una cosa alla volta

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La gita scolastica è stata l’ulteriore prova che quello dell’insegnante è un mestiere inteso principalmente per sole donne. Nelle strutture ricettive per i viaggi di istruzione operatrici e operatori si meravigliano quando la classe è accompagnata da un maestro e persino il materiale dedicato ai docenti è tutto declinato al femminile. Non hanno però tutti i torti. Una delle competenze base necessarie a svolgere questo lavoro è la capacità di fare più cose contemporaneamente, il tutto con almeno cinque o sei bambini che richiedono l’attenzione dell’insegnante. A noi uomini invece la natura ci ha creato mono-tasking e in certi frangenti della giornata in classe ci riesce difficile mettere cose, persone e domande varie in una fila ordinata di istanze da espletare una per una. Io glielo dico che, per favore, dovrebbero espormi le loro necessità non tutti insieme, ma non sempre ottengo quello che voglio. Ho pensato così di stamparmi un set di magliette colorate con la scritta “una cosa alla volta: sono un insegnante uomo” da sfoggiare in classe e con le colleghe, per superare le difficoltà anche con un pizzico di ironia.

solchi

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Mi ricordo che mio papà al sabato e la domenica mattina metteva sempre i dischi, e anche se chiudeva la porta per non svegliarmi alla fine mi alzavo ma senza arrabbiarmi perché la musica che metteva piaceva anche a me. Mi ha raccontato che anche suo papà faceva lo stesso, solo che non ascoltava i New Order o i Cure come lui ma musica da chiesa e l’effetto non è certo lo stesso. In casa c’era sempre lo stereo in funzione e mia mamma gli chiedeva di spegnere per guardare Netflix oppure mi lamentavo io quando dovevo studiare. Una volta sono rientrata dall’allenamento stanca morta. Lui aveva messo i Rage Against the Machine a tutto volume e gli ho urlato di abbassare. Così dopo aveva riportato su un social in auge ai tempi come status l’accaduto e aveva raccolto un mucchio di like. La sfilza di trentatré giri sui ripiani del mobile in sala aumentava di settimana in settimana, così un giorno gli ho chiesto quando non ci sarai più cosa ce ne faremo di tutti i tuoi dischi. La prima volta che ne ho messo uno io ho capito che cosa intendeva lui e che cosa intendeva il nonno con le risposte che si sono tramandati sino a darla a me.

ariston

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Per la prima tappa del tour solista di Manuel Agnelli la location in cui di norma si svolge il Festival è stata adattata al format del suo nuovo spettacolo, una scenografia che il leader degli Afterhours e giurato di XFactor impone alle strutture che ospiteranno il suo show nella lunga stagione di presentazione del suo album d’esordio senza il gruppo che lo ha accompagnato fino a qui. Il palcoscenico non esiste, la band è occultata a suonare chissà dove e il cantante si muove liberamente tra i corridoi che separano le file di sedili in cui il pubblico ha preso posto. Banditi persino i microfoni ad archetto, Agnelli tiene stretto il suo scettro a gelato, senza filo e senza asta, come le rockstar di una volta. I lunghi e lisci capelli hanno lasciato il posto alla capigliatura rada di un qualunque uomo di mezza età, mentre il look total black continua a essere il preferito. Le luci sono ancora accese e il cantante si precipita in sala con un foglio A4 su cui ha stampato i testi delle sue canzoni. Lo consegna a un fan estratto a caso tra il pubblico, un uomo sulla cinquantina che i più attenti riconoscono come l’autore del sogno in cui si svolge il concerto. L’uomo è tenuto a seguire la scaletta, almeno fino al colpo di scena: Agnelli sembra in difficoltà nell’intonare uno dei suoi acuti per i quali è famoso, a chiusura di una strofa cantata sui bassi, così afferra il foglio al fortunato spettatore e, dopo averlo brandito in una furiosa galoppata verso i camerini, lo straccia in mille pezzi in un’esplosione di applausi. L’uomo, privato del suo cimelio, resta sbigottito anche oltre la fine dell’esperienza onirica. Pare che comunque anche questa trovata facesse parte dello spettacolo.

