un disco al giorno ma non mi basterebbe il tempo

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Da qualche settimana Facebook sembra una di quelle riviste mensili che si compravano una volta come Rockerilla, Rockstar o Rumore in cui si potevano trovare, pagina dopo pagina, le copertine dei dischi in uscita così perfette nel loro essere quadrate. Una sorta di profilo Instagram ante litteram in cui il bello era proprio la simmetria delle due dimensioni delle immagini pubblicate, non so se mi sono spiegato. Ma qui c’è di più. L’elevata concentrazione di post a carattere musicale che sta invadendo i nostri profili Facebook deriva da uno di quei giochini in cui si possono taggare gli amici con l’obiettivo di aggiungere a catena i partecipanti. Questa volta lo scopo è più che nobile: far passare sotto al naso dei lettori di Facebook (che oramai è una categoria come i lettori di horror o i lettori di fumetti, alla quale però nel bene o nel male apparteniamo tutti) tanta bella musica di qualità.

Il gioco consiste nella scelta di dieci dischi, uno al giorno. Dieci ellepi che hanno lasciato un segno indelebile nel nostro universo sonoro. Tra le centinaia di contatti che ho su Facebook una percentuale prossima alla totalità è costituita da gente come me che ascolta, suona, compra e divora musica e, da sempre, ne osserva il culto. Musica di nicchia, musica commerciale, musica bella, musica impegnata, musica da festa. Ne consegue che, ogni volta in cui mi sintonizzo su radio Facebook, mi passano sotto il naso decine di copertine di dischi che conosco bene, che adoro, che detesto, che possiedo, che mancano alla mia collezione di vinili. Sono stato taggato anch’io, al giochino dei dieci dischi per dieci giorni, il che significa che sono stato invitato a partecipare per dire la mia, ma ho gettato subito la spugna. Solo di David Bowie ero già arrivato a quota diciassette.

lunedì ore 18:15

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Per il professor Palverino non è il momento della sveglia che, suonando, introduce alla nuova settimana, il momento più difficile da affrontare e nemmeno il lunedì sera davanti ai programmi tv del lunedì sera. Non è il susseguirsi di incombenze da riprendere con lena del giorno del rientro dopo il weekend e nemmeno la prima pausa sigaretta con i colleghi sul balcone, a sentire i soliti discorsi su questa o quella squadra di calcio, faccenda di costume di cui al professor Palverino non interessa nulla, zero, niente di niente.

Il vero momento di non ritorno si ripete ogni lunedì alle 18:15, puntuale come sempre, quando parcheggia la sua Fiat Stilo a pochi passi dalla palestra in cui segue un corso di Tai Chi, arte marziale per la quale non è portato, insieme a un gruppo di persone più o meno coetanee che si assottiglia lezione dopo lezione. La causa di questa moria di iscritti deriva dalle scarse qualità empatiche dell’insegnante, famoso tra gli adepti per la sua puzza di piedi. Il professor Palverino segue il corso di Tai Chi del maestro puzza-di-piedi da più di cinque anni. Ogni volta dice che l’anno dopo la smetterà di iscriversi ma poi pensa che l’orario è così comodo che alla fine ci casca sempre.

Quando alle 18:15 spegne la macchina e si appresta a varcare l’ingresso degli spogliatoi della palestra gli viene da pensare a cose molto tristi. Pensa che la sua vita è dalla parte in cui c’è molto meno tempo rispetto all’altra e se ci sarà mai un’altra possibilità, o magari quella è già la vita n. 4558 e delle altre, distribuite tra passato e futuro, è impossibile ricordarsi qualcosa. Pensa a Carlotta che, in quarta liceo, viene a scuola in maglietta senza reggiseno sotto e che gli altri suoi alunni si comportano proprio come quando lo studente era lui e la sua vicina di banco Chiara, alle superiori, faceva la stessa cosa. Pensa alla pianura che ha il vantaggio di non nascondere il tramonto prima del tempo, e questo gli ricorda qualcosa che si era dimenticato prima. Poi ripassa mentalmente i movimenti giusti che farà poco dopo sul parquet perché quello è il vero modo di vincere sulle cose: immaginandosele.

