per chi ha deciso di cambiare

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Il montepremi prevede per il terzo classificato la revoca di tre figure di merda a scelta tra quelle presenti sulla pagina personale del sito dell’INPS. La compilazione e l’invio della richiesta è possibile previo accesso tramite credenziali SPID. I dati sono totalmente consultabili e costituiscono il risultato dell’incrocio delle prestazioni con il prossimo svolte negli ultimi dieci anni – a partire dalla data di registrazione al sistema – e la lista delle relazioni interpersonali ritenute sconvenienti (con una percentuale inferiore cioè al 75% di accettabilità secondo un calcolo effettuato con i valori incrociati con l’Agenzia delle Entrate per il calcolo dell’ISEE). Se vi avvalete – per esempio – del servizio per la presentazione della domanda nel mese di marzo del corrente anno 2020 la prima figura di merda visualizzata e disponibile alla revoca risale a dopo il 1 aprile 2010. All’accettazione dei disclaimer e il conseguente invio al sistema l’utente riceve una e-mail di conferma contenente un link per una landing page sul portale dedicato per l’uso del codice univoco per l’altro premio, ovvero il rimborso di una quota calcolata sull’imponibile netto proporzionale agli interessi maturati sul totale delle uscite di cui l’utente ha presentato domanda di recesso, dall’ultimo decreto legge a riguardo estendibile a tutto l’arco della vita del contribuente. Giochi rotti dopo poche ore, panini vomitati a seguito di sbornie, vestiti mai messi e ammassati nel dimenticatoio, dispositivi elettronici acquistati senza aver letto prima le caratteristiche tecniche, viaggi deludenti, cene offerte a potenziali partner senza seguito verranno quindi rimborsati in quote detraibili alla presentazione del successivo modello unico online. Lo stesso calcolo della quota 100 a fini pensionistici potrà essere rivalutato a seconda dell’entità dell’importo coperto dall’iniziativa. Per maggiori informazioni rivolgersi ai patronati di competenza.

Tame Impala – The Slow Rush

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

I Tame Impala suonano un genere a sé. Una posizione di prestigio che ha due chiavi di lettura: Kevin Parker ha davvero inventato uno stile che fa scuola oppure ha passato all’estrattore tutta la musica degli ultimi trent’anni dando vita a uno stile talmente evocativo da contenere l’essenza di tutti gli altri e, anche a un ascolto superficiale, ognuno noi è messo nelle condizioni di trovare un messaggio subliminale di quello che ha dentro, un po’ come la leggenda metropolitana dei frame porno o satanisti tra le scene dei cartoni Disney che ti fanno venire voglia di tette alla fine di “Bianca e Bernie”.

La storia della cover tratta da “Currents” copiata poi tale e quale da Rihanna la conosciamo tutti e rende l’idea del successo trasversale ottenuto dallo scorso album, nominato persino ai Grammy. Se possibile, “The Slow Rush” è un disco ancora più azzimato e barocco, un suono che per semplificare – o da quello che sappiamo dalle autocertificazioni presentate dall’autore stesso – riconduciamo all’art-rock psichedelico, come tutte le cose che non capiamo e che immaginiamo frutto di una mente dedita a perdere tempo speculando su quello che si può spiare sbirciando dagli spiragli delle porte della percezione che qualcuno ha lasciato socchiuse.

Se, quindi, con Kevin Parker vale tutto, “The Slow Rush” è una lenta corsa contro il tempo appesantita da alcuni fattori che portano il progetto Tame Impala ancora più distante dal guizzo di encomiabile ruvidezza stoner di “Innerspeaker”. Nel nuovo album c’è tutto il tempo per sorseggiare aperitivi degustando gli avanzi al buffet, ma il fatto è che se vi eravate lasciati ingolosire, qualche mese fa, dal singolo che ha preceduto l’album, “It Might Be Time”, dalla sua citazione di piano di “The Logical Song” dei Supertramp, dalla bizzarra quanto asimmetrica struttura, dal suono di rullante con quell’effetto che non ha eguali in natura e da quelle note di Moog trascinate all’estremo grazie al glissato, il rischio alla fine è quello di lasciare più di un avanzo nel piatto e fuggire dal locale.

