alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 17.01.19

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npr, “Finding God, Love And The Meaning Of Life In Messiaen’s ‘Turangalîla-Symphonie'”
For any music I conduct, it’s essential that I discover a real sense of who the composer is. Olivier Messiaen, it’s safe to say, was a unique guy from the start.

Il Post, “Il video surreale (come minimo) del ministro Bonafede su Battisti”

Portale Bambini, “Combattiamo l’analfabetismo funzionale a casa e a scuola”
Sulle pagine de “Il Corriere della Sera” leggiamo che: “Nel corso del 2016, secondo gli ultimi dati Aie, il 60 per cento degli italiani (laureati compresi) non ha aperto un libro di qualsiasi tipo“. Di questo dato la scuola non è certo responsabile, al contrario. Se non si leggesse in classe, la percentuale sarebbe drasticamente più alta. Il problema è a casa: leggiamo abbastanza? Stimoliamo i nostri bambini a leggere?

not, “Lo sguardo asperger”
Ha invece autismo ad alto funzionamento Shaun Murphy, il medico interpretato da Freddie Highmore protagonista di The Good Doctor – il cui showrunner, David Shore, è lo stesso di Dr House. Commentando la serie, Sarah Bradley, giornalista con un figlio autistico, ha fatto notare come la televisione sembri ormai ossessionata da una rappresentazione quanto meno dubbia dell’autismo (Shaun Murphy ha la sindrome del savant, che però riguarda una minima percentuale delle persone nello spettro autistico).

Alessandra Daniele, “Il Cazzaro della Marmotta”
Chi sarà il prossimo? Uno dei pappagalletti che Casalino e Casaleggio spediscono in giro per i talk show? Ridono. Caratteristica comune dei grilloverdi è il ghigno perenne. Non si sa bene quanto sia un ordine di scuderia – ostentare ottimismo – e quanto siano proprio così di natura, ebeti, strafottenti.

Krisma Music, “Quelli belli siamo noi”
Moreover, Maurizio is seduced by a bad girl (Loredana Bertè) he meets at the Titan Club (where he occasionally sings with success).
But true love prevails and, after many troubles and misunderstandings, and with the help of a wit cousin from Sicily (the comedian Isabella Biagini), the couple manages to unite for life!

Annamaria Testa, “Effetto Dunning Kruger: incompetenti e inconsapevoli di esserlo”
All’incompetenza spesso si accompagna la supponenza, e gli incompetenti nutrono un’incondizionata fiducia nelle proprie capacità. Non hanno percezione dei propri limiti e ignorano i propri errori. Infine, fanno fatica a riconoscere la competenza altrui, e possono arrivare a disprezzarla.

L’Espresso, “#TenYearChallenge: nel 2009 Matteo Salvini intonava il coro contro i napoletani”

minima&moralia, “Ovidio a Roma: il trionfo del poeta sul Tempo”
Perché Ovidio, come ricorda Gardini, “è stato un poeta del Tempo: poeta fisico, poeta del corpo, poeta delle forme. Sempre in movimento”. La sua più grande colpa agli occhi occhi di Augusto, e il suo più grande pregio nei confronti della Storia, è stata quella di essere un intellettuale troppo orientale, nella concezione stessa della vita. Proprio ne Le Metamorfosi si legge: “Tutto muta, nulla muore. Lo spirito è errabondo…. e dagli animali passa al corpo umano e il nostro negli animali. E non si consuma nel tempo e come la duttile cera si plasma in nuove figure”: sono parole che esprimono una potente e sentita visione, potremmo dire, inconsapevolmente yogica.

