maggiore minore uguale

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Non ho mai assistito – né vissuto in prima persona – a una dinamica in cui le cose cominciano bene e migliorano fino ad attestarsi su valori di splendore impensabili all’inizio. Forse è nella natura delle cose e nel ciclo della vita, lo stesso che ieri uno dei miei alunni mi ha detto di conoscere e mi ha chiesto di poter ripetere, arrivando poi al dunque – cioè alla morte – con un evidente senso di esitazione nel pronunciarla. Mi sono chiesto così se fosse la prima volta – la prima volta in sei anni – in cui riflettesse con attenzione su quella serie di passaggi, e sul decorso che ne consegue, di un processo vecchio quanto l’uomo, anzi, quanto i dinosauri o gli esseri viventi che c’erano prima e che nemmeno sappiamo che faccia avessero, sempre che abbiano avuto una faccia o, ai tempi, se ne poteva fare anche a meno. Si tratta di una legge che mette insieme chimica, fisica, filosofia, storia, matematica e tutto il resto delle discipline che studiamo e insegniamo a scuola (quindi sì, anche musica e per quelli più fanatici anche la religione). Le cose iniziano sempre bene, altrimenti perché dovrebbero iniziare. Poi si usurano con il tempo, con lo spazio, con gli eventi atmosferici, la corrosione dovuta ai muschi e ai licheni, gli acciacchi e le righe che ti fanno gli invidiosi, con le chiavi, sulla carrozzeria. Pensiamo solo alle relazioni. Ieri una collega mi raccontava che il suo compagno – con cui vive da un lustro – all’inizio del rapporto l’assecondava di più sui film alla cui visione chiedeva di essere accompagnata. Poi subentrano fattori che nessuno ha mai elencato esplicitamente (ci ostiniamo a scrivere libri, comporre canzoni e pubblicare storie di carattere metaforico per parlarne con gli altri) e ricominciamo a mettere dentro tutto quello che avevamo disposto all’aperto, negli spazi comuni della vita di coppia. Non solo. Il condominio di cui l’appartamento in cui vivo fa parte ha appena approvato un mutuo da più di 20mila euro a proprietario per una serie di interventi strutturali e per il risparmio energetico. Mai che si legga di un edificio che, anziché usurarsi con il tempo, si auto-tutela per migliorare negli anni le performance e cresce fino all’impossibile. Persino le bottiglie di plastica, che ci mettono mille anni a decomporsi nel mare, alla fine ce la fanno. Non dobbiamo stupirci, quindi, se le cose peggiorano a partire da quello che leggiamo sui giornali. Poi uno si chiede perché c’è gente che si chiede se non sia meglio non iniziarle nemmeno. Perché è vero che se non provi non saprai mai come va. Ma tanto va sempre allo stesso modo.

livello superiore

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in questione primaria

Ogni tanto penso a come sarebbe se fossi un insegnante della secondaria di secondo grado. Si tratta di una riflessione in cui mi perdo soprattutto quando varco l’austero portone d’ingresso per incontrare i prof di mia figlia ai ricevimenti e saluto, nell’ordine, il custode della scuola con i mustacchi e la statua dell’autore dei Promessi Sposi che, dall’alto della sua autorità e del materiale con cui è stato ritratto, mi fa sentire giustamente una merda. Non so come sia negli altri istituti ma al liceo i prof hanno proprio le facce da prof e non si capisce se le avevano anche prima oppure è una fisionomia che ti viene a forza di far capire le cose agli adolescenti. Voglio dire, molti dei miei compagni di università poi hanno fatto gli insegnanti – dopo lettere non c’era molta scelta – eppure quando ci devastavamo di Martini a 50 lire al bicchiere al bar della mensa alle dieci del mattino non mi ricordo avessero quello sguardo glaciale che oggi sfoggiano ai genitori quando, in aula colloqui, devono fornire spiegazioni sui voti bassi. Il bello del mio umile ruolo di maestro elementare è proprio che non metto voti. O, meglio, li metto quando è strettamente necessario ma sono in un ordine in cui non è ammessa la bocciatura e prima di dare un’insufficienza devi passare attraverso il dirigente scolastico, i tuoi colleghi, i genitori, il sindaco e il presidente del consiglio. Ma comunque, anche se si potesse, me ne guarderei bene. Faccio l’insegnante per insegnare, mica per demolire l’autostima. Se qualcuno non riesce lo aiuto finché non ce la fa. Se non ce la fa gli preparo qualcos’altro. E credo che tutti meritino di crescere con una speranza, anche solo per stare otto ore in classe ad ascoltare gente come me e ad aspettare che si faccia qualcosa di pratico. Ballare. Fare gli esercizi sulla LIM. Contare cose che possono toccare. Correre in bagno in sella a motociclette invisibili. Usare in classe i giochi che si sono portati da casa. Disegnare. Quando incontro i prof di mia figlia – non tutti, eh – mi sembra però di parlare con persone che abitano in una dimensione distante nello spazio e nel tempo e mi chiedo se poi, a casa, oltrepassino la porta del mondo in cui vivono e lavorano i genitori dei loro studenti come me e – con i loro figli, con le loro mogli, con i loro mariti – riescano ad applicare nella pratica le discipline che devono trasmettere durante le lezioni. Oppure no, hanno poi un metodo diverso per affrontare la gioia, il dolore, il caldo, il freddo, la sete, il prurito, la stanchezza, l’odore di chiuso, le ricette più comuni, la spesa, l’ultimo libro del loro scrittore preferito e tutto il resto. La vita, insomma. A me non sembra di essere diverso, quando sono in classe, ma forse con i bambini piccoli è tutto più facile.

