corto circuito

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Non è facile mettere in sequenza quello che significa questo video, ma ci proviamo lo stesso. I Weezer sono una band di gente più o meno cinquantenne come me, quindi cresciuta nel brodo culturale degli anni ottanta. Qualche settimana fa i Weezer hanno pubblicato un disco di cover con molti brani degli anni ottanta che si intitola “The Teal Album”. Il bello di questo disco è che i pezzi non sono stravolti, come spesso è successo in passato da parte di gruppi rock o alternative rock che sono riusciti a mettere in luce la bellezza di certe canzonette eseguite in versioni agli antipodi, come approccio. Pensate a “Big in Japan” dei Guano Apes o le numerose versioni nu-metal di “Enjoy The Silence”. In “The Teal Album” i brani riproposti sono pressoché identici. Di questo disco, i Weezer hanno appena pubblicato un singolo con annesso video, ovvero “Take On Me” degli A-Ha. Il video è interpretato dai Calpurnia, la band che ha come frontman Mike Wheeler di “Stranger Things”, e cioè il giovane attore Finn Wolfhard. È inutile che vi ricordi l’ambientazione della serie “Stranger Things”, gli innumerevoli richiami culturali e, manco a dirlo, la colonna sonora. Il video di “Take On Me” degli A-Ha rifatta dai Weezer è ambientato proprio nel 1985, che è più o meno l’anno di uscita del successo della band di Morten Harket. Nel video si vede Finn Wolfhard disegnare fumetti che si animano, proprio come nel video originale della canzone. Poi l’attore raggiunge gli altri membri del gruppo che simulano l’esecuzione del brano. E comunque anch’io ho suonato con un chitarrista che aveva la chitarra synth Casio DG-10. Ecco, questo è tutto, ma ho fatto così tanti giri che ora devo sedermi per non cadere. Dovete comprendermi, sono un ragazzo degli anni ottanta.

emofobia

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Se dovessi sentirmi male per strada spero proprio che accada con un medico nei paraggi e non uno come me che, nei casi di emergenza, se la fa sotto e va nel panico. Una reazione che poco si addice a un addetto al primo soccorso. Dopo aver ricoperto questo ruolo di responsabilità sulla carta nell’agenzia in cui ho lavorato sino all’estate scorsa, il destino ha voluto infatti che fossi riconfermato addetto al primo soccorso anche a scuola. Il problema è che mentre in ufficio, al massimo, ti viene uno svarione per certe stupidaggini che ti tocca sentire o leggere, con più di venti marmocchi in classe qualche probabilità in più che ci sia bisogno di intervenire può capitare. Il problema è che nessuno me lo ha chiesto, di candidarmi, ma la scuola è un po’ come a militare, in cui all’ultimo arrivato vengono riservate le cose più spiacevoli. Ricordo di essere svenuto quella volta in cui, in caserma, mi avevano messo in macelleria con tutto quel sangue e, allo stesso modo, sono certo che in caso di bisogno non saprò da dove iniziare e mi limiterò a comporre il 112. D’altronde al corso te lo dicono subito: meglio evitare di comportarsi da super eroi se non si è certi di fare la cosa giusta e io sicuramente non voglio acquisire sicurezza di me proprio ora.

