ora vi insegno come si fa a essere un vero estimatore dei Cure

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Ieri pomeriggio mi ha telefonato Robert Smith, il cantante dei Cure, per esprimermi personalmente un ringraziamento per la mia fedeltà. L’avrebbe fatto prima se non avessi cambiato il numero di telefono. Qualche anno fa – facevo ancora il copywriter – ho avuto una SIM aziendale e da allora ho dismesso il mio vecchio recapito personale perché, alla fine, tutti mi chiamavano sul nuovo numero. Probabilmente a Robert Smith gli era sfuggito questo passaggio e ho apprezzato molto il fatto che abbia chiamato mia mamma – ai tempi del mio primo colpo di fulmine con “The Top” avevo diciassette anni e vivevo ancora con i miei genitori, e Robert conservava ancora il mio vecchio numero di casa – per chiedere informazioni. Ma la cosa sensazionale è che poche ore dopo, chiacchierando con Roberta durante lo stretching in palestra, ho scoperto che i Cure piacciono ad entrambi. Certo, non come a me, ma comunque li segue da tempo. Il fatto è che non li ascolta più molto perché a suo marito non piacciono. Io potrei chiedere il divorzio se mia moglie pretendesse una cosa simile, e già una volta mi sono arrabbiato tantissimo perché ha messo “The Head on the Door” partendo dal lato B. Il problema però è un altro, e lasciate perdere che Roberta si chiama come me e come Robert Smith. Lei ascolta i Cure ma apprezza anche cose che con i Cure c’entrano poco, come i Muse e i Placebo. Io non credo che si possa essere un estimatore dei Cure e ascoltare cose così, come non credo che si possa essere un estimatore dei Cure e ascoltare altro che non sia Siouxsie and the Banshees.

Roberta ha visto i Cure la prima volta da ragazzina nel duemila e mi sono trattenuto dal raccontarle del Teatro Tenda nell’85. Abbiamo parlato della sua storia d’amore descritta in “Lovesong” e che dura da tempo immemorabile e tutto è filato liscio fino a quando ha sostenuto una tesi totalmente infondata sul fatto che Robert Smith abbia composto segretamente diverse hit commerciali, persino brani da discoteca, e Roberta ha usato proprio queste parole. Mi spiace che la conversazione si sia tenuta dopo la chiacchierata con Robert Smith, altrimenti ne avrei approfittato per sottoporgli la questione e capire la veridicità di quanto sostenuto dalla mia compagna di allenamento. Forse era stanca, dopo la fatica dell’attività sportiva, le si è annebbiato il cervello e ha scambiato Robert Smith per qualcun altro. A me non succederebbe mai di confondere così un riferimento fondamentale della mia vita come i Cure. Pochi giorni fa, in macchina, è partita “Glittering Prize” dei Simple Minds e per un attimo ho avuto difficoltà a ricondurla a “Sparkle in the rain” piuttosto che a “New Gold Dream”. Per fortuna con Jim Kerr non ho tutta questa confidenza, quindi sono certo che non verrà mai a scoprirlo.

prendila con filosofia

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La nuova prof di italiano e latino di mia figlia sembra essere un’insegnante molto esigente e, come dicono i ragazzi, stretta di voti. Il terzo anno del liceo classico – quello che una volta era il primo dopo il biennio ginnasiale – comporta un salto di qualità e, soprattutto, di quantità nella richiesta agli studenti. A questo corrisponde un’offerta didattica di altro livello rispetto al ciclo precedente.

Il docente di filosofia e storia, al contrario, sembra essere molto più accomodante e, per dirla con un termine di moda fuori e dentro i corridoi scolastici, inclusivo. Sfoggia un metodo innovativo basato sul confronto tra passato e presente volto a contestualizzare la filosofia antica alla modernità, applica la metodologia della classe capovolta e riconosce aspetti quali impegno, cultura generale, lessico, competenze di orientamento nello spazio e nel tempo storico con voti anche alti. Non che con lui non volino i due, eh. Siamo comunque sempre in una cattedrale della civiltà che ci ha dato i natali. Però riconosce l’esito positivo delle interrogazioni applicando la scala dei valori di valutazione nella sua quasi estensione. Se i voti vanno da zero a dieci, d’altronde, perché non usarli?