Il Tascabile, “Jesus’ son di Denis Johnson”
Jesus’ son è come ricevere una coltellata nell’occhio e continuare a vederci. Che è, poi, quello che più o meno accade a un uomo nel racconto “Emergenza”: “è stata mia moglie, – ha detto il tizio. La lama era conficcato fino all’impugnatura nell’angolo esterno dell’occhio sinistro. Era un coltello di quelli da caccia”. Ad assisterlo, in ospedale, ci sono Testadicazzo e Georgie, che passano il tempo rubando pillole dagli armadietti e pulendo il sangue nelle sale operatorie, oltre a un’infermiera e un medico che farnetica di voler chiamare “un gran mago degli occhi”, “il migliore”, “un artista dell’etere”, anche se siamo in un ospedale qualsiasi e ciò non accadrà mai.

per un rapporto maturo tra cittadini e istituzioni

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Non capisco perché, in caso di infrazione involontaria del codice della strada, non possa essere sufficiente chiedere scusa al comando della Polizia Locale, o al primo vigile che incontri per strada, oppure anche all’addetto degli uffici comunali alla riscossione dei tributi. Magari anche con un sistema online: entri con username/password o anche con lo SPID e ti trovi davanti a un modulo in cui ti viene richiesto per che cosa chiedi scusa e puoi dichiarare una cosa tipo

chiedo scusa perché ho superato il limite di velocità sulla Enrico Fermi ma solo perché rientravo da una serata particolarmente superlativa e, senza pensarci da tanto ero gasato, ho dato troppo gas alla macchina fino a quando ho notato due vistosi flash luminosi dietro di me e, solo allora, mi sono ricordato del limite dei 70 ma il mio contachilometri segnava i 90

Ecco, secondo me la democrazia diretta dovrebbe migliorare queste cose per ricucire il rapporto tra la gente e la pubblica amministrazione.

uno due tre casino

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C’è un format tv (americano, inutile che ve lo dica) in cui dei tizi partecipano a un’asta per aggiudicarsi il contenuto di un box senza sapere che cosa ci sia dentro. Il gioco consiste proprio nello scommettere quale sarà il delta tra l’offerta che supera le altre e che cosa si vedrà una volta aperto il portellone, quindi se c’è stato un guadagno o una perdita per il vincitore e di quanto. Se anche voi avete un box converrete con me che la questione è delicata. I box sono spazi in cui, spesso, c’è una vita messa in storage, per dirla come la direbbero quelli che partecipano al programma di cui parlavo sopra. Tante cose che si accumulano con il passare degli anni. Maggiore è il numero degli anni, direttamente proporzionale sarà il rischio di fare confusione nell’associarle con dei ricordi. E la nostra testa funziona un po’ così. Ma se non c’è il rischio di superare il limite di capacità nel mettere in memoria esperienze e sensazioni, verso la senilità ricondurre un determinato contenuto della memoria al momento in cui siamo stati chiamati a trasferirlo lì – quindi a cosa ne ha causato la nobilitazione a particolare degno di essere memorizzato – risulta più complesso. Ce ne sono tanti, troppi, e se esistesse un programma tv in cui la nostra vita ricordata fosse messa all’asta il fortunato o sfortunato concorrente, aprendo la scatola, si troverebbe di fronte a un caso di quei disturbi dell’accumulo che, a loro volta, sono spettacolarizzati in un’altra trasmissione televisiva (anch’essa americana, inutile che ve lo dica, d’altronde il trash l’hanno inventato loro). A volte ci proviamo a fare un po’ di ordine, vero? Succede talvolta nel dormiveglia. Notiamo un particolare che affiora, riusciamo a isolarlo per verificare di cosa si tratta, come per magia esce fuori la storia completa che però, nella meraviglia del momento, ci proietta più verso la parte del sonno, se siete più giovani di me è meglio che vi prepariate perché anche per voi funzionerà così. Quasi sempre la storia è di tanto tempo prima e, scivolando nell’oblio, si palesa nella sua completezza, con un inizio e una fine e, un po’ come avviene nei sogni, ci trasferisce di sana pianta in una dimensione parallela. Ma c’è sempre qualcosa, un fremito, un rumore, uno scossone che ci riporta vivi e vegeti nel presente. E la distanza che ci è possibile misurare con ciò che abbiamo appena provato risulta ancora più incolmabile.

