non ti girare

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Tornerei indietro nel tempo solo per impedire a un’intera generazione di ragazze e ragazzi di scrivere il proprio nome a penna sulle copertine dei 33 giri.
Tornerei indietro nel tempo solo per far cantare “Elena” dei Diaframma a Mino Reitano.
Tornerei indietro nel tempo solo per impedire l’invenzione dei videogiochi ed evitare i balletti di Fortnite che fanno i vostri figli.
Tornerei indietro nel tempo solo per non buttare via le Creeper e tutto il resto del mio guardaroba anni ottanta. Se solo qualcuno mi avesse avvisato che il futuro sarebbe stato un eterno prolungamento della dicotomia tra paninari e dark mi sarei comportato in modo più lungimirante e oculato.
Tornerei indietro nel tempo solo per spendermi di più per il successo dei Negrita a valle delle mani in faccia che Pau ha messo a quella sagoma di Scanzi.
Tornerei indietro nel tempo solo per sconfiggere in tempo il patchouli e liberare i posteri dalla schiavitù di sentirne l’essenza in giro.
Tornerei indietro nel tempo solo per attribuire la giusta statura politica a Enrico Letta.

a proposito, che mi dici del momento storico che stiamo vivendo?

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La fiction italiana ha dei seri problemi quando narra le storie ambientate nel passato recente. Quando ci sono di mezzo gli anni settanta, poi, si cade spesso nel ridicolo. I limiti della nostra cinematografia sono spesso riconducibili intanto alle facce degli attori italiani di oggi che, anche quando sono truccate da italiani di ieri, risultano poco credibili. Si calca spesso troppo la mano sugli stereotipi estetici e, se provate a prendere qualche foto dei vostri nonni o dei vostri genitori all’epoca (oppure se avete la mia età o siete più vecchi vi basta ricordare come eravamo) non troverete nessuno così messo male. C’è anche un fattore di evoluzione del nostro aspetto, passatemi il termine. Ai tempi le dentature perfette erano rare come certe bellezze evidentemente frutto di una fase genetica (spero si dica così) determinata da un generale miglioramento delle condizioni economiche e sociali degli italiani. E, ancora, i fisici maschili non erano così pompati e curati come quelli degli attori di oggi tanto che la moda stessa, così attillata, era pensata su taglie e proporzioni nettamente diverse. Sarebbe bello approfondire questo tema, magari da gente meno cialtrona di me.

Un altro tema che contribuisce a marcare la differenza abissale con la fiction USA in costume sono i dialoghi. Le nostre sceneggiature sono spesso riempite di battute impossibili in natura. Questo per un difetto di base: la fiction italiana sugli anni settanta deve per forza inquadrare al massimo gli avvenimenti nel contesto politico dei tempi. Non che questo aspetto sia secondario, tutt’altro. Ma gli autori potrebbero fare uno sforzo per mantenerlo centrale nella storia in modi meno artificiali.

Per farvi capire cosa intendo, ho visto una parte di “Mia”, il film tv dedicato a Mia Martini. C’è un punto in cui Mia Martini si incontra con Franco Califano per prendere accordi sul pezzo che lui dovrà scrivere per lei, che poi sarà “Minuetto”, uno dei più grandi successi della cantante. Nella scena successiva, Mia Martini è a casa con la sorella Loredana Bertè e, di mattina, arriva un mazzo di fiori con allegato il testo della canzone fresca fresca di scrittura. Il campanello suona, Loredana apre la porta e ritira la consegna. Mia si sveglia e va vedere all’ingresso che succede. Potete seguire la scena qui, più o meno a 00:39:48.
Ecco cosa si dicono le due protagoniste:

Mia: -Chi era?
Loredana: -Questi (fiori) sono per te. E anche questa (la lettera con il testo di “Minuetto”)
Mia: -Ma che vizio che c’hai di prendere la roba mia… anche quella camicia!
Loredana: -Guarda che questa qui l’ho presa a Londra, al concerto di Crosby, Stills, Nash & Young, micaaa… (come a dire: facciamo canzonette solo perché ce lo impone l’industria musicale, se dipendesse da me saremmo folksinger impegnate)
Mia: -Eh appunto, ti ricordo che c’ero anch’io a quel concerto e quella camicia è mia.
Loredana: -Guarda che siamo sorelle io te, non lo so. Dovremmo dividerci tutto e stai lì attaccata alle cose tipo polipo. Scusa, maaaa… l’abolizione della proprietà privata che cos’è, un concetto astratto? E pure il femminismo, Mimì, te lo dico, eh. No, se sei messa come dice ‘sto pezzo… ciao! (ecco qui i temi portanti del dibattito dell’epoca sintetizzati in una battuta di conversazione. Quindi fatemi capire: negli anni settanta le persone si svegliavano e prima di colazione e sentivano già il bisogno di ricordarsi reciprocamente quali erano le rimostranze dei movimenti dell’epoca?)
Mia: -Ti ho preparato la mousse di cioccolato, è in cucina, così magari ti addolcisci un po’ (attenzione: ma allora c’è una parte della società italiana che auspica nel disimpegno. Ecco la maggioranza silenziosa. Ecco i nemici del popolo.)
Loredana: -Guarda che qui succede un casino! Stragi, attentati, colpi di stato. E questi scrivono ancora ‘sta roba! (ma c’era bisogno di uno spiegone come se Mia non sapesse quello che stava succedendo? Risulta palese che Loredana la ragguaglia solo per mettere al corrente chi sta guardando la tele nel 2019 che invece è il 1973)

In questo passaggio manca la naturalezza, si percepisce in eccesso l’espediente narrativo finalizzato a sensibilizzare il pubblico sul contesto, rendendo surreale la scena e togliendo ogni volontà di proseguire la visione allo spettatore mediamente intelligente.

il mondo senza i Beatles

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“Yesterday” è il nuovo film di Danny Boyle in uscita quest’anno e la trama è una fedele rappresentazione di una delle mie massime perversioni. Un cantante si risveglia da un brutto incidente in un mondo in cui i Beatles non sono mai esistiti e, come è facile immaginare, non perde tempo a sfruttare l’occasione per diventare una pop star con le canzoni di Lennon e McCartney. La mia versione è leggermente diversa e altrettanto inverosimile: grazie a un potente accumulo di energia sulla tastiera del mio pc mentre scrivo si genera una scarica che mi riporta ad aver quattordici anni proprio nel 1981, anno in cui ho formato la mia prima band. Un miracolo che mi consente di proporre i successi dell’ondata di new-new wave degli anni duemila e rotti ai tempi in cui era in auge il primo post-punk. Nella mia sceneggiatura ci siamo io e gli amichetti con cui, per la prima volta, siamo saliti su un palco, che ci diamo dentro con Interpol e cose simili e il pubblico rimane allibito per la modernità del suono. Se un giorno la mia storia avrà l’opportunità di essere pubblicata, probabilmente la intitolerò “Antics”.

come vuoi che vada

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Il recente trionfo pilotato dal complotto anti-grillista dell’élite contro la gente che ha visto Mahmood vincere a Sanremo è solo l’ultimo caso. La storia della musica è zeppa di testi di canzoni in cui l’interprete chiede “come va” o “come stai” a un indefinito interlocutore, avviando un dialogo che, al momento, non ha ottenuto ancora nessuna risposta. E come vuoi che vada, ci verrebbe da incalzare così ogni autore che ha rilasciato, nel tempo, questo quesito nell’universo probabilmente nella speranza che qualcuno abbia la voglia di munirsi di carta e penna e restituire al mittente un feedback retorico. “Va peggio, va meglio, non so dire, non lo so” è la risposta più intelligente che sia mai stata data conformemente a qualche strana posa. Ma, CCCP a parte, proviamo a fare un po’ d’ordine e vediamo qualche esempio in cui la fatidica domanda è un elemento fondamentale della lirica di un brano. Se vi viene in mente qualcos’altro, nei commenti c’è spazio per tutti.

Dalida – Ciao come stai

Garbo – Cose veloci

Albano e Romina – Cara terra mia

Premiata Forneria Marconi – Come ti va?

