musiko, la rivincita dei giochi da tavolo

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Dopo tre decenni di dittatura ludica digitale, finalmente gli appassionati delle battaglie in scatola, come vengono amorevolmente definiti dai detrattori dei passatempi unplugged, possono riprendere con orgoglio a dichiarare il loro standard di divertimento. Il successo che Musiko, il nuovissimo e geniale gioco da tavolo lanciato dalla multinazionale del gaming Giochisfarzosi, ha sorpreso infatti un po’ tutti. Nell’era di Minecraft e in un momento in cui non c’è millennial under 18 che non imiti uno di quei sciocchi balletti di Fortnite, nessuno si sarebbe mai aspettato che il trend virasse verso un passatempo senza computer e Internet. Il fatto è che Musiko va a stuzzicare dal vivo una delle passioni che giacciono sopite nel DNA dei giovani e che la sovraesposizione ai contenuti musicali, generata dalla disponibilità senza soluzione di continuità di sistemi di approvvigionamento gratuiti come Youtube e Spotify, aveva banalizzato. Al contrario, in Musiko sono i giocatori che devono affermarsi con i loro generi preferiti.

Quali sono le regole? Il piano di gioco di Musiko è la pianta di una metropoli suddivisa in quartieri che, all’inizio della partita, vengono assegnati a una banda giovanile. Ogni giocatore può scegliere tra dark, punk, metallari, tamarri, skinhead, fighetti che studiano musica classica, b-boy, sfigati ascoltatori di progressive, giovani vecchi-dentro fan dei cantautori italiani, discotecari, rockabilly, ignavi a cui sta bene tutto e che comprano persino le compilation di Sanremo e i musicisti jazz (sempre i soliti quattro gatti che se la suonano e se la cantano).

Ogni banda giovanile è rappresentata da una pedina verosimigliante a un tipico rappresentante del gruppo in questione. Attraverso il lancio dei dadi, si sceglie di invadere il quartiere limitrofo con un numero a scelta di artisti/band/cantanti tra quanti se ne hanno a disposizione, rappresentati da una stella. Ognuno di questi elementi di assalto è dotato ovviamente di un punteggio che fa riferimento al suo valore artistico che, nello scontro con un artista rivale, può fare la differenza. Facile fare un esempio: se ho i dark e invado il quartiere degli ignavi attaccando con la stella che rappresenta i The Cure la stella che rappresenta Anna Tatangelo, è chiaro che, grazie al mio punteggio determinato dal valore della band di Robert Smith, avrò la meglio e potrò contribuire alla conquista del quartiere. L’obiettivo finale è sbaragliare le bande giovanili nemiche assicurandosi l’intera città e imponendo il genere musicale professato attraverso l’affissione di poster di concerti dei propri beniamini, vietando il commercio e la diffusione di tutto il resto della musica e ridefinendo i parametri di buon gusto secondo il proprio.

La febbre di Musiko sta dilagando e non sempre è facile trovarne una confezione sugli scaffali dei negozi e dei supermercati. Siamo già alla quinta edizione e le scatole continuano ad andare a ruba. Su Amazon e presso gli altri portali di e-commerce non sempre il gioco è disponibile e, come avviene per le mode di tendenza, si è già sviluppato un mercato parallelo in cui venditori non ufficiali chiedono cifre di molto superiori al prezzo di partenza. Gli ideatori di Musiko stanno già pensando a una versione aggiornata del gioco con l’introduzione di nuovi protagonisti del disagio giovanile, a partire dai grunge, gli emo, i fan dell’indie italiano e gli impresentabili seguaci della trap con le loro tute da ginnastica sottomarca. A presto, quindi, con Musiko 2, il gioco da tavolo in cui è la musica a essere la protagonista.

