giorno uno di 365mila

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Sono stato nominato da una mia accanita quanto invisibile lettrice a pubblicare, in 365mila giorni, 365mila canzoni che hanno un impatto deprimente su di me, mi mettono malinconia o tristezza, mi mandano in paranoia – come dicono i giovani d’oggi -, mi fanno piangere e mi ricordano che la musica è bella solo quando tocca le corde della commozione, quanto butta giù di morale, quando soddisfa il lato delle frustrazioni umane e getta nello sconforto. Mi è stato chiesto di pubblicare il video, nessuna spiegazione e nominare ogni giorno una persona che farà, se ne ha voglia, la stessa cosa. Nomino così lo sconosciuto scellerato che utilizzato “The year of the cat”, che è il brano che più di ogni altro mi ricorda quando ero bambino, per musicare un carosello di foto dello stabilimento balneare in cui ho trascorso numerose estati da adolescente. Vaffanculo, ho bagnato di lacrime la tastiera del pc nuovo.

sono peggiorato

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

In questi mesi di arresti domiciliari sono peggiorato. Sono decisamente più pigro e mi si è sensibilmente ridotta la gamma di opinioni. In più mi ritrovo con molte cose in meno da raccontare e, soprattutto, con un vocabolario ristretto che ogni volta, come una coperta di dimensioni inadeguate, lascia fuori i piedi, o le braccia, o peggio il partner con cui condividi il letto matrimoniale. Sono più ignorante di prima e questo mi spinge ad essere molto meno indulgente con quello che leggo sui social network. Forse sono anche più cattivo di prima. Mi sento autorizzato alla semplificazione dei contenuti e a ridurre i vostri post a tre macrocategorie, tre sintesi perfettamente intercambiabili rispetto alle vostre trovate: 1. guardate quanto sono brava/o 2. guardate quanto sono simpatica/o 3. guardate quanto sono bella/o. Ma vi invidio lo stesso perché a me ormai non viene più in mente niente di interessante. Riconduco questa crisi peggiorativa all’aver trascurate la lettura per motivi che non riesco a organizzare in una considerazione coerente, forse per via del vocabolario ristretto, forse perché tendo alla semplificazione, forse perché l’assenza di contenuti assorbiti dall’esterno esaurisce le risorse interne come qualunque altro bacino naturale che deve il suo approvvigionamento all’acqua piovana. Il cane che si morde la coda. Sono l’esempio vivente del fatto che non siamo per nulla autosufficienti, dal punto di vista culturale. Anzi, la pigrizia e l’ignoranza ci fanno credere di esserlo perché ci lasciano così poche parole e così poche esperienze da non farci sentire più bisogno di nulla. Non so di cosa ho bisogno perché, senza i libri, non ho idea di cosa ci sia fuori da me stesso. Mi sento persino infastidito. Sono talmente peggiorato da pensare, addirittura, che magari ero peggiore anche prima.

home page

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Quando il confort level del telelavoro si attesta su livelli del tipo sinfonia di tosaerba nel giardino del condominio di fronte + pulizia delle strade + assoli random di antifurto nelle villette a schiera + tendinite all’avambraccio destro dovuta a postura poco convenzionale nella gestione delle periferiche del pc, qualche domanda è lecito farsela. Tutto sommato negli uffici girano i responsabili della sicurezza aziendale ma nelle vostre case dubito che, in questi mesi di pandemia, si sia fatto vedere qualcuno. Se la componente relativa agli strumenti di lavoro e all’ambiente più adatto a svolgere la propria professione da casa diventa di pertinenza del singolo, una riflessione è bene che sia sollevata sino ai piani alti di chi decide il benessere dei dipendenti di qualunque settore investito dalla necessità di praticare il distanziamento sociale nella sfera produttiva. Ci siamo focalizzati sulla questione degli orari a scapito di quella della postazione utilizzata nelle abitazioni private. Chi non aveva mai usufruito della possibilità di esercitare le proprie mansioni sul tavolo della sala da pranzo o, peggio, stravaccato sul divano inizia a condividere non poche perplessità. Sta a noi superare la sfida con le provviste e il frigo, con le pause per riposare gli occhi, con il darsi una regolata e spegnere tutto a una certa ora, con le telefonate senza disturbare le persone con cui condividiamo l’appartamento, con la ripartizione della linea dati in modo tale che tutti si possa lavorare, seguire le lezioni e rilassarsi simultaneamente, con le fasce orarie da dedicare al raggiungimento degli obiettivi. Tutto il resto necessita di una regolamentazione ed è responsabilità delle aziende e delle organizzazioni supportare il dipendente nel raggiungimento delle condizioni ideali come se si dovesse trovare in ufficio. Da questo punto di vista l’emergenza ci ha colto impreparati. Mi auguro che si possa avviare un tavolo di confronto onde evitare un generale e diffuso peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Io ho preso cinque chili, per dire.

