sono stanco

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Attenzione a chiedere “come stai?” al prossimo perché la persona interpellata è facile che ti risponda che è stanco. Se volete vincere facile con un sondaggio sul web basta postare la domanda “sei stanco?” con l’opzioni sì e no e vedrete sia la valanga di accessi che il suffragio bulgaro per il sì. Anzi, secondo me il sondaggio potrebbe essere come quei referendum che si facevano un tempo, quando si consultava il popolo sul successo di un dittatore e il modello precompilato a un’opzione obbligatoria non lasciava poi così tante interpretazioni.

Chi è che non è stanco, d’altronde. Nel nostro immaginario individuale e collettivo c’è sempre un momento, un giorno, un fine settimana, un periodo di ferie, una stagione o un qualunque spazio temporale in cui è lecito fermarci per riprendere fiato, stravaccati su un divano tutti sudati marci dalle fatiche dell’esistenza. Non vediamo l’ora che arrivi quel momento anche se poi dura molto poco. La sera diventa mattina successiva. Il weekend assume le sembianze del lunedì. L’Epifania se le porta tutte via e a quel fottutissimo rientro dalle vacanze estive è meglio non pensarci nemmeno.

Sono stanchi i bambini e i ragazzi. Sono stanchi i giovani, e sappiamo il perché. Sono stanchi gli adulti che fanno carriera ma sono stanchi i cinquantenni che sperano di tirare i remi in barca. Ecco. Per noi rappresentanti della mezza età, per non dire peggio, ci sono due traguardi. La pensione, che sebbene non arriverà mai più, è comunque un sogno al quale aggrapparci quando i nostri datori di lavoro ci spediscono in giro per il mondo come dei ventenni quando invece ci basta una trasferta in auto andata e ritorno in giornata per farci anelare ad almeno quarantotto ore di calma per riprenderci fisicamente e psicologicamente. Poi c’è il riposo assoluto, quello eterno, che è bene che sia il più in là possibile ma che comunque un po’ attira per le dormite che, pare, ci si possa permettere. Ora però basta. Mi sono stancato troppo. Non chiedetemi nemmeno come sto, la risposta potete darvela da soli.

la ricetta della nonna per acchiappare più like

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Il paese dell’appennino ligure da cui ha origine la famiglia di mio papà ha le sue specialità gastronomiche, un po’ come tutti i posti del mondo. Mi riferisco a quei piatti o quei sapori che puoi mangiare solo lì e da nessun’altra parte. Magari si tratta di cibi diffusi nella regione o nella provincia o anche in qualche altro comune limitrofo, ma state tranquilli che ogni borgo blandisce la sua ricetta e, per un comprensibile campanilismo alimentare, è convinto di perseguire la modalità di preparazione più corretta degli altri. Il problema è che questa parcellizzazione della cultura gastronomica spesso si riduce ancora e finisce che ogni casa e ogni famiglia personalizza ulteriormente ingredienti e procedura. Che problema c’è, vi chiederete. La diversità è fonte di ricchezza sociale e culturale, però si fa presto a dilapidare questo genere di patrimoni individuali. Basta portarsi la ricetta nella tomba, non lasciare nessuna eredità culinaria, e tutto è perduto.

Mia nonna, la mamma di mio papà, preparava una sua interpretazione di una specie di pane tipico di quel paese in cui era nata. L’elemento caratterizzante era il latte cagliato, usato nell’impasto, e poi la cottura nel piccolo forno laterale di cui sono dotate le antiche stufe di ghisa. Si tratta di un pane che ha un nome, ho cercato informazioni su Internet ma nulla di cui ho trovato è riconducibile negli ingredienti e nell’aspetto a ciò che preparava mia nonna. In estate, quando trascorrevo le vacanze con lei, si svegliava all’alba per impastarli e farmeli trovare pronti a colazione, caldi con il latte o tagliati e ripieni con qualche crema spalmabile. Il massimo però era mangiarli a merenda con il salame. Ecco, ora devo fermarmi perché sto salivando.

Mia nonna è morta quando avevo quattordici anni e forse, considerando il suo stato di salute, l’ultima volta in cui me li avrà preparati potrebbe risalire all’estate dell’anno prima, il 1981. Dopo la sua scomparsa non ho mai più mangiato quei panini così particolari perché erano frutto di una sua ricetta segreta. Ho provato altre varianti piuttosto comuni nella zona, quasi tutti utilizzano le patate o la cipolla nell’impasto. Ma io sono sicuro che quelli che faceva mia nonna non contemplavano l’impiego di tali ingredienti, la consistenza sarebbe stata molto diversa. Il punto è che la ricetta di quel tipo di pane è sparita nel nulla insieme alla vita di mia nonna. Non ha tramandato il segreto a nessuno, né alla nuora né ai nipoti.