ristrutturazioni

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

La villetta dei tre gemellini ha trovato un acquirente. Avevano una monovolume con gli adesivi dei nomi dei figli e un cane, che noi chiamavamo il canetto, che da quando si erano separati trascorreva interi pomeriggi da solo nel piccolo giardino e induceva i passanti, noi per primi, a fermarsi qualche minuto per distrarlo un po’ dalla solitudine e dalla – manco a dirlo – canicola estiva. Quando ti arriva una botta da tre gemelli è perché c’è stata qualche pratica di accanimento che – più che lecita, per carità, ci mancherebbe – ha avuto la meglio sulla natura delle cose. Tre maschi fatti in serie e praticamente uguali alla cui crescita abbiamo assistito fino ai sette anni nella via dietro casa proprio di fronte al pensionato che tosa l’erba del giardino al sabato quando, invece, potrebbe farlo nei giorni feriali in cui tutti qui siamo al lavoro. Poi il mio vicino maschio alfa, quello che sa fare praticamente tutto, ci ha aggiornato. Voleva mettere le mani sulla villetta dopo che i genitori dei tre gemelli si erano separati ma non c’era margine di trattativa. Il prezzo era molto al di sopra di un proprietario di appartamento come il nostro ma la notizia vera era, appunto, che il marito aveva mollato moglie e tre gemelli per una situazione sentimentale con parametri di complessità più adeguati. Roba da prenderlo a ceffoni a due a due prima che diventino dispari, come diceva il mio caporale pistoiese quando ero a militare. Da fine agosto era poi sparito persino il canetto. Ogni tanto si vedeva il padre arrivare e portare via qualcosa, magari con l’aiuto di qualche amico accondiscendente. E ogni tanto si vedeva anche lei, ovviamente con prole al seguito. Entravano nella casa ormai deserta e uscivano con qualche gioco, un trolley ripieno di qualcosa, una lampada, scatole di scarpe.

Stamattina, nel trentennale del muro di Berlino, sono comparsi due muratori di palesi origini est europee che prima dell’89 avrebbero trovato solo qualche ingaggio di carpenteria al di là della cortina di ferro. Uno si è messo a spazzare il vialetto d’ingresso. L’altro ha scaricato una carriola piena di sacchi di cemento dal furgone e li ha rovesciati a ridosso dei due gradini di accesso alla villa, poi si è accinto a impostare la base del muro dello sgabuzzino degli attrezzi. Anche l’Alberto, il mio vicino che come la famiglia dei tre gemelli si è separato da qualche mese, ha fatto caso alla novità. La vista dei due muratori è stata decisiva. Si è voltato a cercare sul balcone le piante che curava la moglie per controllarne la salute e poi ha realizzato che le piante sono seccate da un pezzo e le ha già buttate vie in un impeto di rammarico. Sono rientrato in casa prima che si accendesse la sigaretta. La tv dava la replica di un programma sulla DDR e mi sono sforzato a ricordare come avevo reagito alla notizia ma nell’89 avevo altre cose per la testa e può darsi che quel nove novembre stessi facendo qualcosa di importante, una di quelle cose a causa delle quali oggi mi ritrovo così.