Ma non è questo il punto. Questo duplice – per non dire schizofrenico – aspetto della stessa offerta didattica in una sola classe mi ha fatto riflettere su un fatto. Se lavorate nella scuola o avete a che fare con l’istruzione sarete a conoscenza della mole di documentazione che i docenti sono chiamati a produrre. Da quando qualcuno ha deciso che la scuola doveva somigliare il più possibile a una qualsiasi altra organizzazione finalizzata alla produzione – nel nostro caso il sapere e il suo innesto nella scatola cranica dei ragazzi che la frequentano – gli operatori del settore producono un quantitativo di reportistica e documentazione che, in confronto, la certificazione della qualità di tutte le fasi di un processo industriale qualunque è un block notes con qualche pagina a quadretti scarabocchiata.

In realtà la reportistica e la documentazione che produciamo a scuola – sia in backend che in frontend – è tutta fuffa. Fingiamo di compilare pagine su pagine per descrivere quello che facciamo e le motivazioni per cui lo facciamo. In realtà non facciamo altro che copiare frasi fatte da modelli compilati su frasi fatte uscite da qualche commissione ministeriale che ha dato delle linee guida per avviare un processo di industrializzazione dell’attività di chi va in classe a insegnare. Avete mai letto i giudizi che scriviamo sulle pagelle dei vostri figli alla scuola primaria? Abbiamo dei file in Word con tutto pronto e dobbiamo solo scegliere le frasi più adatte per ogni nostro studente. Per farlo ci mettiamo molto più tempo che se dovessimo personalizzare i giudizi individualmente scrivendo cose sicuramente più sentite e interessanti per i genitori, ma questo metterebbe a rischio la nostra posizione perché comporterebbe il pericolo di allontanarsi dalle linee guida ministeriali e dal lessico tecnico del settore.

E il bello è che ci si vede ogni settimana, ci si confronta, si programmano persino le verifiche uguali per tutte le classi ma poi, e ne sono più che sicuro, ogni insegnante, suonata la campanella, fa quel che vuole. Con il risultato che non solo nello stesso liceo, ma nello stesso team della classe di mia figlia ci sono due prof che applicano metodi e criteri differenti, per non dire opposti. Pensate se in una fabbrica manifatturiera ogni operaio fosse libero di seguire il processo più consono alla sua indole. E non sono così sicuro che se a scuola ci fosse un responsabile didattico per ogni classe, o per ogni sezione, uno che deve assicurarsi che tutti seguano la stessa linea altrimenti è lui il primo a rischiare il posto – come un qualsiasi project manager di una qualunque azienda manifatturiera – si minerebbe la libertà di insegnamento e altre cose che tiriamo in ballo quando si cerca di fare un po’ di ordine nella scuola italiana. Che se, davvero, fosse la migliore del mondo, come si spiegherebbe che gli italiani sono messi così male?

il male minore

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La scuola è iniziata ormai da più di due mesi ma stare a casa con la mamma costituisce ancora, per alcuni, il chiodo fisso che distoglie dal regolare svolgimento dell’attività quotidiana in classe. La maggior parte sostiene di frequentare con disinvoltura (oddio, non usano proprio queste parole) la giornata con maestri e compagni, mentre due o tre tra i miei alunni patiscono tutt’ora qualche attacco di nostalgia dell’atmosfera domestica e provano, con ogni mezzo, a convincermi a far intervenire i genitori prima del termine dell’orario regolamentare per essere ricondotti nella confort zone di casa. I meno subdoli simulano le indisposizioni più generiche, a partire dal mal di pancia, che io svento facilmente sottolineando la somiglianza tra i crampi allo stomaco causati dalla fame e i sintomi veri e propri. Il mal di testa va via appena si prospetta un’attività ludica. La febbre è facilmente smascherabile grazie agli strumenti in grado di rilevarne la presenza. A tutto il resto dei fastidi millantati – denti, sangue dal naso, graffi che irritano la pelle, mal d’orecchie – è facile trovare una risposta e convincere i diretti interessati che, anche chiamando a casa, i loro genitori comunque non interverrebbero.

