bisogni di basso livello

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Pare che i più raffinati torturatori infieriscano sui piedi delle vittime per via delle interconnessi nervose tra i diversi punti delle nostre estremità inferiori con altrettante parti del corpo. A voi non capita mai di verificare autonomamente queste corrispondenze, come se i piedi beneficiassero di una sensibilità parallela, una sorta di alter ego in grado di esprimersi solo a segnali, la controparte di un sistema bicefalo (che cosa difficile da immaginare, perdonatemi) che non sempre si trova d’accordo con la componente intellettiva del nostro corpo? E se l’anima risiedesse nei piedi? Pensate, a lungo andare, come saremmo in grado di conciarla. Costretta in contenitori spesso deformi a loro volta incapsulati in involucri imposti dalle convenzioni sociali più che dalle condizioni climatiche è facile comprendere la velocità con cui l’anima sarebbe in grado di logorarsi.

Pensate dopo anni di passi, gradini, corse, storte, intemperie, crampi, salti e calci volontari e non come ci riduce. Per non parlare dei casi di anime piatte, anime con l’alluce valgo, anime puzzolenti. E ancora l’equivalente delle unghie incarnite, dei calli, delle piante arrossate quando si calzano senza soluzione di continuità le sneakers, quelle che un tempo chiamavano scarpe da tennis. E ancora l’anima fighetta nei mocassini, quella antagonista negli anfibi da centocinquanta euro, quella dimessa e zarra nelle infradito, quella noncurante dei giudizi altrui nelle Birkenstock, con la versione tedesca nei calzini, quella così refrattaria a consentire a qualcuno di innamorarsi di noi nelle ballerine.

Per questo il sollievo dell’anima è un catino con l’acqua tiepida e i sali e stare lì fermi a godersi il ristoro per noi uomini che, dopo secoli trascorsi a scrutare il cielo nella speranza di scorgere qualche anima di passaggio, mai avremmo pensato che in realtà stavamo sbagliando tutto e che bastava volgere lo sguardo molto più in basso, vicino alla terra pronta a inghiottirci, per capire tutto.

se fossi ricco pagherei Noemi per cantarla così

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Citarsi addosso è una delle maggiori soddisfazioni per noi blogger di grido perché ci consente di convincere i lettori che, con le cose che scriviamo, facciamo sistema, articolo dopo articolo, e che siamo noi i veri autori ai tempi dei social perché, anche se non pubblichiamo libri di carta di centinaia di pagine con la copertina rigida e facciamo periodi nei nostri post lunghissimi prima di arrivare a un virgola come questo, mettiamo a disposizione dei lettori una storia che poi in fondo siamo noi stessi, le cose che diciamo, i dettagli che notiamo e che amplifichiamo o mettiamo alla berlina, fino a quando poi decidiamo di arrivare al punto e, il punto, lo mettiamo.

Questo per dire che ho la forte sensazione – ma potrei essere smentito – che il noto produttore di affettati (che saluto con affetto) Negroni abbia cambiato la voce interprete del suo stranoto jingle passando dalla sexy presunzione di Mario Biondi alla raucedine senza speranza di Noemi dopo aver letto il mio celebre intervento pubblicato tempo fa.

Cari amici della Negroni, mi chiedo però a questo punto se non abbiate il prosciutto sulle orecchie. Noemi è brava e bella e tutto quanto ma il contrasto con la vostra melodia è davvero insostenibile, anche a causa di quel ritmo alla “Clocks” dei Coldplay (toh, che combinazione, ne ho scritto proprio qui). Noemi inoltre ha snaturato la vostra canzoncina pubblicitaria rendendo inappropriatamente fluida la scansione delle sillabe che contraddistingueva la versione originale, quel vuol-di-re-qua-li-tà che piaceva tanto ai figli di Carosello che ora è mellifluo e, soprattutto, chiude con quel taaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa che proprio non si può sentire.