la copia e l’originale

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Shazam è l’app decisiva per i consumatori ossessivi e compulsivi di musica perché – inutile che ve lo spieghi – ci permette di dare un titolo e un autore all’istante al brano sconosciuto che stanno passando alla radio, come sottofondo in un documentario alla tele, in un negozio del centro commerciale mentre siamo in attesa che il nostro partner si provi decine di capi di abbigliamento durante i saldi, che poi è la situazione meno frequente perché la musica che trasmettono nei negozi fa quasi sempre cagare. Come funziona è chiaro a tutti: Shazam registra quello che percepisce e lo confronta con un database incommensurabile, quindi ci restituisce il suo responso. Il punto è che, come sapete tutti, dall’invenzione dei campionatori e dall’avvento dei samples nel pop – con il rap e l’house music, siamo verso la fine degli anni 80 ma potrei sbagliarmi – si è largamente diffusa la tecnica di rubare parti strumentali di brani per riciclarli in nuove canzoni. Questi inserimenti possono essere camuffati ed elaborati oppure utilizzati tali e quali l’originale, talvolta come vera e propria citazione più o meno dotta. Mi sono sempre chiesto, per farvi capire, come si comporti Shazam con le primissime battute di “Safe from harm” dei Massive Attack, in cui il campionamento di “Stratus” di Billy Cobham è nudo e crudo. Quale dei due brani riporta? Ieri, in auto, ascoltavo Lifegate Radio, il cui palinsesto è praticamente una riproduzione random dei miei svariati tera di musica accumulata nel tempo, fatta eccezione per i pezzi blues, quando è partito un pezzo che, dalla batteria iniziale, sembrava proprio “I need you tonight” degli Inxs ma c’era qualcosa che non mi tornava. Un sentore confermato dal cantato iniziato da lì a poco, completamente differente. Ho attivato così all’istante Shazam che, però, mi ha restituito proprio, come risposta, il titolo della celebre hit della band australiana, tratta da “Kick”. Ho pensato allora ai limiti che una tecnologia di questo genere può avere. Rientrato a casa, mi sono messo alla ricerca su Youtube e ho avuto il verdetto che, però, in parte mi ha smentito. Il pezzo in questione era “Mediate”, sempre degli Inxs, che è la traccia che nell’album “Kick” segue “I need you tonight” e che inizia proprio con la coda del singolo, in cui è presente lo stesso caratteristico pattern di batteria. Quindi niente, la morale è che ci sono modi davvero creativi per buttare via il proprio tempo facendo cose inutili e, soprattutto, scrivendo post a riguardo.

i migliori film di animazione alternativi da far vedere ai vostri figli

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Ora che mia figlia è grande ridiamo insieme su alcuni comportamenti educativi irrazionali che, da genitori, abbiamo avuto nei suoi confronti, a partire dalla smania di metterla in contatto con proposte culturali alternative. Un approccio esemplificabile nel cinema di animazione: per offrirle un modello contrapposto ai film a cartoni tradizionali l’abbiamo esposta a titoli talvolta piuttosto strani, se si prende come riferimento il cinema Disney/Pixar/DreamWorks. Ecco quindi una lista di film d’animazione utili a far maturare la consapevolezza, nei vostri ragazzi, che il capitalismo americano e la politica delle multinazionali sia la causa principale della globalizzazione dell’entertainment e che papà e mamma sono dei dementi.

Per fare i fighi con i genitori dei loro amichetti con cui vi troverete in competizione potete, innanzitutto, sfoggiare la vostra passione per il cinema di Michel Ocelot, uscito peraltro qualche giorno fa con il nuovo capolavoro Dililì, film che non ho ancora visto ma sulla qualità del quale non nutro nessun dubbio. I fondamentali di Ocelot sono comunque l’imperdibile Kirikù e la strega Karabà (tra l’altro la strega Karabà è una gran figa) e soprattutto l’incantevole Azur e Asmar, un film con un livello estetico d’animazione senza confronti. La storia è molto bella e utile se volete passare qualche valore di uguaglianza e integrazione, in questi tempi bui per la fratellanza, l’inclusione e la solidarietà.

Ancora sul fronte francofono una bella botta all’ottimismo dei vostri figli la potete dare con Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet, pellicola stravagante in cui si tratta di ciclismo e stereotipi tra Francia e Stati Uniti, ovvero come gli uni vedono gli altri reciprocamente. Disegni strepitosi, a mio parere, e prodotto complessivamente da adulti e da adulti che vogliono far passare come adulti i bambini di casa.

Poi c’è tutto il capitolo degli anime. La filmografia è infinita e io sono la persona meno indicata a parlarne. Credo però che la produzione di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli meriti un plauso. La mia esperienza diretta si limita a due filoni: quello romantico e leggero, che i bambini possono vedere senza traumi, composto da Il mio vicino Totoro (anche se quando Totoro urla o compare l’autobus a forma di gattone sono passaggi inquietanti), Kiki – Consegne a domicilio, I sospiri del mio cuore e Ponyo sulla scogliera. Sull’altro versante c’è, invece, il filone in grado di alterare per sempre il rapporto tra i vostri figli e la fantasia, tanto sono film completi, che comprende titoli straordinari come Il castello errante di Howl, Princess Mononoke, Nausicaä della Valle del vento e soprattutto La città incantata, film in cui la scena dei genitori trasformati in maiali può terrorizzare anche i bambini più temerari (e da cui mia figlia non si è più ripresa).