sacro

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Gli ospiti sorseggiano un ottimo caffè servito in un set di tazzine acquistato a Parigi dieci anni fa, un modello pensato per i francesi che rincorrono l’espresso con una pasta in mano acquistata a parte in una boulangerie di lusso fino nei bar della capitale gestiti dai più lungimiranti imprenditori della ristorazione italiana. Sono fatto così. Abbino le tazzine a piattini di un altro servizio perché usarle senza non è da tutti. Non sono un amante dei riti a tavola. Comunque sorseggiano il caffè poi si voltano verso il mobile del salotto che contiene l’impianto stereo circondato da una collezione di vinili invidiabile – ho la cucina a vista – ed è in quel momento che sentono di doverlo chiedere. «Che musica ascolti?».

Cala il silenzio. Il traffico fuori si ferma. La natura interrompe il suo ciclo. Mia moglie scambia qualche parola sottovoce con mia figlia, entrambe sanno che è una domanda sensibile alla quale non riesco mai a formulare una risposta convincente. Ogni volta si raccontano l’aneddoto dei genitori alla festa delle elementari che equivocarono i miei gusti indie per la musica degli indiani, quelli con gli zufoli che propongono riduzioni di pop stracciacoglioni su basi discutibili agli angoli delle strade delle città turistiche. Gli ospiti invece terminano l’ultimo goccio di caffè in piedi, osservano la mia collezione di vinili e chiedono «Che musica ascolti?».

Talvolta aggiungono particolari sul loro rapporto con i dischi. Quasi tutti gli ospiti posseggono ancora gli ellepì di quando facevano le superiori in scatole di cartone custodite in cantina. Quello, vorrei dirgli, non è collezionare vinili. Non è nemmeno amare la musica. Non è un cazzo, perché quella idea di musica è la stessa di un mobiletto che non serve più e che però non viene portato in discarica per pigrizia. Malgrado la digressione, la domanda resta ancora valida. «Che musica ascolti?».

Io non so mai da dove iniziare. Per semplificare comincio con i fondamentali: la new wave/post-punk, i Cure, i Joy Division, che comunque sono i nomi più alla portata di tutti. Mica posso citargli i Chemeleons, i The Sound o i Polyrock. Ma per non sembrare uno che si dà delle arie aggiungo nomi universalmente noti: David Bowie, i Talking Heads, per finire con i Genesis con Peter Gabriel. Una carrellata di nomi in grado di trasformare anche l’approccio più inclusivo di un interlocutore fino a poco prima sconosciuto che, bevuto il caffè, per scopi puramente commerciali cerca di condividere il suo mondo.

L’entusiasmo evapora dal suo volto perché è saltato totalmente il trait d’union. L’ospite, visibilmente deluso, risponde che no, lui ascolta funk e jazz, ed è per questo che ha chiuso i dischi in cantina, mi verrebbe da rispondergli. Non è musica che può averti preso perché non fa parte del tuo vissuto. Se fossi più giovane cercherei di salvare la situazione. Ora spero che l’ospite se ne vada, consapevole della mia superiorità.

nemiciamici

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Sempre più famiglie sperimentano la formula della convivenza domestica interspecie circondandosi di esemplari animali tradizionalmente ostili tra di loro, se non addirittura su gradi pericolosamente contigui della catena alimentare. Quello di cani e gatti è l’esempio più diffuso di ibridazione di contesto perché più a misura e alla portata dell’essere umano che popola le città e le sue zone limitrofe adibite a quartiere dormitorio, aree in cui si consumano le più estreme sperimentazioni di ripudio della collettività a vantaggio della riproduzione di ambienti ideali di abitabilità. Si tratta di un rapporto tradizionalmente conflittuale tanto da risultare oggetto di uno dei modi di dire più diffusi, declinabile a descrizione delle relazioni maggiormente soggette allo scontro. Il mondo è pieno di persone che sono come cane e gatto pronte a stanarsi, a inseguirsi, a fronteggiarsi, a intimidirsi attraverso i canali e gli atteggiamenti tipici della loro indole.

