circolare n. 138 del 24 gennaio 2020

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Ogni tanto il liceo di mia figlia mi invia la newsletter alla quale mi sono registrato sin dall’iscrizione alla prima, tre anni fa. Si tratta di una newsletter riepilogativa che il sito della scuola manda automaticamente e che contiene le comunicazioni inviate manualmente nell’ultimo periodo.

Conosco molto bene il sistema perché la piattaforma su cui è sviluppato il sito è WordPress e ha la stessa impostazione di quello della scuola in cui lavoro e che amministro. Una società di Caserta ha in gestione i siti sviluppati in WordPress di numerose scuole italiane, di ogni ordine e grado. Ne consegue che quasi tutti i siti, compreso quello del liceo di mia figlia e della scuola in cui insegno, sono costruiti e organizzati allo stesso modo e risultano a grandi linee identici. Anche noi abbiamo impostato l’invio periodico della newsletter riepilogativa. Ti arriva una e-mail dal titolo “Ultime News” (il titolo comunque si può personalizzare) e sotto si possono leggere le preview delle ultime circolari pubblicate.

Il fatto è che se non avete fatto il militare o non lavorate nella scuola o nella pubblica amministrazione, difficilmente saprete che, come sostiene Wikipedia,

una circolare sostanzialmente consiste in una lettera o in un documento in formato elettronico ma anche una comunicazione telematica (ad esempio, un’e-mail). L’uso delle circolari è tipico delle organizzazioni burocratiche, pubbliche e private, dove vengono utilizzate dai superiori per impartire ordini e disposizioni ai loro subordinati, definire linee guida di operazione e produzione, oppure per interpretare norme giuridiche (soprattutto nell’ambito della pubblica amministrazione)

Come è facile immaginare, nell’azienda in cui lavoravo prima di fare l’insegnante nessuno inviava mai circolari a nessuno. Si mandavano e-mail, si condividevano informazioni negli ambienti comuni, si pubblicavano post, ma di circolari nemmeno l’ombra.

E questo non sarebbe un problema se la compresenza di un processo tecnico e specifico di un ambiente a sé – e dai rimandi obsoleti – non dovesse coesistere con un sistema snello e smart come l’Internet e il digitale tout court. Il punto è che il testo della preview della circolare, anticipato nella newsletter, dice più o meno cose come

Circolare n. 138 – Ricevimento genitori secondo quadrimestre
Circolare n. 138
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Il link è sul pulsante “Leggi tutto” e, cliccandoci sopra, si va alla pagina del post pubblicato sul sito della scuola in cui, anziché il testo contenuto nella comunicazione “circolare”, come un utente si aspetterebbe di leggere, è presente invece una cosa tipo

Circolare n. 138 – Ricevimento genitori secondo quadrimestre
24 Gennaio 2020
Circolare n. 138

Quindi, ancora niente. Il link questa seconda volta è inserito su “Circolare n. 138” e porta non alla pagina con l’articolo della suddetta circolare ma apre un PDF con la circolare stessa. Il documento in PDF è frutto del passaggio allo scanner di una circolare scritta al computer, stampata, firmata dalla preside, quindi digitalizzata nuovamente, con tanto di piedino “stampa questa e-mail solo se necessario”, pubblicata sul sito e collegata tramite link con il relativo articolo.

Questo processo dell’assurdo si manifesta anche nella mia scuola. Perché non si può mettere direttamente il contenuto della circolare in un articolo pubblicato sul sito a nome della preside? Mi sono chiesto il motivo e l’ho individuato nell’esigenza di divulgare informazioni autorizzate da chi è a capo di tutto per evitare responsabilità, da qui l’uso delle circolare intestata con tanto di timbro e firma. Ma l’effetto sarebbe lo stesso pubblicando il testo della circolare stessa anziché il suo PDF digitalizzato a nome dell’autore (la preside), peraltro rendendolo indicizzabile e rintracciabile tramite i motori di ricerca. O forse è diventato prassi un errore dovuto alla scarsa dimestichezza con le piattaforme di content management di chi, qualche anno fa, ha iniziato a occuparsi di queste cose. Siamo del duemila e venti, diamine, e di circolari dovrebbero esserci solo quella destra e sinistra lungo la circonvallazione di Milano.