Senza contare che il corso dura dodici ore, divise in tre incontri da quattro ciascuno, e dal momento che è organizzato dopo la normale attività scolastica, nel pomeriggio, tenere botta fino alle 18:30 senza addormentarsi nemmeno una volta è praticamente impossibile. I docenti non brillano per capacità di coinvolgimento, d’altronde la materia è quella che è, e sono loro i primi a trasferire l’approccio errato con cui l’iniziativa, di per sé encomiabile, è stata imposta per legge. La partecipazione al corso è finalizzata a divulgare competenze in grado di salvare situazioni pericolose, ma in questo modo evitare l’abbiocco è un’impresa più complicata della rianimazione cardiopolmonare. E per ovviare a questa difficoltà pratica, l’esperto ci ha consigliato di fare i massaggi sullo sterno a tempo di “Staying Alive”, un rimando che mi ha mandato in tilt. Dovendo esercitare 30 compressioni del torace ad un ritmo di 100-120 al minuto bisogna vedere se poi, davvero, abbiamo in testa il giusto BPM della celebre colonna sonora de “La febbre del sabato sera” oppure, nella società dei remix o anche solo perché non siamo capaci di andare a tempo, mettiamo a rischio la vita di sconosciuti con la nostra interpretazione del brano per qualche inutile retaggio delle numerose cover band di disco anni 70 che ripropongono i successi da ballo dei Bee Gees. Allora ho pensato che, per gli strattoni necessari a portare a termine la manovra di Heimlich, si possono usare gli stacchi di “Killing in the name of” dei Rage Against The Machine.

noi dell’élite abbiamo problemi con la gente comune sin dai tempi di Menenio Agrippa

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Alla scuola primaria il programma di storia prevede, in quinta, lo studio dei Romani fino alla caduta dell’impero. Una scelta perfettamente in linea con la volontà di tenere i nostri figli il più possibile alla larga dalla contemporaneità e da quello che succede intorno a loro. I bambini possono così concentrarsi di più sulla dimensione infantile ed estendere l’esperienza di dipendenza dalla famiglia almeno fino al termine del triennio successivo, per affacciarsi poi ancora completamente slegati dalla società alla scuola superiore rendendo piacevolmente complicato il loro rapporto con l’adolescenza. Un altro vantaggio è il passato vissuto come una lunghissima favola Pixar dalla solitudine dei Sumeri primi sino ad Anna Frank che posta stories dal suo ritiro sociale, un approccio che premia il distacco dalla realtà grazie al quale poi i quattordicenni mandano in burn-out le prof del liceo deluse dal non aver più a che fare con materiale umano già pronto per l’università e costrette a far miracoli per mandare in vacca decenni di riforme della scuola. Pensate così alla reazione di un bambino del 2019 di fronte a un film come il “Il primo re”: ma allora “Game of Thrones” è esistito veramente? Meglio Kirk Douglas sulla biga o Russell Crowe che parla come un allenatore al Super Bowl? Noi che siamo cresciuti con l’epica di Orazio Coclite, Cincinnato, Muzio Scevola e Menenio Agrippa oggi ci sentiamo depositari di una chiave esclusiva che ci permette di giudicare le vicende dell’italietta fasciogrillista proprio come un Ultimo qualunque che, suonando la sua lira, contempla la sua Sanremo bruciare o un esponente dell’attuale classe dirigente che designa il suo cavallo membro di una giuria di qualità ma solo per fare un dispetto all’élite. D’altronde, uno vale uno.

prendere le distanze

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Ho risolto uno di quei problemi in cui si ha la somma e la differenza tra due numeri e ci viene chiesto di calcolarli. Quello più grande equivaleva alla distanza, da misurare con un righello, tra il giorno di oggi e le date di alcuni concerti a cui ho deciso non non participare. Anzi, il rischio è che il numero in questione tenda all’ignoto, se non proprio all’infinito, perché al momento non ne ho più voglia. Partire presto con l’ansia di vivere il sound check e l’atmosfera pre-concerto che poi, alla fine, risulta deludente. La calca fuori – che mi supera vergognosamente in giovinezza – con il freddo, non sapere dove lasciare la giacca, il caldo dentro, quelli davanti più alti, gli smartphone accesi, il pubblico antipatico, l’attesa del brano preferito, il vuoto lasciato dalla fine dell’esecuzione del brano preferito, la fine finta, i bis, la fine vera, tornare a casa, il ronzio nelle orecchie. Il numero più piccolo ha invece le dimensioni di una parola: ragazzi. Sono l’unico che chiama i propri alunni di quinta ragazzi, mentre per le colleghe sono ancora bambini. Chi delle bambine deve ancora andare in bagno? sento chiedere dalle altri classi, mentre io saluto dicendo buongiorno ragazzi. Se sono l’unico a farlo ho capito di sbagliare, perché tolgo probabilmente alla mia classe una parte di infanzia che non avranno più indietro. Nemmeno se li aiuto a risolvere quel problema di cui ho scritto sopra in cui ci sono una somma e una differenza tra due numeri e dobbiamo calcolarli.