Quanto a te, cara Noemi, di certo non possiamo biasimarti. La pubblicità mastica tutto e impasta nella sua bocca boli (plurale di bolo, spero sia corretto) giganteschi che poi trasforma con la sua flora intestinale in prodotti commerciali che uno non ci crede che prima erano cultura (questo fuori di metafora). Pensate solo ai grandi cuochi stellati che fanno il bello e brutto tempo con le vite e le passioni degli aspiranti Masterchef e che poi fanno da endorser alle patatine fritte industriali, alle cucine, ai detersivi per lavastoviglie. Per non parlare di Gigi boia-chi-molla Buffon. Avete idea di quanti siano gli spot a cui presta la sua faccia?

soccorso stradale

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L’incubo di Nino era quello di rimanere in panne in autostrada così, quando è stato il momento di cambiare la macchina, si è comprato un carro attrezzi e ha risolto il problema all’origine. Ma non ha cambiato lavoro, attenzione. Nino è un professionista nel suo settore e non si sogna certo di arrotondare lo stipendio andando a recuperare le automobili guaste o ammaccate per condurle alla carrozzeria più vicina. Nino usa un fiammante e robusto carro attrezzi per affrontare sia gli spostamenti a corto raggio che le lunghe traversate per le vacanze, fiducioso nel fatto che un carro attrezzi non possa mai avere problemi meccanici o che mai dovrà cambiare una ruota usando il cric. Per non parlare della comodità dell’abitacolo, che consente di ospitare, oltre all’autista, chi è costretto a ricorrere al soccorso stradale e il suo equipaggio. Dentro ci si sta anche in sei ed è una fortuna perché il mezzo, considerate le dimensioni e lo scopo con cui è stato pensato, non può essere lanciato a velocità spinte. Di valige e borse, poi, ne contiene a iosa e, in caso di emergenza, può caricarsi l’auto di sua moglie dietro e sfruttarne il portabagagli.

Non vi ho detto che Elena è la moglie di Nino e, insieme ai figli, si sono dimostrati più che orgogliosi dell’acquisto, anche se impegnativo dal punto di vista dell’investimento. Nino ha sempre avuto il mito delle ragazze che andavano a Londra da sole ai tempi in cui mica c’erano i voli low cost e un viaggio di quel tipo equivaleva a mettere una pietra sopra al proprio passato. Una svolta. E, a Londra, proprio Elena ha trascorso quasi dieci anni dopo il diploma e, quando è tornata, parlava perfettamente l’inglese e aveva un figlio pronto per iniziare le elementari. Nino avrebbe voluto andare a trovarla in UK sfruttando la conoscenza di un amico che stampava biglietti ferroviari contraffatti a ventimila lire cadauno in un vero e proprio laboratorio artigianale. Comunque Nino l’ha aspettata lo stesso e, al ritorno, ne ha sposato il progetto, oltre alla persona in sé. Ancora oggi, quando Elena rimprovera Nino a Nino gli trema il mento, come succede ai bambini che trattengono le lacrime, se si deve giustificare per qualcosa. Poi infila pantaloncini, maglietta e le scarpe da calcetto nella sua sacca con il logo de “Il dentista moderno” e mette in moto il carro attrezzi per raggiungere gli amici sul campo che prenotano un giorno fisso alla settimana. Il figlio di Elena ha ancora adesso l’accento inglese e ha chiesto per il suo compleanno un cane di una di quelle razze che vanno di moda oggi e, come se non bastasse, l’ha chiamato Liberato.

la prova definitiva che i prof sono meglio dei supplenti

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Si chiama proprio “Il supplente” ed è la nuova trasmissione in onda il mercoledì sera alle 21:45 circa su Rai Due. La formula è intrigante: un personaggio famoso va a sostituire un professore delle superiori per qualche ora di lezione. La classe è all’oscuro di chi salirà in cattedra. Sanno che quel giorno verranno effettuate delle riprese ma sono convinti che dovranno sottoporsi a una lezione ordinaria. Poi la mattina stessa un commesso avvisa che il prof non ci sarà e che, di lì a breve, arriverà un sostituto.

Al momento, siamo solo alla seconda puntata, si sono susseguiti alcuni volti noti della tv: Roberto Saviano, Mara Maionchi, J-Ax ed Enrico Mentana. Le classi a cui sono stati assegnati sono abbastanza pertinenti: a Saviano un liceo classico di Maddaloni, Mentana in una quinta del Virgilio di Roma, Mara Maionchi e J-Ax invece a istituti – per dirla alla Michele Serra – più proletari, rispettivamente un linguistico e un tecnico informatico milanesi. Stesso discorso per gli argomenti delle lezioni: Saviano e Mentana storia, Maionchi inglese e J-Ax informatica. I supplenti irrompono in classe tra la sorpresa dei ragazzi dopo un brief di partenza con il docente che descrive gli alunni che si troveranno di fronte.