Non ci si può sottrarre a un accostamento con tutti gli esperimenti di pop-prog elettronico derivativo e retro che si sono succeduti negli ultimi decenni e che hanno contribuito a mescolare i Rockets con gli Yes, i Rush con i Queen, Giorgio Moroder con gli Sweet o i Secret Service, a partire dagli Air, i Phoenix fino ai Daft Punk. Kevin Parker, in studio poco più che una one-man band con l’aggravante del timbro ossessivamente in falsetto, aggiunge il valore del suo brand, il marchio di fabbrica che candida già da ora “The Slow Rush” a disco dell’anno e se non volete perdere il carro del vincitore spicciatevi a far valere, a partire da oggi, il vostro diritto di prelazione.

A onor del vero, il lavoro che si intravede sotto le tonnellate di suoni distribuiti tra le numerose parti che si alternano a definire le canzoni del disco risulta sicuramente frutto di una minuziosa ricerca, un vero e proprio viagra per qualunque appassionato di synth, e questo va riconosciuto.

Mentre l’attacco di “Instant Destiny” vi manderà in corto circuito nel tentativo di pensare che cosa vi ricorda, “Borderline” ha tutte le carte in regola per diventare una hit mondiale e far gola a qualche altra popstar in quota Coachella, e il raffinato funk di “Breath Deeper”, con il suo piano dance, non è da meno. Geniale anche il richiamo a Harry Nilsson e alla sua “Everybody’s Talkin’” (che da queste parti potrebbe persino passare per una citazione di “Coriandoli su di noi” dei Ricchi e Poveri ma meglio arrendersi alla coincidenza) di “Tomorrow’s Dust”. I rimandi al passato non finiscono qui – d’altronde siamo nel bel mezzo di un concept-album che ha proprio il tempo come protagonista – ed eccoli riaffiorare proprio con “Lost In Yesterday” e, poco dopo, con il tuffo nel prog-glam di “One More Hour”.

Se “The Slow Rush” si proponesse come un onesto e filologico compendio di storia della musica potrebbe assurgere a manifesto di un nuovo movimento di “indietro-nica”, ma l’impressione è che Kevin Parker abbia ben altre ambizioni. Pur riconoscendone la qualità, un’approfondita esperienza d’ascolto restituisce solo un’espressione di pura musica liquida in senso baumaniano, passatemi il termine, un buon album di lounge molto fighetta o poco più.

underground

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Da quando Elio e le Storie Tese l’hanno messa al bando in quanto bella tutto quanto ma alla lunga rompe i coglioni, non si sente più tanta musica balcanica in giro. Le ultime avvisaglie risalgono forse a una decina di anni fa, ma mi sembra che i fasti delle colonne sonore con le bande di ottoni e le fisarmoniche siano ormai un lontano ricordo, e non solo in termini di distanze tra noi e l’ex-Jugoslavia. Il fatto è che ho una teoria persino su questo. Anche dagli ultimi Eurofestival, che costituiscono tutt’ora l’estremo baluardo per i paesi emergenti musicali europei, mi risulta che l’intera area riconducibile all’ex Patto di Varsavia si sia ormai completamente occidentalizzata e che, di conseguenza, anche il pop slavo sia ormai definitivamente una costola del pop americano, quello pesantemente influenzato dall’R&B-trap contemporaneo. Almeno fino agli anni 90 l’ispirazione al di là della cortina di ferro al massimo aveva le sue radici nell’eurodance. Questa ulteriore virata di globalizzazione ha probabilmente tagliato quei pochi fili che legavano la musica commerciale balcanica con la tradizione, quella di Bregovic, per intenderci. Ci pensavo stamattina perché alla radio hanno passato “Hop Hop Hop” e il suo bizzarro (per i nostri canoni armonici) riff di fiati. Io me li ricordo benissimo i tempi d’oro dei film di Kusturica, perché la guerra non ci era mai stata così vicina e Sarajevo trasmetteva un fascino che non saprei descrivere. Da poco più distante dalle terre di “Kalašnikov” veniva poi questa stramba risposta a “Oh Carolina” di Shaggy. Che tempi (e che intervalli).