Cecilia, da questo punto di vista, è campionessa mondiale. Qualche settimana fa, dopo che la mia collega aveva già mandato a casa Carmen per i tremori indotti da una temperatura corporea superiore ai 39 gradi, non appena sono subentrato in servizio ha provato a imitare la gravità del caso ostentando una vibrazione delle membra degna di un attore hollywoodiano chiamato a interpretare una possessione diabolica. Ha continuato in mensa anche con il bicchiere dell’acqua in mano, con conseguenze spettacolari, in uno show che è proseguito per un’ora abbondante. In questa occasione è risultato determinante l’accertamento empirico grazie al termometro che, una volta attestata l’assenza di febbre, ha convinto Cecilia a piantarla lì con la sua sceneggiata.

Stamattina, ancora Cecilia, ha lamentato un dolore al braccio. Ha condiviso i suoi sintomi tenendo l’arto steso e rigido come se fosse costretto in una ingessatura. Le ho consigliato di muoverlo il meno possibile ma di rimanere rilassata. Ha ripetuto di avere male al braccio altre tre o quattro volte con cadenza sempre più ravvicinata sino a quando, durante l’intervallo lungo, si è presentata alla cattedra con entrambe le braccia stese e appiccicate al corpo. Mi fanno male tutte e due, mi ha detto. Ho preso così a massaggiarle gli arti superiori raccontandole dei cosiddetti dolori della crescita, di quanto patissi i dolori muscolari alle gambe da piccolo io e di mia mamma che mi frizionaba con l’alcool canforato per lenire il fastidio. Una tesi che non è servita a nulla perché Cecilia mi ha assicurato che non si trattava dello stesso male. Di fronte a tanta ingenua ingegnosità però stavo per commuovermi e accontentarla. Chissà, infatti, se il mal di braccia è contagioso.

Sudan Archives – Athena

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

A furia di dare nomi ed etichette a generi, cantanti e canzoni, ci dimentichiamo che soul, letteralmente, significa anima. Musica e parole che vengono da dentro e prendono una forma a cui poi non si può far altro che attribuire un termine così. L’anima non è rumorosa, caciarona, elettrica, superficiale. Ha ritmi downbeat, è elegante, è profonda, sposta il corpo lentamente senza fretta di posarsi, produce bassi cupi, si avvolge di elettronica, si nutre di sensualità per abbattere il divario con il mondo della carne. Dovremmo fare più attenzione, di fronte a un disco di soul. C’è l’anima di qualcuno registrata tra quei solchi. C’è qualcosa di intangibile che ci parla. E oggi, ai tempi di Solange e FKA Twigs, la bussola del nu-soul più sperimentale punta dritta verso Los Angeles, base operativa di Brittney Parks, artista nata a Cincinnati che ha scelto il nome d’arte di Sudan Archives.

Afro nel nome, americana nello stile, universale nel linguaggio. Le teorie che riconducono le origini della cultura classica a radici afroasiatiche non sono una novità e, nel nostro piccolo, gli Almamegretta ce lo ricordavano già ai tempi di “Lingo”, citando il saggio di Bernal e cantando che era proprio la dea Atena ad avere la pelle scura. Il centro del mondo è l’Africa. È da lì che deriva il tutto. I cultori del genere seguono le tracce di Sudan Archives dal continente madre che l’ha ispirata sino ai due EP che hanno raccolto la manciata di singoli pubblicati dal 2017 a oggi. Pettinature voluminosissime e l’inconfondibile violino, valore aggiunto e protesi artistica di una cantante-autrice tra le più innovative del panorama black.

Se vi chiedete come sarà l’r&b tra dieci anni, ora che ogni interprete porta in alto ambiziosamente l’asticella dell’originalità, “Athena” è un affidabile segno premonitore, un album caratterizzato da tracce ammalianti e una produzione di altissimo livello. Ma non c’è niente di forzato e di artificiale, per non parlare di quel modo commerciale di rivestire la personalità femminile costruito con l’obiettivo di conformarne il linguaggio con l’immaginario diffuso della cultura afroamericana. Non a caso, a venticinque anni, è Brittney Parks a escludere in partenza che il pop sia il suo vantaggio competitivo. Semmai una personalità musicale unica, gusto sopraffino e songwriting senza confronti.