Appena entrati, i supplenti fanno l’appello e familiarizzano con la classe, quindi ne interrogano un paio per poi sviluppare, attraverso una lezione collaborativa, un tema interdisciplinare tra la materia in questione, le esperienze dirette dei ragazzi e quelle del supplente, il tutto attraverso contenuti di vario genere. Saviano si è soffermato sulla liberalizzazione delle droghe leggere, Maionchi sul talento, J-Ax ha riportato la sua esperienza diretta sul bullismo e Mentana ha cercato di tirare fuori le passioni dei ragazzi.

L’esperimento restituisce una visione di classe capovolta, nel senso che i veri protagonisti sono gli alunni. A loro va infatti il merito di completare i temi delle lezioni con curiosità ed entusiasmo, di scardinare i luoghi comuni con cui ci immaginiamo possano interagire con il vip in cattedra e di restituire un quadro delle nuove generazioni molto differente da come le cronache e la nostra esperienza diretta contribuiscono a dipingere. Un aspetto che ovviamente va preso con le dovute distanze, considerando gli effetti del montaggio e del fatto che, a priori, la selezione delle classi da coinvolgere sarà stata fatta meticolosamente ai fini della riuscita del programma.

Una seconda considerazione riguarda i vip. Il programma, al momento, ci sta mostrando che non sempre l’essere un personaggio conosciuto permette di gestire una classe allo stesso modo in cui, nei rispettivi programmi tv, i vip gestiscono il pubblico, i tempi televisivi e hanno il polso della situazione. Nella prima puntata abbiamo notato l’ottimo feeling tra Saviano e i suoi alunni e l’autorevolezza di Mara Maionchi grazie al modo in cui è rimasta se stessa e tale e quale la vediamo in tv. Nell’episodio di ieri, invece, J-Ax è stato più volte colto dalla camera a leggere quel che doveva dire sul finto registro che si portano in classe e, in alcuni casi, ha sopravvalutato la sua fama che, probabilmente, nelle generazioni più giovani – che hanno spostato il loro focus dal rap alla trap – è ormai diminuita.

Anche la lezione di Mentana al Virgilio (uno dei licei classici più blasonati della capitale) non è stata particolarmente fluida, un po’ a causa dell’approccio presuntuoso dei ragazzi (perfettamente in linea con i loro nomi altisonanti), un po’ di Mentana stesso, a tratti troppo ingessato e sulle sue e, soprattutto, di un prof positivamente ingombrante, di quelli che non si fanno oscurare nemmeno da una star dell’informazione come il direttore del tg de La7.

E benché ci siano principalmente i ragazzi al centro de “Il supplente”, anche se a volte durante la visione è facile cogliere la finta realtà televisiva, quella che si manifesta quando si cerca di rendere forzosamente reale una finzione, fino ad ora gli insegnanti sono stati le vere star del programma. Sempre preparatissimi, adorati dagli studenti, poco propensi a farsi schiacciare dalla visibilità dell’ospite di turno pur stando al gioco con la massima umiltà e, soprattutto, controparte in carne ed ossa di un mondo fatto di immagine, autoreferenzialità, ego inutilmente smisurati, parole digitalizzate, post-produzione televisiva, canzonette da una botta e via e tutto quello che, da sempre, siamo abituati a considerare la componente principale e condivisa delle nostre esistenze.

quel film che ha una mensola come protagonista

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Ieri sera ho visto al cinema quel film che ha una mensola come protagonista. Lo proiettavano al multisala e l’ho scelto per caso, solo dopo ho scoperto che era un film piuttosto vecchio risalente al 1968 e riproposto proprio perché quest’anno ne ricorre il cinquantennale. Nel complesso è pieno di effetti speciali ma non come quelli che si vedono adesso nei film sui supereroi. È un film di fantascienza ma si vede che è stato girato in uno studio, senza computer e grafica 3D. La cosa difficile è superare l’inizio. Al posto della sigla lo schermo rimane buio per parecchi minuti con della musica pallosissima. Poi però incomincia e, anche se nel complesso non si capisce molto, tutto sommato si lascia seguire perché lascia molte domande irrisolte. Il dubbio resta però sulla scelta di una mensola come protagonista. Che poi nelle prime scene, quando ci sono le scimmie che litigano per una pozza d’acqua, più che una mensola sembra uno di quei piani in wengé che vendono all’Ikea e che, con le giuste gambe, diventano eleganti tavoli da sala da pranzo. Verso la fine invece rivela la sua essenza di mensola perché vaga nello spazio messa per orizzontale, come se fosse fissata nel nulla con i fischer più appropriati per il peso che dovrà sostenere anche se il peso dell’universo è incommensurabile come l’universo stesso, senza parlare del fatto che poi che senso ha una mensola che vaga nello spazio è ancora tutto da scoprire. Quel film che ha una mensola come protagonista dura più di due ore perché certe scene sono lentissime. Il passaggio in cui l’astronauta prende l’acido e vede tutti quei colori può essere ridotto drasticamente perché il concetto è chiaro dopo qualche secondo. Stesso discorso per il viaggio all’inizio e, se fossi nel regista, proverei anche ad accelerare i dialoghi con il computer parlante, quello che ha il logo del Grande Fratello. Poi alla fine, e scusate lo spoiler, c’è l’astronauta da vecchio che guarda sdraiato nel letto una specie di tv e anche se gli punta il dito contro non riesce ad accenderla, che poi si scopre che è di nuovo la mensola di prima messa per verticale e che per magia fa apparire un feto che vaga nello spazio. Forse è un messaggio anti-abortista. Comunque bella anche la musica del concerto di capodanno nelle scene con le astronavi e i pianeti.