Delta V – Heimat

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[quest’articolo è uscito su Loudd.it]

Lessico famigliare. Heimat, appunto. Ma facciamo un passo indietro. I Delta V sono una delle band più sottovalutate tra quelle nate e cresciute durante il boom della scena alternativa e/o indipendente locale, quella che si è sviluppata negli anni 90, quella dei vari Subsonica, Afterhours e Scisma, per farci capire. Emersi per lo più grazie a un’esigua manciata di revamping di brani della canzone italiana degli anni 70 e 80, pezzi ricondizionati con uno stile inconfondibile che è valso al gruppo un’adeguata risonanza, l’efficacia dei loro remake ha fatto passare però in secondo piano una produzione originale parallela corposa e di qualità sulla quale, forse, si è investito non sufficientemente.

Ecco: questo è l’incipit che avevo pronto nel cassetto (virtuale) dal 2006 o almeno dai postumi di quello che, fino a qualche mese fa, è stato il loro ultimo album ufficiale, nella speranza che prima o poi Carlo Bertotti e Flavio Ferri tornassero insieme in studio, preferibilmente con una delle tre cantanti che si sono avvicendate nella line-up dei Delta V lungo la loro carriera, per rimettersi a fare quello che sanno fare bene.

Senza contare che “Pioggia.Rosso.Acciaio”, il disco dell’addio (ma che se siamo qui si è trattato fortunatamente di un arrivederci) pubblicato tredici anni prima del nuovissimo “Heimat”, è passato poco più che inosservato malgrado costituisse il momento forse più importante nell’evoluzione del gruppo, con il ritorno della primissima vocalist (quella di “Se telefonando”, per intenderci) Francesca Touré e una serie di composizioni originali in grado di bilanciare la portata dirompente della consueta cover di modernariato vintage lanciata come singolo. In quel caso si trattava di “Ritornerai” di Bruno Lauzi, in effetti sin troppo azzardata per un pubblico non sempre a proprio agio fuori dagli schemi consolidati.

E se i Delta V sono stati una delle band più sottovalutate forse è proprio a causa del loro essere difficilmente addomesticabili e inquadrabili. Troppo fighetti e ricercati (a tratti leziosi) per far parte della schiera degli alternativi/indipendenti e troppo riconducibili ai gruppi alternativi/indipendenti per entrare nell’olimpo della melodia all’italiana, in cui comunque la loro ricercatezza sarebbe stata incompresa e il loro essere fighetti sarebbe stato frainteso per snobismo. Ma nulla mi toglie dalla testa la convinzione che la formula stessa del progetto attraverso la quale i Delta V, a ogni disco o al massimo due, si sono avvalsi di una cantante diversa, non sia stata accettata fino in fondo dal nostro mercato, italiano come la gente che lo popola. Nella musica, proprio come nella politica, abbiamo bisogno di identificarci in formazioni definite e capitanate da una figura forte, stabile, riconoscibile e in grado di contenere in sé la semplificazione del contesto di cui costituisce il principale contatto con l’esterno, l’interfaccia con il pubblico.

Ma ora possiamo lasciarci alle spalle il passato. Se avete seguito su Facebook, negli ultimi anni, Ferri e Bertotti, da un certo punto in poi è risultato sempre più chiaro che ci fosse del fermento. Fino a quando è spuntata dal nulla Martina Albertini, o Marti DV (come si firma sul social di Zuckerberg) e da allora è stata solo una questione di mesi, poi settimane, quindi giorni e dopo una manciata di anticipazioni – quasi tutte raccolte nel nuovo lavoro – ecco finalmente il ritorno ufficiale. “Heimat” è il sesto disco dei Delta V, uscito a tredici anni di distanza dal precedente, e Martina Albertini è salita prepotentemente e meritatamente al numero uno delle cantanti più adatte alla musica della band. Lo stile di “Heimat” è infatti in linea con i dischi precedenti ma è chiaro, sin da un rapido ascolto, che la vena compositiva è sensibilmente più cupa e il timbro di Martina, in questo mood, calza a pennello. La speranza è che Marti DV sia la scelta definitiva e che resti in pianta stabile, d’ora in poi e per sempre.