Rispetto alle composizioni degli esordi, in “Athena” siamo di fronte a opere mature in cui produzioni e cameo si limitano a sottolineare l’efficacia della visione artistica della cantante. La matrice r&b e il violino, imparato da autodidatta e che richiama le tradizioni sudanesi, si mescolano alle influenze musicali con cui Brittney è cresciuta. Dal jazz al folk irlandese, passando dal trip-hop (evidentissimo nel disco, soprattutto in “Stuck”) e alla sperimentazione elettronica. E non fraintendete l’impiego di uno strumento solista così caratterizzante, anche se la presenza di un titolo come “Black Vivaldi” sembrerebbe dimostrare il contrario. I loop di violino sono dosati con grazia, come nei singoli “Confessions” e “Glorious”, e i pizzicato ritmici risultano tutt’altro che invasivi.

“Athena”, nel suo insieme, è un album pensato come dichiarazione intima per sensibilità attente e non per ascolti di massa. Un punto di arrivo, tanto da comprendere il rifacimento di un’acerba composizione adolescenziale come “Did You Know” come intro del disco e come punto di partenza per fare un po’ d’ordine e guardare all’orizzonte di ispirazioni, stati d’animo e tutto quello che la vita riserverà a un’artista così promettente. Trovare così tanta personalità in un disco d’esordio non è cosa comune. Il progetto Sudan Archives si manifesta così in una delle produzioni più coinvolgenti dell’anno, il disco di un vero talento che non ha eguali nella ricerca, nel dettaglio e nella sofisticatezza degli arrangiamenti – curati in prima persona – per uno stile davvero sorprendente.

un blog dedicato all’edilizia scolastica

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Stanotte ho sognato che visitavo delle scuole superiori per realizzare servizi fotografici da pubblicare su un blog in cui divulgavo articoli dedicati all’edilizia scolastica. Le cause di questa attività onirica sono facilmente riconducibili all’ennesimo colloquio con un insegnante di mia figlia da cui mi sono recato, proprio ieri mattina, con l’aggravante di una pizza a elevato indice di gravità che ho mangiato alle nove e mezza di sera. Al mio ordine tardivo alla pizzeria d’asporto si è aggiunta la latenza dell’addetto alle consegne, fattori che hanno reso ancora più sfidante il coefficiente di digeribilità risultante dalla combinazione di ingredienti quali provola, scarola e semi di non ricordo cosa superata abbondantemente l’ora di cena raccomandata per la terza età.

Una sensazione di stretta allo stomaco che mi capita sempre quando varco la soglia del liceo classico milanese che frequenta mia figlia, oramai giunta alla classe terza e oramai impossibile da non considerare una scelta non definitiva. Il problema è che ricondurre l’istruzione – anche classica – all’architettura storica (per non dire obsoleta) è uno specifico a esclusiva del nostro paese. Ai ragazzi che si apprestano a studiare greco e latino copiando le versioni su skuola.net è richiesta la stessa procedura di iniziazione di quelli che vi si approcciavano solo con il Tantucci o il Rocci, consistente nel varcare la soglia di un edificio di almeno due secoli prima che oggi ha il compito di dare il benvenuto ai millennials con busti di gente che, nel migliore dei casi, sono Manzoni e Carducci.

Premesso che ho molti amici grecisti e latinisti e che, nel mio piccolo, ho dato il mio contributo all’esegesi dell’opera più nota di Ovidio con una tesi di laurea a cui ho lavorato con il cuore, ai tempi del 5G e di TikTok (che, attenzione, distano già vent’anni dai siti didattici in Flash – che oggi, non funzionando più, stanno mandando nel panico una generazione di docenti digitali – dai blog, dalle LIM e da Facebook) i templi della cultura meriterebbero solo di essere rasi al suolo e sostituiti con edifici di nuova generazione, magari con i boschi verticali sulle pareti e i pannelli solari sul tetto, di certo progettati e costruiti per invogliare i ragazzi a vivere la scuola, anziché subirla. Mi chiedo così perché ci sia innovazione su tutto e, invece, la scuola sia solo oggetto di riforme programmatiche ma mai di trasformazioni strutturali che partono proprio dal materiale e dalla forma con cui la si costruisce.

I licei classici, poi, sono la morte dei sensi. Si sentono le voci degli studenti del secolo scorso morti di greco e latino proprio come in quel film con Robin Williams in cui si voleva far passare che sono rivoluzionari quei prof che riempiono la testa dei ragazzi di baggianate. Mentre aspettavo che il prof di greco di mia figlia mi ricevesse, ascoltavo due mamme che erano lì nei pressi per il mio stesso motivo. La prima ha detto “Piacere, sono la mamma di Vincent”, e la seconda le ha risposto “Piacere, sono la mamma di Giaime”. A me è venuta voglia di fare l’imitazione di Bombolo che, secondo me, è la reazione più pasoliniana che si possa avere. Per fortuna che il prof, poco dopo, mi ha detto che mia figlia ha delle potenzialità. Meno male.