è stato un tempo solitario

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Il giorno in cui mi è esploso per la prima volta il rock dentro io me lo ricordo benissimo. Avevo poco più di sei anni, era il duemila e venti, facevo la prima elementare e c’era stata una specie di epidemia di febbre e tosse per cui eravamo in dieci in classe. Nell’intervallo lungo dopo la mensa non sapevamo più a cosa giocare e il maestro aveva fatto il gioco del dj. A turno, ognuno di noi poteva scegliere una canzone da ascoltare tutti insieme. Potevamo scegliere qualsiasi cosa, l’importante è che non ci fossero parolacce in italiano. Il maestro, che nel digitale era un vero mago, aveva persino allestito sul computer una specie di ruota della fortuna con tutti i nostri nomi da far girare per il sorteggio. Quel giorno la scaletta, vista a posteriori, era stata vergognosa: il gatto puzzolone, Calypso di Mahmood, uno dei tanti Rovazzi fino a una improvvisazione senza capo né coda, un brano da tanto al mucchio con un solo di sax infinito. Avevamo finito il giro, cioè tutti avevano fatto la loro proposta, ma Alice, quella che quindici anni dopo avremmo battezzato Barbie Suora Laica e che già quel giorno stesso, ironia della sorte, aveva trovato in classe un mocassino marrone riconducibile alla celebre pin up in plastica della Mattel, aveva chiesto al maestro di scegliere qualcosa lui.

Il maestro avrebbe potuto agire di impulso per marcare la differenza con i suoi gusti mettendo i Cure, o i Joy Division, i Talking Heads, persino “Another Brick in the Wall” o un riempipista come “Slow Hands” degli Interpol. Invece – ma questo me lo ha confessato solo anni dopo – malgrado si trovasse in uno stato influenzale preoccupante (era fuori di testa, veniva pure con la febbre alta perché diceva che si sarebbe sentito in colpa nel caso avessero diviso la classe), è riuscito a concentrarsi qualche secondo per individuare il brano che più di ogni altro potesse costituire la sintesi del rock’n’roll. Quindi, senza troppi indugi, ha avviato Youtube e ha messo questo.

ancora sulla scuola azienda

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Il dibattito sul registro elettronico è costantemente all’ordine del giorno, tra gli insegnanti, e non è certo un problema dell’impiego dello strumento in sé e dei suoi vantaggi. Il fatto è che il registro elettronico che la maggior parte delle scuole hanno a disposizione non è per nulla user-friendly ed è sviluppato con una logica che, ai tempi delle piattaforme online, risulta più che superata. Se volete provare l’ebbrezza di rivivere gli anni novanta, per esempio, andate in segreteria e fatevi un giro sul back-end di Axios, e quando vi accorgete che non c’è Windows 3.1 installato sulla macchina su cui state provando l’esperienza di flash-back vuol dire che il gettone, come in tutte le giostre, aveva un tempo limitato. Se avete avuto modo di smanettare con una qualunque piattaforma di Business Intelligence aziendale, il paragone con il front-end del registro elettronico risulta ancora più impietoso: architettura e organizzazione del sito, interfaccia grafica, usabilità e reportistica mettono a dura prova le già limitate competenze digitali del personale della scuola. Vi invito però a riflettere su un aspetto: se siamo tutti così bravi a usare le app social è perché risultano intuitive. Instagram, per fare un esempio, non è pensata per i professionisti del fotoritocco. Allo stesso modo, uno strumento sviluppato per gestire l’attività didattica e organizzativa per gli insegnanti dovrebbe essere adatto anche a chi non ha competenze tecniche. Pensate, per esempio, a Google Suite che è realmente alla portata di tutti sia lato utilizzo che lato gestione. Senza pensare che, con pochi accorgimenti, molte delle informazioni che ogni docente deve registrare quotidianamente sul registro potrebbero essere automatizzate con l’Internet of Things, ma anche un badge da timbrare all’ingresso e all’uscita per tutti, docenti e alunni, sarebbe già un passo avanti. Ed è un peccato che le scuole non abbiano il becco di un quattrino, perché si tratta effettivamente di un mercato vastissimo per chi sviluppa soluzioni per la Digital Transformation e in grado di accendere la competizione tra chi è capace di fare le cose meglio, evitando così di costringere le scuole a doversi accontentare di quello che c’è.

