come rendere breve una storia lunga

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Il fatto è che a quelli del New Romantic, a un certo punto, deve avergli preso un po’ la mano. Giustificati della narrazione di Adam Ant, il cui primato nell’immaginario collettivo circa l’avvenenza dei pirati verrà solo spodestato venti anni più tardi da uno del calibro di bonaggine di Johnny Depp (ricordiamo peraltro che i costumi di scena di “Prince Charming” sono in esposizione permanente al Victoria and Albert Museum di Londra) ogni gruppo, dal punto di vista del look, ha iniziato a fare il cazzo che ha voluto. Non stupisce quindi vedere gli Spandau Ballet nel video di “To Cut a Long Story Short” conciati così, e la gonna di Steve Norman mi sembra l’ultimo dei problemi.

Chi ha seguito le cose sin dai primi anni 80 sa benissimo che il dualismo Duran Duran vs Spandau Ballet, cruento tra le fan per l’iconicità estetica, è stato pressoché inesistente dal punto di vista musicale. Pur superiori dal punto di vista tecnico, gli Spandau Ballet hanno virato verso il pop più commerciale sin da “Diamond”, il secondo album, mentre per la band di Simon Le Bon nel futile quanto evanescente “Seven and the ragged tiger” si percepiva ancora qualche eco del loro passato new wave (tra virgolette e all’acqua di rose, ma comunque dignitosissima) e comunque non vorrei dare il via a un flame. Ognuno si tenga stretta la propria opinione, tanto di quei tempi siamo qui a rimpiangere persino gli Alphaville.

Occorre ammettere però che un pezzo straordinario come “To Cut a Long Story Short” (un equivalente nell’opposta fazione potrebbe essere “Careless Memories” dall’album omonimo, ma ad accostare i brani proprio non c’è storia) ce l’hanno solo Tony Hadley e soci.

Cosa ha di ineguagliabile il primo singolo degli Spandau? È veloce. Ha un loop di synth che dura quanto la lunghezza del pezzo e che vi sfido a trovare qualcosa di simile nella letteratura musicale di tutti i tempi. Ti rimane in testa malgrado non ci sia un vero ritornello dal momento che la strofa, così invadente e con quel riff artificiale sotto, normalizza in eccesso la dinamica del brano e quando subentra il cambio, con il ritmo che si spezza nel pattern di tamburi, l’ascoltatore non vede l’ora di riprendere la marcia serrata, marcata dal sintetizzatore. Tony Hadley canta da dio. Dal vivo il pezzo spacca, anche in tempi non sospetti. Mantiene un approccio rock pur essendo palesemente synth-pop. Vi basta? 

Ed è un vero peccato che gli Spandau Ballet, subito dopo, si siano dati alla melensaggine e che proprio quella merda da MTV li abbia resi famosi. Ascoltando “Lifeline”, “Gold”, “I’ll Fly for You”, per non parlare di “Through the barricades”, è difficile riconoscere la stessa band che, in quel primo videoclip, si atteggiava a comparse degne di Braveheart.

In pochi si ricordano delle loro movenze new romantic e dell’attitudine barocca degli esordi, un momento storico in cui per colpire il pubblico era sufficiente trascorrere dal parrucchiere altrettanto tempo di quello passato in sala prove. “To Cut a Long Story Short”, come certi singoli dei nemici Duran Duran, è la prova che nei primi ottanta chi suonava lo faceva anche per divertirsi sperimentando, ma con meno rigore di tutto ciò che c’era stato prima.

