o son desto

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Ma chi l’ha detto che risvegliarsi è traumatico? È bello svegliarsi se hai una bici nuova fiammante che ti aspetta per condurti verso avventure straordinarie. Se le farfalle nella pancia sbattono forti le loro ali e solleticano il desiderio nelle pareti delle viscere. Se la passione ti ha strappato fuori da un sogno per liberarsi nella carne che giace al tuo fianco. Se nel buio ti inseguono fantasmi peggiori dei corpi vivi che ti aspettano. Se il sudore rovente reclama una doccia fresca. Se il profumo del caffè che sale dalla torrefazione di fronte ha la priorità tra i recettori attivi tra i tuoi sensi. Se le ore di ristoro incosciente restituiscono comunque la consapevolezza di risultare sufficienti a garantire un nuovo inizio della vita. Se il giorno prima era l’ultimo. Se c’è ancora la luce come la ricordavi. Se è sabato. Se è tardi ma non importa.

la gente

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Se prima odiavate la gente sono qui a chiedervi che cosa provate adesso in cui la gente si esprime al telefono in dialetti stretti malgrado sia scolarizzata quanto voi. Se prima odiavate la gente sono qui a chiedervi che cosa provate adesso in cui la gente è convinta di avere opinioni importanti, di poter svolgere qualunque mansione anche se non ha studiato per farlo, di indossare abbigliamento slim fit pur non essendo slim proprio per un cazzo. Se prima odiavate la gente sono qui a chiedervi che cosa provate adesso in cui la gente possiede in media due cani a testa ma è d’accordo a chiudere i porti, sa usare i tool per convertire sequenze cinematografiche in gif animate, pensa di essere più importante di ciascuno di voi, non riconosce la propria età anagrafica, si laurea in discipline afferenti alla comunicazione digitale, sale sui mezzi pubblici prima di far scendere il prossimo, saluta dicendo cose come buona vita o namaste e pensa che Facebook sia un ufficio relazioni con il pubblico dell’amministrazione locale o centrale solo perché ci sono le aziende che fanno credere di risponderti se gli poni delle domande. Se prima odiavate la gente sono qui a chiedervi che cosa provate adesso in cui la gente se la prende coi vecchi che non lasciano spazio ai giovani quando i giovani a quarant’anni giocano a videogiochi, vanno a vedere i film con i supereroi della Marvel e si presentano, appunto, come giovani. Se prima odiavate la gente sono qui a chiedervi che cosa provate adesso in cui la gente vota cinque stelle e, al ballottaggio, premia i candidati della lega. Se prima odiavate la gente sono qui a chiedervi che cosa provate adesso in cui la gente non legge, non ascolta, non scrive, parla solo, parla e basta, parla e parla e parla.

darsi un tono

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L’insegnante di pianoforte del figlio di un mio vecchio amico è diventato un musicista super richiesto perché una volta, destandosi un mattino da sogni agitati, si è trovato trasformato nel suo letto in Stefano Bollani. Riposava sulla schiena, morbida come quella di un pianista jazz abituato a stare chino sulle sue improvvisazioni, e sollevando un poco il capo ha scorto le sue dita agili e veloci ripassare un solo di Bill Evans sulla coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, a furia di four way close simulati sul bordo. Le gambe, solo due e completamente indipendenti nei movimenti, tenevano il tempo la sinistra in levare su un hi-hat immaginario e la destra sul pedale di risonanza, in un convulso andirivieni, dinanzi ai suoi occhi. Prima di questa metamorfosi non gli riusciva proprio niente. Se un mendicante africano gli porgeva la mano destra per dargli il cinque lui rispondeva istintivamente con la sinistra generando un impacciato, imbarazzante e asimmetrico saluto di un altro pianeta, con una specie di danza di falangi intente a sfuggirsi e ruvidi palmi sfregati reciprocamente. Riduceva spesso in mille pezzi scodelle e contenitori di ceramica appena estratti da una costosa lavastoviglie Miele nell’atto di riporli nel relativo cassetto della cucina. Nessuna pietanza che cucinasse, peraltro, sembrava riscuotere il gradimento dei suo commensali. Troppo sale, poco sale, poco saporita, troppo olio. Cruda, bruciata, scotta, è fredda. Anche le cose che scriveva, come quelle che suonava, non erano granché. O, meglio, a lui piacevano ma sembrava che nessuno dimostrasse interesse. E forse il punto era proprio quello: perché nessuno si interessava a lui? Da quando è diventato Stefano Bollani, però, è tutto diverso, è lui il primo a dire che le cose sono cambiate come dal giorno alla notte. Si diverte a pasticciare la musica a suo piacimento e si distingue dal resto della gente che frequenta per una decisa sensibilità che attira il prossimo a conoscere più cose sulla sua persona. Tutto ciò a dimostrazione che sono le dita allenate a fare la differenza.