lo stesso diametro

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Il motociclista che sacramentava contro lo stile di guida naif della signora con la Panda beige nuovo modello l’ho visto poco più avanti, quando la coda si è mossa di un centinaio di metri, intento a raccogliere i pezzi in plastica di non so quale parte della scocca. Il tutto sotto gli occhi del venditore di fiori, il solito che sta sempre all’angolo al semaforo. Avrà più di sessant’anni e tutte le volte che passo di lì gli mollo l’euro del carrello che tengo sempre a portata di mano nel cruscotto e che uso quando faccio la spesa. Da una parte certe motociclette danno proprio l’idea di essere assemblate in quei paesi dell’estremo oriente che sono tirati in ballo ogni volta che si vuole rimarcare la qualità estremamente economica di qualcosa. Dall’altra, a un euro a botta – tenendo conto che faccio quella strada almeno una volta alla settimana in direzione del centro commerciale – prima poi darò una fortuna in beneficenza. Tempo fa mi ero imposto di girare con una moneta fuori corso. Cinquecento lire prima, cinquanta lire dopo. Hanno lo stesso diametro degli euro e se le dimentichi non è un problema. Addirittura certi brand danno in omaggio come gadget dei tondini di plastica delle dimensioni giuste per sbloccare quegli infernali sistemi con i quali è possibile incolonnare i carrelli della stessa fattura in infiniti trenini alla mercé di zelanti inservienti. Sono dannatamente tutti uguali, i carrelli, intendo, e a me è già capitato qualche volta di inforcare la spesa di qualcun altro. Se è un uomo che me lo fa notare poi ridiamo tutti e due perché a una donna non capiterebbe mai. Se è una donna è lei a guardarmi compassionevolmente perché all’uomo invece capita e io faccio la faccia dell’uomo sbadato e finisce lì. In genere mi sento più a rischio in queste cose nei giorni in cui ho la testa che è già al giorno dopo. Si tratta di giorni in cui sbaglio in continuazione le piccole sequenze rodate di gesti per portare a termine azioni di routine, le stesse che in altri momenti metto a segno senza problemi. Quando mi capita, proprio come quando mi succede di avviarmi in cassa con un carrello di prodotti che non ho scelto, mi chiedo cosa penserebbe se mi vedesse qualcuno che mi conosce bene. Il venditore di fiori vede passare migliaia di potenziali acquirenti al giorno e, nella moltitudine, sembra sempre riconoscermi, con la mia macchina anonima e fuori moda. Potrei chiedere a lui quando mi fa il cenno con la testa, come a dire che non mi devo sentire obbligato, e io abbasso il finestrino.

trappole

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Non che quando andassi in gita io sul pullman si cantasse “Quel mazzolin di fiori”, anzi forse non si cantava nemmeno. È stato proprio durante uno di quei viaggi ai tempi del liceo che Alessandra mi aveva piantato in testa le cuffie del suo walkman facendomi precipitare in un oblio d’amore che non potete nemmeno immaginare. I miei ragazzi, una quinta primaria, oggi al ritorno dal castello di Gropparello hanno invece sciorinato una sfilza di inni trap sorprendente. Neppure io che mi ritengo da sempre un ascoltatore super avanzato di musica non penso di aver avuto, a quell’età, un repertorio così corposo di canzoni da ripetere a memoria. Da Sferaebbasta a Chadia Rodriguez passando per Capo Plaza un gruppetto dei più scaltri è andato avanti per una buona mezz’ora, sfidando me e i colleghi insegnanti nei passaggi più provocatori. Sono stato al gioco, sebbene conoscessi a menadito quelle rime, senza contare che credo di intendermene abbastanza di ribellione giovanile. La cosa che mi ha stupito di più, sentendo le loro canzoni preferite a cappella – passatemi il termine – è che davvero le melodie sono tutte straordinariamente uguali. Gli artisti trap, a cavallo tra il parlato e il cantato, sviluppano solo in parte l’embrione delle loro canzoni. Come se le lasciassero solo accennate, come se terminarle fosse troppo sbatti, tanto i soldi arrivano lo stesso. Yah.