che calendario

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Mia mamma tiene in casa appesi alcuni calendari di anni passati solo perché le piacciono le illustrazioni contenute e, soprattutto, le immagini in copertina. Ha un calendario di disegni liberty del 1999, uno con un bellissimo gatto del 2004, uno storico su Albisola del 2000, uno su Colombo – manco a dirlo – del 92, uno sulla fotografia ligure dell’ottocento del 1985. In cucina ce n’è uno dell’Avis Liguria del 2016 sul quale ha appiccicato le foto di mio papà. Poi ne ha uno con una gigantografia della nipote, la figlia di mia sorella, ripresa mentre dipinge qualcosa alla scuola materna nel 2005 e uno simile con la foto del figlio di una sua ex collega, allora bambino, che corre in modo scomposto in un fatiscente prato di periferia. Ora quel bambino ha trent’anni suonati e mia mamma non sa nemmeno che fine abbia fatto. Aveva preso una laurea in una di quelle materie inutili che, nelle città di provincia, significano disoccupazione e so anche che sua madre aveva tentato il suicidio con dei tranquillanti per una crisi depressiva. il calendario dell’anno corrente, il 2019, è si un”associazione animalista di Arenzano. Mi sento molto severo su questa abitudine che ha mia mamma ma non posso rimproverarla. Il fatto è che in quella che una volta era la mia cameretta c’è un calendario che davano in allegato al Manifesto con delle foto di Che Guevara. A differenza di tutti gli altri, però, il calendario è aperto sul mese di luglio e agosto e mostra una foto del Che mentre beve un mestolo d’acqua. Il calendario del Che è in camera mia da meno tempo, rispetto a quelli di mia mamma. Lo avevo nella prima casa in cui ero andato a vivere da solo e, nel corso del trasloco nell’abitazione successiva, lo avevo lasciato qui. Non so dirvi l’anno del calendario, in questo momento, perché dovrei alzarmi dal letto e non ne ho voglia, ma potrebbe risalire al 94 o giù di lì, il periodo era quello. Nessuno si è mai posto il problema di rimuoverlo, non credo che mia mamma lo consideri alla stregua degli altri. Per me, però, può rimanere lì, finché in questa casa, la casa dove sono nato e cresciuto, abiterà qualcuno.

gli amici delle coppie

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Chi sono gli amici delle coppie? Sono quelle persone a cui alle coppie capita di imbattersi per caso. Non sono né amici dell’uno o dell’altra ma diventano amici di entrambi all’istante e in modo disinteressato. Salite sul treno e iniziate a baciarvi e una donna seduta di fronte a voi vi chiede se vi siete messi insieme da poco perché da voi traspare la freschezza della coppia appena formata. Vi sedete a fianco sul divanetto di un locale e il cameriere vi offre una bottiglia di champagne perché gli ricordate quando lui, con la sua ex, frequentava i club in cui mettevano la loro musica preferita. Sull’aereo, in cui occupate due dei tre posti nella fila, il signore seduto al lato del finestrino vi consiglia i ristoranti migliori perché lì dove state andando c’è già stato mille volte. La guida del museo prolunga apposta per voi la visita fuori dal suo percorso abituale perché giura di avervi visto dipinti come comparse sullo sfondo di un affresco e voi la lasciate fare, la seguite e la osservate fasciata nella sua divisa blu, vi scambiate sguardi di intesa perché sembra un po’ folle quello che sta accadendo. Gli amici delle coppie durano giusto il tempo che vi dedicano quando si accompagnano alla vostra passione che avete dipinta in faccia e che serve da richiamo per qualcuno che in quel momento deve colmare qualcosa che non trova più. Non sarà solo amico vostro, ma non importa. In quel momento ci sarà solo lui o lei e sarà tutto per voi.

musiko, la rivincita dei giochi da tavolo

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Dopo tre decenni di dittatura ludica digitale, finalmente gli appassionati delle battaglie in scatola, come vengono amorevolmente definiti dai detrattori dei passatempi unplugged, possono riprendere con orgoglio a dichiarare il loro standard di divertimento. Il successo che Musiko, il nuovissimo e geniale gioco da tavolo lanciato dalla multinazionale del gaming Giochisfarzosi, ha sorpreso infatti un po’ tutti. Nell’era di Minecraft e in un momento in cui non c’è millennial under 18 che non imiti uno di quei sciocchi balletti di Fortnite, nessuno si sarebbe mai aspettato che il trend virasse verso un passatempo senza computer e Internet. Il fatto è che Musiko va a stuzzicare dal vivo una delle passioni che giacciono sopite nel DNA dei giovani e che la sovraesposizione ai contenuti musicali, generata dalla disponibilità senza soluzione di continuità di sistemi di approvvigionamento gratuiti come Youtube e Spotify, aveva banalizzato. Al contrario, in Musiko sono i giocatori che devono affermarsi con i loro generi preferiti.