noi robot

Posted Pubblicato in Spazio Pour Parler

Le mutazioni genetiche che la tecnologia ci impone se ci pensate bene sono state difficili da prevedere fino a poco tempo fa. La vista in calo a causa dei display luminosi e dei caratteri sempre più minuscoli che siamo tenuti a leggere per lavorare, sopravvivere nell’attuale mondo iperconnesso e anche per divertirci un po’. Il calo del desiderio generato dall’impatto che la pornografia di massa e gratuita ha avuto sulle generazioni che hanno preceduto noi millennials. L’allungamento del collo causato dalla postura con cui usiamo consultare i nostri smartphone e quel modo di protrarlo nemmeno fossimo delle giraffe preoccupate di non farcela ai cambiamenti climatici. Per non parlare del monoauricolare bluetooth incorporato dentro al padiglione auricolare proprio come un’estensione protesica al nostro corpo.

Nessuno ha ancora verificato le potenziali conseguenze di questa modernissima branca dell’impiantologia, è ancora troppo presto. Ma il led lampeggiante verde che si scorge sopra al lobo di chi si è già sottoposto a tale innesto a noi che, malgrado la spinta innovazione in cui siamo cresciuti, restiamo tuttavia una generazione di passaggio, fa abbastanza impressione. Proprio non ci siamo abituati. A me, poi, vengono in mente i Kraftwerk, un gruppo musicale tedesco in auge nel secolo scorso con una coda di revival nei primi decenni di questo che volge al termine. Suonavano un genere chiamato elettronico e si atteggiavano a uomini macchine illudendo spesso gli spettatori dei loro spettacoli live e apparizioni in TV del punto in cui si potesse spingere il progresso dei tempi. Indossavano cravatte con luci colorate che esaltavano le loro movenze da robot. Cantavano anche le gesta di quel monto automatico. Oggi siamo ai primi stadi delle conseguenze della trasformazione di cui ci siamo resi protagonisti. Poco fa osservavo una persona con il led acceso impiantato nell’orecchio e mi sono chiesto se i Kraftwerk fossero ancora in attività che cosa potessero pensare.

la seconda volta nella vita

Posted Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Angélique Kidjo ha praticamente rifatto “Remain in light” dei Talking Heads in versiona afro-beat e vi assicuro che è una figata senza precedenti, anche se un precedente c’è ed è “Remain in light” dei Talking Heads.

i migliori modelli di auricolari per smartphone sul mercato

Posted Pubblicato in tecnologia e altri incidenti

Mi piacerebbe essere un influencer in ambito tecnologico solo per ricevere in prova (o in omaggio) qualche prodotto e risparmiare così tutti i soldi che spendo per comprare quelli che si rompono. Sono pochi i dispositivi che mi sono durati tanto. Ho un impianto stereo con pezzi risalenti al 1978 e qualche innesto acquistato a metà anni novanta e va tutto da dio, per dire.

Da quando uso gli smartphone, invece, ho cambiato un numero di cuffie e auricolari esorbitante e, a parte in un solo caso in cui sono rimaste impigliate nella portiera della macchina e le ho trascinate per un centinaio di km, per il resto si sono sempre rotte loro. E non è nemmeno una questione di fascia di prezzo, a meno che non mi diciate che tra un modello da dieci euro e uno da quaranta la qualità sia la stessa. Ho alternato marche storiche come Philips e Pioneer a brand recenti come Aukey, ma per uno o per l’altro motivo qualcosa è sempre andato storto. Si rompe un canale. Malgrado siano commercializzati come waterproof non resistono al sudore della corsa.