dieci

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La cosa che mi piace di meno del mio lavoro è la valutazione, il motivo è che ne costituisce la componente più difficile. Vista da fuori sembra un gioco da ragazzi, soprattutto quando ci sono da correggere le verifiche oggettive: come nel pattinaggio, si attribuisce un punteggio a ogni passaggio oggetto della prova e, arrivati alla fine, si tirano le somme. L’esperienza da studente la fa sembrare persino uno strumento per esercitare il potere: dai giudizi e dai voti dipendono presente e futuro di un bambino e i docenti possono definire, in largo anticipo, il loro percorso scolastico. La questione in effetti è molto spinosa, a partire dalle valutazioni di chiusura ciclo che vanno a quantificare il valore degli obiettivi raggiunti dallo studente. Quest’anno insegno in una prima e il problema, che pensavo a questo stadio embrionale della scuola primaria potesse considerarsi rimandato, si è palesato invece ancora più controverso. La domanda che mi sono posto è se, nei primi mesi della vita scolastica di un bambino, sia necessario già restituire a lui (ma di più alla sua famiglia) dei feedback non positivi. Se da una parte una penalizzazione così acerba è in grado di far correre ai ripari nel caso di una difficoltà di apprendimento da affrontare, dall’altra può minare la relazione tra scuola e genitori, demotivare gli alunni, far nascere una diffidenza prematura nei confronti dei docenti. La risposta che mi sono dato è che gli ostacoli si possono superare con il confronto e il dialogo ma, in questa fase iniziale del percorso di studi, la scuola si deve porre come soggetto accogliente e, di partenza, limitarsi a una ponderazione sul livello dell’entusiasmo per la scuola dimostrato che, nei bambini di prima, merita sempre un punteggio pieno.

parka

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Al bar Magenta i cocktail per astemi si chiamano Dry Anal e Sweet Anal. Lo so perché dal primo dell’anno ad oggi, senza alcun motivo particolare, non ho più buttato giù nemmeno un goccio di alcol e penso che resisterò almeno fino a luglio. Quando mi invitano per un apericena sono costretto a ripiegare sui beveroni tutti frutta e blocchi di ghiaccio che assecondano la sete in estate ma non c’entrano niente con il buffet salato. Insomma, a parte il nome per certi versi invitante, non ve li consiglio. Al tavolo vicino il clan dei parka ha qualcosa di meglio da festeggiare. Lo capisco perché il leader indiscusso ha un boccale da litro di birra bianca e, per giustificare la scelta, assicura a chi sostiene che conviene prendere una media per volta perché poi la birra si scalda che lui non ha di questi problemi perché tanto la finisce prima. Si vede che è il capo perché possiede un parka grigioverde originale dell’esercito della DDR con il pelo marrone scuro dentro acquistato l’estate della maturità a Dresda, mentre il resto della banda indossa modelli meno originali e di qualità più economica, provenienti da catene di fast fashion. La pratica dell’happy hour non è più quella di una volta. Oggi è di dominio comune, giovani vecchi e persino famigliole che comprano ai bambini hamburger e patatine mentre i genitori si strafogano delle consumazioni all you can eat comprese nel costo del long drink. I figli sono tutti uguali perché sfoggiano quelle magliette che usano oggi, decorate con i disegni in materiale cangiante. Sul davanti hanno illustrazioni fatte con delle lamelle colorate diversamente a seconda della faccia esposta. Il gioco è quello di passare la mano per scoprire cosa compare dall’altro lato, anche se il motivo è uno stereotipo maschile o femminile a seconda di chi la ha addosso. I camerieri fanno i complimenti alle t-shirt più colorate. Sono giovanissimi, vengono da tutto il mondo e parlano inglese con i clienti stranieri. Anche poco dopo, sulla metro al ritorno, sale un gruppo di ragazzini di tutte le nazionalità. Ci sono nordafricani, adolescenti dell’est Europa e una solo ragazza, una albanese. Mescolano l’italiano alle loro lingue e per farsi notare, oltre a fare passaggi con un pacchetto di fazzoletti di carta. Si appendono ai sostegni in alto e si insultano a voce alta con un idioma inventato ma si vede che hanno solo voglia di divertirsi. La signora al mio fianco dice che è contenta che, lì in mezzo, non ci sia sua figlia al posto dell’unica femmina, e forse sono vecchio ma in effetti è una considerazione che mi fa riflettere.