Quali sono le regole? Il piano di gioco di Musiko è la pianta di una metropoli suddivisa in quartieri che, all’inizio della partita, vengono assegnati a una banda giovanile. Ogni giocatore può scegliere tra dark, punk, metallari, tamarri, skinhead, fighetti che studiano musica classica, b-boy, sfigati ascoltatori di progressive, giovani vecchi-dentro fan dei cantautori italiani, discotecari, rockabilly, ignavi a cui sta bene tutto e che comprano persino le compilation di Sanremo e i musicisti jazz (sempre i soliti quattro gatti che se la suonano e se la cantano).

Ogni banda giovanile è rappresentata da una pedina verosimigliante a un tipico rappresentante del gruppo in questione. Attraverso il lancio dei dadi, si sceglie di invadere il quartiere limitrofo con un numero a scelta di artisti/band/cantanti tra quanti se ne hanno a disposizione, rappresentati da una stella. Ognuno di questi elementi di assalto è dotato ovviamente di un punteggio che fa riferimento al suo valore artistico che, nello scontro con un artista rivale, può fare la differenza. Facile fare un esempio: se ho i dark e invado il quartiere degli ignavi attaccando con la stella che rappresenta i The Cure la stella che rappresenta Anna Tatangelo, è chiaro che, grazie al mio punteggio determinato dal valore della band di Robert Smith, avrò la meglio e potrò contribuire alla conquista del quartiere. L’obiettivo finale è sbaragliare le bande giovanili nemiche assicurandosi l’intera città e imponendo il genere musicale professato attraverso l’affissione di poster di concerti dei propri beniamini, vietando il commercio e la diffusione di tutto il resto della musica e ridefinendo i parametri di buon gusto secondo il proprio.

La febbre di Musiko sta dilagando e non sempre è facile trovarne una confezione sugli scaffali dei negozi e dei supermercati. Siamo già alla quinta edizione e le scatole continuano ad andare a ruba. Su Amazon e presso gli altri portali di e-commerce non sempre il gioco è disponibile e, come avviene per le mode di tendenza, si è già sviluppato un mercato parallelo in cui venditori non ufficiali chiedono cifre di molto superiori al prezzo di partenza. Gli ideatori di Musiko stanno già pensando a una versione aggiornata del gioco con l’introduzione di nuovi protagonisti del disagio giovanile, a partire dai grunge, gli emo, i fan dell’indie italiano e gli impresentabili seguaci della trap con le loro tute da ginnastica sottomarca. A presto, quindi, con Musiko 2, il gioco da tavolo in cui è la musica a essere la protagonista.

