grazie alla vita che mi ha dato tanto

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Con l’ultima parte del suo intervento alla convention Violetta ha steso il pubblico delle grandi occasioni – più di ottocento partecipanti tra clienti, partner dell’azienda di cui è responsabile delle risorse umane, colleghi e management – con una slide con la foto di mamma e papà. Nostro fratello Vittorio ha capito tutto appena Violetta si è avvicinata al microfono con quella gigantografia proiettata sullo sfondo. Qualche sera prima mamma mi aveva chiamato per raccontarmi che cosa le aveva riferito la sua cara Violetta, passando da lei per restituirle le scarpe estive da trekking. Non ricordava le parole esatte, ma il concetto era che i nostri genitori le avevano fatto trascorrere un’infanzia così serena che nulla, da allora in poi, sarebbe mai stato minimamente paragonabile nella vita. Mamma subito non l’ha presa bene perché pensava che mia sorella sostenesse il contrario, anche se non ce n’era assolutamente motivo. Ma da quando parla esclusivamente spagnolo per lavoro Violetta ha perso molta capacità espressiva in italiano ed è un peccato, perché avreste dovuto sentirla argomentare le sue tesi strampalate ai tempi del liceo. Poi Vittorio prima, e io di rimando, abbiamo fatto capire a mamma che invece si trattava di una cosa così bella da dire a un genitore da far quasi male. Violetta così ha sospeso il suo speech qualche secondo, come si fa quando si vuole attirare maggiormente l’attenzione dell’uditorio. Un’esitazione che, però, le è stata fatale. Vittorio è convinto che tutti si siano accorti del groppo alla gola, dell’impossibilità di chiudere la sua presentazione, del fatto che quella di Violetta è facilmente equivocabile per leggera depressione o, come sostengo io, l’espressione di un tipo di gioia mai vista in natura.

imodium

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Fernando ha iniziato una serie di sedute di analisi perché quando si guarda dentro gli viene immediatamente la dissenteria. Fernando ama la quiete e la riflessione nei suoi ambienti preferiti. Per esempio la campagna. Cura con foga maniacale un orto in collina che gli richiede attenzione continua. Quando finisce di innaffiare e di rassettare i vegetali che si ergono dai solchi fa quattro passi nei prati a lato. Il silenzio non è un vero silenzio perché c’è il vento, gli alberi e il fieno da tagliare, lo motoseghe, le automobili che percorrono la statale che scorre a valle. Ma è comunque un silenzio molto più silenzioso di quello che si percepisce in città. E mentre si immerge in quell’isolamento bucolico – Fernando si occupa da solo delle sue cose – che coincide con la fase più introspettiva del suo hobby, ecco che puntuale come sempre ogni volta si manifesta qualcosa nell’intestino. Qualcosa che si rompe e che richiama la sua attenzione. Non è un problema, perché crisi di questo tipo possono essere gestite con successo se si ha una toilette nei paraggi. Tenete conto che la campagna, per antonomasia, consente la massima libertà di espressione, da questo punto di vista. Ma questa forma di compensazione tra bellezza fuori e stimoli dentro con il tempo ha assunto toni preoccupanti. Fernando ama allo stesso modo la disciplina propria del contadino con la collezione di libri che conserva nel salotto della sua abitazione di città. Ma quando ne estrae uno dalla libreria, probabilmente a causa della polvere che si sprigiona dallo scaffale e che Fernando inala inconsapevolmente, ecco che la gioia della letteratura tra le mani è presto stemperata da un analogo richiamo ancestrale all’evacuazione. Fernando non si spiega il legame tra queste due esperienze così profonde e la scarica emotiva (e non solo) che ne consegue. Non potendo più gestire in autonomia questa forza interiore che cerca di esprimersi ogni volta in cui Fernando si ritrova solo con se stesso in momenti edificanti eccolo chiamare in causa gli esperti in materia. Dal primo consulto sembra che sussista una sorta di causa-effetto da sollecitazione emotiva. A me succedeva una cosa simile quando da bambino mi costringevano a esibirmi con il pianoforte di fronte a tante persone. Trovarsi a tu per tu con se stessi e con un certo tipo di vuoto che si sta riempendo probabilmente è la stessa cosa.