La compresenza tra cane e gatto nello stesso nucleo abitativo costituisce così una forzatura delle dinamiche del mondo animale volta a dimostrare quanto la mediazione umana sia in grado di controllare i regni concorrenti per stabilire il proprio dominio. L’intercessione dell’uomo tra due esemplari di specie così differenti costituisce una forma di pericoloso tentativo di innesto comportamentale nell’equilibrio naturale. Le conseguenze delle condotte promiscue poco convenzionali – vogliamo parlare di uomini e pipistrelli e no, Batman è inventato, il Covid-19 un po’ meno – sono la principale causa del diffuso sfoggio di pubblicazioni strappa-like sui social in cui cuccioli di cani e gatti giocano insieme, si fanno le coccole, dormono appiccicati, dividono il companatico, minano le convenzioni etologiche più standard, insinuano il dubbio che tutto sia possibile.

Un animalismo così estremo da fare il giro per portarsi all’altro capo del benessere delle bestie che ci sono più care, una manifestazione del nostro egoismo nell’abbinare coppie difficili da assortire se non svilite della loro essenza stessa di individui, se non addirittura della dignità. Quindi sappiate che no, ho già un gatto, e nessuno – tantomeno mia moglie e mia figlia – riuscirà mai a convincermi a prendere anche un cane.

sono uscito ma non mi è piaciuto

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Un giovane d’oggi a bordo di un monopattino elettrico senza manubrio con vistose scarpe da tennis multicolori e un paio di pantaloni dalla foggia di tuta da ginnastica/pigiama – quelli stretti in fondo con l’elastico sopra la caviglia – per poco non mi ha investito. Ero in coda fuori da un negozio Apple perché, per qualche ora, ho vagheggiato di acquistare un Macbook Pro 13” usufruendo dello sconto per gli insegnanti del 7% e dell’offerta di finanziamento in venti rate a tasso zero. C’era una grafica che portava in riparazione un computer fisso di quelli che hanno tutto dentro al monitor da centinaia di pollici, mai visto un monitor così grosso, e lo teneva in un borsone di plastica di un supermercato. Un signore era in coda con il padre anziano per riparare l’iPhone ma poi, quando ha capito che si poteva entrare uno per volta, hanno desistito. Quando è stato il mio turno l’inserviente ha imposto la stessa regola a me. Mia moglie è rimasta fuori e sono stato accompagnato dall’ingresso al bancone. Era una ragazza molto giovane, con gli occhi che risaltavano per il trucco sopra la mascherina e le unghie pittate e rostrate come si usano adesso. Tra la mascherina e la protezione in plexiglas non capivo nulla delle risposte che mi dava, così mi sono messo di lato per cercare di cogliere meglio quello che diceva. Probabilmente la vendita al dettaglio non ha ancora preso le misure con le nuove convenzioni per gestire la clientela, un equivoco che mi ha lasciato fraintendere la sua inesperienza per il commercio in tempi di pandemia con un approccio sbrigativo e di scarsa professionalità. Mi ha rifilato una sfilza di ostacoli all’acquisto, a partire dalla carta di identità di nuova generazione con il chip che non contiene le informazioni adatte a dimostrare la veridicità della professione dichiarata. Il fatto è che il modello di Macbook Pro, appena messo in commercio, non era ancora disponibile in negozio. Ho dovuto insistere per farmi dire che l’arrivo era solo una questione di giorni. Voglio dire, se fossi un addetto alle vendite è la prima cosa che direi a un potenziale cliente per convincerlo sulla tempistica irrisoria. Rientrando in auto sono passato davanti al mio ristorante cinese preferito con l’idea di dare un nuovo senso alla giornata, ma le serrande sono ancora completamente abbassate. Niente computer, niente noodles, niente felicità al di fuori delle mura di casa. Così ho stappato una birra, mi sono seduto sul balcone, e ho fatto altre tre o quattro cose tratte dalla routine consolidata di questa quarantena. Ho provato a uscire ma, davvero, non mi è piaciuto per niente.

