cosa te ne fai di tanti soldi se poi non sai cosa comprarti

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Uno dei forti limiti della vita è che certe cose sono al contrario. Per esempio quando capisci tutto è troppo tardi per trarne qualche vantaggio oppure che te ne fai dell’indipendenza economica quando invece sarebbe stata più utile per muoversi in modo più disinvolto per il mondo spinto dall’irrequietezza di trovare cose del tipo Londra a Londra, Berlino a Berlino, l’avventura con l’Interrail e altre amenità under 21.

Chiaro che quando sentiamo questo gap noi cinquantenni dobbiamo capovolgere la questione come una scritta aznalubma qualsiasi vista nello specchietto retrovisore. I destinatari della nostra agiatezza relativa, per noi che campiamo dignitosamente con due stipendi medio-bassi, devono essere i nostri figli che comunque, a loro volta, non si sentiranno l’indipendenza economica addosso malgrado noi genitori che abbiamo provato cosa vuol dire arrangiarsi per non dipendere dai genitori cerchiamo in tutti modi di far loro capire che, anche se le cose, oltre ai soldi, se le devono guadagnare, possono grossomodo considerarsi economicamente indipendenti. Mi sono spiegato male, vero?

C’è poi quella fase che subentra più o meno negli anni dell’università in cui le esigenze si fanno sentire come lo stomaco preso a morsi dalla fame di conoscenza e dalla sete di esperienze durante la quale, per compensare l’inadeguatezza di risparmi a disposizione, si pratica lo scrocco selvaggio e reciproco. Si mangia dove si trova da mangiare gratis, per esempio alle inaugurazioni di iniziative e ai vernissage di negozi. Si vive dagli amici di amici di amici che devono convivere con il fardello di abitare a New York in una situazione da adulti malgrado adulti non lo siano, ed è il caso che dicevo prima dei figli di genitori che non se la sentono di far patire ai figli il fatto di non essere indipendenti e che sono condannati a dover ospitare, in questa fase della loro vita, cani e porci e i loro conoscenti fino al sesto grado di separazione.

Si cerca poi di viaggiare e di spostarsi per le città senza spendere un penny o un centesimo anche se oggi, con i biglietti elettronici se non virtuali e le app e tutte quelle diavolerie lì è sempre più complesso, per non parlare della questua dei passaggi che oggi sembra fatta apposta per attirare su di sé maniaci di ogni orientamento sessuale. Resta in auge il furto di biciclette o il loro riciclaggio inferto da poveri ad altri poveri e la buona vecchia pratica di consumare le scarpe da un punto all’altro della città per incontrarsi con chi ci si deve incontrare.

E probabilmente il bello sono proprio gli espedienti che, a dirla tutta, noi di questa generazione stiamo cercando di estinguere per spianare la strada ai nostri figli e ri-programmare la loro forma mentis in modo che basta che facciano finta di studiare hanno l’estate in Australia assicurata e senza pensieri e, tra qualche decennio, degli squat, dei concertini alle stazioni della metro e dei lavori occasionali per superare la soglia minima oltre l’allegra indigenza post-adolescenziale non ne resti più traccia.

che cosa troviamo di noi stessi visitando posti che non conosciamo

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I francesi si sono fatti internazionalmente la nomea di sboroni – che da quelle parti si dice grandeur – da quando Mimmo ha visto una manciata dei loro figli festeggiare a champagne bevuto nelle scarpe coi tacchi la fine delle superiori in un locale di Parigi. D’altronde non vedo perché non possa essere plausibile il fatto che grandi eventi della storia possano dipendere da certe nostre piccole azioni, c’è tutta una teoria basata sulla superstizione, di cui comunque nessuno ad oggi si è impegnato a dimostrarne l’infondatezza, secondo la quale si attribuiscono al nostro comportamento conseguenze ben più ampie del raggio di azione di ciò che le ha scaturite, secondo una legge di causa effetto difficile da spiegare. E a Mimmo non è stata la prima volta che gli è capitata una cosa del genere. La seconda (questa è sicuramente vera perché ero con lui) vede come protagonisti intellettuali del calibro di Vladi al bar Testa compiere la stessa finezza con due carampane piuttosto disinibite e, a dire la verità, non so se sia peggio l’atto dell’ingurgitare alcolici da supermercato da una calzatura di Pittarosso sfilata a una sconosciuta oppure rimettere il piede in una soletta impregnata di liquido e passare il resto della serata con la puzza di alcol addosso.