sei quello che fai

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Chissà che cosa si prova a fare un mestiere per il quale ci si è specializzati con un corso di studi ad hoc, costituisce l’aspirazione di una vita, si tramanda di padre in figlio. Oppure un mestiere in cui si è davvero bravi perché coincide con la propria passione, o anche perché si è davvero portati a fare una determinata cosa, viene naturale, non si ha nessuna difficoltà a farlo o anche solo non ci si deve ingegnare se non addirittura improvvisare ogni giorno. Un mestiere che non necessita di aggiornamenti, per il quale non si deve rincorrere costantemente l’evoluzione della tecnologia o in cui si è al riparo dai capricci dei propri responsabili, dalle invidie dei colleghi, dalla scaltrezza di chi vuole farti scarpe. Un mestiere che non ha bisogno del marketing, della comunicazione, della gestione delle risorse umane. Un mestiere in cui non ci sono deadline, report e assestment. Un mestiere in cui quando vali non devi dimostrarlo e quando non vali non ti viene la smania di fare parte dell’élite per posa. Un mestiere che puoi cambiarlo se sei stufo, riprenderlo dopo un po’, impararne altri quando ne hai voglia. Un mestiere così. Chiedo per un amico.

informatici contro ammogliati

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Il mondo si divide sostanzialmente tra i tecnici che, quando leggono “PIN dispositivo”, pensano a un codice numerico utile a sbloccare o ad accedere a un pc, un tablet o uno smartphone, e la gente normale che ha capito l’accezione con cui certe istituzioni impongono l’uso di un codice – altrettanto numerico ma tutt’altro che user-friendly – che permette agli utenti di effettuare disposizioni. Semplice, no? Quando i tecnici finalmente comprendono quello che per l’altra metà del pianeta di madrelingua italiana era un processo logico naturale cascano dal pero perché le parole sono importanti, come diceva quel famoso regista, e il fatto di ritagliarsi un dizionario tutto proprio con significati a sé, frutto di esclusivi rapporti professionali, è foriero di equivoci. Basso livello non è un giudizio negativo, si può programmare senza arrivare a un termine, la banda non suona il rock, sul bus si può parlare al conducente e basta un tab per evadere da una cella.

Ma anche quelli che sono a metà tra i due mondi, come me, ci hanno messo un po’ a comprendere il senso del PIN dispositivo e ancora di più a chiedersi perché, chi lo ha inventato, ha deciso di chiamarlo così. Per ovviare ogni dubbio bastava uno di quei nomignoli che si danno per delineare un’informatica e una tecnologia dal volto umano. MyPIN, PIN+, PINstruction o una cosa di questo tipo. Un nick che ricolleghi il PIN dispositivo a un numero strettamente personale, fondamentale a fornire il proprio consenso e a impartire operazioni ufficiali. Uno sforzo in più per far sentire i tecnici persone come tutti noi.