Se volete alimentare simultaneamente l’educazione cinematografica con quella musicale provate con Yellow Submarine, intramontabile cartone (nel senso anche di acido) sui Beatles. I vostri figli non capiranno nulla perché è un film veramente datato dal punto di vista dello stile. Però potete presentarlo come un lungo videoclip animato con alcune delle più belle canzoni del quartetto di Liverpool.

Discorso analogo per l’italianissimo Vip – Mio fratello superuomo di Bozzetto, utile per spiegare ai millennials che cosa fosse il secolo scorso in termini di buone intenzioni e di valori sociali. Resta comunque un capolavoro e, a mio parere, uno dei film a cartoni meglio realizzati in assoluto.

Mia figlia sostiene tutt’ora però che il primato della cosa più assurda che le abbiamo mai fatto vedere sia Panico al villaggio, film belga del 2009 diretto da Stéphane Aubier e Vincent Patar. Completamente girato in stop motion, i protagonisti sono due giocattoli di plastica che si muovono con tanto di piedistallo e che combinano disastri, un’esperienza davvero surreale e che, per questo, consiglio vivamente perché si tratta di una visione che susciterà domande alle quali non sarete in grado di rispondere.

Per chiudere, ci sono comunque pellicole della Disney che conoscono in quattro gatti con cui potrete gonfiarvi la bocca per farvi percepire dei veri alternativi dal prossimo, a partire da Chicken Little – Amici per le penne, la storia di un pulcino sfigatissimo che conquista la popolarità del suo paesello in un crescendo di azione. Superlativa la colonna sonora, i riferimenti alla cultura pop, i dettagli di alcuni personaggi, a partire dal riccio che fa il DJ, e la sigla finale, da seguire sino all’ultimo frame.

solo ora ho realizzato che Totò e il cantante dei Joy Division avevano lo stesso cognome

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Il mio allenatore di Circuit Training è anche Shifu di Kung Fu e guida nel Tai Chi Chuan un gruppo di adepti di vari livelli nell’ora che precede la mia. Si tratta di una disciplina molto bella da vedere perché è a metà tra la danza e il teatro, e per chi come me non ha alcun senso dell’equilibrio sembra un’arte che va oltre l’impossibile. La scorsa volta ho notato una delle ragazze che si è aggiunta da poco allenarsi con una felpa di Unknown Pleasures, cosa che non farebbero mai quelli più esperti che indossano un abbigliamento più rigoroso.

Davide, che dopo di me è il più vecchio del corso a cui sono iscritto e con cui si parla anche di musica oltre ai soliti argomenti che si trattano tra gli adulti che praticano sport (quante volte sei andato a correre, che scarpe usi per correre, dove vai a correre, che sistema di gps usi per correre) sa che mi piacciono i Joy Division e per rendere il momento più prosaico mi ha ricordato che la copertina del loro primo disco ormai è una specie di brand e che le magliette così le vendono da H&M. Per far finta di fare il duro gli ho detto che lo sapevo e che da Primark avevo trovato una t-shirt dei Ramones che non avevo esitato a regalare a mia figlia.

Comunque non mi sono fatto nessuna illusione, tant’è che quando ieri sera ho visto la stessa ragazza sfoggiare una maglietta con il logo di Grease per me non è stato per niente un brutto colpo. Ormai ho capito che certe cose che per alcune persone sono importanti, per altre sono meno che moda.

Per distrarmi ho cercato di pensare a qualcosa di più triste e così mi è venuta in mente quella volta che suonavo piano bar jazz in un ristorante in cui lavorava, come cameriera, una tipa con cui ero stato fidanzato per diversi mesi e poi mi aveva lasciato. Mi faceva male vederla così spesso (intrattenevo i clienti di quel posto tre o quattro sere la settimana) ma avevo bisogno di soldi. Poi una sera un avventore mi chiese di suonare “Just Friends” e, mentre ricamavo il tema con le appoggiature tipiche dell’improvvisazione jazz, non potevo fare a meno di notare la mia ex servire tra i tavoli al ritmo di quello swing, il cui titolo rappresentava cinicamente una situazione sentimentale irrimediabilmente compromessa.

la seconda volta

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Intanto ringrazio tutti voi che, grazie ai vostri voti, avete contribuito a farmi arrivare secondo al concorso. Un doveroso ringraziamento va anche alla TBK&Co che ha messo in piedi tutto quanto. Quello che mi ha spinto a partecipare è stato proprio il premio destinato a chi si sarebbe classificato secondo.  Se è difficile arrivare primi, potete immaginare quanto sia complicato fare di tutto per piazzarsi subito dopo.