Mimmo, che Elisa chiama Bibo perché si conoscono dai tempi dell’asilo nido, riesce a personalizzare con un modo tutto suo vari aspetti colti nei suoi viaggi fuori dall’Italia. Di Londra, per dire, ha riportato che tutti parlano molto bene l’inglese e la gente che vedi in giro ti dà l’idea di fare cose molto interessanti, il che può sembrare sciocco ma se ci pensate ha un suo fondamento. Di Gabriella, che ha la mamma nata e cresciuta negli Stati Uniti e che quindi, a suo modo, costituisce un’esperienza all’estero di pari dignità, vuole conoscere a tutti i costi in che lingua pensa. Ma i pensieri hanno una loro struttura grammaticale tale da poter essere verbalizzati o, nel momento in cui li espliciti, perdono la loro forma di materia grezza e si banalizzano per l’assenza di parole corrispondenti ai concetti primitivi per i quali sono stati formulati? Secondo questa logica ogni individuo potrebbe costituire un sistema a sé ed essere al centro di qualcosa. Mimmo se ne è accorto perché, quando visita i musei non solo di Londra e di Parigi senza guida tanto, a noi italiani che abbiamo gli Uffizi, nessuno ha da insegnare nulla, si mette a cercare nei volti dei dipinti, soprattutto quelli affollati, qualcuno che conosce come se i lineamenti degli uomini potessero essere pattern facilmente riproducibili e, prima o poi, qualche combinazione nella storia si ripetesse. Questa teoria ha comunque un suo fascino e, da quando l’ha condivisa con me, cerco anch’io di fare lo stesso.

cose che proprio mai (o quasi mai)

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I Baustelle.
I film fantasy.
Il calcio.
I fumetti con i supereroi.
Certe droghe pesanti.
Pilotare un aereo.
Dungeons & Dragons.
Game of Thrones.
Votare a destra.
I giochi di ruolo.
I Verdena.
I pantaloni gialli.
Trovare una trama decente per scrivere un libro.
Il rap italiano di nuova generazione.
Dire le cose come stanno.
Tolkien e tutta la letteratura fantasy da cui sono stati tratti e a cui si sono ispirati i film fantasy.
L’automobilismo.
Lavorare in amministrazione.
Canale 5.
I pantaloni rossi.
L’heavy metal.
Le ballad heavy metal (tipo “Wind of change” o “Nothing else matters”)
Votare Grillo.
I film con i supereroi.
Menarsi.
Snapchat.
I Doors.
Sentirsi dire hei sei proprio bravo.
Fare il dentista.
Italia 1.
Imparare a nuotare.
La musica latino-americana.
La Red Bull.
Quentin Tarantino.
Insultare qualcuno.
Almodovar.
Arrivare ai concerti in ritardo.
Andare via dai concerti prima della fine.
Chiacchierare ai concerti.
Arrivare al cinema in ritardo.
Andare via dal cinema prima della fine.
Chiacchierare al cinema.
Portare a termine un progetto.
L’astrologia.
Le polo con il colletto all’insù.
Vasco Rossi.
Rete 4.
Il motociclismo.
Chuck Palahniuk.
Il reggaeton.
I mocassini.
Lanciarsi con il paracadute.
Il Cosplay.
Compilare il modello unico.
Correre più di 20 km.
Ligabue.
Sky.
La birra con il limone.

c’è un limite a tutto

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Finalmente il segnale d’allarme è su tutti i giornali e benché tutti soverchiati da questo clima torrenziale di terrorismo psicologico da meteo impazzito non dobbiamo sottovalutare i rischi. Non è la prima volta che psicologi e sociologi vengono fuori sostenendo che abbiamo dei limiti ed è un bene che qualcuno li abbia identificati, ordinati e sistematizzati uno per uno. Il database non è nulla di top secret, come invece certe informazioni custodite dal sistema Rousseau che, inventato dai grillisti, sembra essere al sicuro da qualunque tipo di attacco. In ogni caso non c’è niente di male ad ammetterli e se lo facessimo tutti, in questa epoca di super-uomisti (ah come suona molto meglio che super-umanisti) che nemmeno Nietzsche, sai il guadagno dal riconoscere l’abbondante fallacia che caratterizza tutta questa messinscena del presente illusorio e, manco a dirlo, virtuale.