L’ultima sorpresa sono queste Adorer Auricolari Sport RX6 che sono perfette, non scappano dalle mie orecchie asimmetriche, reggono la mia copiosa sudorazione e l’audio si sente egregiamente ma – non so dirvi perché – mandano in tilt il mio Moto G5 Plus. Dopo aver estratto le cuffie, lo smartphone resta come se le cuffie fossero ancora inserite impedendo il funzionamento del microfono e dell’audio del telefono. Si può telefonare solo in viva voce e la musica non si sente più dallo speaker del dispositivo. Per far tornare tutto normale occorre ingegnarsi con una combinazione random di metti e leva le cuffie, spegni e riaccendi il telefono, qualche ricerca in rete su come ovviare al problema e, perché no, qualche parolaccia contro il fato e la tecnologia. Ora, cari produttori di tecnologia, se seguite questo blog perché ne avete compreso le potenzialità di business che può portare al vostro brand, sappiate che sono a vostra disposizione per testare quello che producete e farvi pubblicità. Inizierei con un estrattore per la frutta e verdura, perché temo che una richiesta per un Mac Book Pro passerebbe inascoltata.

meglio stare a guardare, qualche volta

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A Gianni è piaciuto l’intervento di quel giornalista sportivo che ha ammesso che “l’importante è partecipare” è uno dei modi dire più fuorvianti mai coniati nella storia dell’umanità. Era ora che qualcuno lo dicesse, mi ha detto al telefono, poco fa. Gianni vive per il calcio ed è convintamente soddisfatto della mancanza della nostra nazionale alla coppa del mondo che è appena iniziata. Ci si può godere lo spettacolo – sempre che per voi il calcio sia uno spettacolo – senza le implicazioni emotive che avere una rappresentativa del cuore comporta. Ciascuno può scorrere l’elenco delle squadre partecipanti e scegliere quella preferita. Possono essere anche più di una. Francia, Germania, Spagna e anche Islanda, guarda un po’. Gianni mi ha aperto gli occhi. Pensate a quanto può essere limitativo essere fissati con una cosa sola. Se tieni per la Juve e il Genoa e anche il Milan, per dire, puoi consolarti con una compagine o l’altra a seconda dei risultati. Nel caso dei mondiali, c’è poi un fattore estetico tutt’altro di secondo piano. Se vi piacciono gli uomini si può scegliere la squadra da tifare a seconda del tasso di bellezza o eleganza presente. Oppure le magliette con i colori e il taglio più in linea con i propri gusti. O ancora più semplicemente accendi la tv a caso e decidi al momento. Perché no? Così ho pensato che essere sempre protagonisti alla lunga rompe un po’ i maroni. Perché voler esserci a tutti i costi quando vedere le cose da spettatori è così rilassante? Gianni, prima di congedarsi – stava per giocare il Portogallo – mi ha chiesto di rifletterci sopra ma, sinceramente, non saprei da dove iniziare.

il dono

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Ai bambini puoi chiedere tutto ma la regola per cui non si restituisce una cosa al precedente proprietario che ha deciso di regalartela è più vincolante di una legge naturale. Si tratta di un patto che ha radici che si perdono nell’infanzia dei nostri avi e poi su su fino a quando non c’era granché da regalarsi se non qualche strumento primitivo con cui i bambini dei tempi più remoti si dedicavano ai loro giochi. I cosiddetti tesori da nascondere e mostrare solo agli amici più fidati. Non si tratta solo di possesso, ma è qualcosa di più. È un elemento viscerale che rivela la nostra animalità e che solo anni di sovrastrutture riescono a mettere a tacere. Ciascuno di noi ha provato questo stato d’animo, ne è rimasto ferito o, orgogliosamente, è riuscito nell’intento di vincere la sfida. Certi nostri incubi da vecchi probabilmente risalgono a lì. La condivisione è un sentimento complesso che solo l’intelligenza riesce a scardinare. Ma da piccoli prevalgono pancia, gambe, braccia, mani, pugni, respiro e sudore. Un dono è scindere una parte di sé e, nella situazione più estrema, non c’è tempo per individuare cause, valutare gesti, considerare conseguenze. C’è l’atto e solo quello. Prima di regalare qualcosa a qualcuno, se siete bambini, pensateci bene perché, dopo, non si può più tornare indietro.