che rubare dati al contratto dello studio notarile del palazzo di fronte era come prendere ai ricchi (i notai) per dare ai poveri (io e voi). Ci si poteva anche appostare in macchina con i laptop sotto gli uffici delle aziende pionieristiche ma poco avvezze all’IT Security oppure consultare una di quelle mappe pubblicate dalle prime ingenue comunità di illusi artefici del villaggio globale ispirato al socialismo digitale, in cui ognuno metteva il proprio modem a disposizione del bene di tutti ma si sa, eravamo tutti permeati da uno spirito diverso e sembrava esserci ancora qualche speranza. L’ultimo barlume di ragione prima che si addormentasse per generare i mostri del fasciogrillismo. Quindi capita che stacchi la corrente e conseguentemente la connessione da casa per un motivo qualsiasi, poi accendi il pc ma intorno alla tua fibra offline c’è solo il deserto o, meglio, c’è una densità di fortificazioni digitali protette e nessun rifugio gratuito come quelli di una volta. Oggi i contratti stipulati con i carrier ti mettono a disposizione sistemi di protezione di profilo elevatissimo e trovare una rete domestica accessibile a sbafo ormai è impossibile. Al massimo, se abitate in centro e avete qualche locale pubblico sotto casa, può capitare qualche esercente di buon cuore che spalanca le sue porte agli utenti guest senza registrazione alcuna. Qui in periferia, invece, solo castelli presidiati e inaccessibili. Ora, per dire, potrei sfruttare il mio smartphone come hotspot per connettermi a Internet e pubblicare questo post. Il problema è che non so come si faccia. Ci proviamo insieme?

provato per voi: Amazon Fire Stick

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Ricordo benissimo quando ho acquistato la smart TV Sony non ricordo che modello al Mediaworld. Al commesso di turno mi sono raccomandato che si trattasse di un modello Android su cui caricare le app del caso ma, come accade a chi si presenta agli appuntamenti decisivi con l’economia domestica poco informato, il commesso giustamente ha punito la mia ignoranza rifilandomi intanto un modello chiuso come pochi su cui non ci si può installare una mazza e che in più il pulsantone Netflix presente in bella mostra sul telecomando, frutto di chissà quale operazione di co-marketing, è altrettanto illusorio perché questo Sony sa-il-cazzo-che-modello ha un problema proprio con Netflix e a volte capita che prima di riuscire ad avviare una trasmissione ti sbatta fuori dall’app a ripetizione per una pessima esperienza di spettatore tanto che, alla fine, accendo il computer e mi metto a vedere video anni 80 su Youtube.

Quindi grazie a Mediaworld e grazie a Sony ma, soprattutto, grazie al black friday appena trascorso che mi ha dato l’opportunità di mettere le mani sull’Amazon Fire Stick a nemmeno venti euro. Come tutti i gadget tecnologici che si comprano più per il prezzo scontato che per la reale necessità, al momento non ho capito bene che farci se non vederci Netflix appunto senza rotture di maroni piuttosto che Prime TV, per non parlare dei video anni 80 su Youtube.

In realtà l’Amazon-coso vale il costo che ha anche solo per Rai Play, considerando che ci si possono vedere tutti i programmi lasciati indietro della tv di stato e anche un nutrito archivio di roba più o meno recente. Poi grazie a mio cognato, che è un noto smanettone, sono riuscito a caricarci sopra un’app con cui vedo a sbafo i canali tv a pagamento in streaming più blasonati. La qualità non è certo il massimo, se paragonata a quella di chi ha i suddetti (anche se non li ho detti) canali a pagamento in versione non da barbone come il sottoscritto, ma credo dipenda principalmente dal tipo di connessione Internet con cui si è collegati.

La morale della storia è che ora, passate le mezz’ore a scartabellare tra il catalogo Netflix per cercare qualcosa di interessante da vedere, si possono trascorrere altre corpose porzioni di tempo nel passare in rassegna tutti ‘sti canali TV italiani e mondiali prima di decidere, così nel frattempo la finestra a disposizione per il relax stravaccati sul divano si esaurisce e subentra la frustrazione di aver sprecato una sera o un intero giorno di festa senza aver visto nulla. D’altronde, non è forse la ricerca di qualcosa di interessante da vedere in TV essa stessa qualcosa di interessante da vedere in TV?