la copia e l’originale

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Shazam è l’app decisiva per i consumatori ossessivi e compulsivi di musica perché – inutile che ve lo spieghi – ci permette di dare un titolo e un autore all’istante al brano sconosciuto che stanno passando alla radio, come sottofondo in un documentario alla tele, in un negozio del centro commerciale mentre siamo in attesa che il nostro partner si provi decine di capi di abbigliamento durante i saldi, che poi è la situazione meno frequente perché la musica che trasmettono nei negozi fa quasi sempre cagare. Come funziona è chiaro a tutti: Shazam registra quello che percepisce e lo confronta con un database incommensurabile, quindi ci restituisce il suo responso. Il punto è che, come sapete tutti, dall’invenzione dei campionatori e dall’avvento dei samples nel pop – con il rap e l’house music, siamo verso la fine degli anni 80 ma potrei sbagliarmi – si è largamente diffusa la tecnica di rubare parti strumentali di brani per riciclarli in nuove canzoni. Questi inserimenti possono essere camuffati ed elaborati oppure utilizzati tali e quali l’originale, talvolta come vera e propria citazione più o meno dotta. Mi sono sempre chiesto, per farvi capire, come si comporti Shazam con le primissime battute di “Safe from harm” dei Massive Attack, in cui il campionamento di “Stratus” di Billy Cobham è nudo e crudo. Quale dei due brani riporta? Ieri, in auto, ascoltavo Lifegate Radio, il cui palinsesto è praticamente una riproduzione random dei miei svariati tera di musica accumulata nel tempo, fatta eccezione per i pezzi blues, quando è partito un pezzo che, dalla batteria iniziale, sembrava proprio “I need you tonight” degli Inxs ma c’era qualcosa che non mi tornava. Un sentore confermato dal cantato iniziato da lì a poco, completamente differente. Ho attivato così all’istante Shazam che, però, mi ha restituito proprio, come risposta, il titolo della celebre hit della band australiana, tratta da “Kick”. Ho pensato allora ai limiti che una tecnologia di questo genere può avere. Rientrato a casa, mi sono messo alla ricerca su Youtube e ho avuto il verdetto che, però, in parte mi ha smentito. Il pezzo in questione era “Mediate”, sempre degli Inxs, che è la traccia che nell’album “Kick” segue “I need you tonight” e che inizia proprio con la coda del singolo, in cui è presente lo stesso caratteristico pattern di batteria. Quindi niente, la morale è che ci sono modi davvero creativi per buttare via il proprio tempo facendo cose inutili e, soprattutto, scrivendo post a riguardo.

i migliori film di animazione alternativi da far vedere ai vostri figli

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Ora che mia figlia è grande ridiamo insieme su alcuni comportamenti educativi irrazionali che, da genitori, abbiamo avuto nei suoi confronti, a partire dalla smania di metterla in contatto con proposte culturali alternative. Un approccio esemplificabile nel cinema di animazione: per offrirle un modello contrapposto ai film a cartoni tradizionali l’abbiamo esposta a titoli talvolta piuttosto strani, se si prende come riferimento il cinema Disney/Pixar/DreamWorks. Ecco quindi una lista di film d’animazione utili a far maturare la consapevolezza, nei vostri ragazzi, che il capitalismo americano e la politica delle multinazionali sia la causa principale della globalizzazione dell’entertainment e che papà e mamma sono dei dementi.

Per fare i fighi con i genitori dei loro amichetti con cui vi troverete in competizione potete, innanzitutto, sfoggiare la vostra passione per il cinema di Michel Ocelot, uscito peraltro qualche giorno fa con il nuovo capolavoro Dililì, film che non ho ancora visto ma sulla qualità del quale non nutro nessun dubbio. I fondamentali di Ocelot sono comunque l’imperdibile Kirikù e la strega Karabà (tra l’altro la strega Karabà è una gran figa) e soprattutto l’incantevole Azur e Asmar, un film con un livello estetico d’animazione senza confronti. La storia è molto bella e utile se volete passare qualche valore di uguaglianza e integrazione, in questi tempi bui per la fratellanza, l’inclusione e la solidarietà.

Ancora sul fronte francofono una bella botta all’ottimismo dei vostri figli la potete dare con Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet, pellicola stravagante in cui si tratta di ciclismo e stereotipi tra Francia e Stati Uniti, ovvero come gli uni vedono gli altri reciprocamente. Disegni strepitosi, a mio parere, e prodotto complessivamente da adulti e da adulti che vogliono far passare come adulti i bambini di casa.