non ha prezzo

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Voi siete di quelle che quando qualcosa non va la fate aggiustare o comunque risolvete subito il problema oppure procrastinate? I motivi sono tanti e mi riferisco alle piccole e medie cose che in casa, con il tempo, andrebbero sistemate. La zanzariera che, a causa dei muri non perfettamente in bolla, non protegge perfettamente l’intera estensione dell’infisso. Il copri-asse del water che sarebbe da sostituire se non fosse che, di quel modello, non ne fanno più. Il quadretto di Barcellona da appendere in cucina e, al momento, solo appoggiato alla parete come a dire che il giorno che la posizione convincerà del tutto pianteremo finalmente il tassello nel muro. Le pile delle valvole termostatiche da rimuovere affinché, nei mesi in cui il riscaldamento è spento e i termosifoni inattivi, non si consumino inutilmente. La presa dietro alla scrivania che ha un ingresso che non va più e sarebbe da smontare per fissare meglio i fili elettrici con le viti. C’è persino una catena per la bici da acquistare ma bisognerebbe recarsi al Decathlon apposta per chiudere anche questa incombenza. Avere una vita in cui si riesce a risolvere i problemi permette di stare meglio con se stessi e con gli altri e non ha prezzo. Ecco, a me serviva un posto dove segnarmi un po’ di cose da fare in casa perché, se non leggo una lista, finisce che ogni fine settimana me ne dimentico perché, al sabato e alla domenica, mi piace riposarmi o dedicarmi a certe attività che mi rilassano come scrivere i post per il mio blog, così ho pensato di unire le due cose e vediamo, il prossimo fine settimana, se riesco a combinare qualcosa. Non avrò più scuse.

drip drip drip drip drip drip drip drip

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Al mondo ci sono solo due modi per sentire un rubinetto che sgocciola in inglese così tanto. Il primo, il più famoso, o, in ordine cronologico, il primo a essere comparso sulla faccia della terra, è “10:15 Saturday Night” che è quel bellissimo brano dei The Cure che apre quel bellissimo album che è “Three Imaginary Boys”. Se volete invece stupire gli amici, ditegli che voi siete riusciti a sentire quell’inequivocabile suono che richiama l’intervento di un idraulico in una canzone dei Massive Attack. Proprio così. “Man Next Door” è la traccia numero sette di “Mezzanine” e, se fate attenzione, potete sentire un campionamento della voce e della chitarra di Robert Smith tratta dal loro pezzo che mai si sarebbe aspettato, alla sua uscita nel 1980, intanto di essere digitalizzato e, quindi, di essere infilato come sample in una specie di cover di un pezzo dei The Paragons, gruppo reggae degli anni 60, poi rifatto da Horace Andy che, ospite dei Massive Attack, presta la voce alla band di Bristol proprio in questo pezzo.

Una coincidenza che, proprio ieri, “Mezzanine” dei Massive Attack abbia compiuto venti anni? Non lo so. Resta il fatto che è molto strano che, un disco così vecchio, sia stramaledettamente ancora così moderno. Anzi, sembra un ellepi di quelli che si possono prevedere come la musica del futuro. Come sarà la musica fra dieci, venti, trent’anni? Come “Mezzanine” dei Massive Attack. “Mezzanine” rientra tra i miei dieci album preferiti di tutti i tempi ma, se proprio vogliamo fare una classifica, preferisco giocarmi questa chance per mettere in ordine di (mio) gradimento gli album dei Massive Attack. E allora lo faccio subito:

#1 Mezzanine
#2 Heligoland
#3 100th Window
#4 Protection
#5 Blue Lines

un cuore grande così

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Di questa stagione non sorprende scoprirsi con un cuore grande così. Un cuore che è rimasto in letargo, nascosto sotto le coltri per un freddo che non ci ricordiamo nemmeno quando abbia avuto inizio. Una specie di grancassa che ci sentiamo risuonare – con una leggera latenza – nelle spalle, all’altezza degli avambracci e su fino nelle orecchie. Poi giù sulle cosce fin poco sopra i polpacci. Nello stomaco che al cuore gli sta proprio a ridosso e che con le sue cavità potenzia l’eco di tutto quel frastuono. Un cuore che si ingrossa così tanto che ci dobbiamo mettere a guardare fuori. La luce che continua il giorno anche quando il giorno, fino a qualche settimana prima, era già finito da un pezzo. Il profumo dell’ammorbidente sul bucato, quello degli alberi, persino l’odore di qualche carburante e qualcuno che ha messo della verdura sulla griglia. I rumori e gli uccelli che con la finestra spalancata sembrano rincorrersi dentro casa, tra le stanze che restano in penombra perché la lampada, con il chiaro che c’è fuori, non occorre. Ed ecco che ci scopriamo con un cuore grande così, un baule che non ci sta più, così gonfio, dentro il petto. Uno scrigno di cianfrusaglie a cui non sappiamo dare un nome, che non sappiamo nemmeno come ci sono finite lì dentro, lungo una vita che inizia a farsi di una certa consistenza, tutte quelle emozioni.

la casa delle bambole

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Si sta sviluppando, anzi, si sta diffondendo a macchia d’olio il fenomeno dei baby agenti immobiliari. Si tratta di un fenomeno per il quale si vedono sempre più ragazzini probabilmente nemmeno diplomati, o comunque sotto i 20 anni, che svolgono la funzione anzi la missione di agenti immobiliari. Comprereste una casa da questo infante?, viene da chiedersi. Senza pregiudizi, la cosa comunque ci fa sorridere perché li vedi azzimati di tutto punto, conciati in modi che nessuno oggi alla loro età, al di fuori dell’androne in cui aspettano il potenziale cliente per smollargli il bilocale del caso, si sognerebbe mai nemmeno per andare alla comunione della sorellina (considerando che oggi è considerato un evento secondo solo al matrimonio in quanto a portata sociale) o al pre-diciottesimo della cuginetta (considerando che oggi è considerato un evento quarto solo al matrimonio, comunione e cresima in quanto a portata sociale) e quindi si distinguono per il loro gusto discutibile nella scelta dell’outfit professionale. Ed è per questo contrasto tra un’ostentata quanto inutile eleganza sommaria e il loro aspetto da notte prima degli esami di maturità che non gli chiederesti nemmeno di andare alla Coop a comprarti un pacco di pasta e scegliere per te, figuriamoci di sciorinare a parole e a memoria, nemmeno fosse la tabellina imparata l’anno prima sui banchi di scuola, i vantaggi del bilocale in questione e magari, spinti dalla stessa tenerezza che si prova per i propri figli, accettare la proposta, giusto per renderli un po’ più felici.

ti ho visto al concerto

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Il valore della statura media della popolazione giovane italiana aumenta di anno in anno e me ne accorgo quando vado ai concerti. Sono uno e ottantasei ma fatico sempre più a vedere i musicisti in piedi dalla cintola in su. Certo, i telefonini in alto per riprendere e fare foto non aiutano, ma anche in momenti di stasi digitale con qualche fastidio dovuto a una nuca solitamente più folta di capigliatura della mia ad altezza occhi e che ostruisce la parte bassa del palco devo sempre fare i conti. A me piace avere campo libero sotto perché posso osservare le zappate sulla chitarra oppure, nel caso ci sia una musicista sul palco con la gonna, ammirare il contrasto tra basso e gambe, per esempio. Mi è capitato ieri al concerto dei Protomartyr allo Spazio 211 di Torino, perché ad aprire la serata sono intervenuti gli ottimi Less Than a Cube che non conoscevo affatto. Prima che iniziassero ho notato una tipa interessantissima tra il pubblico, e poi quando ho visto che è salita sul palco e si è messa a suonare e cantare è stata una bella sorpresa. Volevo dirglielo ma il volume era troppo alto.

Non sono capace invece a scrivere le recensioni dei concerti perché è difficile parlarne dopo. Bisognerebbe fare come si fa con i live tweeting e condividere all’istante le proprie considerazioni quando se ne sente il bisogno. Una forte emozione dovuta a questo o quel brano. Un virtuosismo che ci ha impressionato particolarmente. Un momento di irripetibile empatia con la smorfia del cantante. Un brivido dovuto all’uso perfettamente coordinato delle luci con il mood della canzone. Un impeto di fastidio per qualcuno ubriaco tra il pubblico che parla ad alta voce in un momento intimo della band. Si tratta però comunque sempre dell’attestazione di emozioni dopo che si sono librate granularmente nel nostro sistema nervoso, quindi comunque in differita e già prive della loro portata dirompente.