l’orgoglio

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Sono d’accordo con chi sostiene che nei momenti che hanno a che fare con la propria vita trascorsa debba obbligatoriamente essere diffusa musica contestuale. Mi fa piacere quando la casualità esprime un’attenzione filologica nelle connessioni di quello che ci succede perché tutto sommato amo l’ordine. Quando faccio dei lavori in casa vado in tilt perché vedere le mie cose a soqquadro o anche la polvere di gesso o di altri materiali per l’edilizia che si posa sul giradischi o sul pc mi fa sentire schiacciato dal destino. Le cose fatte bene poi sono un vero toccasana contro la depressione. Oggi, per farvi capire, sono entrato in un bar a prendere un caffè prima di un incontro con gente che mi riporta almeno a esperienze che risalgono al 1984 ed ecco che alla radio hanno messo subito “Pride” degli U2 che è un pezzo che vi confesso mi piaceva davvero tanto. Soprattutto il video, con i bambini che spiavano nel cinema-teatro Bono che faceva quel suo acuto che ha fatto storia e poi lanciava il microfono in aria. Tutt’ora c’è gente che quando canta i suoi pezzi lo imita in quel gesto liberatorio. Io degli U2 non ho mai capito come facessero a suonare in maglietta nel live di “Under a blood red sky” perché da come esce il vapore dalle bocche sembra che faccia un freddo porco. E quando si sono messi a fare i messia di “The Joshua Tree” ho deciso che non li avrei più ascoltati perché di musica americana ce n’era già tanta senza il bisogno che degli irlandesi andassero a ingrossare le fila dei gruppi USA. Oggi però quel ritornello impossibile da ripetere per degli umani come me e voi mi è rimasto in testa. Vedevo spesso il video di “Pride” durante le vacanze di Natale del 1984. Potremmo organizzare una rimpatriata con i compagni di scuola dei tempi e vedere se ci dà le stesse sensazioni di allora. Ma se l’organizzate non sarò dei vostri, sappiatelo.

invece era un calesse

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Proprio come quel libro da cui è stato tratto anche una pellicola di successo, i coniugi Denti hanno messo in atto una sorprendente performance situazionista. I Denti sono gente di provincia che, colpevole di un peccato di presunzione e vittima del mito di quell’ascensore sociale oggi bloccato al meno uno senza possibilità di ricevere assistenza (non c’è nemmeno il campanello d’allarme), manda i figli a scuola in città. I Denti hanno incontrato i genitori di una compagna di classe del figlio – non chiedetemi il motivo – all’ora del brunch in una pizzeria hi-tech sui Navigli, un sabato di fine autunno. Se avete anche voi il loro contatto su Facebook li avrete visti vestiti da contadinotti, lui addirittura con il panciotto, recarsi all’incontro in calesse con tanto di cavalli presi a nolo, un po’ come Pozzetto quando va con il trattore in centro conciato da ragazzo di campagna. Ma quello era un film vero, che suona come un ossimoro ma cosa ci volete fare, tra realtà e finzione oggi chi ci capisce è bravo.

ecco perché è importante avere un posto in cui segnarsi tutti gli spunti

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Matteo ha deciso di non accelerare più e vedere che succede quando la sua macchina esaurisce la forza d’inerzia. Francesco invece pensa di indicare cinque opzioni diverse quando gliene vengono richieste tre perché è stufo di sottostare alle leggi della matematica tradizionale. Un nuovo corso è alle porte. I più scaltri si inginocchiano al supermercato, aprono le braccia come si fa con il padre nostro e si mettono a pregare almeno finché qualcuno non li scambia per integralisti di qualche cosa, va nel panico e avvisa gli addetti alla sicurezza. Poi ci sono quelli che detestano il silenzio della solitudine e gridano cose senza senso negli spazi ristretti in cui è bello giocare con il timbro della propria voce, gli armonici gravi e quelli più acuti. La gente sogna di mangiare e bere quando gli va, gira senza calze d’inverno e coltiva passioni poco redditizie. Io faccio qualche tiro di sigaretta ogni tanto, quando mi va, quando qualcuno con cui sono in confidenza se ne accende una e non gli dà fastidio questo genere di intimità.

paroliamo

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Ringrazio anni di fuffa scritta per il marketing che mi ha consentito di sviluppare la capacità di riempire pagine di nulla senza dire niente ma che, agli occhi del committente, preoccupato solo di avere pagine riempite da pubblicare, sono (quasi) sempre risultate profonde, ben strutturate ai fini della comunicazione, efficaci e pure pregne di contenuti e significati di un certo rilievo, di conseguenza degne di essere riconosciute e corrisposte economicamente. Posso confermare di aver messo a punto un’arma letale e allo stesso tempo una fonte di guadagno ma nulla di tutto ciò è paragonabile, oggi, al valore aggiunto che il mio stile mi permette nel dare convincenti risposte alla pubblica amministrazione perfettamente all’altezza della fuffa che mi viene richiesto di fornire.