Sfera Ebbasta – Tran Tran

Mudimbi – Il Mago

Shade – Bene ma non benissimo

Ligabue – Tutti vogliono viaggiare in prima

Mahmood – Soldi

per finire con il classico dei classici: Oye como va

corto circuito

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Non è facile mettere in sequenza quello che significa questo video, ma ci proviamo lo stesso. I Weezer sono una band di gente più o meno cinquantenne come me, quindi cresciuta nel brodo culturale degli anni ottanta. Qualche settimana fa i Weezer hanno pubblicato un disco di cover con molti brani degli anni ottanta che si intitola “The Teal Album”. Il bello di questo disco è che i pezzi non sono stravolti, come spesso è successo in passato da parte di gruppi rock o alternative rock che sono riusciti a mettere in luce la bellezza di certe canzonette eseguite in versioni agli antipodi, come approccio. Pensate a “Big in Japan” dei Guano Apes o le numerose versioni nu-metal di “Enjoy The Silence”. In “The Teal Album” i brani riproposti sono pressoché identici. Di questo disco, i Weezer hanno appena pubblicato un singolo con annesso video, ovvero “Take On Me” degli A-Ha. Il video è interpretato dai Calpurnia, la band che ha come frontman Mike Wheeler di “Stranger Things”, e cioè il giovane attore Finn Wolfhard. È inutile che vi ricordi l’ambientazione della serie “Stranger Things”, gli innumerevoli richiami culturali e, manco a dirlo, la colonna sonora. Il video di “Take On Me” degli A-Ha rifatta dai Weezer è ambientato proprio nel 1985, che è più o meno l’anno di uscita del successo della band di Morten Harket. Nel video si vede Finn Wolfhard disegnare fumetti che si animano, proprio come nel video originale della canzone. Poi l’attore raggiunge gli altri membri del gruppo che simulano l’esecuzione del brano. E comunque anch’io ho suonato con un chitarrista che aveva la chitarra synth Casio DG-10. Ecco, questo è tutto, ma ho fatto così tanti giri che ora devo sedermi per non cadere. Dovete comprendermi, sono un ragazzo degli anni ottanta.

emofobia

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Se dovessi sentirmi male per strada spero proprio che accada con un medico nei paraggi e non uno come me che, nei casi di emergenza, se la fa sotto e va nel panico. Una reazione che poco si addice a un addetto al primo soccorso. Dopo aver ricoperto questo ruolo di responsabilità sulla carta nell’agenzia in cui ho lavorato sino all’estate scorsa, il destino ha voluto infatti che fossi riconfermato addetto al primo soccorso anche a scuola. Il problema è che mentre in ufficio, al massimo, ti viene uno svarione per certe stupidaggini che ti tocca sentire o leggere, con più di venti marmocchi in classe qualche probabilità in più che ci sia bisogno di intervenire può capitare. Il problema è che nessuno me lo ha chiesto, di candidarmi, ma la scuola è un po’ come a militare, in cui all’ultimo arrivato vengono riservate le cose più spiacevoli. Ricordo di essere svenuto quella volta in cui, in caserma, mi avevano messo in macelleria con tutto quel sangue e, allo stesso modo, sono certo che in caso di bisogno non saprò da dove iniziare e mi limiterò a comporre il 112. D’altronde al corso te lo dicono subito: meglio evitare di comportarsi da super eroi se non si è certi di fare la cosa giusta e io sicuramente non voglio acquisire sicurezza di me proprio ora.

Senza contare che il corso dura dodici ore, divise in tre incontri da quattro ciascuno, e dal momento che è organizzato dopo la normale attività scolastica, nel pomeriggio, tenere botta fino alle 18:30 senza addormentarsi nemmeno una volta è praticamente impossibile. I docenti non brillano per capacità di coinvolgimento, d’altronde la materia è quella che è, e sono loro i primi a trasferire l’approccio errato con cui l’iniziativa, di per sé encomiabile, è stata imposta per legge. La partecipazione al corso è finalizzata a divulgare competenze in grado di salvare situazioni pericolose, ma in questo modo evitare l’abbiocco è un’impresa più complicata della rianimazione cardiopolmonare. E per ovviare a questa difficoltà pratica, l’esperto ci ha consigliato di fare i massaggi sullo sterno a tempo di “Staying Alive”, un rimando che mi ha mandato in tilt. Dovendo esercitare 30 compressioni del torace ad un ritmo di 100-120 al minuto bisogna vedere se poi, davvero, abbiamo in testa il giusto BPM della celebre colonna sonora de “La febbre del sabato sera” oppure, nella società dei remix o anche solo perché non siamo capaci di andare a tempo, mettiamo a rischio la vita di sconosciuti con la nostra interpretazione del brano per qualche inutile retaggio delle numerose cover band di disco anni 70 che ripropongono i successi da ballo dei Bee Gees. Allora ho pensato che, per gli strattoni necessari a portare a termine la manovra di Heimlich, si possono usare gli stacchi di “Killing in the name of” dei Rage Against The Machine.