la differenza

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

A sei o sette anni la differenza è una cosa difficile. Preparo una scheda con un disegno di una fila di sette pennarelli, nella fila sotto ne disegno quindici ma ben allineati, in modo che quelli sopra coincidano perfettamente con quelli sotto e la differenza salti all’occhio. Facile scoprire dove ce ne sono più. Facile scoprire dove ce ne sono di meno. Ma quanti di più? E quanti di meno? Vedo i bambini cercare il punto in cui trovare la soluzione. La combinazione per spalancare il passaggio segreto. Sento le connessioni nelle loro teste ramificarsi anche se l’audio della videoconferenza gracchia per interferenze che sembrano mostri che stanno venendo a prenderci. Vedo la lucentezza negli occhi, la smorfia nel viso, il corpo che cresce proporzionalmente come se le cose da imparare fossero prede e i bambini le divorassero. Ma la risposta non esce ancora, è tutto troppo acerbo, non è la stagione adatta. Tenetela lì, mi verrebbe da dire. Tenetela lì questa cosa nuova. La useremo quando il tempo lo permetterà.

the final countdown

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Ed è un peccato perché gli ultimi giorni sono i più belli. Un po’ perché i ragazzi vedono le vacanze dietro l’angolo. Poi c’è quell’atmosfera da smobilitazione che non ha eguali. Se hai lavorato bene nel corso dell’anno puoi tirare i remi in barca perché i veri protagonisti sono quelli che devono recuperare per evitare il debito, ogni giorno qualcuno vive un dramma ma quella di chi ci mette troppo a carburare è una favola di insetti vecchia quanto l’uomo. Occhio però ai colpi di coda: la scuola è cinica e basta una distrazione per piombare nell’inferno dei voti rossi sul registro elettronico. Dalle finestre spalancate si sentono così tanti suoni e profumi che anche in periferia di Milano sembra di essere in Provenza. Le compagne di classe scoprono centimetri quadrati di epidermide in abbondanza e anche gli zaini si fanno sempre più leggeri. All’uscita il dubbio è se fermarsi al caldo con gli amici o cercare ristoro al fresco delle mura domestiche. Nelle località di mare si esce la mattina con il costume sotto e l’asciugamano in borsa ché non si sa mai. I ricchi raccontano i viaggi che faranno ai poveri che resteranno a casa sino a ferragosto. Ogni ordine, poi, ha i suoi riti e le sue scommesse da vincere e vede obiettivi diversi dopo l’ultima campanella a seconda dell’età dei frequentanti. Tutto è già passato: la gita, l’occupazione, la foto di classe, i buoni propositi già declassificati in obsolescenza a ottobre e gli attacchi di panico con gli insegnanti meno accomodanti. La pizzetta all’intervallo, il sudore negli spogliatoi, le risposte suggerite e le lacrime di chi non ce l’ha fatta. Gli ultimi giorni di scuola sono la diaspora di un popolo intero da una dimensione sociale verso una privata. Il tradimento al gruppo dei pari per il ritorno sotto l’egida famigliare, spalle voltate al tempo vissuto insieme per una stagione di cui tutti resteranno reciprocamente all’oscuro. Qualcuno in classe spiega, una voce risponde in modo corretto, fuori il cielo promette la libertà, si sente profumo di gigli, un altro anno è volato ed è sembrato infinito, allo stesso tempo.

contactless

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

La pubblicità progresso sui rischi di una fase 3 all’insegna del ritorno della pandemia e che gira in tele in questi giorni di fase 2 è sufficientemente efficace. Il ricorso allo stesso alone viola dell’omologo spot sull’HIV risulta evocativo per lo spettatore perché trasmette il messaggio di eguale pericolosità ed è in grado di riportare l’attenzione ai medesimi livelli di necessità di prevenzione del rischio di allora. Nello spot il contagio parte dalla digitazione senza guanti di un codice a uno sportello automatico, un’operazione che ai tempi della tecnologia contactless potrebbe essere superflua. La riduzione dei canali attraverso i quali un virus può essere trasmesso passa anche da un cambio di paradigma nei termini degli strumenti adottati. Superare la necessità di pigiare tasti meccanici per immettere dati d’accesso, ai tempi delle carte dotate di banda magnetica per le transazioni via RFID e NFC, è il minimo, per non parlare delle numerose possibilità offerte dall’Internet delle cose: se posso aprire un cancello con un’app non dovrei avere problemi nell’inviare a un bancomat una richiesta di emissione di denaro. Che poi il virus possa avvinghiarsi a una banconota da 50 euro è un altro discorso ancora. Nel 2020 c’è ancora bisogno di cartamoneta? C’è davvero bisogno di contanti?

cosa resterà di questo covid 19

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

In questi mesi di didattica a distanza abbiamo assistito e, probabilmente, partecipato in prima persona a numerosi dibattiti sulla scuola. Costretti a farne senza o per lo meno a viverla in un modo senza precedenti, orfani di quello che è un paradigma strutturale della nostra organizzazione sociale, ci è stata data l’opportunità di sperimentare quanto ci risulti insopportabile la sua mancanza. Per la prima volta abbiamo osservato l’ecosistema scolastico da una posizione opposta rispetto al solito e, per certi versi, privilegiata. Non potendovi entrare, per ovvi motivi di sicurezza, l’abbiamo studiato dal di fuori, da sopra, da sotto e da tutte le angolazioni possibili.