le cose che hai comprato

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Enzo chiede a sua figlia se ha letto il suo ultimo articolo, lei risponde di no e che segue con discontinuità il sito in cui Enzo scrive. La ragazza è all’estero per una di quelle vacanze studio che fanno gli studenti in estate una volta finita la scuola, probabilmente è troppo presa dalla sua meritata lontananza da casa per occuparsi degli aspetti con cui si corre il rischio di ridurre le distanze, ricucire con il passato, addirittura anticipare il ritorno. Con i genitori si sente un giorno sì e un giorno no, una frequenza di cui sembrano soddisfatte entrambe le parti. Che cosa hai comprato? le chiede Enzo. Un rasoio, l’ibuprofene per quando mi arriva il ciclo e ho speso qualche sterlina al luna park, risponde lei. Enzo però rimuove quella parte di conversazione e quando deve fornire un resoconto alla moglie sulla telefonata non si ricorda. Mi ha elencato tre cose ma ora non mi vengono in mente, si giustifica. Devi segnarti le cose che ti dice, ribatte lei. In effetti potrebbe funzionare. Prendere appunti durante le chiacchierate al telefono dev’essere utile, anche se star dietro a qualcuno che parla veloce non è semplice. Enzo per lavoro fa anche delle interviste e sa bene quanto sia meglio registrare le risposte rispetto a segnare i passaggi più importanti. Si corre sempre il rischio di tralasciare particolari decisivi. Come hai detto dopo il rasoio?, avrebbe potuto chiedere alla figlia per aggiungere alla lista il resto degli acquisti. Ma la figlia si sarebbe spazientita, sapete come sono i ragazzi. Papà non importa, chissene, lo avrebbe ammonito. Così nei momenti in cui la sua testa è più sgombra di pensieri, Enzo si concentra per ripercorrere la telefonata e aggiornare al meglio sua moglie. Del rasoio è sicuro, come si fa a dimenticare un passaggio così curioso. Qualche ora dopo Enzo è nell’antibagno per cercare le pastiglie della pressione nel cassetto dei medicinali ed ecco che l’ibuprofene fa breccia come un raggio di sole nella sua memoria. Che bello, siamo già a due. La terza, malgrado la sua natura così anomala, è la più difficile da ricostruire e gli sovviene solo la mattina successiva, in quella fase in cui la testa sembra riaccendersi come un sistema operativo che riattiva gradualmente tutte le sue componenti. Così Enzo, ricostruita per bene la lista, corre a scrivere un articolo e a pubblicarlo per avere questo aneddoto sempre disponibile per sé e la moglie e non scordarselo più, tanto la figlia che è in vacanza studio all’estero lo legge con discontinuità.

lo strano caso dei treni scomparsi

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Se siete utenti Trenord recidivi e affezionati, un sentimento forzato dalla necessità di presidiare quotidianamente il vostro posto di lavoro quando non è proprio sotto casa, avrete notato come me, nelle ultime settimane, il curioso fenomeno di cancellazioni e soppressioni random o, per usare una locuzione universalmente conosciuta e in linea con lo stato d’animo con cui chi viaggia è costretto ad accettare tutto ciò, a cazzo.

Prendere un treno programmato nella linea a cui sono abbonato talvolta è un terno al lotto (stavo per scrivere un treno al lotto). Il pendolare giunge in stazione e nota subito l’odiosa pecetta bianca più lunga del solito sul display al posto di quella corta che appare quando ci sono dei minuti di ritardo, pensata proprio per attirare l’attenzione del viaggiatore (che poi magari, scoperta la soppressione, non viaggia più, almeno con il treno) sul fatto che il treno dei desideri e dei suoi pensieri non solo non va all’incontrario ma, quel giorno, non va tout-court. Cancellato. Soppresso. Kaputt.