undici sono già troppi

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Con la sua solita estetica stucchevole – un mix di cineserie in una cornice da propaganda di regime – Facebook mi ha appena ricordato che sono iscritto al monumentale social di Zuckercoso-là da undici anni. Un numero ragguardevole. In undici anni un bimbo nasce e cresce di un bel pezzo di vita. SI proietta dalla culla alla prima media, per dire. E anche nella vita di un adulto passa un bel po’ di acqua sotto i ponti. Ricordo bene lo spirito con cui avevo aggiunto Facebook alla mia collezione di must have digitali. C’era Myspace che andava per la maggiore, soprattutto per gente come me intenta a divulgare la propria velleità musicale, e il social network delle università americane – benché già se ne parlasse come prossima frontiera dell’Internet – risultava una sorta di scientology virtuale dalla scarsa utilità. Eravamo in quattro gatti, in Italia, a utilizzarlo, e l’interfaccia stessa lasciava piuttosto a desiderare. Poi, all’improvviso, i numeri degli iscritti sono diventati impressionanti. Ogni giorno era sempre più facile trovare persone che si conoscessero: colleghi, parenti, compagni di classe del liceo, vip e personaggi pubblici. A quel punto, come un nuovo continente appena scoperto alla mercé dei conquistadores, ecco che Facebook si profilava sempre di più come un mondo a sé, all’interno del mondo vero e proprio.

Undici anni, già. Vista l’attenzione con cui è stata data enfasi a questa ricorrenza – non ricordo che lo scorso anno allo scadere della cifra tonda Facebook mi abbia in qualche modo organizzato alcuna festa – ho accettato così di schiacciare play sul video che Zuckercoso sembra aver preparato apposta per me. La solita pacchianata, con due o tre foto prese a cazzo tra quelle che ho caricato recentemente, con un criterio pericoloso per un sistema che mischia indiscriminatamente ricordi belli e brutti, e l’avatar con il mio faccione inserito in un tondo che ricorda una di quelle spillette che si attaccavano allo zaino della scuola o al bavero del parka. La mia faccia che vaga in quell’ambiente digitale creato per essere uguale per tutti, dai toni sfarzosi e per questo illusori, nell’ingenuo tentativo di farmi credere che Facebook sia una sorta di paradiso dei buoni sentimenti, una società nella società, cosa che probabilmente è proprio così e che mi rende ancora più consapevole del tempo che ho buttato via su quel pianeta a scapito di questo in cui sono nato, lungo tutti questi undici anni.

like a record baby right round round round

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Avete presente quando fate sogni bellissimi e la sensazione che si prova al risveglio, realizzando che non c’era niente di vero? Eravate a fianco della persona di cui siete innamorati e che nella realtà non vi corrisponde, oppure stringevate tra le mani una cosa che desiderate fortissimamente ma che non potete possedere e che a un certo punto puff, la luce del mattino volatilizza come un alito di vento dissipa un anello di fumo.

Ieri ho partecipato a una riunione con il dirigente e un docente della secondaria incaricato, fino al giugno scorso, della gestione del sito dell’istituto. Quest’anno il prof è andato in pensione e lo scopo della riunione era proprio il passaggio di consegne con il nuovo incaricato, facile indovinare di chi si tratta. Prima di entrare nel merito, il preside aveva un po’ di ritardo, ci siamo messi a chiacchierare di musica. Con noi c’era la vicepreside che ci ha raccontato del famoso (e unico) concerto dei Led Zeppelin in Italia al Vigorelli di Milano, quello interrotto a tempo record a causa dei disordini tra chi voleva entrare senza biglietto e le forze dell’ordine e che sancirà l’addio definitivo della band di Robert Plant ai palchi italiani.

Da lì io e il prof ci mettiamo a parlare del comune amore per il progressive, quindi si passa ai dischi in vinile e ai rispettivi impianti hi-fi. Gli rivelo la mia passione per l’insuperabile supporto e gli trasmetto tutto il mio entusiasmo. Mi racconta così del suo piatto originale Dual CS 503-1 e mi rivela di averne un altro identico in garage, in ottime condizioni ma inutilizzato. Mi dimostro così interessato a un possibile acquisto e dell’eventuale costo. Mi viene la bava alla bocca ma la conversazione si interrompe all’ingresso del dirigente e con l’avvio della riunione.

Poi, alla fine, ecco il miracolo. Poco prima di accomiatarci, senza che io gli chieda nulla e senza nessun motivo se non l’altruismo, il prof mi dice che, se voglio, mi regala il giradischi. Mi dice che tanto non se ne fa nulla, che non pensava di venderlo ma che così è possibile restituire dignità al piatto. Ridargli il suo lustro. Per farla breve, una manciata di minuti dopo mi trovo nel suo box a prendere il Dual dalle sue mani, metterlo in macchina, e a coprire di ringraziamenti il mio benefattore per il gesto straordinariamente cortese.