lo stesso giorno

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Una cartoleria piuttosto alternativa del centro di Milano vende calendari compatibili, ovvero calendari non dell’anno in corso bensì di anni passati – nel nostro caso bisestili – i cui giorni coincidono con il 2020. La combinazione non è semplice e il primo calendario effettivamente riciclabile e che rispetta i valori delle variabili (la presenza del 29 febbraio e l’identica scansione delle settimane) sembra essere il 1992. Mia mamma da sempre ha l’abitudine di tenere appesi alle pareti calendari vecchi che apprezza particolarmente, a partire da quelli realizzati artigianalmente con le foto di nipoti o figli piccoli di amici di famiglia. Bambini in tenera età nell’anno di impaginazione del calendario e che sono ormai adulti fatti e finiti. Devo ricordarmi, la prossima volta in cui le farò visita, di controllare se possiede ancora un calendario del 92. Una analoga operazione di nostalgia commerciale potrebbe risultare altrettanto efficace con le agende. Prima dell’avvento del pc ma anche ai tempi delle inguardabili esteticamente agende elettroniche ricorrere a un planner cartaceo era un rito propiziatorio da ottemperare a ogni vero giro di boa. Una nuova agenda significava una nuova vita con obiettivi da raggiungere e sogni da trasformare in realtà grazie a una perfetta organizzazione. Io ne facevo un uso esemplare: fogli giornalieri o settimanali ricchi di note a gennaio e febbraio, poi visto che non cambiava nulla rispetto all’anno precedente rimanevano intonsi fino a settembre, il momento abituale per una lieve ripresa per dare un segnale di nuovo corso e poi basta, fino all’agenda successiva, per ripartire da capo a gennaio con la stessa modalità. Le agende vecchie e impiegate in parte, per non dire sprecate, le ho usate in seguito come blocchi per appunti. In realtà, scrivendo tutto su pc e app delle smartphone, alla fine anche la seconda opportunità per salvare almeno l’investimento dell’acquisto si è dimostrata un insuccesso. Le mie colleghe insegnanti le usano con entusiasmo, per non parlare delle impiegate della segreteria che hanno organizer da scrivania giganteschi fitti di appunti, nomi, orari e cose annotate da fare, archiviate, da comunicare, da registrare altrove. Questa segnalazione va, quindi, principalmente a loro. Cercate nei vostri cassetti un’agenda del 92. Funzionano ancora.