Il problema è che lo strano caso dei treni scomparsi si ripete con una certa e preoccupante frequenza. Nella fascia oraria in cui mi nuovo io ne noto almeno un paio sia all’andata che al ritorno (tragitto casa-ufficio) e in entrambe le direzioni della linea, quasi come se, nella stanza dei bottoni di chi fa funzionare tutto il sistema ferroviario regionale, qualcuno si cimentasse in una sorta di estrazione quotidiana dei treni che, quel giorno, non usciranno dal deposito. Una tombola del disservizio che non diverte, però, proprio nessuno. “Oggi non parte il 7.58 per Pavia”. E, dalla sala, qualcuno grida, “Cinquina!”.

E non ci sarebbe nulla di male in questo bingo dei non-trasporti se poi, a farne le spese, non fossero gli utenti, soprattutto quelli che non hanno la app installata oppure non si pongono minimamente il problema che un servizio che danno per scontato, per un capriccio di qualcuno o per problematiche inconcepibili per la civiltà occidentale, possa non essere erogato proprio quando gli serve e venire a mancare. Pensate se chi ci dà il gas decidesse di giocare con l’interruttore on-off e, al momento di buttare la pasta, con la tavola imbandita per decine di commensali affamati, il nostro fornello di casa smettesse di funzionare.

Noi viaggiatori forzati comprendiamo tutto perché usiamo il filtro della nostra testa prima di comportarci come pretenderebbe la nostra pancia: vanno bene gli scioperi, i guasti, i convogli ridimensionati nel periodo estivo, le corse oggetto di razionalizzazione programmata in agosto, per carità. Siamo lavoratori tanto quanto quelli che operano per Trenord, dentro e fuori quella stanza dei bottoni in cui si decide della nostra giornata. Ma questa lotteria dei treni che spariscono così, senza motivo, diciamo che ha abbastanza rotto il cazzo.

un svolta agli interni

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Succede sempre più spesso. Giorgia e Remo rientrano a casa ma la loro casa non appaga più quel desiderio di rifugio che si prova la sera, quando la giornata lavorativa finisce e si spalanca davanti il piacevole ignoto del tempo non produttivo. Giorgia e Remo se avessero due nomi meno ordinari potrebbero essere i protagonisti di una di quelle storie da centinaia di pagine che hanno radici in qualche generazione precedente e si perpetuano nelle vite di quelle future. Dalle nostre parti invece i personaggi inventati come loro riescono a pianificare solo fino a giovedì prossimo. Hanno preso appuntamento con Rita dello studio Archidomo per discutere insieme di qualche intervento di ristrutturazione del loro appartamento e mancano sempre meno giorni a giovedì. L’ingresso è da razionalizzare con l’inserimento di un mobile contro la parete sinistra che contenga giacche e cappotti d’uso quotidiano insieme alle borse porta-pc di entrambi. Ne parlano già da un po’ quando sono insieme. A cena, a colazione, quando si trovano in coda, prima di addormentarsi. Colori, materiali, impatto. L’appuntamento di giovedì potrebbe finalmente cambiare il corso della loro vita perché una casa confortevole aumenta in modo esponenziale la base installata della felicità di chi la abita. Remo cerca di ripercorrere i particolari del progetto che ha ricevuto dall’architetto via mail. Un disegno in PDF i cui dettagli sono poco comprensibili ma che danno il senso dell’insieme. Non ha idea del costo, nemmeno a spanne, e teme che poi rimarranno delusi perché sa che non se la sentiranno di impegnarsi in una spesa di quell’entità. Riesce a strutturare una lista di domande che porrà nel corso dell’incontro mentre attraversa il viale di fronte all’ingresso dell’ufficio in cui lavora da vent’anni. Un’arteria che collega il centro all’aeroporto e che alterna senza un algoritmo ben preciso traffico congestionato da ore di punta in entrambi i sensi a momenti di vuoto totale. Il fatto che sia un giovedì è assolutamente casuale.