Allora meglio stare zitti oppure limitarsi a qualche dato oggettivo. Primo: i Protomartyr hanno spaccato con un concerto formidabile. Secondo: ottima acustica ma forse il locale – per quanto molto bello – forse era sottodimensionato per un gruppo di tale notorietà. Terzo: il concerto è iniziato a un’ora assurda (le undici passate) per un giorno infrasettimanale (martedì sera) e per chi poi doveva sobbarcarsi un’ora e mezza di viaggio di ritorno (dopo l’ora e mezza del viaggio di andata).

Più interessante, forse, condividere anche a freddo qualche nota sulle persone presenti. Intanto l’età media alta del pubblico, con punte che mi superavano abbondantemente di qualche anno. Sotto il palco c’era quattro amici (nel senso di amici tra di loro) sui cinquanta che si sono goduti la musica come dei ragazzini qualunque. Poi è stato impossibile non notare il mio sosia (a parte gli occhiali) che si è messo al mio fianco. Stessa forma del viso, profilo analogo, mosca e basette, capelli sale e pepe. Ci siamo guardati come a chiederci se se ci fossimo già visti da qualche parte e la risposta, per entrambi, è stata sì, allo specchio. Peccato che in quell’istante i Protomartyr abbiano iniziato la serata e quindi l’attimo per scoprirne di più è fuggito, anche se tra maschi, sapete, non ci si mostra mai troppo vulnerabili. C’era infine una donna poco più avanti identica a Roberta, una amica architetto che non vedo da un po’, e così ho pensato quanto fosse bello trovare così tante facce conosciute, riunite a condividere la passione per lo stesso gruppo musicale, in una sorta di affinità elettiva di una nicchia di persone con la stessa matrice di gusti. L’esibizione di una band che amiamo è un momento in cui ci sembra di essere in famiglia, quindi non ci dobbiamo meravigliare se ci sembra di riconoscere qualcuno anche se poi non è chi pensiamo.

pensione incompleta

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Quante volte abbiamo scherzato, da giovani, sulla pensione, sul fatto che non arriveremo mai alla pensione, che chissà quando andremo in pensione, che non vediamo l’ora di essere in pensione, che quando saremo in pensione faremo un sacco di cose eccetera eccetera. Oggi basta un username e una password per proiettarci nel sé anziano – sempre che sia sopravvissuto agli eccessi che hanno caratterizzato le ultime generazioni – che ci aspetta dal meraviglioso mondo del retirement, lo dico in inglese così limito le ripetizioni e il presente testo guadagna in scorrevolezza.

Ma, a essere precisi, username e password non sono sufficienti per accedere al proprio profilo previdenziale, e per questo dobbiamo ringraziare l’inventore dell’identità digitale che, insieme alla posta certificata, fanno una coppia di soggetti tipicamente italiani che solo dei burocrati italiani potevano inventare. Voglio dire che va bene prendere precauzioni, però perché aziende in cui ci sono ben altre informazioni sensibili – Amazon in primis – hanno sistemi più snelli di protezione dei dati per accertarsi di chi vi accede? Se non l’avete ancora fatto, quindi, munitevi di SPID o del fantomatico “PIN dispositivo” e aprite il baule digitale dei ricordi INPS in cui qualcuno ha custodito per voi tutti i contributi versati nella vostra storia lavorativa.

Ma l’aspetto più interessante è che, come saprete, una volta dentro è possible azzardare una previsione sulla data in cui potrete dare il benservito alla parte produttiva del paese per godervi il resto del tempo e riposarvi dopo una vita di fatiche. E immagino che, come è capitato a me, la sorpresa sia stata proprio quella di venire a conoscenza che ne avrete fino a sessantotto anni. Tanti auguri, è quello che ci diciamo reciprocamente. L’unico dato positivo è che, superati i cinquanta, non sembra nemmeno così distante. Il giochino da fare per casi come questo è sempre lo stesso: guardatevi indietro, pensate a cosa facevate o che disco è uscito tanti anni prima quanti sono quelli che vi mancano per salutare i colleghi, e vi sentirete meno tristi. Certo, chissà come saremo ridotti a sessantotto anni, ma questo è un altro discorso.

