sarebbe magnifico

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

“Sarebbe magnifico” è un modo di dire che mi ricorda una cliente che avevo nel precedente lavoro. Via mail mi scriveva cose tipo “se riuscissi a consegnarmi il testo entro domani pomeriggio sarebbe magnifico”, ma questo altro non era che un modo per intrappolarmi in una scadenza vertiginosa mascherata dietro un’inutile smanceria. Ma non è stato solo il reiterarsi di “sarebbe magnifico” letti nelle comunicazioni di questa mia ex cliente che mi ha portato a odiarla. Le email contenenti le richieste che, secondo lei, sarebbe stato magnifico esaudire entro una tempistica inverosimile erano precedute dalle sue telefonate in cui mi anticipava il contenuto della email che stava per inviarmi. Quando compariva il suo numero sul display del telefono sentivo di detestarla ancora di più perché la sua voce melliflua in cui concentrava ansia e nervosismo articolati in una logorrea fuori controllo era quanto di peggio ascoltare soprattutto nelle ore finali della giornata lavorativa, quando la massima a 160 imponeva un veloce distacco dai fattori di rischio come il controllo e la pazienza forzata dopo una giornata di lavoro su un computer dalle prestazioni inqualificabili. Ogni tanto mi capitava di doverla incontrare, e in quelle occasioni mi sforzavo di non prenderla a pugni in faccia, di non vomitarle addosso il mio disprezzo, di non sfasciarle il suo laptop di gran lunga più performante del mio sulla testa. Tutto questo perché stavo per scrivere un post che iniziava proprio con le parole “sarebbe magnifico” e che continuava dicendo “fare questo lavoro qui” ma non appena ho scritto “sarebbe magnifico” mi è venuto da metterlo tra virgolette perché mi ha riportato alla mente questa mia ex cliente e mi sono altresì ricordato anche che una delle qualità principali per cui ero stipendiato nel lavoro che svolgevo prima era quella di non sbroccare con i clienti. E questa, vi assicuro, non era l’unica.

prenderli da piccoli

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Il bullismo è il sale della vita degli adulti e, di conseguenza, ampiamente praticato per affermare se stessi. Eppure gli sforzi in termini di risorse e di tempo per debellarlo tra i nostri figli sono ingenti e all’ordine del giorno. L’obiettivo è chiaramente un punto di arrivo, uno scatto evolutivo, un nuovo ordine mondiale in cui la cieca prepotenza sia finalmente eradicata dalla società. Sociologi e studiosi di psicologia dei gruppi si chiedono come sarà la vita quando del bullismo ce ne saremo liberati definitivamente. Considerando che i primi studi e i primi casi in cui sono state messe in pratica vere e proprie strategie educative per arginare i fenomeni di vessazioni e angherie nei confronti dei più deboli in ambito scolastico risale alla fine degli anni novanta, possiamo immaginare che i primi effetti della società ripulita dai bulli si manifesteranno intorno al primo decennio del nuovo secolo. Possiamo immaginarci quindi quella che sarà la vita nel duemila e diciotto, per esempio, priva di scontri, maleducazione, gente che si prende a male parole. Una civiltà dorata in cui rispetto, inclusione, gentilezza e integrazione consentiranno di ribaltare i paradigmi della natura umana stessa, un nuovo mondo in cui la cultura della prevaricazione – che da sempre ha caratterizzato il nostro modo di vivere in comunità – lascerà il posto a quella della concordia e del supporto reciproco. Non vediamo l’ora. Nel frattempo, sforziamoci tutti di frenare nei nostri ragazzi quella voglia ancestrale di primeggiare e di insegnare loro a lasciare il posto a chi ha più bisogno. Questo è ciò che ci chiede l’uomo che ci aspetta nel duemila e diciotto, ricco di benessere e orgoglioso della sua società ripulita dall’ignoranza.