habitat meno naturale

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Superati i cinquanta, il design lascia il posto alla comodità. Dove c’era una madia in teak rimediata al mercatino dell’oratorio ora è posizionato un robusto mobile dalle sembianze comunque moderne ma provvisto di funzionalità più adatte alle esigenze di storage domestico di una coppia di mezza età. Il divano di Molteni dalla linea minimal e dai colori non-colori, con la seduta ampia e lo schienale ridotto, induce a ripensamenti a favore di un modello in grado di favorire un’esperienza di riposo tale da preservare l’utente dell’irrigidimento dei muscoli del collo o, peggio, dalla cervicale e di favorire una postura più regolare. Sulla poltroncina anni 50 rivestita in skai stanziano solo i gatti, oltremodo attratti dalla superficie e dalla sua inconsapevole funzione di tessuto anti-stress per esercitare l’efficacia dell’offesa a graffio, motivo per il quale l’articolo presto verrà presto rimpiazzato da una confortevole chaise-longue adatta alla sonnolenza postprandiale. Le linee da modernariato scandinavo del dopoguerra lasciano il posto a produttori industriali di forniture all’altezza di una pensione minima, ma il potere d’acquisto non è tutto. Gli anziani vogliono stare in casa tanto e starci bene. A trent’anni o giù di lì – seconda metà degli anni novanta, per darvi qualche riferimento storico – attraversavo invece la parte espositiva del primo negozio italiano Ikea con la sicumera di chi si trova perfettamente a proprio agio. Ma il mio habitat era Habitat, almeno da un punto di vista estetico perché – meno abbordabile dell’arredamento svedese – mica me lo potevo permettere. La storia di Habitat in Italia la conosciamo tutti. Da qualche mese, però. l’azienda francese ha riaperto a City Life, qui a Milano. Ho fatto un giro di perlustrazione la scorsa settimana ma sono rimasto profondamente deluso non tanto dalla qualità dei prodotti, che mi pare invariata, quanto dalla mia reazione a caldo. Il design suscita meno appealing nella mia brama di circondarmi di cose belle. Lascio gli eleganti spigoli alle nuove generazioni, io mi metto comodo adagiato sull’arrendevolezza informe dei mobili pensati per i nonni e al tepore di un plaid in pile dozzinale a seguire un programma tv dedicato alla terza età, almeno finché non mi addorm

i cocci sono loro

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Si riduce a vista d’occhio l’età media dei preadolescenti che passano direttamente dalle sigarette al lancio in aria della bottiglietta di plastica piena a metà d’acqua nel tentativo di farla atterrare in piedi, alla faccia delle droghe leggere e a controprova di quale sia la fascia soggetta maggiormente a rischio. Un fenomeno che dilaga insieme a un paio di pericolosi comportamenti ai quali i nostri figli sono esposti: il balletto in tre tempi eseguito con le anche e il tormentone di take the L – anch’esso ispirato da Fortnine – portato alla ribalta da uno dei calciatori del momento. Se operate con i ragazzini a rischio trap, e mi riferisco a quelli tra gli otto e i tredici anni, mettete come priorità uno l’impegno per evitare che i più giovani si possano trovare da soli, senza nulla da fare e con una bottiglietta da mezzo litro d’acqua a disposizione. D’altronde che il diavolo trovi lavoro alle mani oziose lo dice persino la bibbia, quindi il mio consiglio è – piuttosto – fornir loro dei contenitori di vetro per le bevande perché, anche se il rischio che si feriscano tutto sommato sussiste, andati in frantumi la prima volta si avvera il detto a proposito del bel gioco che dura davvero poco.

alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 10.01.19

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Il cibicida, “I due giorni di David”
In due giorni. Solo David. Solo lui poteva riuscire a prolungare il Natale di gioia e sofferenza. Perché sì, l’uscita di “Blackstar” l’8 Gennaio era un Natale. La morte di David il 10, la sofferenza. Un nuovo paradigma. Un ottovolante di sentimenti, un bagno in acqua calda, piacevole e poi un tuffo in quella ghiacciata che rattrappisce la pelle. E David è l’autore di tutto questo: come un Grinch, come un Babbo Natale ubriaco del cazzo.

Adafruit, “37 years ago today: the Commodore 64 debut at CES “
The C64 has been listed in the Guinness World Records as the highest-selling single computer model of all time, with independent estimates placing the number sold between 10 and 17 million units

Minima&moralia, “Catullo immortale. La nuova vita delle poesie nella versione di Alessandro Fo”
Non penso ci possano essere dubbi: Lesbia è il nome che Catullo attribuì a Clodia, moglie di Quinto Metello Celere. Catullo la conquistò con il carme 51, ossia la traduzione di una famosissima lirica di Saffo in cui è assente il nome – Lesbia – che Catullo invece inserisce per dedicare i versi a Clodia.