con una pianola le cose sarebbero andate diversamente

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Vi confesso che gli Smiths mi sono arrivati a giochi già fatti. Era uscito “The Queen is dead” da poco (correva l’anno 1986) e a Rai Sterenotte avevano passato il pezzo omonimo che è una delle canzoni mento smithsiane degli Smiths. Io ero più sul versante Cure anche se gli ottanta veri e propri avevano già passato la metà e la sicurezza della new wave andava disgregandosi. Da lì sono andato a ritroso ma, privi della componente elettronica che è poi quella che più mi manda in estasi, non hanno immediatamente scalato la classifica delle cose più appassionanti. Poi però è uscito “Strangeways, Here We Come” e le cose sono cambiate. Non certo per un sound più affine ai miei gusti, ci mancherebbe. Ma l’ultimo disco degli Smiths è spettacolare in tutte le sue parti e contiene il pezzo più bello che abbiano mai composto che è quello qui sotto. Buon compleanno Morrissey, a sessant’anni hai ancora una spina nel fianco così ingombrante che si vede da qui.

padre dei vizi

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Stare al computer è un passatempo maledettamente intrigante. C’è una tastiera piena di lettere con le quali si possono scrivere tante cose. La postura è tutto sommato non poi così dannosa se si sta dritti con la schiena e se si lascia perdere il mouse il cui uso eccessivo, non dimentichiamolo, può anche causare problemi al tunnel carpale e ai tendini del polso. C’è tutta una letteratura sulla sicurezza dedicata agli uffici che regolamenta l’altezza dello schermo, la sua distanza dagli occhi, la luminosità, il tempo che deve intercorrere prima di una pausa e cose così. Questo per dire che possiamo attenerci a queste norme di buon senso per non rovinarci la salute a casa. Il primo pc, che poi era un Mac, l’ho comprato proprio perché ero innamorato dell’idea di darmi alle composizioni letterarie alla scrivania del mio studio quando ancora il collegamento a Internet, per non parlare della banda larga, erano spunti da best seller di fantascienza. Facile immaginare quando anni dopo lo schermo è diventato un passaggio per il mondo come non l’avevamo mai visto prima. Non solo da allora si scrive, ma c’è qualcuno che risponde e lo fa in tempo reale. Stare al computer è un passatempo che, a trent’anni dalla prima volta, con tutte queste novità continua a mantenere lo stesso fascino di cose come la Lettera 22 o le pagine immacolate delle Moleskine. Questo per dire che invece stare allo smartphone, che oggi è considerato il padre dei vizi delle nuove generazioni, è u passatempo che non mi piace per niente.

magnadyne

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Il televisore funziona benissimo. Peccato che, da quando è in voga il digitale terrestre, le antenne incorporate – una lunga lunga e una tonda tonda – non captino null’altro che il rumore bianco. Era l’apparecchio che d’estate portavamo nelle casa di campagna e che, d’inverno, si spostava di camera in camera a seconda se ci fosse qualcuno a letto con la febbre, per tornare nella stanza di mamma e papà come ubicazione principale. D’altronde il televisore portatile si chiamava così perché lo potevi muovere facilmente ovunque. Altro che quei madonnoni da millemila pollici che li devi fissare al muro tanto sono grandi e da lì non li rimuovi più finché i produttori non si inventano qualche altra diavoleria per renderli obsoleti. Il mio Magnadyne portatile arancione invece è durato quasi vent’anni, anche quando negli anni ottanta guardare i programmi in bianco e nero era anacronistico. Ci ho visto qualche partita dei mondiali del 78 e cose per bambini come Heidi e Orzowei. Ma soprattutto seguivo l’Eurofestival nel letto con mio papà, perché il televisore famigliare, quello posizionato in salotto, era sintonizzato sulle trasmissioni serie della RAI. Mio papà invece era più esterofilo, gli piacevano Tv Capodistria e Tele Montecarlo e seguiva quella produzione musicale bizzarra proveniente dall’Europa meno convenzionale del Regno Unito in quanto a pop e rock che si concentrava nella saga del kitsch che oggi fa il pieno di discussioni su Twitter. Su tutti, ricordo benissimo la partecipazione degli ABBA all’edizione dell’Eurofestival 74 con “Waterloo”. O almeno credo di averla vista, e quando penso a come si riesca costruire un ricordo artificiale di questo tipo mi convinco che non sia possibile e che, davanti a quel piccolo teleschermo della Magnadyne arancione a vedere il quartetto svedese, ci siano stati proprio due spettatori speciali come il mio papà e io, al suo fianco, nel sul letto. Quel televisore lo possiedo tutt’ora. Potete vederlo in bella mostra in cima al frigo, nella cucina di casa mia. Lo guardo, nello schermo non c’è niente, ma sento comunque subito un suono denrto di me, una musica proveniente dall’Europa del nord e, forse, da un tempo che non saprei dirvi ora dov’è.