Già abbiamo rischiato il tracollo con il bombardamento mediatico di tre reti commerciali che si sono sovrapposte specularmente ai tre canali statali, con tutta quella informazione a tappeto che su un popolo abituato a un sobrio monocolore politico e culturale ha causato epocali sconvolgimenti nelle nostre coscienze. Pensate queste stesse persone, i loro figli e i loro nipoti esposti ai pareri non richiesti di cani e porci su socialcosi. Se non è una follia questa vi sprono a trovare qualcosa di più letale.

Dal quadro che ci è stato presentato si evince che abbiamo una capacità di ascolto sagacemente ridotta dal modo in cui siamo stati giustamente impostati. Di quanti contatti abbiamo bisogno per condurre una vita ai limiti della normalità? Facciamo un elenco e non prendete i misantropi come il sottoscritto come esempio perché non vale. Mettiamo una ventina di parenti compresi gli acquisiti e il doppio tra amici, compagni di scuola e colleghi che si susseguono negli anni. Vogliamo abbondare? Facciamo anche cento persone? Ecco. Onestamente tutto il resto è un dannoso surplus che sta conducendo la nostra specie a un corto circuito esperienziale senza ritorno. Voi che ne pensate? Accetto solo i primi dieci pareri perché, di più, poi vado in tilt.

come dire certe cose che si vogliono dire

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A me piace quando Claudia parla di getto e di pancia e lascia a casa quelle sovrastrutture che qualche imbonitore le ha venduto come arte della persuasione, tecniche di vendita o centouno modi per avere la meglio sul prossimo. Se ti credi più furba degli altri, le hanno detto le sue amiche, con la tua pi-enne-elle da supermercato forse non ti rendi conto delle cose che dici e scrivi, e il mondo delle persone normali ti ride dietro. Se volete un assaggio di com’era prima, una volta camminavo davanti a lei e l’ho sentita parlare al telefono con qualcuno, sicuramente c’era qualche altarino di mezzo, come si dice dalle mie parti quando si suppone che due persone se la intendano. Lei comunque voleva imporre la sua leadership nella coppia e ha impartito un ordine con una frase impostata e con un piglio da arrogante. Il caso ha voluto che si manifestasse, proprio in quell’istante, un’interferenza. L’interlocutore si è probabilmente perso tutta la metamorfosi di tono e, continuando con la cortesia con cui stava conversando fino a prima del disservizio, ha chiesto a Claudia di ripetere. Ma ormai l’ispirazione da dura a Claudia era passata, complice il fatto che io mi trovavo nelle vicinanze e mi sarei messo a ridere se avesse provato a rifare la parte da capo. Certe cose, riproposte, perdono il principio attivo. Claudia poi non è certo un’attrice, anche se la sua bellezza le trasmette sensazioni sbagliate sul modo in cui le è lecito comportarsi oppure no. Quindi ha più che dimezzato i toni e i termini per riprendere da capo ciò che voleva comunicare, stemperando – fortunatamente per la persona all’altro capo del telefono – completamente  l’efficacia. Fino a quando ho capito che si trattava di Luca, ho riconosciuto il suo tono anche se si sentiva pochissimo nel ricevitore di Claudia. Luca è lo stesso che mi ha insegnato che quando qualcuno usa una tecnica oratoria per sviarlo da un discorso, un argomento o un concetto e però poi viene smascherato, lui preferisce lasciar correre per non deludere chi gli sta parlando convinto dell’efficacia della sua tecnica e, nel rispetto del prossimo, gli spiace correre il rischio di fargli perdere il filo.