Con “Heimat” torna di moda il background culturale e stilistico che da sempre alimenta l’ispirazione dei Delta V. Un electropop ultra-raffinato nobilitato da un vero compendio della storia dell’elettronica in cui si ritrovano echi delle prime sperimentazioni di sintetizzatore fino al trionfo del suono artificiale degli anni 90 e duemila (gli Air in primis), a cui il trio ha aggiunto l’interpretazione artificiale della realtà alla luce dell’esperienza sonora e degli ascolti moderni e contemporanei che, nel tempo, la band ha assimilato. Sopra, i temi cari ai Delta V resi in liriche profonde ed efficaci: le trame del nostro passato vissute nelle esperienze autobiografiche, il quotidiano trasformato in poesia, l’eccezionale raccontato con le parole di tutti i giorni.

E, come risultato, “Heimat” è un ottimo album, il meglio che si possa produrre quando ci si rimette in gioco. Undici brani al netto della ghost track (in coda al fiume di emozioni di “Disubbidiente”, la traccia conclusiva, e peraltro uno degli episodi migliori del disco) più la cover per dare, comunque, un segnale di continuità con i lavori che l’hanno preceduto. Un segnale forte, considerando che le mine e i battisti qui lasciano il posto ai CCCP di “Io sto bene”.

Ma è tutto il resto che fa la differenza. I singoli pubblicati nei mesi scorsi, come “Domeniche d’agosto” e “Il cielo che cambia colore” con quel tema di sintetizzatore che, in una sequenza distribuita simmetricamente nella successione di accordi, ci riporta ai ricami analogici di “Oxygene” di Jean-Michel Jarre, si alternano a brani tutti da scoprire: la struggente “Disturbano”, la base drum’n’bass de “Gli aeroplani”, il dialogo intimo de “L’inverno e le nuvole”, il trip-hop di “Il mondo brucia” e il macigno dell’avere “30 anni” (che pezzo!) in una società che fa confusione con l’età in cui si diventa adulti. Insomma, cari Delta V, bentornati nei nostri ascolti, bentornati a casa. Heimat, appunto.

non è la prima volta che l’élite ribalta il voto popolare

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Comunque non è la prima volta che l’élite ribalta il voto popolare. Il popolo dovrebbe stare e, sulla base delle analoghe esperienze passate, comprendere che è giusto così. Un illustre precedente ci insegna che le giurie di qualità che, di norma, operano sul campo e dal vivo, hanno maggior lucidità nel valutare che cosa sia meglio in un determinato contesto e sono in grado di prendere le decisioni più efficaci anche per chi non ha gli strumenti per afferrare che cosa possa costituire il meglio per sé e per un popolo. La gente deve tornare ad affidare il proprio destino all’élite e a quella classe dirigente che, per uno sterile impeto populista, a un certo punto ha percepito ostile. Ci sono dei livelli nell’umanità, più che delle classi. Non dovremmo prendercela perché i nostri limiti ci negano l’accesso a coloro ai quali il destino ha demandato la storia. Il simulacro di visibilità che alcuni strumenti moderni ci mettono a disposizione non deve essere confuso con l’intelligenza, la cultura, la preparazione, il buon senso, le scuola stessa. Torniamo nelle nostre periferie sociali se non siamo abbastanza abbienti intellettualmente per abitare il centro decisionale. Non è la prima volta che l’élite ribalta il voto popolare, e sembra che l’ultima volta in cui è successo, quella volta lì – a detta da chi stava da parte a prenderne le misure e a studiarne gli effetti – sia stata una vera e propria liberazione.