quando la tv generalista generalizza

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Una tradizione dell’estate italiana è la RAI che si tinge dei colori della nostalgia, o, meglio, dei non-colori considerando che le tinte in questione vanno dal bianco e nero ai primi esperimenti di modernità sbiadita. Quasi contemporaneamente, intorno all’ora di cena, la tv pubblica ci accerchia con una doppia proposta di cose del passato, trasmettendo “Techetechetè” sul primo canale e “Vox populi” sul terzo. Lo spettacolo per la gente da una parte e lo spettacolo della gente dall’altra: la trasmissione su RaiUno ripropone infatti cantanti, attori, comici e soubrette professionisti, quella su RaiTre persone normali – come dice il titolo stesso – intervistate sugli argomenti più vari.

Facile intuire che i target sono differenti, considerando gli spezzoni di programmi d’epoca riesumati: da una parte i soliti Mina, Ricchi e Poveri, Gino Bramieri e compagnia bella, dall’altra emeriti sconosciuti intercettati per indagini su costume e fenomeni sociali, oppure stralci da trasmissioni più o meno intelligenti messi in sequenza secondo un tema e con una proposta per decennio di appartenenza. Inutile dire che io propendo per questo format, anche se ieri sera, su “Techetechetè”, ho visto una sfilza di complessi italiani dal beat ai Lunapop, passando per PFM, Banco e Nomadi. Potrei lasciarmi andare a una delle solite critiche sui grandi assenti che avrebbero dovuto essere citati (il programma dura comunque una buona mezz’ora) ma, trattandosi di un’eccezione, vorrei portare la vostra attenzione su “Vox Populi” perché, a distanza di pochi episodi, si è parlato ben due volte di punk in Italia.

La prima occasione è stata all’interno di una puntata sulla trasgressione, almeno io l’ho intesa così. Dei punk di fine anni settanta hanno riproposto il gruppo di quindicenni truccati e conciati come Anna Oxa a Sanremo, quindi un aspetto piuttosto light e di costume: ragazzini delle medie eccentrici presentati come gioventù annoiata alla ricerca di qualcosa di nuovo. Il registro è cambiato con il decennio successivo, in cui sono stati confusi i punk con i punkabbestia che, ricordiamolo, in confronto a loro i cosiddetti barboni sono baronetti della regina, per non parlare del punk degli anni 90 rappresentato da un ex tossicodipendente poi redento e restituito alla società produttiva. Spero che negli archivi RAI ci siano contenuti un po’ più autorevoli da rintracciare per esporre un tema così complesso. Capisco che la tv è generalista, ma le generalizzazioni sono l’anticamera dell’ignoranza e della confusione. Il secondo episodio di “Vox Populi” a cui mi riferisco è andato in onda ieri. Ancora a fine anni 70, un fotografo truccava e vestiva due modelle da punk per delle foto di moda, quindi un fenomeno popolare che diventa un pretesto commerciale per comunicare a un pubblico ben preciso.

Insomma, sono rimasto un po’ deluso da tutto questo pressapochismo. Il punk in Italia è stato anche molto altro, sia ai tempi in cui si è diffuso tra i giovani (probabilmente all’inizio del ceto medio-alto) sia quando è tornato in auge nel corso dei decenni successivi, anche in forme diverse. In ogni caso, credo che il lavoro più bello del mondo sia quello di mettere mano agli archivi RAI e rivedere tutto quello che c’è. Anzi, vi giuro che pagherei pure per poterlo fare.

mezza pensione

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Il nuovo decreto legge che vieta alle persone di avere un successo maggiore e in età inferiore a chi auspica una rivalsa personale da anziano, per me che sono cinquantunenne costituisce una sorta di rivincita e un canale di drenaggio per i veleni accumulati in una vita di invidie provate per giovani che riescono a fare terribilmente meglio, e in età in cui io ero già un fallito, quello che avrei voluto fare io. Cari amici trentenni continuate a cercare di far fortuna con i vostri cervelli all’estero e a quella sagoma di Enrico Mentana con la sua idea di finanziare una start up giornalistica per restituire ai neolaureati quello che ha avuto lui gli dico che si fa presto a investire sulla gioventù e sulla bellezza. Anche l’idea della borsa di studio per consentire a quelli come me di terminare qualcosa che piaccia a terzi non è male perché ci consente di insistere anche fino a sessanta o settantanni finché qualcuno non ci dice bravo per qualcosa che abbiamo fatto, sebbene togliendo risorse ai giovani ma chi se ne importa. Amici delle nuove generazioni, ritiratevi. Nelle stanze dei bottoni, anche quelle delle vostre vite, ci saremo per sempre noi.