Tutte le nostre linee sono temporaneamente occupate. Siete pregati di attendere per non perdere la priorità acquisita.

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Vi giuro che è da pochissimo tempo che ho scoperto che la musica di attesa del contact center di Fastweb è un pezzo di Malika Ayane dal titolo “Thoughts and Clouds”. Il fatto è che sono cliente Fastweb da tempo immemorabile e, invece, posso identificare nel timbro della giudice di XFactor proprio il tipo di voce che non mi piace. Questo ancora prima di sapere chi fosse, sapere che musica facesse e sapere che non è il massimo della simpatia, oltre che agli antipodi del personaggio adatto alla tele. Se a questo aggiungiamo che è la sua musica a intrattenere per ore in attesa i clienti infuriati per i disservizi – leciti, ci mancherebbe – di una rete dati si chiude il cerchio. Meno male che il mio Internet provider di fiducia non ha scelto una canzone di un artista o gruppo a me caro. E comunque se io potessi consigliare un brano da utilizzare per intrattenere gli animi di chi vorrebbe tornare interconnesso al mondo, ecco qui pronta all’uso qualche idea per chi brancola nel buio dell’indecisione. Il fatto è che, anche per lavorare nel settore delle comunicazioni, un po’ di musica bisogna conoscerla.

Partiamo dai capisaldi: la musica di attesa dev’essere uno strumentale. La voce rompe il cazzo e, soprattutto, al telefono viene pesantemente penalizzata dall’equalizzazione che la trasmissione delle comunicazioni vocali impone. Provate a sentire – come sostenevo prima – i coretti e Malika Ayane per mezz’ora mentre smadonnate perché non vi funziona Internet e poi ne riparliamo. Vi ricordate gli anni 90 e il tripudio di lounge e muzak che sprigionava ogni riproduttore musicale? Diciamo che la direzione è quella. Detto ciò, vi faccio qualche proposta.

EXCHANGE – MASSIVE ATTACK

FILM THEME – SIMPLE MINDS

NOTHING TO FEAR – DEPECHE MODE

THE SPEED OF LIFE – DAVID BOWIE

SOMEBODY UP THERE LIKES YOU

CARNAGE VISORS – THE CURE

MUSIC FOR 18 MUSICIANS – STEVE REICH

generatore random di nomi di birre industriali che finiscono in “oretti”

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Premesso che le bevo indistintamente tutte, ma all’inizio pensavo si trattasse di uno scherzo, oppure una di quelle trovate che andavano di moda anni fa in cui si storpiavano i brand con nomi simili per ingannare bonariamente i consumatori. Una specie di scarpe Addas con quattro strisce applicato alla birra, e infatti ai tempi in cui l’ho notata la snobbavo lasciandola sullo scaffale del supermercato. Ma da quando ho testato le infinità di variabili a seconda del numero di luppoli, la Poretti la preferisco di gran lunga alla Moretti. Poi ho scoperto che entrambi i marchi, benché oggi di proprietà di grandi multinazionali della birra (la Moretti fa capo all’Heineken mentre la Poretti è della Carlsberg), sono attivi da più di un secolo, quindi lunga vita a entrambi. C’è da dire che l’assonanza del nome resta un mistero, più che una coincidenza. Nel mercato avere brand simili fa sorridere il consumatore, pensate a tutte le battute che circolano sul confondere un Kit Kat e un Kit&Kat. Niente a che fare con i nomi di prodotto che nella lingua di provenienza significano una cosa e da noi un’altra, pensate al celebre croissant “Belin” e immaginatelo in mano a un genovese che fa colazione. Quindi immaginiamo uno straniero che vaga tra i corridoi dell’Esselunga o della Coop e si trova di fronte alle bottiglie di Moretti e di Poretti e si appresta a cercare anche la birra Coretti, la Doretti, la Foretti, la Zoretti e la Voretti. Se nel nome c’è il destino, nel cognome ci vuole più fantasia.