Non so se vi capitano i deja-vu ma all’altezza del palato. Sprazzi di reminiscenze provenienti da chissà dove in cui per qualche istante effimero vi sembra di ritrovare sapori ancestrali (capita anche con gli odori). A me è successo solo un paio di volte, entrambe con il pane che faceva mia nonna. Pensavo a tutt’altro quando all’improvviso mi sono ritrovato quel sapore in bocca e avrei voluto in qualche modo isolarlo, campionarlo come si fa con la musica o con il contagocce di Photoshop per analizzarlo e capire di cosa era composto per poi clonarlo, replicarlo e ricostruire, in qualche modo, quel pane impastato con il latte cagliato e poi cotto nella stufa a legna per trovarlo caldo al risveglio domani mattina, e magari domani mattina è una mattina d’estate del 1981.

siamo tutti la Cina di qualcun altro

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L’archistar nella foto sembra tale e quale il mio meccanico di fiducia, solo con la felpa meno vuncia di olio per motori. Il sorriso è lo stesso e probabilmente il modo in cui abbraccia la moglie da dietro per mettersi in posa per il fotografo è comune. In certi frangenti siamo tutti uguali e anche se non abbiamo mai fatto una cosa c’è un’istruzione da qualche parte nel cervello che ti passa le informazioni su come farla, questo indipendentemente se hai un cognome di quelli che si studiano a scuola o se sei famoso in paese solo perché prima di far spendere centinaia di euro per un ricambio originale e nuovo ti sbatti per far risparmiare quelli come me che si accontentano di un componente farlocco, usato o addirittura cinese.

D’altronde siamo tutti la Cina di qualcun altro. Ero a Berlino per lavoro, la settimana scorsa, a fare una cosa che quando la faccio qui a Milano e sono io a dirigere le maestranze (chiamiamole così) non lascio nemmeno cinque minuti di pausa per una sigaretta finché non si finisce. Chiedo di vederci alle 8.00 per essere operativi alle 8.30, quindi non do tregua fino a quando non ho ottenuto quello che volevo e possono essere le undici del mattino come le due o le sei e trenta del pomeriggio ma se capita che c’è molto da sbrigare – ed è già successo – si salta anche la pausa pranzo. Quando ci vediamo alle 8.00 del mattino dico a tutti di fare una colazione sostanziosa perché non è detto che ci sarà il tempo per mangiare. I colleghi ridono pensando che stia scherzando poi, però, si rendono conto che dico sul serio. Invece nella sede del mio cliente tedesco ero solo lì per dare qualche suggerimento, ma dopo un po’ ho perso la pazienza. Ogni mezz’ora si fermavano tutti per sorseggiare un caffè americano, fumare una sigaretta, fare un break per rifocillarsi con del dolce, dare un morso a un brezel, bere qualcosa di fortemente gassato. Poi c’è stata persino un’ora abbondante di pausa pranzo, a cui è seguita addirittura la merenda a metà pomeriggio.

Alle 17.30 dovevo correre all’altro capo della città per prendere l’aereo del ritorno, eppure di tre cose che dovevamo portare a termine ne avevamo a malapena chiuse due. Ma loro erano sereni: la preoccupazione di far tornare me e altri colleghi dall’Italia un’altra volta per ultimare quello che non eravamo riusciti a fare in quel giorno lì, a furia di operatività a singhiozzo, ce l’avevo solo io.

Ho pensato così che noi milanesi, rispetto a loro, sfruttiamo la forza lavoro allo stesso modo in cui ci indigniamo quando sentiamo dei ritmi e delle paghe degli operai dell’est. Io in primis. Stamane però ho portato la mia Yaris vecchia come il cucco al meccanico che sembra quel famoso architetto di cui parlano bene tutti sempre, quello a cui mi riferivo prima, ma mica è riuscito a sistemarmi i tergicristalli che si sono bloccati ieri a causa della neve. Ha avuto tutta la giornata disponibile ma quando sono andato a riprendere l’auto dopo l’ufficio mi ha confessato che non era riuscito ad aggiustarla. Così ho ripensato al tempo, al lavoro in sé, all’uomo al centro di tutto questo, al fatto che se domani piove sarà un casino guidare e avere sufficiente visibilità in strada, ma nell’insieme sono convinto sia un bene portare rispetto per quello che facciamo e che fanno gli altri. Sempre.