Poi c’è tutto il capitolo degli anime. La filmografia è infinita e io sono la persona meno indicata a parlarne. Credo però che la produzione di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli meriti un plauso. La mia esperienza diretta si limita a due filoni: quello romantico e leggero, che i bambini possono vedere senza traumi, composto da Il mio vicino Totoro (anche se quando Totoro urla o compare l’autobus a forma di gattone sono passaggi inquietanti), Kiki – Consegne a domicilio, I sospiri del mio cuore e Ponyo sulla scogliera. Sull’altro versante c’è, invece, il filone in grado di alterare per sempre il rapporto tra i vostri figli e la fantasia, tanto sono film completi, che comprende titoli straordinari come Il castello errante di Howl, Princess Mononoke, Nausicaä della Valle del vento e soprattutto La città incantata, film in cui la scena dei genitori trasformati in maiali può terrorizzare anche i bambini più temerari (e da cui mia figlia non si è più ripresa).

Se volete alimentare simultaneamente l’educazione cinematografica con quella musicale provate con Yellow Submarine, intramontabile cartone (nel senso anche di acido) sui Beatles. I vostri figli non capiranno nulla perché è un film veramente datato dal punto di vista dello stile. Però potete presentarlo come un lungo videoclip animato con alcune delle più belle canzoni del quartetto di Liverpool.

Discorso analogo per l’italianissimo Vip – Mio fratello superuomo di Bozzetto, utile per spiegare ai millennials che cosa fosse il secolo scorso in termini di buone intenzioni e di valori sociali. Resta comunque un capolavoro e, a mio parere, uno dei film a cartoni meglio realizzati in assoluto.

Mia figlia sostiene tutt’ora però che il primato della cosa più assurda che le abbiamo mai fatto vedere sia Panico al villaggio, film belga del 2009 diretto da Stéphane Aubier e Vincent Patar. Completamente girato in stop motion, i protagonisti sono due giocattoli di plastica che si muovono con tanto di piedistallo e che combinano disastri, un’esperienza davvero surreale e che, per questo, consiglio vivamente perché si tratta di una visione che susciterà domande alle quali non sarete in grado di rispondere.

Per chiudere, ci sono comunque pellicole della Disney che conoscono in quattro gatti con cui potrete gonfiarvi la bocca per farvi percepire dei veri alternativi dal prossimo, a partire da Chicken Little – Amici per le penne, la storia di un pulcino sfigatissimo che conquista la popolarità del suo paesello in un crescendo di azione. Superlativa la colonna sonora, i riferimenti alla cultura pop, i dettagli di alcuni personaggi, a partire dal riccio che fa il DJ, e la sigla finale, da seguire sino all’ultimo frame.

solo ora ho realizzato che Totò e il cantante dei Joy Division avevano lo stesso cognome

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Il mio allenatore di Circuit Training è anche Shifu di Kung Fu e guida nel Tai Chi Chuan un gruppo di adepti di vari livelli nell’ora che precede la mia. Si tratta di una disciplina molto bella da vedere perché è a metà tra la danza e il teatro, e per chi come me non ha alcun senso dell’equilibrio sembra un’arte che va oltre l’impossibile. La scorsa volta ho notato una delle ragazze che si è aggiunta da poco allenarsi con una felpa di Unknown Pleasures, cosa che non farebbero mai quelli più esperti che indossano un abbigliamento più rigoroso.

Davide, che dopo di me è il più vecchio del corso a cui sono iscritto e con cui si parla anche di musica oltre ai soliti argomenti che si trattano tra gli adulti che praticano sport (quante volte sei andato a correre, che scarpe usi per correre, dove vai a correre, che sistema di gps usi per correre) sa che mi piacciono i Joy Division e per rendere il momento più prosaico mi ha ricordato che la copertina del loro primo disco ormai è una specie di brand e che le magliette così le vendono da H&M. Per far finta di fare il duro gli ho detto che lo sapevo e che da Primark avevo trovato una t-shirt dei Ramones che non avevo esitato a regalare a mia figlia.