dalla parte dei Tirreni

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Da qualche tempo sono iscritto a un gruppo di Facebook che si chiama “Passione Etrusca” e vi assicuro che non è un posto in cui ci si scambiano foto di milf della regione compresa tra l’Arno e il Tevere. Gli Etruschi hanno sempre suscitato un forte fascino sulla mia fantasia storica, come del resto altri argomenti porno e scottanti come la cultura proto-villanoviana e tutto il resto delle popolazioni pre-romaniche e coeve fino al periodo monarchico e repubblicano. Il fatto è che anche su “Passione Etrusca” ci sono i troll, c’è gente che si manda affanculo, ci sono amministratori che ricevono segnalazioni di persone da bannare, c’è l’ironia fuori luogo, i rompicoglioni, i puntacazzisti, gli strafalcioni grammaticali, i profili fake, gli “e allora il PD” e tutto il resto delle cose che ci hanno portato alla nausea i social network, a partire dalla gente. Possiamo quindi stare tranquilli: l’odio su Facebook non è una prerogativa dei temi legati all’immigrazione, all’omosessualità, ai sopravvissuti ai lager nazisti, alla religione, alle pagine “Sei del paesello se..” e alla politica. In Italia la guerra civile del duemila può scoppiare per qualunque motivo: non solo tra gli ultras del calcio ma anche tra gattari e cinofili, tra fan di Morgan e seguaci di Bugo, boomer contro trentenni, vegani contro organizzatori della sagra dell’arrosticino, chi va in viaggio in Francia contro i vacanzieri autarchici e chi ha l’Opel e chi compra Volkswagen. Due fazioni contrapposte per qualcosa si trovano sempre. C’è chi sostiene al contrario che quest’odio a parole è un ottimo ammortizzatore emotivo che impedisce agli italiani lasciati in balia della propria ignoranza di mettersi le mani in faccia, di investirsi volontariamente con la macchina, di prendersi a pistolettate come negli anni di piombo. Io non ne sono così sicuro e, nel dubbio, anche nel gruppo “Passione Etrusca” preferisco non intervenire nelle discussioni. E, se proprio volete sapere la mia opinione, secondo me erano autoctoni.

radio attività

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Il 13 febbraio è la Giornata Mondiale della Radio, per gli anglofoni World Radio Day, un’iniziativa promossa dall’UNESCO per confermare l’importanza del mezzo di comunicazione più diffuso anche ai tempi del web. Oggi infatti parliamo di programmi radiofonici come modelli di entertainment e non soltanto per il modo in cui il segnale viene emesso. Il format in cui si alternano speaker a musica non necessariamente è inteso fruibile in radiofrequenza ma anche tramite Internet in diretta streaming o in differita come podcast (ma lo stesso vale per la tele, il cinema, i libri, i dischi, il sesso ecc. ma questo è un altro problema).

Per quelli della mia generazione la radio ha svolto ruoli fondamentali e occupato spazi decisivi nel percorso di formazione e crescita. Senza tirare in ballo la politica e le radio libere tra i settanta e gli ottanta, vi basti pensare alle dediche in diretta ai programmi delle emittenti locali, in cui ci si poteva lasciar andare a vere e proprie dichiarazioni d’amore o di semplice interesse, e alla possibilità di registrare le proprie canzoni preferite – anche previa richiesta – in un’era analogicissima in cui o ti compravi i dischi, o conoscevi chi ne era provvisto e imploravi per avere una copia su nastro, quando il tempo di riversamento tra vinile e cassetta era reale e duplicare gli album agli amici poteva diventare una bella e time-consuming rottura di maroni.

Poi ci sono stati programmi di culto grazie ai quali siamo riusciti a coltivare e mantenere vivi i nostri gusti di nicchia, a partire da Stereodrome o Stereonotte, questo fino a quanto il video ha ucciso definitivamente le star della radio, come cantava Trevor Horn, e tutti siamo passati alla tv. Prima i programmi di videoclip, poi le emittenti monotematiche musicali fino alla nascita della compressione mp3 che ha fatto piazza pulita. Il fatto è che la componente umana alla radio faceva la differenza. I bravi speaker e i dj fidelizzavano gli ascoltatori e, detto tra noi, non so se abbia fatto più danni alla radio l’avvento della dematerializzazione o i vari zoo di 105, cioè tutti quei programmi-monnezza in cui non c’è nessuna attenzione al contenuto e, in più, mettono solo musica di merda.