l’importante è esserci

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L’importante è esserci. L’importante è dire, far sapere, segnalare, condividere, divulgare. L’importante è scrivere, riempire, insistere, insistere, insistere. L’importante è esser presenti. L’importante è esser presenti prima degli altri. L’importante è occupare posti, accaparrarsi nomi, domini, URL. L’importante è dimostrare la paternità, averlo fatto prima e accusare di plagio chi non si è accorto che c’era già. L’importante è fare marketing all’istante, fare battute all’istante, fare collegamenti all’istante, trovare similitudini all’istante, rimarcare la citazione all’istante. L’importante è denunciare alle autorità competenti. L’importante è aver chiaro che le autorità competenti sono le persone. L’importante è conoscere le dinamiche della democrazia diretta, e l’importante è aver chiaro che il suo opposto non è la democrazia inversa. L’importante è costruirsi l’uditorio anche con l’inganno. L’importante è saper usare l’inganno, le foto contraffatte, le identità rubate, le frasi ad effetto scopiazzate, gli scoop rimaneggiati per farli sembrare propri. L’importante è tenere il conto e non lasciarsi scappare nemmeno un dato importante ai fini della rendicontazione del proprio successo virtuale. L’importante è il valore conquistato grazie alla viralità, l’importante è togliere valore alla virilità. L’importante è non farsi vedere mai ma, nonostante ciò, esserci sempre. L’importante è non mescolare mai i piani. L’importante è vivere solo se c’è qualcosa di acceso e di connesso. L’importante è abitare la terra con il corpo ma vivere in rete con la mente. L’importante è non gettare mai nulla, tanto lo spazio a disposizione è infinito. L’importante è lasciarlo almeno in stand-by, avere sempre la batteria con più del 50%, sottoscrivere un contratto conveniente, saper saltare da un operatore all’altro a seconda delle offerte, avere l’app che intercetta gli operatori che ti propongono le offerte, sapere a memoria i codici segreti e le parole di accesso. L’importante è inventarsi parole di accesso complicate, con almeno una maiuscola e un segno, ed è altresì importante farne tesoro. L’importante è avere un tesoro in bitcoin, l’importante è anche sapere che cosa sono i bitcoin. L’importante è mettersi in gioco perché tanto, al di là del display, nessuno vede nessuno. L’importante è esserci, al là del display, Ecco, l’importante è esserci.

quando sei pronto per partire tira su il piede sinistro dalla frizione

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Luca ha avuto la sua prima lezione pratica di guida la mattina dopo in cui ha baciato Federica. A impartirgliela in forma privata è stato Antonio, detto Tony, uno che in un film d’altri tempi chiamerebbero “il bellimbusto” e che poi, molti anni dopo, è venuto fuori che aveva una relazione con Maria, la madre di Simona che era la fidanzata ufficiale di Luca. Tony il bellimbusto, pur di compiacere l’amante, si era assunto l’onere di impratichire il fidanzato della sua figlioccia con i primi rudimenti al volante visto che i genitori di Luca non ne volevano sapere di mettere in mano al ragazzo l’unica automobile di famiglia e correre il rischio di rimanere a piedi o, peggio, di dover porre rimedio a qualche incidente.

Dal canto suo Tony si pregustava qualche uscita a quattro subentrando al marito di Maria – pensate che imbarazzo – ma questa velleità mi è sempre sembrata inutilmente ottimista in eccesso, anche perché non aveva fatto i conti con Luca che invece aveva appena preso una scorciatoia per tagliare la corda con quel rapporto con Simona, così claustrofobico. A 17 anni dovrebbe essere vietata per legge ogni relazione seria. La pronuncia della locuzione “ti amo” dovrebbe essere sanzionabile dalle autorità competenti e ogni smanceria romantica da adulto interpretata da un minorenne passibile di querela.

Ed è finita che Luca aveva dato un bacio a Federica, tradendo così Simona, la sera prima di quella lezione di guida. Seduti a cavalcioni di un muretto, l’uno di fronte all’altra, Luca aveva equivocato un’inclinazione della testa di lei come movimento preparatorio al contatto delle bocche e non si era lasciato scappare l’occasione. Ma anche se non era quella l’intenzione, alla fine Federica aveva lasciato fare, gettando il seme (in senso metaforico) per una relazione che sarebbe durata per i successivi quattro anni.

Non immaginando un risveglio con tanto di esperienza al volante, poi Luca ci aveva dato dentro dalla gioia con la birra corretta con il whisky, sapete come sono i ragazzi di quell’età. Erano i tempi delle sbronze pesanti, così, tanto per fare qualcosa, come quella della sera di Natale poi finita in canonica a disturbare la messa di mezzanotte o quando avevano festeggiato il compleanno di Rosario che, in coma etilico, aveva passato più di un mese all’ospedale con un fegato da buttare via. Tony aveva una Fiesta e, a parte qualche problema con la retro, il mal di testa e una sosta per vomitare in un’aiuola, tutto sommato Luca se l’era cavata bene.