mind the gap

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Il momento in cui ci addormentiamo è forse la componente più sfuggevole e misteriosa della natura umana. Ci vorrebbe un modo per registrarlo o fotografarlo o stamparlo in 3D a seconda se si tratti di una sequenza o solo un’istantanea oppure qualcosa che esula dalla nostra comprensione perché appartenente a una dimensione a noi sconosciuta e quindi rappresentabile solo con un modello digitale, come fanno i progettisti e gli architetti. Lo so che non sono riuscito a spiegarmi ma sono sicuro che abbiate capito a cosa mi riferisco. Il momento in cui ci addormentiamo è una sorta di buco nero in cui sprofondiamo rendendoci conto di quel che succede in parte. Succede anche che ci si svegli subito dopo, come quelli che dicono di essere morti e poi riacciuffati per il rotto della cuffia per tornare in vita a dire che c’era un tunnel con una luce in fondo. Sono istanti in cui ci possiamo rendere conto se si tratta veramente di un solo frame oppure di una sacca di eternità in cui siamo precipitati perdendo il senso del tempo. Ci sembra di aver trascorso ore in quel buco nero e invece poi non è successo niente. Un’esperienza facilmente documentabile se crollate ascoltando della musica. Vi addormentate in un punto di una canzone, vivete quella specie di sogno per una durata variabile, tornate in superficie e la canzone che c’era prima continua esattamente dal punto in cui l’avete lasciata. Nel mezzo, nel frattempo, è successo di tutto, ma in un soffio svanisce come se niente fosse accaduto. La dimensione che vi ha fagocitato sigilla perfettamente la crepa che vi ha inghiottito e del viaggio in quella specie di aldilà non resta più nulla. Un grande classico è anche addormentarsi con il libro in mano, ma in quel caso il sonno toglie forza alle membra, le dita lasciano scivolare il tomo per terra e il risveglio è assicurato. Senza riferimenti fisici accorgersene è più difficile. L’impressione che si ha del momento in cui ci addormentiamo è quello di una fessura nella nostra vita in cui tutto va in stand-by. Se siete avvezzi al digitale, come quando mancano una manciata di bit a un file e non si riesce più ad avviare con il suo software oppure, se vi piace il vinile, quando la puntina salta un solco e di un giro completo del 33 giri non resta traccia. Con l’età sembra però che la fessura si allarghi sempre di più e che la sospensione della coscienza si allunghi pericolosamente, anche se l’esperienza che se ne trae si manifesta con effetti sempre più sorprendenti.

siamo a cavallo

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Mia mamma sostiene che non sia cambiato nulla. Ogni cosa di sé le risulta inalterata nonostante abbia compiuto ottantun anni lo scorso aprile. Quello che le passa in mente e il modo in cui le passa in mente, compreso quel linguaggio con cui diciamo le cose a noi stessi perché tanto non ci sente nessuno almeno fino a quando non parliamo da soli, ma questa è un’altra questione. Probabilmente in lei vive ancora quell’adolescente che soggiorna in tutti noi, quello che a me – per farvi un esempio – fa canticchiare mentalmente oggi, a quarant’anni di distanza dalla prima volta in cui lo sentii da amici più sgamati in tema di parolacce, il tema di ottoni de “La cavalcata delle Valchirie” di Wagner con le parole “attaccati al cazzo” ripetute in metrica perfetta lungo tutta la celebre melodia. Così ogni tanto mi piace immaginarmi a fare certe cose quotidiane e banali che mi occupano oggi quando sarò vecchio. Nel senso di più vecchio di adesso, naturalmente. Cercare le chiavi del cancello, del portone e di casa per rientrare. Fare le facce allo specchio sorprendendomi però per la pelle del collo cadente e altri segni dell’età, canizie compresa. Scegliere accuratamente il disco più adatto al momento. Giocare a Tetris online. Osservare la bellezza del mondo, bellezza femminile compresa, senza pensare a doverne fare a meno prima o poi, ma tanto chi se ne importa. Quando sei morto sei morto, voglio dire. Non è che ti senti privato di qualcosa quando non esisti più. Prima non eri, corretto? Allora non sarai nemmeno dopo. Ci sarà buio come quando lo spettacolo non era ancora incominciato. Ecco, certi pensieri funerei forse saranno più incombenti, chissà. Forse per questo ci sforziamo per mantenerci belli giovani inside, come dicono i ragazzi di oggi. Cantare mentalmente “attaccati al cazzo” sopra al “La cavalcata delle Valchirie” resta tutt’ora un’esperienza edificante, alla faccia di Wagner.