ti tengo il posto

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Ci sono cose che non si possono fare più di una per volta, nemmeno alternandosi part-time dall’una all’altra. Facendo la mattina la prima e il pomeriggio la seconda, oppure adottando la formula del part-time verticale. Oggi qui, domani là, domani dopo di nuovo qui e così via. I bastoni tra le ruote li mettono i sentimenti, la legge, la contrattualistica, il buon senso, la salute, il resto delle cose da fare, le stagioni con quella fregatura che in primavera non ti alzeresti mai da letto, l’organizzazione stessa del tempo in senso ciclico, gli imprevisti malgrado le organizzazioni più previdenti, le probabilità ma solo per non fare torto – a Monopoli – a nessuno, la testa che ogni tanto si perde, i lapsus, quello strano fenomeno per cui ti imbamboli a osservare un punto di qualcosa e ci stai anche più di quanto necessario a rilassarti, le serie tv, gli ormoni che vengono fuori come efelidi con il sole. Ma, più di ogni altra cosa, c’è un problema etico. Siamo in tanti e non è giusto avere una doppia razione, perché se facciamo il bis qualcuno resta a pancia vuota. Se scegli di spostarti, in senso proprio e figurato, è scontato che qualcuno prenda il tuo posto, ci avete mai fatto caso? Il vostro territorio, ancora in senso proprio e figurato, quello che avete marcato con tutta la pipì possibile e immaginabile giorno dopo giorno, arriva il momento in cui resta finalmente incustodito, alla mercé di qualche invasore che magari ha pure le migliori intenzioni per tenerlo meglio di come ve ne siete occupati voi. La cosa dei piedi in due scarpe, insomma, è vera e sacrosanta ed è una pratica che non appartiene al genere umano. L’ubiquità non la raffigurano nemmeno più nei film di fantascienza, figuriamoci noi da questa parte dello schermo. Non so se avete mai visto quel film “La mia vita senza di me“.  Ecco, facciamo che anche per le cose meno drammatiche, prima di togliere il disturbo da qualcuno o qualcosa, lasciamo il più pulito possibile e organizziamo il passaggio di competenze da persone mature.

zymil supera il concetto di mamme antirock

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Se lasciate stare i gruppi al 100% femminili, e mi riferisco ai vari Bangles, Go Go’s, le Holes e – più recentemente – le Goat Girl o quel gruppo francese che canta in inglese di cui, in questo momento, mi sfugge il nome (anzi se mi aiutate vincete un premio), una ventata di quote rosa nel rock (cantanti a parte) è stata portata inizialmente dai Talking Heads e, in Italia, da un gruppo in auge da una ventina d’anni (che non nomino nemmeno da tanto mi è particolarmente inviso) che ha il ruolo di bassista ricoperto da una femmina. Sì, lo so che ci sono anche quelli di Xfactor ma qui stiamo parlando di musica, mica di sfortunati perditempo. Eppure noi della nostra generazione avevamo avuto esempi illustri. Nella Famiglia Partridge, per esempio, la tastierista della band di famiglia è, appunto, una tastierista. Sì, lo so che anche un altro gruppo italiano che detesto ha alle tastiere una donna ma, ripeto, lasciatemi nella mia confort zone in cui i Baustelle non esistono. Comunque l’uguaglianza di genere, che è poco praticata nel nostro costume occidentale malgrado le apparenti condizioni di emancipazione, sembra per lo meno essere messa in scena in quella versione semplificata e assurta a modello della nostra società che è la pubblicità. Sarà per questo – e non perché sarebbe stato troppo complesso, da un punto di vista di immagine, utilizzare una famiglia composta da soli uomini – che alle tastiere della band di famiglia protagonista della pubblicità del latte Zymil c’è una donna, per di più la mamma.

La cosa, a un tastierista come me, non può fare che piacere. Le mamme dietro ai synth sono finalmente la liberazione della rappresentazione delle donne dietro i fornelli. Manopole e potenziometri al posto dei comandi del ferro da stiro. Tasti bianchi e neri su cui sfogare la propria vena artistica invece delle noiose periferiche da data entry o da segretaria. Oscillatori e filtri che sostituiscono detersivi e ammorbidenti. Finalmente le cose cambiano sul serio.