storie alimentari

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Da Jole si mangia calabrese ed è una tavola calda con cucina casalinga gremita – per la maggior parte – di gente che svolge lavori di fatica qui intorno e che si distingue per indossare tute con brand industriali piuttosto noti. Il pranzo completo costa dieci euro, è decisamente sostanzioso e anche di buona qualità. Ci vado da solo e indipendentemente da chi mi accoglie al bancone mi viene proposto – ogni volta – il tavolo di fronte alla televisione. Io – ogni volta – ringrazio come a dire che no, riservate pure la posizione più ambita per seguire i programmi di Italia Uno nella fascia oraria della pausa pranzo a qualcuno di più autorevole nella catena dei clienti importanti. Sono solo un maestro elementare, per di più nemmeno calabrese. Al che mi schermisco indicando un punto più appartato, ché il posto davanti al tg dei gossip se lo merita qualcuno che esige ristoro dopo aver asfaltato una strada, assistito una betoniera, manovrato una gru, aperto una voragine con un martello pneumatico. Mica uno come me a cui al massimo è toccato asciugare le lacrime sulle guance di mocciosi che vogliono la mamma a ogni difficoltà. Ci sono colleghi dell’altro plesso che vengono appositamente per ritrovare i sapori della loro terra, a partire da due docenti calabresi un po’ dimessi che difficilmente si distinguono tra impiantisti e manovali. Se sono presenti faccio finta di non averli notati – scusate, sono senza occhiali, gli dico -, mi siedo e scelgo la combinazione di portate meno piccante cercando di non dare nell’occhio tra le corpose esalazioni di peperoncino e altra materia ad alto rischio di ustioni che sublimano dalla sala. Di solito inganno l’attesa su Facebook, dal momento che un libro o anche un giornale darebbe troppo nell’occhio. Poco fa, ero in attesa del caffè quando il socialcoso di Zuckerberg mi ha suggerito, tra le persone che potrei conoscere, la proprietaria di un bar molto simile a Jole che si trova nel paese in cui vivo. Una giovane donna del sud a cui non ho mai fatto caso più di tanto ma che, nella foto sul suo profilo, rendeva ben altro effetto e faceva la sua scena. Ho pensato così a quale algoritmo avesse funzionato il quel momento, per tentare l’incrocio tra i dati: la comune provenienza e i conseguenti gradi di separazione, il fatto che stessi consumando un pasto solitario, il richiamo del peperoncino, l’ampio approfondimento sul grande fratello vip alla tele – anche se, da dove ero seduto, l’audio non si percepiva affatto – o i tatuaggi sui voluminosi tricipiti del cameriere, come a cercare un canale di trasmissione lungo il quale diffondere nuovi richiami per intercettare affinità elettive.

ci sono donne che sanno stare un passo indietro, ci sono uomini che sanno stare un passo avanti

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Hey you
Don’t watch that. Watch this!
This is the heavy heavy monster sound.
The nuttiest sound around,
so if you’ve come in the off the street
and you’re beginning to feel the heat.
Well, listen buster you better start to move your feet
to the rockinest, rock steady beat of Madness.

a scuola di imitazione

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Ai tempi dell’Internet fare l’insegnante non dico che sia più facile di quando i prof massacravano gli studenti con raffiche di verbi da tradurre simultaneamente in latino a botte di uno ogni cinque secondi, però dobbiamo ammettere che ci sono molte risorse che possono rendere più differenziata e vivace (e quindi anche, in parte, semplificare) il nostro mestiere. Per la scuola primaria l’offerta è impressionante, se non dispersiva. I docenti che pubblicano resoconti delle loro attività, comprensivi di pagine dei quaderni dei loro alunni passate allo scanner, sono numerosissimi. Questo annulla le possibilità che si corra il rischio di annoiarsi del proprio metodo e, di conseguenza, di stufare i destinatari. Volendo si può cambiare giorno per giorno e, a ogni ciclo, rinnovare la proposta con materiali e contenuti mai utilizzati. Io che sono un neofita del mestiere vado a ficcanasare nelle classi delle colleghe. Quando passo durante le ore di lezione a installare qualche aggiornamento sul pc dell’aula o a tarare la LIM presto molta attenzione a quello che fanno e a come lo fanno. Questa sorta di tirocinio in incognito è utile perché si coglie l’essenza live dell’essere un docente che è un mix tra varie professionalità. Oltre all’esperto della materia insegnata e al pedagogista, io ci vedo l’attore, l’animatore, lo psicologo e il genitore, tutti riuniti in un solo individuo e in un solo stipendio da fame. Qualche giorno fa ho assistito a una porzione di lezione di inglese. Una collega di un’altra prima stava coinvolgendo i bambini con un gioco alla LIM tratto dal sito LearnEnglish Kids del British Council. I bambini, a turno, dovevano collegare strumenti e cose legate allo sport al nome corrispondente, dopo aver testato la pronuncia della parola. La classe era molto coinvolta e gli studenti smaniavano per essere chiamati prima degli altri, il tutto merito del modo in cui la maestra era riuscita a presentare il gioco e a condurlo con i bambini. Così ho copiato immediatamente l’idea e ci ho provato il giorno dopo nel corso della lezione di inglese con la mia classe. Il risultato però è stato molto diverso e a dir poco deludente. Forse l’esempio a cui ho assistito era frutto di altre lezioni precedenti in cui i bambini avevano già fatto pratica su quelle parole, o forse la classe che mi ha ispirato è composta da studenti molto più bravi in inglese dei miei, oppure – cosa molto più probabile – sono io che ho ampi margini di miglioramento nell’arte dell’insegnare.