usa ancora

Posted 1 commentoPubblicato in esterofilia canaglia

C’è una storia struggente, una tra le tante, nella raccolta di racconti “Sotto il falò” di Nickolas Butler che ho appena finito di leggere. Non anticipo la trama per non spoilerare ma riporto solo alcuni dettagli, apparentemente marginali, che hanno fatto centro. Un tizio si mette con una donna bellissima ma dal passato disastroso, dal presente instabile e dal futuro che è facile immaginare nel peggiore dei modi. Il tutto con una costante: l’alcool. Vivono in uno dei milioni di paeselli della provincia americana più profonda, quella che affascina i lettori come il sottoscritto più di ogni altra cosa. La donna ha due figli da storie precedenti che si affezionano all’uomo, fino a chiamarlo papà. Di contro, la donna ogni tanto fugge da quella stabilità che vive come un’oppressione e dall’amore dell’uomo che, in virtù di quello che prova, le perdona ogni cosa. Fino a quando, poco prima di un Natale, una sera, bella carica di bourbon, si mette una camicia scollata, un paio di jeans e i suoi stivali da cowboy e si dilegua per quella che sarà la volta definitiva, salutando le figlie che abbandona lì con lui. Ora, la componente di questa storia che mi ha toccato sul vivo è il rapporto che l’uomo ha con i genitori che, come succede spesso nel vasto continente americano, vivono all’altro capo degli USA. Sapete come funzionano le cose laggiù: gli Stati Uniti sono enormi e le famiglie sono solite sparpagliarsi un po’ ovunque. L’uomo, oltre a essere lasciato dalla compagna, perde anche il lavoro perché la cartiera in cui è dipendente fa a fuoco. Il suo capo però gli rimedia un altro impiego ma in Florida, così fa armi e bagagli, si fa affidare dal giudice le figliastre e si trasferisce. I genitori non si lasciano scappare l’occasione: vendono la casa dall’altra parte del paese, si comprano una di quelle case mobili che si vedono solo nei film americani, e raggiungono il figlio per aiutarlo nella nuova avventura con i nipoti acquisiti. Mi ha colpito la volatilità del rapporto tra la gente e il territorio, le radici che, per come vediamo noi gli americani, noi che non sopravviviamo oltre il nostro quartiere, in USA sembrano stendersi senza confini sotto tutta la superficie a stelle e strisce, la facilità dei cambiamenti affrontati secondo la propria volontà. Le cose, in certi libri, sembrano riuscire sempre. Per questo non smetterò mai di leggere.

il corpo che cambia

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Tra le cose più sciocche che ricorda di aver fatto c’è quando ha sostenuto, nel corso di una discussione con il fratello maggiore, che le sarebbe piaciuto morire in guerra. Ai tempi le ragazze non potevano nemmeno far parte delle forze armate di nessun tipo quindi, pur comprensibile per il fascino romantico della divisa, tutto sommato risultava facile esprimere un desiderio impossibile da esaudire. Un’altra volta – era piccola – aveva nascosto dei chiodi tra le lenzuola a un’amica di famiglia che approfittava della loro residenza in una località balneare per trascorrere qualche giorno al mare. I suoi genitori avevano messo a disposizione della bambina il suo letto e la sua cameretta, e Eleonora non era riuscita a trattenere la gelosia. Ma questo è niente rispetto all’aver perso completamente la dignità per un uomo, a quarant’anni, e questa è una novità che ha poche settimane. Eleonora è in balia di un bellimbusto tutto palestra e fascino oscuro. Lo sappiamo tutti perché gli album fotografici su Instagram parlano chiaro e lei, di certo, non è una che si sottrae alla condivisione di quello che le succede. Eleonora pubblica storie con la sua faccia da innamorata in primo piano e, sullo sfondo, il suo cavaliere oscuro che fa capolino in ogni anfratto della sua vita. Si è persino convertita alla palestra estrema, il fitness fine a se stesso praticato solo per modellare il corpo e renderlo più in linea con il senso estetico che intende lui. Più è in grado di avvicinarsi all’ideale femminile del suo compagno e minore sarà il rischio che la loro si tratti di una storia passeggera. Puntare sull’attrazione fisica per rendere secondario il resto. Cosa non si fa per amore.