Ho trascorso il resto della giornata ad ascoltare dischi con il nuovo giradischi, installato immediatamente nel mio impianto stereo, appena rientrato a casa. Non avete idea del suono che ha. Ieri sera, poi, mi sono coricato, ancora con il pieno di felicità per il gesto del prof della mia scuola e, al risveglio, per prima cosa, sono corso in sala per vedere se il Dual CS 503-1 c’era realmente. Mi sono accertato di non aver sognato e, infatti, il giradischi era ancora lì, pronto a passare il resto della sua vita con me. Ho pensato così che non siamo più abituati a gesti del genere. Alla bontà disinteressata. Oggi sono così contento che spero ardentemente di ricambiare con altrettanta generosità qualcuno, prima o poi. Ma scordatevi che vi regalo un giradischi.

che ci lascia lo zampaglione

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Ho condiviso il palco con i Tiromancino nel novantasei o giù di lì. Noi eravamo il gruppo di supporto, savasandir, ma l’incommensurabile spazio concerti del Leoncavallo di Via Watteau era rimasto pressoché deserto per entrambi. Noi eravamo emeriti sconosciuti ma anche loro, ai tempi, non è che fossero proprio i Beatles. A discolpa di tutti c’è da dire che vivevamo un periodo di grande fermento, c’erano concerti ovunque, il pubblico si parcellizzava molto democraticamente tanto che se non era raro trovarsi a scegliere nella stessa sera tra cose del livello di Peter Gabriel e David Bowie (è successo a Milano nel 1987) figuriamoci tra band del nostro infimo livello schierate simultaneamente dai numerosi locali della metropoli. Le altre cose che ricordo sono il fascino della bassista e l’antipatia del cantante che, ancora distante dai due destini uniti nella descrizione di un attimo, con il suo accento da borgataro romanesco apostrofava il tecnico di palco, sfoggiando lunghi boccoli neri e un modello di occhiali anni 70 molto in voga ai tempi. Ho pensato a Zampaglione perché ho scoperto che è da poco uscito un disco con i maggiori successi del gruppo che lo ha sopportato fin troppo tempo rivisitati in chiave – diciamo – moderna. L’album si chiama “Fino a qui” ed è un perfetto compitino per chi vuol tornare sulla cresta dell’onda chiamando i nomi del momento a dargli man forte. I fenomeni indie, il guru del buonismo fine a se stesso, il rapper in quota zarri, il cantante pop tornato di moda nel giro di due estati (come a dire “se ce l’ho fatta io ce la puoi fare anche tu”) fino a un pessimo remake della mia loro canzone preferita interpretata con una delle cantanti italiani che detesto di più di tutti i tempi che è Alessandra Amoroso. Perché se Zampaglione non mi sta per niente simpatico (in parte perché, nel bene e nel male, mi ricorda Battisti, un altro mostro di cordialità) devo ammettere che quei due o tre dischi centrali della carriera dei Tiromancino, usciti tra il duemila e il duemila e quattro, mi sono piaciuti parecchio. Per questo sono rimasto doppiamente deluso. Che bisogno c’era di rovinarli così?