Appena ho letto che in palio per i vice-campioni era prevista questa opportunità che – per l’idea che ho io di come vanno le cose – è molto meglio del SUV 4×4 Porsche da 100milioni e passa per il vincitore, non ci ho pensato due volte. Quindi avrò una seconda chance, la possibilità di tornare indietro nella vita e scegliere da dove ripartire, con l’unico vincolo che dovrò documentare il tutto in modo da poter pubblicare, arrivato alla scoperta di Internet e dei blog, tutta la mia esperienza e metterla a disposizione dei miei lettori.

Ho già scelto il titolo dello spazio che ospiterà i miei racconti della seconda volta: “Alcuni aneddoti dal mio futuro”. Che ne dite, bello, vero? Sarà infatti come raccontare quello che mi succede come se lo sapessi già ma da un punto di vista diverso, ottimale, con tutte le cose che saranno al loro posto perché questa volta, a differenza dalla prima, andrà tutto alla grande.

Ho scelto di ripartire dal 1975 perché così potrò prepararmi per il 77, che poi è l’anno in cui comincia il mio quinquennio preferito. Sarò quindi ancora in tempo per gustare quel pane cotto nella stufa a legna che mi preparava mia nonna in campagna e per consumare il rito del sabato sera a vedere Canzonissima alla TV dopo che mio papà rientrava con i semifreddi comprati al bar in piazza. Ma potrò curare meglio i denti per evitare tutti i problemi che ho avuto anni dopo, cercherò di evitare di spaccarmi il naso giocando a palla prigioniera in oratorio, eviterò di legarmi così tanto a un solo amico proprio per evitare di rimanere solo, una volta perso. Ma studierò tanto e farò molto sport per crescere più forte, sicuro di me e meno complessato. E non mi perderò una puntata di Odeon.

Una volta rese più solide le basi – tutti gli psicologi dell’età evolutiva sono concordi nel fatto che è entro i dieci anni che si definiscono i giochi – nel corso della seconda volta rifarò tutto più o meno come la prima ma stando più attento, fiducioso delle tasche piene del senno del poi, la cui scorta è il vero valore aggiunto di questa opportunità. Di certo porrò maggior attenzione alle nuove tendenze musicali – se conoscete i miei gusti immagino abbiate compreso a cosa mi riferisco – e userò tutte le paghette per comprare quei dischi che oggi sono diventati veri propri cimeli di un tempo che non c’è più e che i collezionisti di oggi pagherebbero a peso d’oro. Ma non preoccupatevi: non ne venderò nemmeno mezzo.


quello che ordina i toner

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La mia collega preferita, ha qualche anno in più di me e insegna matematica in un’altra quinta, dice che quando non è giornata è bene dare una marea di divisioni ai bambini e lasciare che lavorino da soli. I docenti sono esseri umani in carne e ossa e mentre se lavori otto ore al computer puoi stemperare i problemi che ti porti da casa riversando l’odio represso sui social – cosa che di questi tempi fanno tutti e Facebook alla fine si è rivelato un ottimo ammortizzatore emotivo – con delle persone davanti (bambini, per giunta) mica puoi dare in escandescenze. Così meglio limitare al minimo i contatti, in quei giorni lì. Sono persone in carne e ossa anche i colleghi che lavorano in segreteria. Quelli che ti mandano le comunicazioni importanti dal provveditorato due giorni dopo la scadenza di qualche obbligo burocratico. Quelli che non leggono le e-mail e ti fanno perdere le occasioni di formazione più utili. Quelli che mettono sul sito i PDF contenenti link a moduli di iscrizioni a corsi e seminari dopo averli stampati e acquisiti con lo scanner per protocollarli, perdendo quindi i suddetti link ed esponendosi al pubblico ludibrio di colleghi e genitori. Poi c’è l’animatore digitale che, a scuola, probabilmente dovrebbe fare solo quello e invece tra colleghi lo si riconduce spesso a quello che ordina i toner. Qualcuno sostiene che il problema della scuola in Italia sia più legato alla componente di back-end, più che di front-end, per usare una metafora presa dall’informatica. Secondo me è una bella lotta.