come si vestono gli insegnanti

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Ho cercato in rete da dove derivi il modo di dire “cambio degli armadi” che, se ci pensate bene, non sta né in cielo né in terra. Se cambiassimo realmente gli armadi a ogni stagione spenderemmo una fortuna a vantaggio dei mobilifici e ci troveremmo un’Ikea a ogni angolo, considerando i profitti dell’arredamento usa e getta. Dobbiamo ammettere però che, con la storia del clima che non è più quello di una volta e le mezze stagioni che sono oramai un ricordo tanto che persino questo, di modo di dire, risulta obsoleto dai millennials in giù, gli armadi restano gli stessi quasi tutto l’anno perché oramai – con 18 gradi a metà novembre – la gamma dei tessuti confortevoli si è ridotta drasticamente.

Subentra poi il fattore del microclima che caratterizza gli ambienti in cui viviamo e, soprattutto, lavoriamo. Nella mia scuola c’è costantemente un caldo infernale. Il rivestimento esterno – quello che in edilizia si chiama cappotto – e gli infissi di nuova generazione, uniti alla densità di presenze nelle aule, portano la temperatura da settembre a giugno a livelli impossibili in natura. I bambini stanno tutto l’anno in maglietta ma per loro il problema non sussiste perché tanto ci pensano i genitori. Io al momento vado avanti con la roba estiva o, al massimo, primaverile e già con i maglioncini di cotone arrivo a fine lezione conciato nemmeno avessi fatto allenamento. Evito la camicia per non sottopormi al ludibrio dei marmocchi di fronte ad ascelle costantemente pezzate e, d’altro canto, mica posso indossare le t-shirt dei Joy Division a scuola, ne andrebbe della mia autorevolezza. Sfoggio così gli stessi golfini che metto nelle serate estive in riva al mare quando sale la brezza, avete presente? A parte il panorama davanti, non c’è molta differenza.

Per il resto l’importante è crearsi le condizioni per agire con disinvoltura. Troppa eleganza in classe (almeno alla primaria) è fuori luogo. Meglio qualcosa che ti consenta di muoverti agevolmente perché comunque il lavoro è dinamico. Io sto in piedi, girello tra i banchi, poi mi chiamano i colleghi per fare mille cose soprattutto in ambito informatico e digitale (ma anche cose più di fatica, considerando che sono l’unico esemplare di sesso maschile in tutto il plesso) per cui jeans, sneakers e maglioncino di cotone sono la cosa migliore. Ho notato invece una collega che certi giorni si mette giù da battaglia. Ieri indossava una mini piuttosto azzardata con un paio di quegli stivaloni con tacco alto che arrivano a metà coscia. Non che stesse male, anzi. Ho pensato però alla reazione dei bambini al cospetto di un look di quel tipo e alla difficoltà di stare seduta alla cattedra vestita così. Magari poi ti alzi e ti devi chinare su un banco per spiegare meglio qualcosa oppure ti viene voglia di allungare le gambe per rilassarti un po’, a chi non capita ogni tanto? Invece così forse si è costretti a mantenere un postura esageratamente rigida e poco consona al linguaggio del corpo che l’insegnamento richiede, considerata l’età dei discenti.

Così mi sono chiesto con che criterio le persone scelgano l’outfit per andare al al lavoro quando il tipo di lavoro rende alcuni stili poco indicati e non mi riferisco a mestieri che richiedono indumenti tecnici oppure alla necessità di risultare azzimati all’eccesso per far bella figura o, al contrario, conciati alla peggio perché i vestiti si consumano o si rovinano. Ho fatto di nascosto, comunque, una foto alla collega perché volevo commentarla con mia cognata con cui spesso ci confrontiamo su questi aspetti della scuola italiana. Poi però l’ho cancellata perché, di questi tempi, un tema come questo potrebbe essere mal interpretato. D’altronde, chi se ne importa. Magari, poi, quegli stivaloni alla coscia sono comodissimi.