la guerra lampo

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Possiamo considerare la vera milestone del secolo l’invasione delle cerniere di cui i piumini cento grammi sono dotati, il cui impatto deleterio è secondo solo al riscaldamento globale, a Facebook e al fenomeno per il quale i poveri votano i partiti di destra confondendoli per uno shortcut verso il benessere e il riscatto sociale. Giubbotti e giacconi dotati di zip frutto di una filiera globale che parte da uno di quei paesi in via di sviluppo, passa per qualche capannone della più che affermata criminalità organizzata locale e termina sugli scaffali di uno degli ennemila megastore della fast fashion al prezzo di una manciata di euro, sono le complicazioni della peste che ha fiaccato il duemila e di esempi sulle conseguenze ve ne posso fare a tonnellate. I capi che montano cerniere lampo anche a chiusura delle tasche e che ne impediscono l’uso proprio della loro funzione, dato che quando occorre aprirle e chiuderle con urgenza – un telefono che vibra, un casello autostradale a cui favorire la carta di credito – si inceppano. Per non parlare dei momenti in cui si presenta la responsabilità della gestione di una ventina di bambini che devono affrettarsi simultaneamente a indossare o a togliere il loro piumino e la cerniera principale si blocca, non sale e non scende spesso con l’aggravante che i dentelli inferiori già chiusi si separano, una complicazione indice di qualità ancora peggiore – se possibile – del materiale impiegato. Tutto perché il lembo in eccesso che viene lasciato all’interno della cerniera nel corso della cucitura continua a interporsi e rimanere impigliato nel cursore. Il fatto è che è il 2019 è non è ancora stato inventato un sistema di chiusura a cerniera lampo che non necessiti il lembo interno mentre, per esempio, abbiamo debellato lo sbrinamento dei freezer o andare dal dentista non è più doloroso come succedeva quando ero bambino. Che poi, a dirla tutta, le zip dei jeans continuato a scendere in caso di non perfetta forma fisica mentre i bottoni dei Levis, con le dita gelate, rallentano le procedure di evacuazione urgente per noi della terza età. Mi chiedo quindi se ci siano cerniere lampo di serie A e di serie B o se, nei paesi dall’altra parte del mondo in cui i piumini cento grammi che indossiamo noi occidentali prendono forma, ci sia proprio un’altra idea di comodità. In fin dei conti, potrebbe anche essere così che vanno le cose.

la grande giostra della vita

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Se avessi contato ogni volta in cui ho percorso la Milano – Genova e la Genova – Savona oggi potrei snocciolare dati di tutto rispetto sulle casualità che ti fanno sprofondare nel Polcevera insieme al Ponte Morandi oppure farti inghiottire tra le macerie di qualche viadotto dell’A26, uno dei tanti che sono sotto osservazione. I fattori di cui non è stato tenuto conto sono riconducibili, in primis, a come è messo il nostro clima, un elemento sempre di difficile intuizione sulla lunga durata soprattutto di questi tempi in cui divoriamo la natura e le sue risorse con una voracità mai riscontrata nella storia. Non so se siete mai mai passati dal capoluogo ligure. Di certo se gli antichi avessero previsto il destino dell’umanità non si sarebbero sbattuti a urbanizzare la Liguria in quel modo a dir poco eccentrico. In secondo luogo, ci sono molte più auto, molto di più in movimento e con l’aggravante del trasporto pesante che – complice il superamento della cortina di ferro – ha trasformato le dinamiche della logistica commerciale con un’invasione di emissari dell’est europeo mai vista sin’ora. Il punto è che i liguri che vivono a Milano si chiedono come raggiungere i propri cari in occasione delle imminenti festività natalizie senza rischiare l’osso del collo e in tempi ragionevoli. Basta guardare Google Maps per rendersi conto che la scelta non è proprio alla portata dei comuni mortali. Un simpaticissimo meme che circolava ieri sui social tirava in ballo la celeberrima citazione conclusiva di “Ritorno al futuro”, quando sulla macchina volante Doc ragguaglia Marty sul fatto che dove stanno andando non c’è bisogno di strade, e la destinazione sottintesa è proprio la Liguria. Ci vuole una rotta aerea? Facciamo il giro per mare dalla Corsica? Gli amanti della guida estrema propongono il valico del Sassello passando per Alessandria e Acqui Terme. Io però mi rompo a guidare, soprattutto su strade tortuose e provinciali, e ci si impiega una mezza giornata per percorrere duecento km. Poi magari cambi itinerario e una frana ti toglie di mezzo proprio quando volevi scamparla, quindi perché aumentare la gamma delle probabilità? La soluzione è stare a casa, abbracciare i propri cari virtualmente in videoconferenza e se il problema è la focaccia, per una volta si può anche mangiare qualcos’altro.