trattieni il respiro

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Se ti senti giù, ti viene la malinconia o pensi come sarebbe potuto essere, in generale, come prima cosa lava i denti, prendi le chiavi della macchina e cerca un panorama, il primo che trovi. Stare sul posto non serve, tanto più con i residui di cibo in bocca, e in più non c’è niente di bello da vedere, nemmeno le luci sui palazzi quando è buio, nemmeno le navi mercantili che transitano al largo se vivi al mare, nemmeno i voli intercontinentali che la prendono alla larga prima di atterrare se hai uno scalo nel raggio di qualche chilometro. Mancano persino i cani di razza con gli adulti in forma che li portano a spasso, le coppie che si sussurrano parole prima di salire a casa dell’uno o dell’altra, il rumore alternato dei sistemi di irrigazione da giardino che sbagliano gittata e bagnano la via di fronte. Il panorama non cambia mai e alla fine quello che hai dentro si esaurisce come un vasetto di marmellata e, senza sostanza, non lamentarti poi se l’amore struggente consumato per la letteratura non ti ricambia. Ma se non sai organizzarti la cosa si fa seria su ogni fronte. Il libro compensatorio non ti parla più, il film ti sbatte in faccia l’età dei protagonisti e la loro incontrastata onnipotenza, quello di riserva, con personaggi più alla tua portata, finisce però per ricordarti i motivi per i quali ti sei allontanato dalla famiglia di origine e quel senso di colpa nell’ammettere il gap con le radici e che fa soffrire quando occorre far finta di nulla. Allora ecco l’idea: vorrei essere la tua serie tv preferita, le scrivi via whatsapp, e lei ti ricambia con un bellissimo fotomontaggio con il tuo ritratto della carta d’identità incollato su una tessera inventata del club di quelli che avrebbero meritato di più, probabilmente un movimento che se avesse un leader prenderebbe il potere nel giro di una settimana.

l’energia che lascia la scia

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Il mondo si divide tra chi vorrebbe pubblicità meno esplicite e chi, invece, a sentire parlare di diarrea, ciclo mestruale, schifezze sulle unghie, puzza di piedi, alito marcio, gengive infiammate, ascelle pezzate e altre amenità corporali, soprattutto all’ora di cena, non gli fa né caldo né freddo. Per questo alla prima sottocategoria mi viene da dir loro così imparate a mettervi a tavola con la tv accesa ma è chiaro che il linguaggio che ho utilizzato io è a puro scopo esemplificativo e le case farmaceutiche che si danno da fare per separarci il più possibile dalle bestie, o meglio i pubblicitari che assoldano, a volte ce la mettono tutta per prendere il problema alla lontanissima. Altre volte un po’ meno. Questo però non è il caso dello spot del Codex che, oltre ad avere un naming di prodotto molto azzeccato e che ricorda un album del mai abbastanza compianto (artisticamente, perché è vivo e vegeto anche se non lotta più insieme a noi) Giovanni Lindo Ferretti, ha usato la metafora dei busker per realizzare – con l’artificio della post-produzione – una versione del nostro intestino in bolla di sapone acrobatica. È la giocoliera ad accusare il colpo che corre a rischio di sgonfiare la magia dell’arte di strada antropomorfa (o almeno di una sola parte, molto importante, del corpo umano) e a riportarla poi più rigogliosa di prima consigliando il prodotto fino al “nome della cosa” che, d’altronde, si chiama proprio diarrea. Io avrei detto dissenteria ma, grazie all’Internet, ho scoperto che la sciolta ha varie sfumature che, senza Codex e senza bolle di sapone, potete provare anche voi.

E la sovrapposizione di grafica a riprese video, che io per semplificare chiamo realtà aumentata ma anche qui sbaglio e quindi bambini non ripetete questo esperimento semiotico a casa, più che esser di moda consente alla comunicazione di prodotto di cavar molte castagne dal fuoco nella rappresentazione dei concetti. I produttori del Polase, per esempio, sembrano non aver nessuna paura delle scie chimiche e dei grillisti esasperati dai rischi per l’ambiente:

Il lato positivo è che questo strascico di non si sa bene quale sostanza non è stato utilizzato per la puzza, perché la prima volta che ho visto questo spot avevo la tv sul mute e stavo telefonando e ho equivocato di brutto la comunicazione, pensando a un deodorante. Invece si tratta di ipostasi di energia che tracima dal corpo a beneficio di chi ci sta intorno per cui dico a tutti i consumatori di Polase di farsi vedere più spesso in giro con le vostre scie che così noi affaticati cronici ci mettiamo dietro ad annusarvi un po’ per godere dei vostri effluvi corroboranti a sbafo, che non guasta mai.