giorgino e gli altri riti della classe

Pubblicato il 2 commentiPubblicato in questione primaria

Giorgino è l’amico invisibile di Marco. Me lo ha presentato Marco stesso giovedì scorso appena tutti si sono seduti, ho chiuso la porta e ho acceso la Lim per iniziare la lezione. Ho pensato così di riservare una sedia vuota, quella che solitamente occupa l’insegnante di sostegno, a Giorgino. A chi mi ha chiesto dove fossero i suoi libri e i suoi quaderni ho risposto che Giorgino usa materiale invisibile tanto quanto lui ed è fortunato perché noi insegnanti non possiamo avere la certezza che completi le attività che proponiamo. Marco ha un cognome composto, di quelli formati da azione più complemento oggetto che derivano dalla notte dei tempi e richiamano antiche professioni. Su questo tema ci sarebbe tanto da scrivere, a partire dal veterinario che mi ha regalato i gatti e che si chiama Tagliabue. Marco invece lo ho soprannominato Sempreinpiedi, il motivo è facilmente intuibile. Indossa spesso una felpa con una crew di supereroi di grido e, sotto, una t-shirt con uno di quei personaggi nel dettaglio e secondo me c’è un piano dietro, come se la felpa fosse un menu su cui clicchi e si apre la pagina con l’approfondimento del supereroe che hai scelto.

La prima volta che mi ha chiesto di essere aiutato a togliere la felpa – in classe c’è una temperatura tropicale anche nei giorni della merla – ci siamo inventati il gioco che, rimanendo in maglietta, Marco si trasforma nel personaggio che ha stampato sul petto. Riproduco una specie di sigletta e riesco a creare la suspense. Da allora, ogni mattina, c’è un andirivieni alla cattedra di bambini che vogliono giocare alla metamorfosi. Felpe con l’unicorno che lasciano il posto a effigie di città americane. Divise di noti team calcistici locali che, una volta levate, svelano illustrazioni casuali stampate da catene di abbigliamento fast fashion. Con alcuni capi comprensivi di cappuccio corro il rischio di soffocare i miei alunni, così per sdrammatizzare il momento interpreto la scenetta del bambino che scompare fagocitato da quello che veste e poi torna con noi. Ci sono persino quelli che si vergognano di mostrare l’addome, così chiamo un aiutante a tenere ferma la t-shirt sotto mentre sfilo la felpa.

Infine c’è la questione dell’oro e dell’argento. Ho portato in classe una scatola piena di matite colorate che avevo in casa, appartenute a mia figlia e, come il resto del suo vecchio materiale scolastico, oggetto di culto famigliare. Si tratta di un set di mozziconi di varie marche che comprende anche una matita color oro e una color argento. Ho detto ai bambini che, in caso di bisogno di matite di cui non sono provvisti, possono prendere in prestito quelle comunitarie. Da quando hanno scoperto l’oro e l’argento sembra che non ne possano più fare a meno, così quando ci apprestiamo a completare una scheda in bianco e nero è tutta una richiesta di poter fare gli uccellini color argento o gli alberi color oro. Io cerco di farli ragionare: va bene la fantasia, ma quando mai si sono viste dal vero o in tv cose così?

manuale delle cattive abitudini

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

I più classici status riconducibili all’indipendenza come abitare da soli, vivere da single o svolgere attività da liberi professionisti causano l’atrofizzazione di alcuni comportamenti e il conseguente radicamento di abitudini talvolta poco adeguate alla vita in società. Essere l’unico inquilino di un appartamento induce, tanto per fare un esempio, a mangiare troppo velocemente. La mancanza di convivialità durante il consumo dei pasti fa sì che pranzo e cena si riducano al minimo indispensabile, ovvero l’assunzione di cibo. Una pratica peraltro poco salutare e che assurge a comportamento abitudinario con la sua reiterazione quotidiana, che in parole povere significa che ti si appiccica addosso, non te ne liberi più e ti fa fare figuracce quando poi prendi moglie o ti ritrovi a desinare in compagnia. I single di lungo corso li riconosci invece perché camminano rapidamente. Muoversi al loro fianco equivale a una seduta, anzi, una camminata di allenamento per una mezza maratona. Poi magari sono gli stessi che si lamentano di sudare quando vanno a spasso e di consumare in eccesso la suola delle scarpe nei punti più esposti alla pressione sulla suola a seconda della pedata. Chi si appresta a percorrere insieme a qualcuno di loro un pezzo di strada o una porzione di vita il mio consiglio è di comportarsi come quelli che non riescono a fare due cose simultaneamente. Promuovete la conversazione e, nei passaggi più delicati o nelle descrizioni più complesse, fermatevi e fate fermare il vostro interlocutore podista per spiegarvi e farvi capire meglio. È un escamotage che funziona, ve lo garantisco. Non dovreste biasimare, però, le persone affette da abitudini così curiose. Entrambe le categorie sono cresciute, diventate adulte o invecchiate cercando di sfuggire le più rumorose situazioni da solitudine. Ridurre all’osso le esperienze che i più vedono come momenti di condivisione – mangiare e passeggiare – è utile per abbattere il rischio di presa di coscienza di un disagio. Peccato non esistano strutture di recupero per questo genere di individui. Se esistono personal trainer specializzati in queste cose in grado di fornire supporto, che facciano un passo in avanti.