proiezionisti di tutto il mondo unitevi

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Se siete genitori o fate gli insegnanti o, come me, entrambe le cose, la smania di mettere a confronto i ragazzini che siamo stati con quelli che avete davanti è una roba brutta che bisogna trattenere ma che, in quanto umana come il dissapore, la pupù o altri prodotti del nostro corpo, comunque esiste ed è bene parlarne. Ma a me piace giocare a carte scoperte e, quindi, scrivo subito qui la conclusione a cui voglio arrivare così, se non vi interessa l’argomento, potete con un clic andare altrove a sprecare il vostro tempo. Ho appurato che meno li stressiamo con le proiezioni delle nostre aspettative e più li lasciamo liberi di fare quel che vogliono, meno teso sarà il rapporto con loro. I figli adolescenti si lanceranno addirittura in conversazioni prive di quel tono del cazzo che li prenderesti a manrovesci senza soluzione di continuità e i ragazzini della vostra classe si lasceranno sedurre intellettualmente dalla vostra saggezza, a patto però che lasciate le paternali fuori dalla porta e non dismettiate mai e poi mai il sorriso sulle labbra durante la lezione. Esercitatevi davanti allo specchio e munitevi di qualche supporto chimico se siete poco avvezzi alla resistenza. Peccato però che sia difficile trattenersi da un po’ di sana oppressione. L’essere ingerenti infatti viene spontaneo proprio se mettiamo in relazione le loro vite con la nostra alla loro età. E il problema è che quando poi crescono così incapaci ci siamo giocati definitivamente la loro indipendenza e abbiamo generato dei mostri. Mia figlia, per esempio, ha quattordici anni ma ha il problema di non sentire la sveglia, con il risultato che ogni mattina, alle sei, devo metterla io altrimenti continua il suo sonno. Dorme tutt’ora come i bambini di quattro anni che se li prendi a secchiate di acqua gelida non c’è verso di tirarli giù dal letto. Ora non so quanto sia educativo viziare i figli e, a dirla tutta, mi risparmierei volentieri queste inutili levatacce quando potrei puntare la sveglia almeno un’ora dopo. Così osservo lei, osservo i suoi coetanei, osservo pure i miei alunni, e gioco a immaginarmeli alla mercé della prof che avevo io nel biennio del liceo. Una prof vetero-gentiliana che a definirla di vecchio stampo era aprire spiragli di ottimismo nella considerazione della sua modernità e che sfoggiava un cognome terrificante: Duce. Altro che destino nel nome.

lui quella sera era un lampo e guardarlo era quasi uno shock

Posted Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

La storia della canzone italiana è costellata di grandi storie che, per tantissimo tempo, hanno costituito l’alternativa più credibile ai testi d’amore. Pensate al pericoloso slalom tra una bomba e l’altra, in un’Italia fiaccata dagli attentati, che mosse Venditti da Bologna a Roma o l’epopea strappalacrime con cui Guccini portò in trionfo la giustizia proletaria raccontando una vicenda avvenuta prima che qualcuno finalmente si decidesse a far arrivare in orario i treni. Poi è seguito l’avvento dei cantanti del riflusso a parlare per immagini e cose senza capo né coda, mi riferisco ai cori russi e la musica finto-rock, per non parlare di quello che è successo dopo e degli sproloqui che caratterizzano il presente. Ma le storie, finito il primato dei cantautori italiani, non è che sono cadute nel dimenticatoio. Semplicemente sono diventate più usa e getta, pronte all’uso, riflesso ed espressione di un’epoca meno angosciosa. Stamattina hanno trasmesso alla radio “Amore disperato” di Nada, all’ascolto del quale ho pensato trattarsi dell’ultima storia con una trama vera e propria messa in canzone. “Amore disperato” è il brano con cui la cantante livornese è tornata al successo nel 1983. Si tratta di un pezzo molto interessante ma fortemente penalizzato da un andamento pop e apparentemente scanzonato, complice il giro di accordi elementare, il ritmo che non si capisce bene sia da intendersi veloce o dimezzato, i suoni di plastica tipici dell’epoca. Il pezzo racconta di una storia d’amore con un lieto finale ma è bello come ci si arriva dopo le descrizioni del modo di scoprirsi che hanno i due protagonisti. “Amore disperato” è stato un vero tormentone di quell’estate e ricordo che andava fortissimo nel juke-box. Ma ripensarla in mezzo ai colossi pop balneari del 1983 del calibro di “Vamos a la playa”, “I like Chopin”, “Paris latino”, “Billie Jean”, “Do you really want to hurt me” o “Sunshine reggae”, fa un po’ di tenerezza proprio perché si capiscono le parole e si può seguire la vicenda. E il problema era proprio quello. Talvolta le casse del juke-box non consentivano una dizione impeccabile dei cantanti e, in più, la possibilità di ascoltare in silenzio nei luoghi pubblici non era così scontata. Magari ne coglievamo solo qualche verso, qualche passaggio, con la ripromessa di fare più attenzione alla volta successiva ma sapete come vanno le cose, in estate. Meglio non legarsi troppo alle persone e alle cose. Tutto è volatile, a partire dall’amore (disperato).