generatore random di abbinamenti tra vecchi cantautori che non hanno più molto da dire e giovani esponenti della trap italiana

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Le prime avvisaglie della necessità di marcare il territorio socio-culturale con qualche pisciata artistica da parte delle generazioni cosiddette boomer che hanno prosciugato le risorse al futuro dei millennials le abbiamo avute con l’aver circondato Achille Lauro, nel suo set live del concerto del primo maggio, con musicisti cinquantenni, a partire dal chitarrista di Ligabue, per non parlare della sua presenza ormai fissa a Sanremo. Quindi c’è stata l’intervista di Manuel Agnelli a Young Signorino nel corso della trasmissione tv “Ossigeno”, quando il leader degli Afterhours ha visto irrisi i suoi presuntuosi tentativi di fagocitare il nichilismo del trapper con la faccia impiastrata di non si sa bene cosa che non è caduto nel tranello di farsi ricondurre all’interno di una categoria obsoleta e agli antipodi dei tempi moderni come il punk. L’apoteosi è stata la presenza di Sfera Ebbasta in qualità di giudice a XFactor, in cui abbiamo visto Mr. Tiro su una canna lunga mezzo metro camminare a braccetto con Mara Maionchi, come fa un nipotino un po’ folcloristico con la sua nonna che, malgrado il modo in cui va conciato in giro, continua a preparargli le tagliatelle al ritorno da scuola.

Ma ora le cose sembrano essere cambiate. Le trap-star, persa la loro aura da zarri maledetti dell’hinterland metropolitano e incalzati da colleghi che premono a ragione sulla quota di marketshare per motivi più plausibili, pensate a forze della natura del calibro di Speranza e a Massimo Pericolo, tornano con la coda bassa dai padri della patria canora che – come va di moda di questi tempi tra le mura domestiche – se li riprendono nella loro casa-famiglia per ripulirli dall’impresentabilità e ri-lanciarli sul mercato dei vecchi come loro (gli unici che comprano ancora dischi) per un obiettivo facile da immaginare, dimostrando peraltro alla società che droghe, smania per il lusso e per la pornografia fanno ormai parte del passato e che quindi sono pronti per i programmi TV del prime time e per Fazio. Gli anziani cantautori che non hanno più molto da dire, assurti allo status di genitori (se non nonni) artistici, in cambio riescono a tentare qualche inedito canale di visibilità senza sapere che, invece, i bambini che imitavano gli zarri maledetti dell’hinterland metropolitano per le loro parolacce ora – vedendoli in balia dei fan boomer tra i quali i loro genitori – per marcare nuovamente le distanze con la nostra generazione passano ad altro, in modo da continuare a scimmiottare liberamente e senza pretestuose ingerenze le movenze e lo slang della generazione a cui appartengono.