salone dell’auto mobile

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Massimo suonava la batteria con me ed è stato un precursore del movimento Urban che sta dietro alla filosofia SUV della nuova campagna pubblicitaria Seat. L’estate del primo anno in cui lui e la sua compagna avevano acceso il muto per la nuova casa nella periferia sud hanno passato le vacanze di agosto a dormire nella tenda montata in salotto. Se vivi nella metropoli e fai parte del tuo tempo la città riesce a bastarti e anzi, sembra non esaurirsi mai. La città è mare, montagna, distretto industriale, borgo di paese e quadrilatero della moda. La città è i giocolieri al semaforo, le impronte del finger food sul corrimano delle scale mobili della metro e gli addetti alla sicurezza dei negozi rigorosamente africani. Il biglietto integrato e la piscina scoperta, l’associazionismo e il bosco della droga, il tabaccaio del PD e i modelli in giro per casting. La metropoli poi non ha limite, è una distesa di agglomerati eterogenei senza un vero e proprio confine che li divida. Su Googlemaps c’è persino la funzione trasporto pubblico che ti propone le coincidenze più utili per andare da un posto all’altro. L’importante è la sostenibilità ambientale e avere la macchina è da sfigati. Ci sono il car sharing e le bici gialle appese agli alberi. Ci sono le mille iniziative che si spostano oltre la periferia e che è impossibile seguire. Anche solo camminare fa sentire Urban e la città si è cosi evoluta da bastare a se stessa. Potrebbe fagocitare i suoi abitanti e non se ne accorgerebbe nessuno. Prendere il sole sul balcone nel quartiere che ha un nome tutto nuovo come le crasi che fanno i newyorkesi, poi ordinare la cena che arriva tiepida dall’altra parte del centro, le Escape Room e la merce contraffatta gettata sul marciapiede. Il supermercato, la lavanderia a gettoni, il negozio di vinile usato, il pusher al parchetto, la multa, la tassa sui rifiuti, il barbiere specializzato in mustacchi, la birra artigianale, la pensilina che ha fatto storia e i monopattini elettrici. Il mercato, il parcheggio al coperto, l’ordine, l’auto giusta per affrontare tutto questo. Mi piace questo immaginario, se avessi i soldi me lo comprerei anch’io.

per grazia ricevuta

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Poche cose mi mettono a disagio come incontrare i prof di mia figlia in colloquio. Fosse per me non andrei mai ma, ora che sono insegnante, so che fastidio provocano da questa parte della barricata le famiglie che si dimostrano disinteressate. I genitori di quelli che vanno bene a scuola passano per persone presuntuose che non hanno bisogno di confronto tanto i figli non hanno problemi. I genitori di quelli che hanno problemi passano per gente che non riconosce l’autorevolezza della scuola tanto la promozione a fine anno, nell’arco di una vita, non ha nessun impatto.

Lo stato d’animo che mi mette il ricevimento – come padre – è un macigno di cui è facile individuare le diverse componenti. Con la prof di matematica, materia in cui mia figlia è decisamente scarsa, mi ritorna su l’angoscia della mia prof di questa materia al liceo perché ha, proprio come lei, l’approccio tipico della prof di matematica. Quella di mia figlia poi è molto più giovane di me, un aspetto che rende meno accettabile la condizione di inferiorità nei suoi confronti. Lo so che, come direte voi, a cinquant’anni suonati le possibilità di trovarsi di fronte gente più vecchia si riducono sensibilmente, ma questo è un complesso a cui non so resistere.

La prof di italiano invece indossa gli anfibi con i jeans e ha i capelli rossi, ma malgrado questi espedienti si vede che grosso modo siamo coetanei. Con lei finisce sempre che non concludo mai come vorrei. Mi piacerebbe essere uno di quei padri che minaccia, sfida, esautora, fa ricorso al TAR per il voto insufficiente, ma poi finisce che convengo con il/la collega che il problema risiede nell’inadeguatezza del sistema scolastico come vettore di soft skill e competenze, cosa che non vuol dire un cazzo ma funziona sempre quando ci si trova in imbarazzo con qualcuno del mestiere e occorre accomiatarsi senza rischiare ritorsioni sugli alunni. Quello di latino e greco è il mio preferito perché, malgrado la sua semplicità e la tendenza a banalizzare le dinamiche tra adulti e ragazzi, ha dimostrato una sensibilità oltremodo efficace con la classe tanto da giovare enormemente con mia figlia.