Comunque non mi sono fatto nessuna illusione, tant’è che quando ieri sera ho visto la stessa ragazza sfoggiare una maglietta con il logo di Grease per me non è stato per niente un brutto colpo. Ormai ho capito che certe cose che per alcune persone sono importanti, per altre sono meno che moda.

Per distrarmi ho cercato di pensare a qualcosa di più triste e così mi è venuta in mente quella volta che suonavo piano bar jazz in un ristorante in cui lavorava, come cameriera, una tipa con cui ero stato fidanzato per diversi mesi e poi mi aveva lasciato. Mi faceva male vederla così spesso (intrattenevo i clienti di quel posto tre o quattro sere la settimana) ma avevo bisogno di soldi. Poi una sera un avventore mi chiese di suonare “Just Friends” e, mentre ricamavo il tema con le appoggiature tipiche dell’improvvisazione jazz, non potevo fare a meno di notare la mia ex servire tra i tavoli al ritmo di quello swing, il cui titolo rappresentava cinicamente una situazione sentimentale irrimediabilmente compromessa.

la seconda volta

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Intanto ringrazio tutti voi che, grazie ai vostri voti, avete contribuito a farmi arrivare secondo al concorso. Un doveroso ringraziamento va anche alla TBK&Co che ha messo in piedi tutto quanto. Quello che mi ha spinto a partecipare è stato proprio il premio destinato a chi si sarebbe classificato secondo.  Se è difficile arrivare primi, potete immaginare quanto sia complicato fare di tutto per piazzarsi subito dopo.

Appena ho letto che in palio per i vice-campioni era prevista questa opportunità che – per l’idea che ho io di come vanno le cose – è molto meglio del SUV 4×4 Porsche da 100milioni e passa per il vincitore, non ci ho pensato due volte. Quindi avrò una seconda chance, la possibilità di tornare indietro nella vita e scegliere da dove ripartire, con l’unico vincolo che dovrò documentare il tutto in modo da poter pubblicare, arrivato alla scoperta di Internet e dei blog, tutta la mia esperienza e metterla a disposizione dei miei lettori.

Ho già scelto il titolo dello spazio che ospiterà i miei racconti della seconda volta: “Alcuni aneddoti dal mio futuro”. Che ne dite, bello, vero? Sarà infatti come raccontare quello che mi succede come se lo sapessi già ma da un punto di vista diverso, ottimale, con tutte le cose che saranno al loro posto perché questa volta, a differenza dalla prima, andrà tutto alla grande.

Ho scelto di ripartire dal 1975 perché così potrò prepararmi per il 77, che poi è l’anno in cui comincia il mio quinquennio preferito. Sarò quindi ancora in tempo per gustare quel pane cotto nella stufa a legna che mi preparava mia nonna in campagna e per consumare il rito del sabato sera a vedere Canzonissima alla TV dopo che mio papà rientrava con i semifreddi comprati al bar in piazza. Ma potrò curare meglio i denti per evitare tutti i problemi che ho avuto anni dopo, cercherò di evitare di spaccarmi il naso giocando a palla prigioniera in oratorio, eviterò di legarmi così tanto a un solo amico proprio per evitare di rimanere solo, una volta perso. Ma studierò tanto e farò molto sport per crescere più forte, sicuro di me e meno complessato. E non mi perderò una puntata di Odeon.

Una volta rese più solide le basi – tutti gli psicologi dell’età evolutiva sono concordi nel fatto che è entro i dieci anni che si definiscono i giochi – nel corso della seconda volta rifarò tutto più o meno come la prima ma stando più attento, fiducioso delle tasche piene del senno del poi, la cui scorta è il vero valore aggiunto di questa opportunità. Di certo porrò maggior attenzione alle nuove tendenze musicali – se conoscete i miei gusti immagino abbiate compreso a cosa mi riferisco – e userò tutte le paghette per comprare quei dischi che oggi sono diventati veri propri cimeli di un tempo che non c’è più e che i collezionisti di oggi pagherebbero a peso d’oro. Ma non preoccupatevi: non ne venderò nemmeno mezzo.