inni sbagliati

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Uno dei motivi di certi errori grossolani che commettiamo è l’eccessiva fiducia che riponiamo nelle cose che leggiamo su Internet senza prima verificare le fonti e cercare qualche conferma in più. Provate a pensare a qualcuno che raggiunge questo blog a seguito di una ricerca su Google, legge una delle tante cose che mi invento e poi la riporta come cosa veritiera. La rete è piena di stupidaggini e talvolta le conseguenza della faciloneria con cui abbocchiamo è esilarante. Non so come sia andata per la faccenda, verificatasi qualche settimana fa, dell’orchestra di Napoli che ha suonato l’inno franchista davanti al re di Spagna, però pare proprio che qualcuno del coro abbia cercato frettolosamente su Internet un testo dell’inno nazionale e si sia fermato al primo risultato ottenuto. Oggi che i canali ufficiali in cui cercare le cose hanno perso l’autorevolezza a causa delle democrazia diretta del web che ti permette di avere tutto senza sbattimento, incorrere in una gaffe di tale entità è abbastanza alla portata di tutti. Povere stelle anche quelli di Wikipedia a cui ogni tanto gli sfugge qualche modifica faziosa delle pagine. I fan di Mahmood, per dirvene una, hanno farcito di ingiurie la pagina sulla Danimarca rea di non aver assegnato i 12 punti al loro beniamino all’Eurofestival 2019. La mancata votazione ha impedito al cantante di aggiudicarsi il podio e il popolo della rete si è vendicato a modo suo. Ora immaginate un ragazzino intento a recuperare informazioni per una ricerca sulla Danimarca proprio nei pochi minuti in cui la versione della pagina è rimasta così. Su un volume della Treccani nella biblioteca comunale tutto questo non sarebbe potuto accadere, ma in giro c’è pieno di gente che dei professoroni che compilano le enciclopedie monumentali ne ha piene le tasche, ed è facile indovinare la loro preferenza elettorale.

Ma quello dell’inno spagnolo non è un caso isolato. Anche l’inno russo ha un testo diverso, introdotto dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Quindi, amici musicisti, fate attenzione a quello che trovate perché sono certo che Putin sia meno indulgente di Felipe VI e di Juan Carlos. Quando però questa sorta di “Lost in translation” torna a nostro vantaggio non possiamo negare il brivido di soddisfazione che ne consegue. Alla Max Schmeling Halle di Berlino come musica per la premiazione delle due squadre italiane vincitrici della Champions di volley (Lube Civitanova e Igor Novara) anziché l’inno di Mameli hanno messo “Bella Ciao”, forse credendo che – considerata la melodia marziale – si trattasse di un pezzo istituzionale. Pensatela come volete, ma io sono convinto che in questo caso non si tratti di una svista. In Germania sono consapevoli delle condizioni in cui ci troviamo e qualcuno ha voluto farci sentire la sua solidarietà con un gesto molto apprezzato.

liberato

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Quello che è certo è che gli owner del progetto Liberato non hanno fretta. Dal 13 febbraio 2017, data di rilascio del primo singolo “Nove maggio” su Youtube, di Liberato sono uscite una manciata di canzoni – undici – appena sufficiente a riempire un long playing di durata standard. Un disco che, com’era facilmente prevedibile, ha visto la luce proprio il nove maggio 2019, dopo che il nove maggio 2017 era stata la volta di “Tu t’e scurdat’ ‘e me” e, a ridosso della stessa data dell’anno successivo, Liberato aveva pubblicato altri brani.

Il punto è che con un fenomeno così sulla cresta dell’onda – quello che i giornalisti che invidiano il fatto che qualcuno nutra una passione chiamano hype – come lo è stato nei primi mesi dal lancio, qualunque discografico non ci avrebbe pensato due volte a spingere il sound dell’entità partenopea sui canali più redditizi, secondo il modello di coltivazione artistica intensiva tipico del nostro tempo e che, dello show business, è un po’ la morte sua.