L’esperienza di “+Peste” ci conferma per l’ennesima volta che puoi essere trasgressivo come e quanto vuoi ma poi arrivi a un certo punto e il sistema – notoriamente più intelligente di te – ti fa suo, per non scrivere che ti fotte, e ti crea una sottocategoria di trasgressione controllata per farti illudere che non è cambiato nulla e puoi continuare a parlare di droga, macchine, soldi e pornografia come prima ma con le parole dei boomer che ti hanno relegato in questa enclave culturale. I boomer fan dei vecchi cantautori che non hanno più niente da dire seppelliscono la loro ascia di guerra perché capiscono che non sei più un pericolo per i loro figli che, a causa tua, hanno imparato a parlare di droga, macchine, soldi e pornografia. Al contempo però, i figli passano all’ascolto di una nuova generazione di giovani esponenti della trap italiana, in cui trovano parole più cattive di quella che li ha preceduti (quella ormai annacquata nell’enclave a guida dello show business dei vecchi cantautori che non hanno più nulla da dire, per intenderci), vedi appunto le forze della natura del calibro di Speranza e Massimo Pericolo. Così i bambini possono tornare ad avere uno spazio esclusivo almeno fino a quando non si consumerà la stessa dinamica di cui sopra, in un circolo vizioso che non avrà mai fine.

Dimenticavo: “+Peste” – il titolo che ho citato prima – è un nuovo singolo che vede la collaborazione di Vinicio Capossela e Young Signorino. Senza contare che è anche un sorprendente tentativo di cover in italiano di “Inertia Creeps” dei Massive Attack che conferma lo sforzo di assoggettare la povertà del presente (a detta dei boomer) ai fasti sonori degli anni novanta, quando era tutto più intellettuale. Per questo, dopo aver attivato un generatore random di coppie di cantanti anziani italiani abbinati per puro scopo commerciale ai tempi in cui vi fu un curioso gemellaggio tra due cariatidi come Gianni Morandi e Claudio Baglioni, possiamo tentare un’analoga operazione per incentivare collaborazioni tra vecchi cantautori che non hanno più molto da dire e giovani esponenti della trap italiana però già nella fascia delle trap-star, per esempio Venditti e la Dark Polo Gang o Francesco Baccini e Capo Plaza. Continuate l’elenco voi.

a domicilio

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Da quando ho visto l’ultimo film di Ken Loach osservo con occhio più critico il furgone che porta la spesa dell’Esselunga e, vi giuro, non c’è niente di personale. Lo incrocio spesso parcheggiato con due ruote sul marciapiede di fronte al cancello del maxi-condominio davanti a casa mia quando esco la sera per andare in palestra e, se prima mi faceva riflettere sul fatto che dev’essere una bella comodità quella di smistare prodotti tra frigo e dispensa come unica fatica legata all’approvvigionamento, ora penso la stessa identica cosa. Solo che anziché legare il fatto di non aver mai provato il servizio “Clicca e vai” – o come si chiama ora – al sovrapprezzo per chi ci mette la roba nei sacchetti, faccio l’ipocrita anteponendo valori di sostenibilità, rispetto per il lavoro ed ecologia.

D’altronde lo sapete meglio di me. Il rovescio della medaglia della digitalizzazione degli acquisti va ricondotto alla iper-materializzazione dei consumi derivanti dall’ultima fase dell’esperienza dello shopping online, quando cioè i beni che compriamo ci vengono recapitati. Un fenomeno da cui derivano conseguenze ben note e condivise: ispanofoni che lavorano a cottimo sfrecciando in lungo e in largo con il loro camioncino con l’obiettivo di chiudere il massimo numero di consegne nel minor tempo possibile, aumento esponenziale del traffico furgonistico, passatemi il termine, impatto sull’ambiente per i conseguenti consumi di carburante, magazzinieri costretti a condizioni d’altri tempi, crollo delle vendite al dettaglio e impoverimento dell’offerta commerciale dei centri abitati, per non parlare di quelli che ti portano il sushi in bicicletta a qualsiasi ora del giorno e della notte, con il caldo e con il freddo, con la neve o durante la canicola. Il tutto, nel migliore dei casi, gestito da un algoritmo. Nel peggiore da gente senza scrupoli che dà la colpa all’algoritmo. Insomma, non è poca roba.