foto di gruppo

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La prima volta in cui ho iniziato a dubitare della loro efficacia e di quanto poco verosimilmente riuscissero a trasmettere l’anima di una band è stata quando, in un’unica pubblicazione che celebrava il rock locale, ero presente in tre profili dedicati ad altrettanti gruppi in cui militavo simultaneamente. Un musicista che si dà da fare in tre situazioni artistiche e, soprattutto, in tutti i casi presta la sua faccia a provarne la serietà non è assolutamente credibile, tradisce un approccio tutt’altro che ammesso dall’etica del rock e agisce del tutto oltre i parametri della lealtà che lega nel profondo i paladini delle sette note (che poi sono dodici e anzi, qualcuno dice che prendendo in considerazione il comma addirittura infinite). Trovare foto non dico fatte ad arte ma almeno decenti di complessi musicali emergenti, quindi non in grado di pagare professionisti per documentare la loro genuina anima posseduta dal rock, è pressoché impossibile. Le facce da duri, gli sfondi con le macerie, gli stabilimenti desueti, l’archeologia industriale e quanto di più deprimente possa venire in mente per rappresentare il disagio urbano o dell’hinterland collaterale sono temi più che ricorrenti nell’iconografia dei giovani che prendono sul serio la loro musica e sposano la causa del successo. Sorridere in questo genere di immagini promozionali è fuori discussione. Vietato l’abbigliamento non consono alla cattiveria delle intenzioni. Ammessi invece monumenti o architetture riconoscibili sullo sfondo in grado di connotare il background sociale di appartenenza. Oggi questo succede spesso con gli artisti trap e rap esordienti, che non mancano di registrare in completa autarchia il loro primo video nel quartiere malfamato in cui hanno mosso i primi passi nel mondo della tamarraggine. Un tempo si tendeva a lasciarsi fotografare con cappotti, impermeabili e cappelli in esterno, ma c’era ben altra attenzione al look e allo stile. Altrettanto diffusa l’abitudine delle foto in campagna, nei boschi più fitti, sdraiati sul prato o in riva al fiume. I più temerari si fanno le foto al cimitero, un genere che spopola tra i metallari e o gruppi più gotici. Un classico è anche la foto in sala prove, davanti al portellone del box in cui ci si esercita con enormi sacrifici per il successo di pubblico, oppure con l’espressione rigorosamente incazzosa e le spalle al muro ricoperto di cartone per le uova, che la leggenda metropolitana impone come materiale fonoassorbente più in voga tra chi vive la scarsità dei fondi di autofinanziamento. A fare le foto solitamente la fidanzata di uno del gruppo, che poi immancabilmente si mette con un altro (solitamente il cantante) per cui il gruppo si scioglie e delle foto promozionali non se ne fa più nulla.

archelogia digitale

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In una folder tutta impolverata nascosta dentro un vecchio hard disk da una manciata di giga, uno di quelli che solo quindici anni fa sembrava infinito ed eterno, ho rinvenuto una serie di reperti digitali personali di cui avevo completamente rimosso l’esistenza. Nell’ordine:
– una serie di fotomontaggi che consentiva uno dei tanti siti divertenti e ingenui dell’epoca, visto con l’occhio del duemila e diciotto, grazie al quale caricavi una tua foto e ti restituiva la tua versione anni 50-60-70-80 da annuario di college americano
– alcune vignette di ElleKappa contro Berlusconi (bei tempi comunque, rispetto a quello che passiamo oggi)
– vestigia grafiche dei primi passi nel mondo dell’ironia su Internet con trovate del calibro dell’Arbre Magique alla fragranza di cassouela
– la scannerizzazione della ricevuta di un bollo auto pagato nel 2004
– una sequenza di jpg di Jean Seberg tratte dai suoi film più famosi
– uno screenshot di Google Map con la mia vecchia casa di campagna vista dall’alto, la cascina in cui ho passato tutte le mie estati da bambino che purtroppo non mi appartiene più
– alcune locandine di concerti di una band in cui militavo all’epoca
– tante copertine di dischi, mi chiedo il motivo per cui le scaricassi per salvarle in locale
– numerose prove del fatto che ai tempi fossi molto più a sinistra di oggi
– una carta di identità che testimonia che, per alcuni anni della mia vita, sono stato orgogliosamente residente a Genova
– alcuni disegni di Gustavo, il protagonista dell’omonimo cartoon della Hungarofilm che per un certo periodo ha avuto l’onore di farmi da avatar online
– foto che testimoniano che avevo tantissimi capelli e che li avevo piuttosto neri
– lo spartito di Interplay di Bill Evans digitalizzato unicamente per posa dal Real Book
– la prova che Jovanotti ha ascoltato un mio remix di un suo pezzo
– una gif animata di Ian Curtis che balla come un pazzo
– uno scatto che ritrae mia moglie e me prima di sposarci
– la prova che somigliavo abbastanza a Morgan dei Bluvertigo
– qualche famoso quadro futurista, tra cui la mia opera d’arte preferita di tutti i tempi che è di Boccioni
– una posa estremamente provocante di Scarlett Johansson
– uno screenshot di Google Street View che ritrae la Lada Niva amaranto di mio papà parcheggiata sotto casa sua in pianta stabile perché era già molto anziano e iniziava a manifestare quella malattia che poi se l’è divorato e, di conseguenza, aveva smesso di guidare ma della macchina non voleva disfarsene perché prima o poi sarebbe tornato a usarla
– l’invito che avevo preparato per la festa di compleanno dei cinque anni di mia figlia
– e soprattutto la famosa foto di Tom di Myspace insieme a un set di grafica con cui avevo personalizzato il mio profilo su quel glorioso archetipo di social network che, purtroppo, sappiamo tutti la fine che ha fatto. Anzi, ne avevo diverse di identità su Myspace. Credo che oggi nel migliore dei casi siano state smantellate in quanto desuete, nel peggiore saranno state hackerate e distribuiranno pornografia di basso livello a tutti i miei contatti di allora, anch’essi desueti. Vi chiedo scusa, nel caso sia successo.