Il rilascio a dosaggio a dir poco omeopatico invece è risultato una mossa vincente. La qualità è più efficace della quantità e a riportare il fenomeno Liberato, latente da qualche mese, al centro del dibattito dell’indie italiano, dell’élite culturale e dei social network, è stato sufficiente un nuovo set di brani abbinato ai consueti video-gioielli di Francesco Lettieri (i cinque episodi di “Capri-rdv”, per un vero e proprio video-ep), in un contenitore-full length – in un primo momento solo in formato Spotify – ma che trasmette l’impressione di essere già un greatest hits a proposito del quale parlare di una raccolta di singoli di successo, o di tutti i brani pubblicati, ad oggi è la stessa cosa.

Le chiavi di lettura e gli spunti per trattare di Liberato sono dunque molteplici, a partire dal fatto che attribuire alla sua musica l’etichetta trap – una semplificazione appena accettabile per i non addetti ai lavori – è estremamente riduttivo. Liberato con la trap ha in comune solo il fatto che è figlio del nostro presente, i bpm dimezzati sul tempo che qualunque ascoltatore poco avvezzo al nu-soul conterebbe al doppio del loro valore, i suoni di cassa che si schiantano al suolo esplodendo in un boato profondissimo di bassi in grado di coprire tutto il resto delle frequenze per qualche decimo di secondo, e infine il flow melodico stemperato comodamente nel beat.

Ma basta un ascolto consapevole per accorgersi di quanto le basi di Liberato siano distanti anni luce da quelle dei beniamini dei pre-adolescenti che impazzano su Youtube. Un tappeto di suoni sintetici, riconoscibilissimo per la componente di elettronica evoluta con cui Liberato marca prepotentemente la differenza. Non sono pochi i temi di synth, e l’impiego della ritmica (talvolta in levare) suonata con timbri di pad, ora dalla risonanza tagliata cupa e ora con filtri dall’apertura progressiva, è ricorrente in molte tracce e ormai un vero e proprio marchio di fabbrica.

L’uso dei sample è invece accuratamente misurato e intelligente, come il breakbeat jungle di “Guagliò” o la vibrazione dello smartphone campionata in chiusura di “Je te voglio bene assaje”, uno dei rumori più riconoscibili dalla generazione always on. Il baratro delle linee di basso, così sotterraneo da sfondare i subwoofer, si mescola alle kick intonate e agli handclap della drum machine, la body percussion artificiale a sostituzione dei colpi di rullante programmata per raddoppiarsi e quadruplicarsi, un escamotage pensato per guidare le aspettative dell’ascoltatore verso l’alto sino al raggiungimento della vetta del pathos, in un punto di non ritorno in cui non resta altra scelta che lanciarsi nello strapiombo del ritornello, svuotato di tutto.

Le melodie di Liberato sono uniche e si richiamano l’una con l’altra poggiando su arrangiamenti raffinati, mentre la ritmica – modernissima – spazia dalla trap, all’house, al dub e persino al trip hop. C’è chi ci coglie anche del reggae, ma non è un genere di moda ed è meglio non alzare tanto la cresta. In tutto questo emerge la voce del misterioso crooner partenopeo e il suo modo di trasformare la canzone napoletana – quella che va da Nino d’Angelo ai neomelodici, passando per Pino Daniele, la Nuova Compagnia di Canto Popolare e gli Almamegretta – grazie all’incontro con l’elettronica più spinta.

La tradizione più tradizionale che c’è e che non si stanca mai di parlare d’amore, in un esperanto frutto di una babele di dialetto, inglese, italiano e spagnolo. E poi, soprattutto, Napoli, la città colta nel paradosso dell’iperconnessione impiantata sul degrado della civiltà e della più moderna digitalizzazione contrapposta all’entropia con cui le periferie si divorano reciprocamente i confini creando il disagio che leggiamo nella cronaca nera o nell’epopea delle serie tv sulla mala del posto. Ma si tratta di mere constatazioni: nessuno denuncia niente (almeno non in modo esplicito) e nemmeno qui si chiede a qualcuno di ribellarsi, tanto che la citazione di “Get Up Stand Up” di Bob Marley – nella versione del “Live!” del 75 – che si trova ancora in “Guagliò” è solo una finezza per acchiappare il plauso di qualche cinquantenne irriducibile e idealista. Il tutto nell’idioma più musicale del mondo. Liberato è la conferma di quanto il napoletano sia secondo solo alla metrica anglosassone come ciliegina sulla torta delle canzoni, come ci avevano già dimostrato i Massive Attack nei loro “Napoli Trip” in compagnia di Raiz.