Al termine della proiezione ho raccolto qualche reazione a caldo di “Sorry We Missed You”. Una spettatrice mai vista né conosciuta andava dicendo a chiunque fosse in fila all’uscita che non è possibile che le cose costino così poco, e se il prezzo è troppo basso c’è qualcosa che non va in un anello della filiera. Per il resto ognuno giustificava il proprio tenore di ordini su Amazon, che poi il tallone di Achille di tutti sta proprio lì. Non vi sto a suggerire quale sia il modo giusto per usarlo, se per comprare solo cose che non si trovano in giro o per le offerte vantaggiose di elettronica o altro. Io però credo che è un modello da cui non torneremo più indietro, come il riscaldamento globale non si risolverà o nessuno di noi di botto la finirà di craccare le tv o le app per ascoltare la musica in streaming per mettere al sicuro, nell’ordine, i figli dei nostri figli e l’industria culturale.

A proposito: non so se avete letto, qualche giorno fa, della storica libreria Paravia di Torino che ha chiuso i battenti proprio a causa del colosso mondiale dell’e-commerce. Sarebbe bello sapere, se non esistessero gli e-store, l’entità del business delle librerie di una volta, in un’Italia in cui ci sono più scrittori che lettori, sui mezzi pubblici vedi solo gente che guarda le figure di Instagram e le biblioteche servono percentuali irrisorie di cittadini. Ecco, io credo di essere realista a immaginare il futuro così: un posto in cui ci facciamo portare tutto a casa e non usciamo perché siamo al completo di esperienze digitali, l’aria è irrespirabile, fa un caldo porco mentre in sala sul divano c’è l’aria condizionata che, peraltro,  dà man forte con i propri scarichi a quelli dei furgoni degli ispanofoni e il mondo è comandato dalla lobby dei portinai, attivi e al nostro servizio 24x7x365 e che un loro sciopero è in grado di bloccare tutto, altro che i macchinisti delle FS.

agli albori del successo, alla fine del sonno

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Stanotte ho fatto un sogno particolarissimo. I Litfiba avevano pubblicato un EP a cavallo tra “Eneide di Krypton” e “Desaparecido”, un vero e proprio concept intitolato “Auschwitz non esiste”. Non si trattava però di un vero e proprio disco. Intanto aveva le sembianze di un testo colto per bambini, non so se avete presente le copertine di certi libri di Rodari o Munari. Dentro, oltre al booklet con le liriche, la storia e tutto il resto, c’era il disco e una vhs. Questa tripartizione di formato andava rispettata con la medesima successione in fase di approccio. Prima bisognava leggersi tutto, quindi si ascoltava la musica sul vinile la cui continuazione sfumava direttamente in una specie di esecuzione live nel video, nel quale però Piero Pelù, più che cantare, recitava le parti presenti nel libretto incluso nel box set. Ricordo benissimo la melodia della titletrack, in cui il ritornello ripeteva il nome del lager nazista e ne negava paradossalmente l’esistenza. Si trattava, ovviamente, di una provocazione, una sorta di “Dio è morto” in cui la mancanza di valori della società contemporanea metteva in discussione i paradigmi della storia stessa, tanto che una tragedia come quella dell’olocausto preferiva auto-infliggersi una damnatio memoriae piuttosto che essere oggetto di vilipendio di una civiltà irriconoscente e imbarbarita. La prima cosa a cui ho pensato, al risveglio, è che i Litfiba di allora ne sarebbero stati capaci.