E la coincidenza è che ho riesumato tutto questo vecchiume a poche ore dal momento in cui ho letto che, finalmente, Google ha messo fine a quel ferrovecchio di Google+. Anche le cose digitali fanno il loro tempo. Sbrigatevi a fare una copia di ogni ricordo che avete qui sopra.

il passo del pinguì

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Uno dei motivi per cui il rock italiano risulta patetico paragonato a quello statunitense o a quello made in UK è l’annoso problema della sovrabbondanza nel nostro vocabolario di parole piane, sdrucciole e bisdrucciole rispetto alle tronche che, del rock anglofono, sono la morte sua. D’altronde se il nostro apparato fonatorio non si è spicciato a spostare l’accento sull’ultima sillaba del nostro lessico prima della nascita di Elvis ci sarà un motivo.

Ora ci mangiamo le mani perché, in media, alla seconda strofa delle canzoni che componiamo abbiamo già esaurito tutte le parole utili per il rock: qui, perché, là, su, giù, te, me, caffè, più, città e compagnia bella. Allo stesso modo l’arte della cover in italiano dei pezzi stranieri, un tempo diffusissima e protagonista nel processo di diffusione del rock in Italia, oggi in auge solo per pochi appassionati o per casi particolari come la pubblicità, è gravemente penalizzata dalla nostra lingua per gli stessi motivi.

Mi è capitato di vedere il tv lo spot del Kinder Pinguì con un jingle in italiano che riprende “Walk like an egyptian” delle Bangles.

L’operazione è parzialmente penalizzata, secondo me, dal modo in cui la parodia per fini pubblicitari è stata resa nella nostra lingua. Il testo dice infatti:

Ogni giorno non perdo mai
il buonumore
con il passo del pinguino

dove il passaggio “con il passo del pinguino”, che sta al posto di “Walk like an egyptian”, fa a pugni con la metrica.

Avrei risolto in un altro modo: o troncando la frase utilizzando il nome del prodotto, quindi “con il passo del Pinguì”, soluzione banale a cui immagino i creativi di questa campagna siano facilmente arrivati, scartandola. Oppure, come si fa spesso nelle traduzioni, cambiando la disposizione dei versi senza alterare il testo. Non si perde in efficacia e, nel complesso, mi sembra più fluida:

Il buonumore ritornerà
con il pinguino
cammina come me

tanto si capisce che, nello spot, si imita la camminata del pinguino e ribadirla con il suo nome risulta didascalico.

un copywriter alle elementari

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La trama di un film dal titolo così potrebbe essere la seguente: un copy cinquantaduenne, a causa di una specie di incantesimo che si chiama “superamento del concorso” che nel linguaggio cinematografico può essere reso come il morso del ragno che ha trasformato Peter Parker in quello che sappiamo, si ritrova catapultato dietro la cattedra di una quinta come insegnante di ruolo della primaria di matematica e scienze, con il plus di altre materie che invece ama alla follia come musica, arte e informatica. La complicazione, come è facile immaginare, sono i genitori degli alunni. Il rischio è infatti che le madri e i padri si mettano a googlare il nome e il cognome del maestro dei propri figli per trovare informazioni e capire al meglio chi è quel misterioso insegnante che se ne sta prendendo cura a scuola. Qualche messaggio di risulta è già arrivato alla classe: “ma è vero che sei un musicista?”, uno in penultima fila gli ha chiesto. La sfida del nostro eroe è quindi quella di far sparire da Internet le foto conciato come Robert Smith o quelle anni 90 pubblicate per la promozione dei cd della band in cui suonava. Per non parlare di Facebook: gli elevati criteri di privacy impostati per il suo profilo dovrebbero tenerlo al sicuro dai ficcanaso, ma dal momento che le vie del web sono infinite, potrà ancora scrivere tutte le sue stronzate come faceva una volta quando lavorava in un’agenzia di comunicazione e scrivere stronzate era una parte fondamentale della sua attività che veniva spacciata come Digital Marketing? Speriamo che il film non finisca con una scena apocalittica: una folla di genitori armata di forconi che appicca il fuoco al blog dal titolo incomprensibile del copywriter/maestro protagonista della storia, reo di dar voce a ogni suo pensiero nel modo in cui gli va e senza nessun rispetto per la grammatica italiana.