Ci siamo chiesti intanto se ci sia effettivamente bisogno di un’edilizia scolastica e se non risulti più consona un’architettura per grandi spazi e destination center adattata alle esigenze dell’istruzione. Luoghi in cui coltivare le relazioni tra studenti e studenti e docenti e relative attitudini anziché cattedrali adibite a cerimonie di investitura di saperi, palestre per il training preparatorio alla competizione sociale, teatri di ostentazione di disturbi della personalità, ammortizzatori sociali (sacrosanti) per professionalità a cui nessuna azienda conferirebbe alcun tipo di responsabilità, arene in cui esercitare poteri, indirizzare destini, marchiare a fuoco tramite giudizi soggettivi.

Abbiamo riflettuto sull’efficacia di un bombardamento a tappeto di cose da imparare senza nemmeno una tabella di marcia comprensiva di una fase in cui metterle in pratica per acquisirle davvero, prima di passare all’argomento successivo. I tempi dilatati hanno infatti imposto differenti priorità e chi ha applicato la propria routine metodologica agli strumenti della didattica a distanza ha dovuto riconoscerne i limiti (e chi non se n’è accorto probabilmente dovrebbe cambiare mestiere).

I genitori, spiando di nascosto o partecipando a fianco dei figli alle lezioni in videoconferenza, hanno avuto molte risposte sul mondo parallelo in cui i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo. Gli insegnanti, spiando i genitori mentre spiavano o partecipavano al fianco degli studenti, pure. Da genitori ci siamo chiesti se c’è bisogno che i nostri figli si sveglino alle sei e mezza per andare all’altro capo della città ogni mattina perché la vita – come facevano al tempo degli alberi degli zoccoli – inizia quando fa ancora buio e se davvero un tutorial su Youtube possa essere altrettanto efficace di un buon insegnante. Da insegnanti, ci siamo chiesti se c’è bisogno che i vostri figli debbano essere educati ad associare la formazione al sacrificio. Nel 2020 la vita è ancora un’esperienza di privazioni? Il mondo retto dall’economia impone che la vita sia solo sofferenza? E poi quando arriva il primo virus che ci impone di non mettere il naso fuori di casa, di non andare al ristorante, di non fare shopping, di non spendere il becco di un quattrino, come la mettiamo?

Ve lo concedo: è tutto vero, è tutto falso, è tutto il contrario di tutto. Continueremo a insegnare la letteratura in una lingua morta di duemila anni fa a ragazzi che avranno il tempo di leggere Paul Auster solo da vecchi. Gli studenti continueranno a riunirsi alle otto del mattino in un ambiente che, finita la scuola, non abiteranno mai più a meno che, a loro volta, non faranno i prof, da grandi, e troveranno gli stessi banchi con le scritte d’amore sotto e le LIM di prima generazione, quelle che se hai un notebook con l’uscita HDMI le puoi usare solo per appiccicarci i post-it di carta o come bersaglio per le freccette. Continueremo infatti a confondere la didattica con la tecnologia, anziché far confluire l’una nell’altra. Ci saranno le solite tre/quattro verifiche e interrogazioni alla settimana perché i ragazzi devono abituarsi a studiare sempre comunque tutti i giorni tutte le materie, e quell’idea di dedicare qualche giorno a fine di ogni mese in cui concentrare tutti i test resterà solo una puntata di uno di quei telefilm sui ragazzi americani.

Di questa esperienza così tragica, della bellezza dell’imparare senza stress, del fatto che la vita è uno stress solo quando arriva una pandemia che ti sottrae la gioia della vita in sé, dell’avere il tempo di cercare, riflettere, parlarne, discutere, divertirsi a imparare, resterà poco. Quasi nulla. Qualche videolezione inefficace registrata per errore e salvata nel cloud perché, ancora una volta, qualcuno ha confuso la didattica con la tecnologia.