Ma “Liberato” è anche un album, che si conferma un prodotto che al momento in Italia non ha eguali e tutt’altro che pensato per il pubblico infantile della trap modaiola. Un disco più o meno d’esordio in cui si riesce a far passare una sostanza di una nobiltà senza tempo in una forma da millennials, con un sound costruito per essere amplificato con impianti di un certo livello e non solo alla mercè degli speaker portatili bluetooth, occultati in qualche modo negli zaini North Face all’uscita da scuola a far gracchiare uno sferaebbasta qualunque.

A prova di tutto questo c’è la componente video, che va considerata parte della materia stessa dei brani di Liberato. Per la prima volta, nella storia dei videoclip come li abbiamo conosciuti fino ad ora, il concetto di concept album è superato da un insieme complementare tra musica e video, una stagione immaginaria di una serie esclusiva di un canale streaming ad abbonamento, alla maniera di fruizione a cui la nostra società si è ridotta con puntate da divorare una dietro l’altra per arrivare il prima possibile all’episodio conclusivo.

Le canzoni che già conoscevamo – “Nove maggio”, “Tu t’e scurdat’ ‘e me”, “Intostreet” e “Je te voglio bene assaje” – sono raccontate dalla storia d’amore tra la ragazza upper class e il guaglione dei quartieri popolari. In mezzo “Gaiola” (nell’album in versione acustica rispetto al singolo Youtube) e la splendida “Me staje appennenn’ amò”, accompagnata dal docu-film sulla condizione dello transgenderism visto tra l’emancipazione nella vita notturna e le complessità dello stare a cavallo tra più sessi nelle relazioni quotidiane e familiari. Quindi i brani nuovi – “Oi marì”, “Tu me faje ascì pazz’”, “Guagliò”, “Nunn’a voglio ‘ncuntrà” e “Niente” – dedicati alla passione che irrompe tra Carmine Vuotto e la bella attrice francese Marì. Il cinema italiano dei grandi registi in bianco e nero degli anni sessanta e il gossip collaterale: la star internazionale che seduce il ragazzo chiamato ad accompagnarla in barca, nella cornice romantica dei faraglioni di Capri sullo sfondo. Una trama che si snoda lungo cinque episodi/tracce fino al finale in cui una Marì, oramai anziana nel 2019, nel brano “Niente” ritorna a Capri per l’ultimo omaggio al grande regista e, terminata la cerimonia funebre, trova il tempo per un saluto alla lapide del suo Carmine, scomparso qualche anno prima.

E, su tutti, è proprio il video dell’epilogo ad essere straordinario. “Niente” è una clip girata e montata come una lunga sequenza di jpeg in una sorta di stop-motion a larga frequenza di keyframe, una magistrale opera d’arte contemporanea realizzata con il susseguirsi di foto delle vacanze caricate dallo smartphone acriticamente in un album Facebook senza la preoccupazione di spostare nel cestino prima le immagini venute mosse, quelle con gente che non c’entra niente sullo sfondo, quelle inquadrate male, quelle esteticamente oltraggiose, perché comunque lo spazio sui nostri dispositivi e nei vari drive del cloud è infinito e non ha senso perdere tempo per buttare via qualcosa.

Lettieri si conferma ancora una volta il regista musicale del momento, una personalità unica nel modo di trasformare con il suo storytelling la trama delle canzoni. La grandezza di Liberato è anche la suggestività delle storie che lo accompagnano sullo schermo. E il punto è che anche le recensioni musicali dovrebbero adeguarsi a queste nuove pratiche: oggi è sempre più urgente considerare la musica un tutt’uno con i video, con i social che ne decretano la viralità, con la rete che li fa arrivare ovunque e on demand e con i meme che ne conseguono. Quella di Liberato è una musica aumentata, come la realtà su cui inseriamo un piano digitale di informazioni contestuali. Difficile dire se si tratta già della canzone italiana del futuro. Per non perdere tempo godiamocela nel presente, e chi se ne importa se, di Liberato, al momento non sappiamo nemmeno che faccia abbia.