io T.V.B. cara Italia

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Al termine della serata inaugurale la prima cosa che è ho fatto è andare su Twitter per scrivere che Sanremo, quest’anno, è abbastanza una merda. Ho ricevuto diversi plausi, qualcuno che ha puntualizzato che non fosse solo un problema di quest’anno e, in genere, tutte le risposte standard a un’affermazione acchiappa-like. Poi invece, per puro caso, ho seguito tutte le puntate e per la prima volta posso – finalmente – dire la mia sul Festival sfoggiando una preparazione adeguata e non sputando sentenze superficiali per luoghi comuni, come, appunto, un tweet come “Sanremo, quest’anno, è abbastanza una merda”.

A Sanremo, quest’anno, è stato innanzitutto il contenitore a segnare una rottura con le passate edizioni, da qui l’equivoco che mi ha spinto a commentare negativamente l’avvio della manifestazione. Lo spettacolo televisivo è stato ampiamente sotto le righe, sobrio ai limiti del dimesso. Baglioni si conferma agli antipodi del mattatore, Bisio completamente inadatto a quel tipo di diretta tv, inutilmente buonista e troppo poco irriverente nei confronti dell’autorità del direttore artistico, un dualismo che tutti ci aspettavamo prendesse il largo per aggiungere un po’ di pepe tra una canzone e l’altra. In questo vuoto di personalità da Festival, Virginia Raffaele non ha avuto sufficiente spazio per prendere le redini delle serate, pur dimostrando una bravura senza confronti. Ma con un Baglioni che deambulava sul palco con l’espressione di un ospite di una casa di riposo in visita guidata, le occasioni di gag sono andate sprecate, e la Raffaele si è dimostrata troppo raffinata per appagare la nostra sete di cattiverie.

Sui siparietti musicali c’è poco da dire: noiosi, fuori luogo e retaggio di una tv che noi tutti credevamo morta e sepolta. Un po’ meglio le coreografie delle canzoni del cantautore romano che, almeno, ci hanno distratto dal suo timbro sempre più lagna. Quanto agli ospiti, non ricordo di aver mai visto un Festival così autarchico, probabilmente una prova tecnica di sovranismo nazionalsocialista gialloverde. La prima.

In questo non-scenario, l’attenzione ai contenuti, ovvero le canzoni, è quadruplicata, almeno da parte mia. E, a parte qualche caso in cui è stato oggettivamente impossibile salvare qualcosa – penso a “Il Volo” e a Cristicchi che, sempre oggettivamente, sono meno di una merda – ho trovato degli aspetti positivi in diverse proposte. Mi riferisco alle canzoni di Motta, Daniele Silvestri e Zen Circus, per esempio, brani che non scendono a nessun compromesso con il contesto ma forti della personalità di chi li ha composti ed eseguiti. I pezzi di Mahmood, Achille Lauro, Ghemon, Boomdabash, Ex Otago e Nino D’Angelo con Livio Cori, cose a cui il palco dell’Ariston è poco avvezzo e ciascuna, a suo modo, comunque interessante. Quelli di Loredana Bertè e Paola Turci, nella categoria classici da Sanremo, ma tutto un altro paio di maniche rispetto alla media dei michele zarrilli che si vedono solo una volta all’anno e solo qui, e che potrebbero farne anche a meno, di partecipare.

E il punto è che per la prima volta il Festival è stato realmente una proiezione di quello che c’è nel nostro paese. Non proprio il paese reale, ma almeno la testimonianza più presentabile e comprensibile, a un pubblico come quello del Festival, delle principali tendenze musicali che si sono affermate negli ultimi anni in Italia.

Laddove è passata inosservata la new wave italiana negli anni 80 (Garbo e, a essere di maglie larghe, i Matia Bazar), il rock negli anni 90, il campione di underground raccolto ai margini del mercato grazie alla benevolenza del direttore artistico di turno – Blu Vertigo, Subsonica, Afterhours -, tutti fenomeni comunque irrilevanti per la SIAE e per la già agonizzante industria musicale nazionale, nel 2019 Baglioni ha finalmente compiuto il miracolo.