perché sei un essere speciale

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Qualche giorno fa ho esposto un dubbio nel corso di una conversazione al di qua dell’Internet – ché al giorno d’oggi è sempre meglio specificare quando si tratta di un mondo oppure del suo simulacro – chiedendo (retoricamente) come cazzo si faccia a dimenticare un figlio in auto. Mi è stato risposto che è possibile che succeda. Al che ho rilanciato la stessa considerazione questa volta al di là dell’Internet – ché al giorno d’oggi è sempre meglio specificare quando si tratta di un mondo oppure del suo simulacro – e qualcuno ha rimbrottato addirittura che

è un problema di memoria. Ho letto un articolo interessante tempo fa in cui veniva spiegato che noi tutti i giorni usiamo due tipi di memoria, prospettica e semantica. Quella prospettica ci ricorda cosa fare nel futuro. Quando però cambiamo la nostra routine in un momento in cui siamo particolarmente stanchi o stressati o semplicemente pensiamo ad altro, la memoria prospettica non “funziona” ed entra in gioco quella semantica che si basa su quello che è più probabile che accada. A tutti capita di guidare tornando a casa dall’ufficio e pensare a cosa cucinare, che film vedere ecc e a un certo punto pensare “Come ci sono arrivato fin qua?”. Il nostro cervello ha messo il pilota automatico e ha “guidato” per noi e per fortuna non ci siamo andati a schiantare contro qualcosa. A noi, magari qualcuno invece è morto per questo e non lo sapremo mai. Nel caso dei bambini abbandonati in auto, può darsi che il genitore (padre, madre o nonno che sia) non porti abitualmente il bambino a scuola e quella volta lì lo doveva fare. Non l’ha dimenticato perché è una merda, ma perché per il suo cervello il bambino era a scuola accompagnato da chi era solito portarlo. Il suo cervello ha messo il pilota automatico e gli ha messo un falso ricordo.

Non sono andato oltre nella discussione, come ben sapete sui social convincere qualcuno di qualcosa è da folli. D’istinto avrei detto a questa persona “ma sei scema?” poi però ho pensato che non fosse il caso.

Il dibattito era sulla legge che regolamenta l’uso dei sistemi che ti impediscono di dimenticarti tuo figlio in macchina dopo che hai parcheggiato. Ho pensato allora a cosa direbbero gli antichi di un provvedimento del genere. Ma anche solo i nostri nonni. Non voglio fare quello che fa sempre le cose meglio degli altri, ma a me la cosa più grave che mi è capitata è di lasciare sul marciapiede il passeggino dopo che avevo assicurato mia figlia sul sedile e stavo per ripartire, quando poi l’ho notato lì immobile fuori dall’auto tutto solo nello specchietto retrovisore. Ah no. Un’altra volta ho commesso l’errore di fare retromarcia con mia figlia di qualche mese a bordo. Era un sabato mattina e aveva appena fatto colazione. Me lo ricordo benissimo perché il vomito di latte sui sedili è la cosa più difficile da debellare. Anzi, si fa prima a cambiare la macchina. Ecco. Un buon modo per non dimenticarti di tuo figlio in macchina potrebbe essere il vomito di latte e biscotti. Fate vomitare i vostri figli e non ve li dimenticherete mai più.