Sabato invece incontrerò per la prima volta la prof di scienze che, a detta di qualcuno, porta sempre con sé un po’ dell’odore degli esperimenti che si fanno in laboratorio ma sono sicuro che si tratta di una di quelle cattiverie che diffondono gli studenti delusi. È arrivata quest’anno e fa studiare su delle slide che prepara lei. Si tratta di un metodo che ha avuto un indice di successo bassissimo. I ragazzi infatti intendono i bulletpoint di cui si compongono le singole schermate come il testo da sintetizzare per apprendere le informazioni, riducendo ulteriormente all’osso ogni argomento. Non hanno capito che il procedimento da adottare è invece il contrario: le frasi di cui si compongono le slide sono i keyframe intorno ai quali occorre ricostruire un discorso più ampio. Il risultato di questa incomprensione (la responsabilità della quale, a parer mio, va ricondotta alla docente che è stata ambigua nella presentazione del metodo) è che c’è stata una strage dalla quale fanno fatica a rimettersi in sesto.

A questa variegata collana di sensazioni va aggiunta poi la stizza della scarsa disponibilità di orari del corpo insegnanti al ricevimento parenti. Solo un’ora alla settimana e di mattina. Mi sembra un privilegio immotivato, considerando che noi della primaria aspettiamo i genitori sino alle otto di sera. Non è corretto.

vero a metà

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Mia moglie fa uno di quei lavori impegnativi che non ti mollano mai. Lavora lungo le otto ore contrattuali al giorno ma poi sapete come vanno queste cose. Si ferma oltre l’orario oppure viene a casa e si mette ancora un po’ al pc, anche solo per rispondere a qualche email rimasta in sospeso oppure per rispondere alle telefonate. So cosa si prova perché anche per me prima era così. Il problema è che quando fai uno di quei lavori impegnativi che non ti mollano mai non hai un vero e proprio stacco e, quando sei concentrato, ti perdi l’atmosfera domestica che, anche se non è da commedia americana, comunque conversare con i famigliari è piacevole. Io lo so che mia moglie un po’ ci soffre a non potersi dedicare completamente alla famiglia e vedo che, pur restando al computer, cerca di interagire ma finisce sempre che poi il lavoro la riassorbe del tutto. Il problema è che spesso mi chiede delle cose ma, proprio per il suo livello di concentrazione su quello di cui si sta occupando, non supera la metà della domanda. Ho pensato così di scrivere le domande a metà che mi fa mia moglie, senza concluderle, perché tutto sommato sono divertenti. Poco fa, per esempio, mi ha chiesto “Roby se ti do un PDF” e le sue parole sono rimaste lì appese. Probabilmente voleva sapere se fossi in grado di modificarlo o di trasformarlo in un formato editabile o chissà cos’altro, non dimentichiamo che il nostro ruolo precede l’essere marito, amante, amico, help desk. Io non ho insistito nel sapere il seguito perché stavo facendo una cosa delicata al computer, di quelle che se mi interrompono poi perdo il filo. Un altro classico è “Sai dov’è il” e sovente si altera pure se non l’aiuto in questa ricerca. O anche “Roby invece scusa sai come”, a cui mi viene da dirle di sì, indipendentemente da cosa, perché poi alla fine so sempre tutto.

anche se questa storia un senso non ce l’ha

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Ditemi: avete mai visto in commercio una tv verticale? Avete mai assistito alla proiezione di un film al cinema su uno schermo ruotato a novanta gradi rispetto alla sua naturale posizione? Vi siete mai messi al lavoro su un pc dotato di schermo più alto che stretto? E allora spiegatemi: perché registrate video con lo smartphone tenendolo dritto e poi, magari, chiedete all’amico smanettone di Final Cut di montarveli insieme quando gli standard dei formati si chiamano sedici noni o, al massimo, quattro terzi e in entrambi i casi il primo numero dei due indica proprio il lato orizzontale? Vorrei essere abbastanza ricco da imporre ai produttori di smartphone di inibire la modalità di registrazione video in verticale. Perché le cose su Youtube, Vimeo, per non parlare delle piattaforme di streaming, sono messi per così e non per cosà? Vi prego: se vi sentite video-narratori, va bene le story sui social media, ma poi allora non chiedete miracoli. Cercate di dare un senso, quello giusto, a quello che volete trasmettere.