atlante illustrato delle occasioni perdute

Posted Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

La stagione della TV di Angelo Guglielmi e di Bruno Voglino la studiano ancora oggi, ai tempi di Netflix, in quanto raffinata espressione del linguaggio dei mass media e, questo lo dico io, perché coincide con un momento sociale e politico che mai più si ripeterà. O forse la ricordiamo bella e piacevole perché passavamo molto tempo a guardare la televisione allo stesso modo in cui rimpiangiamo gli anni 80 ma forse solo perché eravamo ragazzini, tutti erano al nostro servizio e certa musica ci permetteva di rimorchiare.

Così, mentre l’altra sera seguivo il remake o tributo o chiamatelo come volete de “La tv delle ragazze”, mi chiedevo che effetto farebbe se la storia si potesse percorrere al contrario come quando Google Maps ti impone di fare inversione a U appena possibile e, appunto, il sistema consentisse di tornare a piacimento nei momenti che più ci ispirano le nostalgie. Come reagiremmo, consapevoli di cosa ci riserva la contemporaneità dei grillisti e dei salvinisti, alle immagini della processione di auto che oltrepassa per la prima volta liberamente la Brandenburger Tor o ai resoconti dello scempio fratricida dell’ex Jugoslavia ma anche a come si sono ridotte certe icone per le quali ci saremmo immolati, Ferretti è il primo che mi viene in mente.

Chissà come ce la caveremmo armati solo delle nostre soft skill (che me le immagino come una specie di coltellino svizzero) se ci abbandonassero da soli nel 1988. Magari invece, così imbevuti di digitale come fosse una sorta di radiazioni che danno un superpotere, rispetto al genere umano di trent’anni fa potremmo sfruttare le nostre capacità per disconoscere una persona con un clic come si fa su Facebook. Oppure scrivere e basta senza parlare e avere la meglio sulla gente di allora grazie al fatto che si può rispondere ponderando al meglio ciò che si vuole dire, un vantaggio che poi abbiamo annullato con la cosa delle abbreviazioni e dell’abbruttimento linguistico, ma questa è un’altra questione.

Così, di fronte all’operazione nostalgia de “La tv delle ragazze”, a nessuno viene da ridere oggi come non veniva da ridere nel 1988 perché nel 1988 avevamo ben altre aspettative dalle cose. C’erano varie scale di registri e di valori ma perché noi, in primis, eravamo molteplici nel nostro essere umani. Non so se mi state seguendo. Vivevamo concreti e tangibili nelle nostre dimensioni fisiche, le tre solite che si studiano alle elementari ma con l’aggiunta di quelle con cui prendevamo le misure a ogni nuova esperienza sul campo. E la tv, che dell’Internet è stata una specie di progenitrice, pur nella sua azione attiva di rincoglionimento degli spettatori, era un tempo extra da vivere, da rimuginare per poi rimasticare e restituire alla comunità sotto forma di pensiero addizionato di qualcosa che prima non c’era. Sono rimasto quindi a bocca aperta assistendo al remake de “La tv delle ragazze” soprattutto perché, nel silenzio generato dalla moltitudine immersa nel liquido amniotico di XFactor, sono giunto alla conclusione (ma potrei sbagliarmi) che nessuno di noi riuscirebbe a sopravvivere, oggi, nel 1988.