quello che ordina i toner

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La mia collega preferita, ha qualche anno in più di me e insegna matematica in un’altra quinta, dice che quando non è giornata è bene dare una marea di divisioni ai bambini e lasciare che lavorino da soli. I docenti sono esseri umani in carne e ossa e mentre se lavori otto ore al computer puoi stemperare i problemi che ti porti da casa riversando l’odio represso sui social – cosa che di questi tempi fanno tutti e Facebook alla fine si è rivelato un ottimo ammortizzatore emotivo – con delle persone davanti (bambini, per giunta) mica puoi dare in escandescenze. Così meglio limitare al minimo i contatti, in quei giorni lì. Sono persone in carne e ossa anche i colleghi che lavorano in segreteria. Quelli che ti mandano le comunicazioni importanti dal provveditorato due giorni dopo la scadenza di qualche obbligo burocratico. Quelli che non leggono le e-mail e ti fanno perdere le occasioni di formazione più utili. Quelli che mettono sul sito i PDF contenenti link a moduli di iscrizioni a corsi e seminari dopo averli stampati e acquisiti con lo scanner per protocollarli, perdendo quindi i suddetti link ed esponendosi al pubblico ludibrio di colleghi e genitori. Poi c’è l’animatore digitale che, a scuola, probabilmente dovrebbe fare solo quello e invece tra colleghi lo si riconduce spesso a quello che ordina i toner. Qualcuno sostiene che il problema della scuola in Italia sia più legato alla componente di back-end, più che di front-end, per usare una metafora presa dall’informatica. Secondo me è una bella lotta.

salone dell’auto mobile

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Massimo suonava la batteria con me ed è stato un precursore del movimento Urban che sta dietro alla filosofia SUV della nuova campagna pubblicitaria Seat. L’estate del primo anno in cui lui e la sua compagna avevano acceso il muto per la nuova casa nella periferia sud hanno passato le vacanze di agosto a dormire nella tenda montata in salotto. Se vivi nella metropoli e fai parte del tuo tempo la città riesce a bastarti e anzi, sembra non esaurirsi mai. La città è mare, montagna, distretto industriale, borgo di paese e quadrilatero della moda. La città è i giocolieri al semaforo, le impronte del finger food sul corrimano delle scale mobili della metro e gli addetti alla sicurezza dei negozi rigorosamente africani. Il biglietto integrato e la piscina scoperta, l’associazionismo e il bosco della droga, il tabaccaio del PD e i modelli in giro per casting. La metropoli poi non ha limite, è una distesa di agglomerati eterogenei senza un vero e proprio confine che li divida. Su Googlemaps c’è persino la funzione trasporto pubblico che ti propone le coincidenze più utili per andare da un posto all’altro. L’importante è la sostenibilità ambientale e avere la macchina è da sfigati. Ci sono il car sharing e le bici gialle appese agli alberi. Ci sono le mille iniziative che si spostano oltre la periferia e che è impossibile seguire. Anche solo camminare fa sentire Urban e la città si è cosi evoluta da bastare a se stessa. Potrebbe fagocitare i suoi abitanti e non se ne accorgerebbe nessuno. Prendere il sole sul balcone nel quartiere che ha un nome tutto nuovo come le crasi che fanno i newyorkesi, poi ordinare la cena che arriva tiepida dall’altra parte del centro, le Escape Room e la merce contraffatta gettata sul marciapiede. Il supermercato, la lavanderia a gettoni, il negozio di vinile usato, il pusher al parchetto, la multa, la tassa sui rifiuti, il barbiere specializzato in mustacchi, la birra artigianale, la pensilina che ha fatto storia e i monopattini elettrici. Il mercato, il parcheggio al coperto, l’ordine, l’auto giusta per affrontare tutto questo. Mi piace questo immaginario, se avessi i soldi me lo comprerei anch’io.