A margine, “Rapporto Amargine 2018. La superclassifica di un po’ tutto (aka: l’analisona)”

Passaparola, “Il mondo ha davvero bisogno di due milioni di scrittori l’anno?”
Stavolta ho cominciato con un numero: due milioni e mezzo. Sono i libri che vengono stampati ogni anno, settemila al giorno (sabato e domenica compresi). Per essere esatti, sono i titoli, non i volumi. E ogni titolo ha una sua tiratura, si stampa in un certo numero di copie. La cifra finale è da capogiro e, forse, incalcolabile. Questo significa che al mondo ci sono in questo momento almeno due milioni di scrittori (leviamo un mezzo milione perché magari qualcuno pubblica più di un titolo all’anno). Leggendo questa cifra mi è tornata in mente la bellissima orazione funebre per Pier Paolo Pasolini di Alberto Moravia (lui sì che era uno scrittore vero). Diceva: «Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro in un secolo».

Mirumir, “Tre o quattro”
Il maestro delle medie Stanti, insegnante di educazione tecnica dei maschi e per supplenza anche delle femmine, dei propri opachi e corsari trascorsi sudafricani amava raccontare le ispezioni corporali all’uscita dalle miniere, dilungandosi sui metodi per nascondere e contrabbandare i diamanti. In un innominabile passato l’elica di un aereo gli aveva mangiato la mano destra, al maestro Stanti, ma lui non se l’era presa e continuava a caricare gli alunni su un vecchio Cessna per il battesimo del volo: Gorizia dall’alto, castello, confine, piccolo vuoto d’aria, scendere fare attenzione congratulazioni Vittorelli siamo già al terzo battesimo avanti un altro.

ancora sulle vibrazioni

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Una volta sentivamo le voci, oggi sentiamo vibrare i telefoni. Mi capita di avvertire il tipico ronzio intermittente che hanno gli smartphone quando togli la suoneria e squillano muti appoggiati su una superficie rigida, come un tavolino o la scrivania. Mi capita spesso quando sono a casa, immerso nel silenzio del pomeriggio del quartiere dormitorio, quando negli appartamenti intorno, sopra e sotto non c’è nessuno e meglio così, perché se ci fosse qualcuno state certi che non sarebbero né gli inquilini né tantomeno i proprietari.

Sento vibrare un telefono a lungo e, appena percepisco il ronzio, corro immediatamente a sincerarmi che non sia il mio ma è impossibile perché ho “Love like blood” dei Killing Joke a manetta e lo so che si tratta di una suoneria del tutto appropriata. Rimpiango quel periodo glorioso della storia della tecnologia quanto la gente passava in rassegna le suonerie del cellulare nuovo di zecca isui mezzi pubblici, in ordine alfabetico per scegliere quella più in linea con la propria personalità. Ora che ci penso la mania delle suonerie è un po’ démodé, anni di terrorismo più o meno psicologico sul disturbo che si reca agli altri con il telefono in mano iniziano a dare risultati confortanti, a parte la nuova trovata dei messaggi vocali su Whatsapp che mi sembra un nuovo step della discesa al ribasso della nostra civiltà. Poi però ti accorgi che non si sentono nemmeno più tanti fischi della Samsung, ve li ricordate? Che razza di tormentone.

Comunque quando sento o mi sembra di sentire un telefono vibrare e sono in casa provo a guardarmi in giro per capire se c’è qualcun altro, oltre me, e magari non me ne sono accorto. Potrebbe anche essere che mia moglie o mia figlia abbiano dimenticato il loro telefono. Esaurite tutte le possibilità che la vibrazione provenga dalle stanze del mio appartamento non mi resta che tentare qualche interpretazione del fenomeno.

La vibrazione degli smartphone è una specie di ultrasuono che percepiscono solo quelli come me che sentono le voci del futuro. Oppure, più banalmente, è il vicino pugliese che abita al primo piano che, avendo un timbro di voce potentissimo, ha strumenti digitali adeguati al volume con cui si esprime.