Quest’anno c’erano l’indie e la trap, generi che si spartiscono un marketshare mai visto, tra i giovani, in Italia. Pensate a Calcutta e a Sferaebbasta. Provate a scartabellare su Spotify nelle playlist dei vostri figli e dei loro amichetti under 18. Attraversate i crocchi di ragazzini che escono da scuola con le loro casse bluetooth nascoste nelle tasche degli zainetti Northface. E ancora il rap commerciale, il pop melenso da Youtube con la strofa rappata e il ritornello melodico con voce femminile, le cariatidi che piacciono tanto agli anziani, un pizzico di specifico sanremese, l’inconfondibile canzone napoletana (per l’occasione in quota Liberato), il pavarottismo e persino la trasgressione, per far inviperire le platinette del caso il giorno dopo a Domenica In.

Tutte le realtà italiane, per la prima volta, le abbiamo trovate rappresentate sul palco di Sanremo. Non si è vista nemmeno l’ombra di qualche scopiazzatura dall’estero. Da UK, dagli USA, dal Sudamerica. Niente. Tutto fottutamente italiano. Probabilmente una prova tecnica di sovranismo nazionalsocialista gialloverde. La seconda.

la droga nascosta nei titoli: dai Beatles ad Achille Lauro

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Oramai i cani all’aeroporto vi sgamano qualsiasi trovata. La valigia con il doppio fondo, le paste nella crema per le mani, gli ovetti con le bustine ficcati nel didietro nemmeno foste un kinder sorpresa qualunque, i panetti alloggiati nei case dei dispositivi elettronici, la chimica nel retro dei francobolli. Oggi lo sanno tutti che il modo più efficace per trasportare la droga con sé è quello di nasconderla nei titoli delle canzoni. Dai più criptici a prova di solutori di enigmistica come “Lucy in Sky with Diamonds” o “Bollicine” ai più espliciti “Kaya”, “Cocaine”, “Brown Sugar” ed “Heroin”, se avete sostanze illegali la cosa migliore è occultarle in liriche stupefacenti. Parlate nelle vostre canzoni di persone su cavalli a dondolo che mangiano torte di marshmallow, di vespe e di pere, di sentirvi liberi, di correre ancora a fine giornata, di belle ragazze afroamericane, di essere i figli di Gesù, e avrete a disposizione voluminosi anfratti culturali protetti da intercapedini a prova di raggi x per nascondere qualunque tipo di porcheria e perfette per superare ogni tipo di controllo delle forze dell’ordine. Pensate a quanto mdma si può sottrarre alla vista dell’opinione pubblica dietro a una canzonetta vasco-rockeggiante intitolata “Rolls Royce”, e pensate all’effetto allucinogeno che potrebbe avere un acido che si chiama “supercalifragilistichespiralidoso”.

sanremo e gli idealisti

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Nel bel mezzo della penultima serata del Festival di Sanremo edizione 2019 lo spot di Idealista, il portale di annunci immobiliari, è stato trasmesso nella versione “fascia protetta”, ovvero con una protezione virtuale realizzata in blur applicata sulle natiche nude del locatario in potenza che si trasforma in atto mentre attraversa l’appartamento inquadrato di (fondo)schiena – dopo un veloce strip – per fare la doccia. Proprio quello spot che sembra l’incipit di un film a luci rosse coi fiocchi perché quando il marcantonio svestito chiede all’attore che interpreta il porno-agente immobiliare se gradisce un “succhino” è facile immaginarne il seguito. Quindi la velatura pixelata a salvaguardia degli spettatori più impressionabili, bacchettoni o omofobi forse sarebbe stata più opportuna sulla battuta finale, anche se sarebbe bastato realizzare una versione della pubblicità senza “succhino” ma con un’altra bevanda liscia qualsiasi ma dal nome libero da qualunque richiamo alle pratiche sessuali.