Non solo. Noi utenti evoluti di musica facciamo fatica a utilizzare la radio come sottofondo sonoro. Non so se avete mai provato, ma se vi cimentate nello zapping radiofonico come faccio io quando viaggio in auto non troverete una canzone decente nemmeno a pagarla, e vi assicuro che, nel mio caso, ascolto davvero di tutto. Preferisco così di gran lunga collegare il mio smartphone con i suoi 64 giga di mp3, curare personalmente la playlist più adatta o, nei casi limite, attivare la riproduzione random. Quanto alle voci della radio, non credo di perdere molto. I network commerciali divulgano solamente facezie senza contare che, ai tempi dei social, il connubio tra le stupidaggini pubblicate da noi gente comune e il pour parler che copre quei pochi secondi tra un pezzo di Sanremo e la nuova hit reggaeton possiamo anche risparmiarcelo. A parte qualche raro caso di resistenza al basso standard qualitativo, e non mi riferisco certo alle radio di finto rock che sparano ossessivamente il loro fastidioso jingle tra un pezzo e l’altro, la radio ai tempi del web è sempre più un’occasione persa per fare le cose diversamente dal resto. Peccato. Viva la radio e, soprattutto, stay tuned!

i cuore my family

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Nella classe di mia figlia la percentuale di genitori separati e divorziati è impressionante. Non che ci sia qualcosa di male, per carità, non sono certo un pillon qualsiasi. Il fatto è che si creano dinamiche piuttosto curiose dal punto di vista di chi invece ha esperienze di situazioni durature, sia nel nucleo di origine che nel contesto attuale. Mi riferisco ad adolescenti che hanno il papà che vive a trecento km di distanza, la mamma professionista che lavora venti ore al giorno, il fratello che studia all’estero e loro alle prese con un livello di autonomia (tendente alla solitudine) di non facile gestione. Bisogna cioè essere oltremodo determinati per non perdersi quando sei così giovane e i riferimenti li devi trovare dentro di te. Tra i miei alunni le cose vanno un po’ meglio ma in periferia, si sa, abitano ceti più bassi che medi per i quali trovare il tempo e le risorse per mettere in dubbio le scelte di vita è fuori discussione, mentre la scuola di mia figlia – nel centro del centro della metropoli – ha un’utenza di ben altra estrazione con gente che si può permettere di mantenere tutte le famiglie che vuole.

Nella settimana di San Valentino ho scoperto che c’è qualche collega che tratta la questione come si fa nella scuola primaria, cioè con riferimenti ossessivi alla ricorrenza in corso nelle attività didattiche. Il cuore fatto con l’origami di arte, il dettato sui valori del volersi bene di italiano, quanti bigliettini ha ricevuto Giorgia se Luca gliene ha scritti quattro e Leonardo tre in matematica, la storia del santo dell’amore in religione e così via. Io sono in prima e voglio rimandare i giochi dei fidanzatini almeno alla quarta, quindi ho mescolato le carte e ho parlato dell’amore per i genitori (indipendentemente da quanti, quali e di che sesso siano), per sorelle e fratelli, per i nonni e per gli animali domestici, ovvero quell’insieme di persone e cani e gatti che sta intorno ai miei alunni e che compone la loro famiglia, approfittandone – per esempio – per scoprire insieme come si scrivono i loro nomi e come si traducono i componenti della famiglia in inglese.

In musica, invece, l’assist me lo ha fornito Daria, una delle mie preferite (e lo so che non si dovrebbe). Daria ha una sorella maggiore, Giovanna, che ha finito la primaria lo scorso anno. Non era nella mia quinta ma avevo avuto a che fare con lei perché nel corso di una supplenza di musica aveva proposto l’ascolto di una canzone di Vasco. Il motivo? Vasco è il cantante preferito dai genitori e, insieme alla figlia, hanno già partecipato a più di uno dei sui interminabili concerti. Stamattina Daria, in un’analoga attività, ha confermato il quadretto proponendo, come sua canzone preferita, un altro brano del rocker nazionale. Ho preso la palla al balzo e ho condiviso con il resto dei suoi compagni tutta la storia: un nucleo famigliare fortemente unito anche nella musica. Peccato che a me Vasco non piaccia per niente. Ho però fatto finta lo stesso di apprezzarne le canzoni mimando con sentimento l’atmosfera rock che si era creata. D’altronde non avrei mai rovinato quel momento perfetto per parlare d’amore per nulla al mondo.

non è straordinario?