O ancora c’è qualche dispositivo nascosto da una rete spionistica nel mio studio che riprende e registra tutto quello che faccio ma ogni tanto va in tilt e, riavviandosi, fa quel rumore lì, ma spero che non sia questo caso perché se qualcuno fosse intenzionato a ricattarmi minacciando di divulgare dei video di me mentre parlo con i gatti di sicuro io farei qualunque cosa per evitarlo.

nbz nbz nbz: un messaggio che viene da chissà dove

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A mia figlia è caduto il portatile che teneva in grembo per studiare scienze stravaccata sul divano. Il portatile ha preso una bella sberla ma non sembra aver subito danni particolarmente gravi se non che ora, a seconda di come sfiori il touchpad, la tastiera scrive a ripetizione nbz nbz nbz nbz nbz nbz nbz nbz nbz nbz nbz. Il che non sarebbe un problema se volessi scrivere un articolo o anche, perché no, una poesia in cui il ricorrere di versi come nbz nbz nbz nbz costituisce una componente fondamentale per il testo in questione. Non mi piace che mia figlia studi con il portatile ma la sua prof, che ci ha fatto comprare un libro di testo pagato – usato – 15 euro, distribuisce slide con il sunto del sunto e finisce che poi, i ragazzi, studiano a memoria quelle nozioni senza approfondire il contesto che potrebbero avere a disposizione se usassero il libro (pagato usato 15 euro e che tutt’ora giace intonso sullo scaffale della cameretta di mia figlia). Che poi, obiettivamente, scienze al liceo classico non dovrebbe essere altro che una materia cenerentola, ma questo è un altro discorso.

Ma, a ragionare così, tutto è un altro discorso. I ragazzi che studiano con il portatile studiano davvero o guardano le serie su Netflix? E che cosa si deve fare quando il computer sembra indemoniato e scrive a raffica cose tipo nbz nbz nbz nbz nbz? E poi perché, tra tutte le parole, proprio nbz nbz nbz nbz nbz? Manco a dirlo, non sono l’unico al mondo a cui è successo. Provate a leggere qui.

Comunque se adesso vi state divertendo con questo post e non, invece, osservando parole di senso compiuto alternate a enigmatiche sequenze di nbz nbz nbz nbz nbz è perché, per scrivere, dopo mi sono spostato su un altro dispositivo ma, come è facile immaginare, oramai l’ispirazione era andata a farsi friggere. Avevo iniziato un post che diceva una cosa tipo “la città metropolitana significa che tutto intorno alla città c’è una grande città che non finisce mai. Non c’è distinzione tra un comune e quello successivo” e tutto perché, mentre andavo a pagare il falegname che mi ha costruito un armadio su misura per l’ingresso, mi sono fermato lungo una di quelle strade provinciali che portano da Milano verso nord, che hanno il suffisso in -ina e che, appunto, sono un perpetuo susseguirsi di paesi senza soluzione di continuità. Mi sono fermato a fotografare un edificio su cui campeggiava la scritta “mostra”. Ho accostato apposta perché non capivo il senso. Mostra di che?, mi sono chiesto.

Poi, avvicinandomi a piedi, mi sono accorto che c’era una parte dell’insegna coperta da un edificio antistante e che la scritta completa era “mostra del mobile artigianale” o qualcosa del genere. C’è un intero distretto di falegnami, da quelle parti, famosi ovunque per la qualità dei mobili che producono. Quindi c’è la possibilità che qualche entità abbia preso possesso del mio portatile per impedire la conclusione di un post abbastanza inutile. E, se è così, l’entità ha centrato il suo obiettivo. Oppure no. Magari un giorno si scoprirà che nbz nbz nbz nbz nbz era il messaggio di una civiltà aliena che cercava di mettersi in contatto con qualcuno qui, sulla terra. Cari alieni dell’nbz, se è così sappiate che avete trovato la persona giusta. Nbz nbz nbz nbz nbz anche a voi.