se schiacci esce tutta la società liquida

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Ho scoperto che esistono in commercio delle bamboline che si riempiono d’acqua poi schiacci la pancia e piangono. Sono minuscole, grandi quando una mano, e a dirla tutta non le ho viste in azione perché in classe, nell’intervallo lungo – quello dopo la mensa che se piove, purtroppo, trascorriamo al chiuso – non si possono utilizzare secondo la loro funzionalità primaria. Si bagnerebbe il pavimento e qualcuno particolarmente sbadato potrebbe scivolare e farsi male. Di sicuro c’è chi ne farebbe un uso di pistole ad acqua, io per primo, e potete immaginare il putiferio, i vestiti fradici in inverno, i quaderni rovinati. Comunque non ho idea di quante lacrime finte potrebbero versare le bamboline che piangono, anche se la cosa mi ha incuriosito. Non so quale sia la loro capacità. Ne aveva un esemplare Anna che è una bambina sempre serena ed entusiasta ed è per questo che mi sono chiesto il senso di mettere in mano a un essere umano che vive con il sorriso sulle labbra un giocattolo che si dispera. Sarà un primo tentativo dei genitori di mettere in contatto la figlia con il dolore? L’equivalente di un simulatore di volo attraverso le esperienze che, prima o poi, si manifesteranno nella vita? E comunque esistono anche le bambole che fanno la pipì, spero sempre utilizzando l’acqua. Non ho mai visto in compenso quelle che fanno la cacca, quelle che vomitano, quelle con il mestruo o i bambolotti che eiaculano, tanto per enfatizzare il concetto che dotare di funzioni organiche cose inanimate non è un’idea che funziona. Ricordo una Barbie a cui si potevano tagliare i capelli ma poi, manco a dirlo, i capelli non crescevano e dopo un po’ i fili utilizzati per simulare la capigliatura si esaurivano e, a quel punto, se ne doveva acquistare una nuova. Comunque niente di tutto questo mi rattrista quanto una bambola che piangere. Spero che Anna ci rida su.

avversativa a prescindere

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in questione primaria

Vittoria inizia ogni frase dicendo “però”. Alza la mano sempre ma solo se non c’è da rispondere a una domanda, però basta che si parli di cose come il vestito per Halloween o la festa di compleanno di qualcuno che alza la mano e quando le concedo il permesso di intervenire si mette di tre quarti e guarda alla mia destra, nemmeno dovessimo fare un’intervista e io fossi il cameraman. Guarda alla mia destra e introduce quello che vuole dire dicendo “però” anche se non vuol prendere le distanze dalle posizioni generali sull’argomento dei suoi compagni di classe, sulla posizione di chi ha espresso il suo punto di vista prima di lei, su quello che ho chiesto o, peggio, su di me tout court. Anche se non è contraria in modo particolare. Vittoria è italiana e mi chiedo dove abbia imparato che ogni tipo di frase debba essere avversativa a prescindere. Se a casa sua si parla così. “Però mi passi il sale?”. “Però metti sul terzo canale che tra poco inizia il telegiornale”. “Però mi accompagni a fare la spesa?”. “Però non trovo l’ombrello e piove di brutto”. Forse il modello linguistico a cui è sottoposta è stato sviluppato seguendo linee grammaticali differenti. Forse a casa di Vittoria vince solo chi si mette di più in contrasto, un ambiente che ha favorito la diffusione di una specie di giungla non tanto dal punto di vista floristico e faunistico quanto delle leggi naturali dettate dall’attitudine alla sopravvivenza. Un vezzo espressivo che sarà difficile da debellare. Però ci riusciremo.

usi e costumi

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Il vostro punto debole è il calcio e però continuate a fare abbonamenti alle tv che lo trasmettono, andare allo stadio e a parlarne sui social anche quando il diffuso razzismo e la violenza delle tifoserie necessiterebbero di una presa di posizione più ferma. Avete mai pensato di piantarla lì con le partite e la gazzetta dello sport? Il vostro punto debole sono anche i fumetti e quei cazzo di travestimenti con cui vi conciate da pagliacci per andare alle carnevalate come quelle di Lucca malgrado abbiate finito le scuole medie da un pezzo, poi vi accorgete che c’è chi si approfitta dell’occasione e sfila in parata vestito da nazifascista di tutto punto perché con i vostri costumi da cartone animato avete legittimato qualunque tipo di provocazione. Avete mai pensato di piantarla lì con i film della Marvel e i cosplay o come cazzo si chiamano? Il vostro punto debole sono i cantanti con i capelli cotonati e vestiti di nero che si conciano da Halloween tutti i giorni e suonano musica dark post punk e quindi, dato che è anche il mio punto debole, non vi critico.