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Tra i mesi di gennaio e il primo scorcio di febbraio ho accertato una media di cinque o sei bambini assenti al giorno in classe, con punte di dieci. Solo oggi, per la prima volta da quando ci siamo salutati prima delle vacanze di Natale, in aula c’era un solo banco vuoto. Le assenze alla primaria, e soprattutto tra i più piccoli, sono un problema diverso da come un non-addetto ai lavori se lo immagina. Per gli insegnanti è preferibile non spiegare cose nuove mentre, dall’altra parte, i genitori spingono per tenerli il più a lungo a casa possibile per permettere ai loro figli di rimettersi completamente. Elisa, per dire, si è sparata due settimane di polmonite, è rientrata a scuola ma tempo due giorni si è beccata l’influenza di quest’anno e non l’ho più vista per un bel po’.

Sono state in molte le mamme che mi hanno contattato via mail (sono considerato un folle per aver dato la mia mail – quella con il dominio della scuola, che è una mail di lavoro a tutti gli effetti – ai genitori) per avere i compiti oppure il lavoro svolto in classe per evitare che il figlio rimanesse indietro. A me la cosa ha fatto sorridere perché in prima non è che un giorno si spiegano le equazioni di secondo grado e la settimana dopo inizi con la parabola. Il programma è sin troppo entry level per un contesto di seienni che sapevano già contare e fare somme e sottrazioni in autonomia dalla scuola materna. Comunque, per intercettare il timore delle famiglie che i bambini con la febbre rimanessero indietro (il vero demone della didattica), ho mandato qualche scheda con un po’ di operazioni per mantenere i cervelli con trentanove di febbre in allenamento.

Parallelamente ho fatto di tutto per portare avanti i quaderni dei bambini malati copiando le attività o tagliando e incollando le fotocopie delle schede svolte in classe (se siete quelli che “il profumo della carta” la scuola è il lavoro che fa per voi). Il fatto è che con sei o sette alunni assenti e relativi quaderni da aggiornare, dedicarsi a questo tipo di attività non risulta così fluido durante le lezioni ed è facile immaginare il perché, considerando la richiesta incessante di attenzioni che mi viene richiesta.

Questo solo per farvi pesare il fatto che:
– ho trascorso una buona parte del pomeriggio per mettere in pari i quaderni dei miei alunni che finalmente sono rientrati
– c’è voluto più di quanto avessi previsto
– e soprattutto l’ho fatto nel tempo libero.
Lo straordinario – nel senso di lavoro non pagato – è in realtà un fattore ordinario, nella scuola.

Ma c’è un vizio di forma: dovendo trascorrere non più di quattro ore al giorno sul campo, in un mondo in cui tutti dicono di lavorare otto ore, il senso di colpa del docente (al netto dei tre o quattro o cinque mesi di ferie l’anno di cui la credenza popolare si riempie bocca) impone al pedagogo professionista che è insito in lui di ricorrere alle ore in cui non fa lezione per sbrigare tutte le altre faccende collaterali. Una fetta di tempo che a chi lavora in ufficio, in negozio, in giro a vendere, in fabbrica eccetera viene riconosciuta con salari adeguati. Più sostanziosi, se rientrano nelle ore previste dal contratto. Come extra, negli altri casi. In realtà lo straordinario, nell’agenzia in cui lavoravo prima, non mi è mai stato riconosciuto nemmeno lì, ma lo stipendio era indiscutibilmente più consono al tempo che dedicavo alla causa.

Nel mio mondo ideale entro a scuola alle 8 ed esco alle 17:00, pausa pranzo compresa. Alterno le mie ore in classe a ore che trascorro nell’ufficio – un bell’open space con il calcetto e quelle fantastiche postazioni in cui ti metti dove capita – a preparare lezioni, organizzare materiale, correggere i compiti, incollare schede sui quaderni degli assenti, ricevere genitori e alunni, programmare con i colleghi. Stessa cosa per i mesi estivi, in cui c’è da preparare l’anno successivo, ci sono i corsi di recupero da tenere a chi ha debiti da recuperare, ci sono attrezzature da controllare ed eventualmente da sistemare, oltre alle quattro settimane di ferie che mi spettano. Il tutto almeno a duemila euro al mese, come è giusto per un mestiere in cui hai una ventina di bambini sotto la tua responsabilità. Questo si che sarebbe straordinario.

che cosa ci insegna il jazz

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Che nella vita è fondamentale essere capaci a improvvisare su uno standard comune in cui si sussegue ciclicamente la stessa sequenza di accordi.