strenne

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Sono tutto elettrizzato perché, alla guida di una prima, riesco a propagare nell’atmosfera che mi circonda tutto l’entusiasmo per l’attesa del Natale che in casa mi tocca comprimere. So che potete capirmi perché sapete come funziona con figli ex-bambini che una strega cattiva ha condannato a un incantesimo trasformandoli in presuntuosi e antipatici quindicenni. I miei alunni, che a sei anni vivono nel pieno delle saghe infantili della slitta trainata dalle renne su cui viaggia Amazon Prime travestito da Santa Klaus, mi chiedono quanto manca a Natale da qualche settimana e ieri, a un mese esatto dal giorno più breve dell’anno (non è l’attesa del Natale essa stessa il Natale e meno male che è così perché, quando sei al grappino del pranzo con i parenti oramai il Natale è bello che finito), sono definitivamente entrati in modalità “It’s Christmas Time and there’s no need to be afraid”. Stavo pensando di comprare una specie di calendario dell’avvento che ho visto all’Esselunga a forma di albero con i numeri da 1 a 24 pinzati con delle mollettine e, considerando che siamo giusto arrivati al venti, in matematica, potrebbe essere in linea con il programma. La collega dell’altra prima andrà a fare incetta di stronzatine da Tiger per addobbare la classe e così, per non sentirmi da meno, e considerando che non mi era nemmeno passato per l’anticamera del cervello, ho deciso di copiarla di nascosto. Potrei osare una doppietta: sabato da Tiger e domenica all’Ikea. Il guaio è che non posso prendere lunedì di ferie per riprendermi, però potrei guadagnare almeno diecimila punti-marito da spendere andando a correre negli orari di punta del tempo-famiglia (la fascia da trascorrere obbligatoriamente insieme che va dalle sette del mattino alle dieci di sera) oppure passare un pomeriggio ad aggiornare il blog durante la visione della maratona “Grey’s Anatomy” alla tele.

Comincia anche il tempo dei presentini. Elisa mi ha regalato un braccialetto fatto da lei con quegli anellini di gomma che non so come si chiamano. La cosa mi ha fatto un piacere enorme perché Elisa, dopo le prime settimane sempre con il sorriso sdentato sulle labbra, è piombata in un’espressione da mestizia standard e non so davvero che pesci pigliare perché è davvero brava e ha dei genitori molto presenti. Temevo non sopportasse più le mie lezioni di matematica ma il braccialetto giocattolo mi ha fatto ricredere. Alissa invece mi ha portato un quadro. Una vera e propria tela, di quelle con intelaiatura in legno, tutta pitturata con disegni e scritte. Le ho chiesto se preferisse appenderlo in classe o se potevo portarlo a casa e ha scelto la prima opzione. La generosità dei miei bambini mi sorprende anche quando mi offrono parte della loro merenda senza che io gli faccia intendere che alle dieci e mezza, a quattro ore dalla prima colazione, sto svenendo dalla fame e non ho nemmeno un centesimo in moneta per ricaricare la chiavetta del distributore automatico. Qualcuno mi regala un tarallo, qualcun altro mi dà uno di quei biscotti ricoperti di cioccolato. Io faccio finta di niente e accetto ma lo faccio solo per non offenderli. E se c’è qualcuno con la merendina nell’involucro da scoppiare lo lascio fare e ridiamo tutti, anche perché il primo a dare il cattivo esempio sono stato io quella volta che Sofia aveva il plum-cake e mi ha chiesto di aiutarla. A casa lo faccio sempre e in classe mi è scappato. Quando succede a loro, dapprima lancio uno dei mie sguardi severi, poi mi ricordo che la colpa e mia e allora, mettendola sullo scherzo, gli dico che questa dei botti con le merendine deve rimanere un segreto tra alunni e maestro. E anche voi, vi prego, non ditelo a nessuno.