noi dell’élite abbiamo problemi con la gente comune sin dai tempi di Menenio Agrippa

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Alla scuola primaria il programma di storia prevede, in quinta, lo studio dei Romani fino alla caduta dell’impero. Una scelta perfettamente in linea con la volontà di tenere i nostri figli il più possibile alla larga dalla contemporaneità e da quello che succede intorno a loro. I bambini possono così concentrarsi di più sulla dimensione infantile ed estendere l’esperienza di dipendenza dalla famiglia almeno fino al termine del triennio successivo, per affacciarsi poi ancora completamente slegati dalla società alla scuola superiore rendendo piacevolmente complicato il loro rapporto con l’adolescenza. Un altro vantaggio è il passato vissuto come una lunghissima favola Pixar dalla solitudine dei Sumeri primi sino ad Anna Frank che posta stories dal suo ritiro sociale, un approccio che premia il distacco dalla realtà grazie al quale poi i quattordicenni mandano in burn-out le prof del liceo deluse dal non aver più a che fare con materiale umano già pronto per l’università e costrette a far miracoli per mandare in vacca decenni di riforme della scuola. Pensate così alla reazione di un bambino del 2019 di fronte a un film come il “Il primo re”: ma allora “Game of Thrones” è esistito veramente? Meglio Kirk Douglas sulla biga o Russell Crowe che parla come un allenatore al Super Bowl? Noi che siamo cresciuti con l’epica di Orazio Coclite, Cincinnato, Muzio Scevola e Menenio Agrippa oggi ci sentiamo depositari di una chiave esclusiva che ci permette di giudicare le vicende dell’italietta fasciogrillista proprio come un Ultimo qualunque che, suonando la sua lira, contempla la sua Sanremo bruciare o un esponente dell’attuale classe dirigente che designa il suo cavallo membro di una giuria di qualità ma solo per fare un dispetto all’élite. D’altronde, uno vale uno.

prendere le distanze

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Ho risolto uno di quei problemi in cui si ha la somma e la differenza tra due numeri e ci viene chiesto di calcolarli. Quello più grande equivaleva alla distanza, da misurare con un righello, tra il giorno di oggi e le date di alcuni concerti a cui ho deciso non non participare. Anzi, il rischio è che il numero in questione tenda all’ignoto, se non proprio all’infinito, perché al momento non ne ho più voglia. Partire presto con l’ansia di vivere il sound check e l’atmosfera pre-concerto che poi, alla fine, risulta deludente. La calca fuori – che mi supera vergognosamente in giovinezza – con il freddo, non sapere dove lasciare la giacca, il caldo dentro, quelli davanti più alti, gli smartphone accesi, il pubblico antipatico, l’attesa del brano preferito, il vuoto lasciato dalla fine dell’esecuzione del brano preferito, la fine finta, i bis, la fine vera, tornare a casa, il ronzio nelle orecchie. Il numero più piccolo ha invece le dimensioni di una parola: ragazzi. Sono l’unico che chiama i propri alunni di quinta ragazzi, mentre per le colleghe sono ancora bambini. Chi delle bambine deve ancora andare in bagno? sento chiedere dalle altri classi, mentre io saluto dicendo buongiorno ragazzi. Se sono l’unico a farlo ho capito di sbagliare, perché tolgo probabilmente alla mia classe una parte di infanzia che non avranno più indietro. Nemmeno se li aiuto a risolvere quel problema di cui ho scritto sopra in cui ci sono una somma e una differenza tra due numeri e dobbiamo calcolarli.