Federica poi aveva scoperto quell’episodio, così irrilevante nell’economia della loro storia, molto tempo dopo, e aveva fatto a Luca una scenata di gelosia non tanto perché aveva avuto quello strascico con Simona mentre era già impegnato con lei, ma si sa che spesso in questi cambiamenti repentini la linea di confine è piuttosto aleatoria, tanto perché la sua perizia alla guida era frutto di un fenomeno che esulava dal suo controllo diretto, un approccio piuttosto comune in certe forme di possessività estrema.

ecco chi ne sa di più

Pubblicato il 1 commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Il più efficace antidoto contro la presunzione è quello di frequentare gente che ne sa più di noi di quella cosa per cui ce la tiriamo di brutto. C’è chi l’ha presa molto alla larga che più larga di così non si può. Persone che si sentivano primi in classifica nel loro paesello di origine che poi si sono trovati a lottare costantemente per i play-off nella città capoluogo di regione per poi trovarsi ogni anno in zona retrocessione a Milano e finire a giocare direttamente in serie B a Londra. Si tratta di una metafora, spero ci siate arrivati, o meglio l’esempio di uno sportivo può anche essere facilmente reperibile nella casistica relativa a questa teoria ma non so, non m’intendo molto di sport e qui vi posso assicurare che chiunque ne può sapere più di me e non posso certo sentirmi superiore a qualcuno di voi. Ma vi posso confermare che trovarsi circondati dai propri omologhi ci mette alle strette: o si soccombe alla crisi isterica dovuta all’urgenza di rimettere in discussione le proprie competenze per riuscire a sopravvivere o ci si mette nell’ottica che l’universo è una roba così estesa che non si può nemmeno immaginare, quindi qualcuno o qualcosa più in gamba di noi da qualche parte prima o poi spunterà fuori. Per guarire dal delirio di onnipotenza in ambito musicale, per farvi capire, io mi sono messo nella redazione di un web magazine di recensioni musicali. Da sempre abituato a primeggiare in questo o quel genere, oggi finalmente mi trovo in mezzo a professionisti del settore che mi stanno massacrando, in quanto a conoscenze. Ieri sera ci siamo visti per una cena pre-natalizia e finalmente sono stato ricondotto a forza nel mio metro quadro di sapere, fatto delle poche cose che conosco da vicino ma che sono una goccia nel mare di informazioni che un critico musicale dovrebbe aver ben assimilato per fare questo mestiere. Per esempio, ho saputo dal collega recensore seduto al mio fianco destro che la protagonista del video di “Out of control” dei Chemical Brothers, che è uno dei pezzi che ho ascoltato di più da sempre, è Rosario Dawson, una cosa che chiunque dotato di un minimo di spirito di osservazione avrebbe notato subito e io invece no. Ho ancora molto da imparare.

le interviste impossibili

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Ci sono alcune tradizioni che non tramontano mai. Qui in Italia da sempre siamo fortissimi a ridicolizzare certi fenomeni giovanili, come se una prerogativa della mezza età fosse quella di ridurre il raggio delle cose importanti della vita alla sola senilità e, dall’alto dell’esperienza di una fase dell’esistenza i cui parametri di ingresso si stanno sempre più spostando in avanti (complici l’aspettativa di vita crescente e l’adolescentizzazione dell’età adulta) bombardiamo di giudizi al napalm quelli che stanno sotto, rei di non essere nostri coetanei e di aver ben altri obiettivi da perseguire. Si tratta di una cosa che abbiamo subito tutti. Quindi, cari amici fan di Marilyn Manson, non prendetevela se, da noi, a intervistare il vostro beniamino, è stata la punta di diamante dell’Italia cafona, illetterata e provinciale che risponde al nome di Paolo Bonolis. Ci siamo passati tutti. Noi che da vecchi cerchiamo di insegnare a voi giovani a essere giovani, quando eravamo giovani veramente e combattevamo contro gli anziani che ci facevano le paternali abbiamo subito analoghi tentativi di iconoclastia. Ci sono testimonianze dei Kraftwerk da Corrado e persino di un botta e risposta tra Mike Bongiorno e Martin Gore dei Depeche Mode in cui gli chiede se è un uomo o una donna, una situazione così imbarazzante da far venire i brividi. L’episodio più recente però desta ancora più scalpore se pensiamo che oggi la curva della gioventù si chiude ben oltre i cinquanta e ve lo dice uno che, malgrado l’ipertensione, resiste indomito ancora nel pieno, quindi ci si chiede uno come Bonolis a quale generazione faccia riferimento. Di quali anziani stiamo parlando? Non solo. Pensate a trasmissioni come “Stranger Things” che uniscono adulti e piccini nella celebrazione del primato del pop su tutto quanto il resto o personaggi come Manuel Agnelli che, a un’età in cui si hanno i figli come minimo all’università, si pongono ancora come punti di riferimento di lotta al mainstream per i liceali. Il dibattito è interessante perché, mentre si parla sempre meno di politica e di società, la centralità dello spettacolo in tutte le sue forme (da quello che accade sull’Internet alle tv a pagamento) ci sta conducendo verso traguardi unici nella storia del genere umano.