gps

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

La prima volta sono arrivato a casa di Serena grazie alla cartina della città. Gli strumenti di orientamento più in voga erano gli atlanti stradali, ideali per la loro maneggevolezza e al sicuro nella loro copertina rigida. Le piante dei centri urbani contenuti nell’appendice alle mappe però lasciavano spesso a desiderare. Troppo piccole e lacunose nei particolari per trasmettere affidabilità. I più fortunati giravano con il Tuttocittà nel vano portaoggetti del cruscotto o arrotolato nella tasca della portiera, ma era evidente che se non eri residente del posto non potevi aver diritto alle pagine gialle e a quel prezioso allegato, e si vedeva che te lo eri procurato seguendo vie poco ortodosse.

La pianta pieghevole era la più scomoda perché, non potendo essere consultata nel suo insieme, bisognava continuamente accostare con le quattro frecce per ottenere una combinazione di quadranti ripiegati l’uno sull’altro tale che lasciasse quello giusto in cima, pronto all’uso. E, anche con un passeggero al proprio fianco, bastava viaggiare con il finestrino giù per il caldo per strapparla lungo le piegature o rovinarla per l’effetto vela.

Non ricordo il motivo per cui avessimo quella pianta in casa. Mio papà era un sostenitore del sapere enciclopedico, decisivo per portare a termine certi giochi enigmistici di cui era consumatore compulsivo. Questo lo spingeva a dotarsi di costosissime raccolte complete suddivise in pesanti volumi di tutto. Frequentava l’edicola della piazza che gli metteva da parte le pubblicazioni a dispense settimanali di cui faceva incetta. Né lui tanto meno l’edicolante potevano prevedere che Internet, poco più di dieci anni dopo, avrebbe reso quell’investimento in informazione, già discutibile allora da un punto di vista della sostenibilità economica, infausto. Per non parlare dell’aspetto logistico. Stipare le pareti di scaffalature e librerie per contenere quella mini biblioteca di tuttologia lasciava poche possibilità a qualunque altra necessità di archiviazione e contenimento.

In questo tripudio di materiale delle discipline più disparate un posto di tutto rispetto era occupato dalla geografia e dalla cartografia. Una passione oltremodo legittima se non fosse che nessuno, in famiglia, ai tempi si fosse mai recato non solo all’estero ma anche spinto oltre le regioni limitrofe. Nessuno di noi aveva preso mai un aereo e, fino a pochi anni prima, non eravamo nemmeno proprietari di automobili. Eppure non mancavano le guide turistiche europee. A discolpa di mio papà si può sottolineare che in quell’epoca totalmente analogica e ancora impregnata del primato del nozionismo sulle competenze, le pubblicazioni cartacee non cadevano in obsolescenza così rapidamente come oggi e, sotto un certo punto di vista, potevano essere ancora fraintese per parte di un capitale da tramandare di generazione in generazione.

La collezione comprendeva anche le mappe di alcune città italiane. Probabilmente quella che mi aveva condotto a destinazione da Serena era stata acquistata in occasione del mio primo esame al conservatorio. Considerando la complessità di recarci in centro con la macchina, avevamo organizzato una specie di gita di famiglia in treno e la pianta della città serviva per ricorrere ai mezzi più appropriati per raggiungere la sede in cui avrei strappato la licenza in teoria e solfeggio a una commissione di cui faceva parte anche il mio insegnante di organo che, però, aveva fatto finta di non conoscermi. Nessuno di noi era pratico della città a sufficienza per orientarsi con disinvoltura.

Ai tempi di Serena invece frequentavo l’università da qualche mese e mi ero dato da fare subito per prendere controllo delle zone attigue alla facoltà in modo da orientarmi al meglio, scoprire i percorsi più veloci e conoscere il territorio. Per arrivare da Serena invece avrei dovuto attraversare i quartieri residenziali e un articolato groviglio di sensi unici molto stretti. Anticipare o perdere la svolta giusta poteva essere fatale. Grazie alla pianta di mio papà, però, mi sono trovato sotto casa di quella che poche ore dopo avrei baciato allo Psycho Club con un anticipo mostruoso. L’itinerario che avevo studiato a tavolino aveva funzionato alla perfezione e tutti i punti di riferimento che mi ero segnato sulla mappa, rigorosamente a matita, si erano rivelati corretti.