i motori di ricerca

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Ricordo perfettamente molte delle cose che avete detto, persino considerazioni che avete condiviso nella notte dei tempi. Parole di poco conto, pensieri gravi come il marmo, rime improvvisate, battute sagaci e sciocchi giochi di parole. Ricordo visioni a lungo termine e nonsense, testi di canzoni mai composte e incipit di libri dei quali non avete scritto più di una manciata di cartelle, modi di dire dialettali e confidenze da ubriachi. Ricordo le vostre poesie, i dialoghi durante telefonate in acido e fantasiosi segreti da prima elementare, soprannomi, plagi da sentito dire da terzi, voci di corridoio, dichiarazioni d’amore, conversazioni del più e del meno, minacce, bestemmie, arzigogolate filastrocche incomprensibili al di fuori del lessico famigliare che vi ha dato i natali linguistici, modi di dire in inglese inventato e sofferenza espressa con il dolore universale. Ricordo il nome di chi vi ha sfilato le mutande la prima volta, il posto in cui me l’avete raccontato, cosa dicevi di me alla comune amica e il testo della mail in cui mi hai chiesto scusa, prima di non vederci più. Quella volta delle danesi in discoteca, quella dei panini rubati a Juan-les-Pins con quel tuo amico che è morto di overdose, la gag con il prof di religione e Angelo Branduardi, il prezzo del Subbuteo acquistato di seconda mano, il cancello sbagliato al concerto dei Depeche Mode, i particolari che non avresti dovuto rivelare a Susanna ma poi l’hai fatto lo stesso, le diecimila lire che tanto te le restituisco che ci vediamo tutti i giorni il giorno prima che ti trasferissi definitivamente con i tuoi al sud, e chissà a quanti altri le hai chieste. Ricordo gli autori che vi piacciono, i film che non vedreste mai, i solo di chitarra che avete inciso nei brani dei vostri gruppi, le voci dei vostri prof delle superiori, come avete fatto a venirne fuori, come avete fatto a non farcela. Ho iniziato a scrivere tutte queste cose qui sopra anni fa proprio per voi, così se vi capitasse di cercare su Google le parole che mi avete detto o qualcosa che abbiamo fatto insieme lo potrete facilmente trovare qui. La mia vita è anche un po’ la vostra e viceversa.

ecco perché i blog sono meglio dei social, parte 1

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Vedete, qui scrivo quello che voglio, nessuno mi contraddice, quando accade cancello il commento così nessuno lo legge, non leggo le minchiate che scrivete voi ma solo le mie, ho sempre ragione, siamo tutti d’accordo, la pensate tutti come me anche perché non leggo come la pensate, nessuno fa ironia, nessuno pubblica meme, nessuno dice battute, nessuno scrive cose che non capisco, posso rileggere solo cose mie, non vedo passare riferimenti a musica di merda, sono il re assoluto di tutto quello che succede. Non leggo cose che mi mandano in bestia, che mi fanno innervosire, che mi fanno venire voglia di bloccare persone. Non leggo aggiornamenti su cose di cui non me ne frega un cazzo a partire dal calcio fino alla gara a chi è più degli altri in tutti gli ambiti in cui cercate di primeggiare sui social: arguzia, intelligenza, cultura, radicalismo, sarcasmo, cattiveria, bontà, impegno, disimpegno, mi si nota più se vengo o non vengo, citazionismo morettiano, diecidischipiùbellismo, sentimenti belli, sentimenti brutti, sentimenti poveri, miseria, cultura no che l’ho già scritto, ditopuntatismo, ditolunismo, nozionismo, amarcordismo, pressapochismo, gentismo. Per questo i blog non moriranno mai, almeno fino a quando i blogger non morir