il ginocchio da te

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Silvia e Paolo si sono conosciuti sul mio profilo Facebook. Non mi ricordo il post di preciso che si sono messi a commentare entrambi. Sicuramente si parlava di musica. Paolo mi aveva contattato per suonare nel suo gruppo. Avevano appena pubblicato il primo disco e stavano preparando il live. Non avevo mai fatto un provino vero e proprio, prima di allora. Le band mi chiedevano collaborazioni perché conoscevano le mie qualità. Paolo era arrivato a me tramite passaparola ma non mi aveva mai sentito dal vivo. Il provino però non era andato bene. A loro serviva un tastierista più versatile, mentre io (a quasi quarantanni) ormai ero schiavo del mio stile tutto basato su sintetizzatori d’epoca, zero tappeti ed elaboratissimi campionamenti che rendevano indispensabile l’uso del clic.

Malgrado l’esito negativo avevo però mantenuto rapporti con Paolo perché rimaneva, a tutti gli effetti, l’unico contatto con l’ambiente musicale professionistico. Da ipocrita pensavo potesse tornarmi comodo, in futuro. Ma non era solo per quello. Invidiavo mia moglie e il suo modo di coltivare le relazioni con le persone. Anche se non era poco che vivevo a Milano, a parte i colleghi e gli amici acquisiti dopo il matrimonio non conoscevo nessuno con cui fare quattro chiacchiere davanti a un bicchiere. Così con Paolo avevamo preso a frequentarci. Ci facevamo un paio di birre una volta ogni tanto. Il fatto è che, mese dopo mese, il suo progetto musicale, quello per cui ero stato scartato, ancora non era decollato. Colpa del mercato italiano, pensavo. Comunque non mi sottraevo a manifestazioni di apprezzamento per il suo lavoro perché vedevo quanto fosse soddisfatto dall’essere adulato. Forse mi spingevo fin troppo oltre. Adesso so per certo che non mi comporterei più così con nessuno. Il fatto è che mi piace troppo compiacere il prossimo, nel bene e nel male.

Non so se sia stato Paolo a iniziare a flirtare con Silvia o viceversa lungo una discussione su Facebook che, ai tempi, era un social network per addetti ai lavori e di italiani eravamo quattro gatti. Da lì la conversazione si dev’essere spostata su un canale privato, tanto che pochi giorni dopo Silvia è venuta a chiedermi che tipo fosse Paolo. Ho rilasciato la mia versione pubblica e non ho lesinato le lodi. Silvia mi voleva bene e si fidava, per questo il suo risentimento nei miei confronti a seguito della pessima esperienza con Paolo è stato forte e ha rischiato di interrompere la nostra amicizia. Le ho promesso così che avrei cambiato l’opinione su di lui cercando addirittura di chiudere i rapporti, sempre per la mia predisposizione ad appagare chiunque me lo chieda.

Silvia aveva la passione per la fotografia. Questo lo diceva lei. Per farmi perdonare la storia di Paolo le avevo allora procurato un biglietto omaggio a un concerto che aveva organizzato mia moglie. Si è presentata ai cancelli con tutto il suo equipaggiamento e, una volta dentro, ci ha proposto di farci una foto che, ancora oggi, campeggia sul frigorifero in cucina, assicurata da due magneti. Mia moglie ed io abbracciati e, nell’angolo in basso a sinistra, il mio ginocchio peloso. Ci eravamo messi in posa sui gradoni dell’anfiteatro all’aperto in cui si svolgeva la manifestazione e io, per avvicinarmi a mia moglie, avevo appoggiato il piede sul sedile che occupavo, alzando il ginocchio all’altezza del mento. Io non sono un fotografo, ma quando voglio immortalare qualcosa o qualcuno mi assicuro che non ci sia altro oltre al soggetto che voglio riprendere. Persone sullo sfondo, particolari che entrano in campo anche per poco, dettagli che possano rovinare lo scatto. Lei non si dev’essere accorta del ginocchio, oppure non ha ritenuto potesse rovinare la scena. Quando Silvia mi ha recapitato la foto sono così rimasto sorpreso per la presenza di quel terzo incomodo. Mia moglie, io, il mio ginocchio peloso, che da allora considero un po’ il figlio maschio che non ho mai avuto.

Italia Morta

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Nella mia idea di aldilà ti restituiscono i soldi di tutti gli acquisti sbagliati, anche se non sai più che fartene. C’è uno sportello all’ingresso con un impiegato cassiere, uno di quelli che maneggia il contante, che fa il consuntivo e tira fuori dal cassetto la mazzetta di banconote che ti spetta. Peccato però per la mancanza di occasioni per spendere o mettere da parte quello che ti viene dato indietro. Basterebbe solo riaverli con qualche anno d’anticipo per farci una pensione con i fiocchi, di quelle che vai in Portogallo o a Tenerife e fai una vita più che dignitosa. Qui, nell’Italia ai tempi di Italia Viva, il potere d’acquisto non è dalla parte dei vecchi. C’è anche chi ai vecchi vorrebbe togliere il diritto di voto. Immaginarsi la conseguente trama di un teen drama da bamboccioni è un gioco da ragazzi (bamboccioni): in un futuro distopico e a tratti ucronico il Partito dei Giovani ha preso il potere e gli anziani sono stati concentrati negli stadi cittadini, come ai tempi del golpe cileno, con intorno l’esercito armato – formato rigorosamente da under 30 – pronto a passare per le armi il primo augias che manifesta rimostranze nei confronti del regime. In una situazioni così vorrei esprimere l’ultimo desiderio ed essere rimborsato di certi capi d’abbigliamento che poi non ho mai messo ma che, nel salottino di prova, mi sembrava potessero dare una svolta alla quotidianità. Tant’è che metto sempre magliette e pantaloni blu. Poi verrà il giorno in cui vestirò da anziano ma non riesco ancora a scovare i negozi specializzati in questo genere di abbigliamento. E non è una scusa per scampare al rastrellamento della Guardia Stellata.

ricevuto

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Gli addetti ai lavori e i veterani del settore sostengono che i genitori siano il male assoluto della scuola. La mia natura mi impone di evitare i conflitti quindi, al momento, non ho aneddoti cruenti da raccontare circa il modo di vivere l’esperienza scolastica dell’anello debole degli stakeholder del mio lavoro con cui ho a che fare.

L’esser stato prima genitore che insegnante un po’ aiuta. Se offro un servizio, customer care e customer satisfaction sono la base di ogni relazione commerciale. Il fatto che a lasciare i propri figli otto ore al giorno in balia della didattica non ci si possa sottrarre e, conseguentemente, si ribaltino le dinamiche tra chi offre il servizio e chi ne usufruisce, non deve trasmettere al docente la sensazione di inviolabilità da monopolio. Dopo le prime assemblee di classe dello scorso mercoledì ho sentito di veri e propri ammutinamenti di genitori, guidati da temerari rappresentanti, nei confronti di colleghe. “Se non vi va bene il mio metodo andate a lamentarvi con la preside!”, dicono abbia sostenuto la docente che straccia le pagine con gli errori e lancia i quaderni in classe, forte di un pregresso professionale in una realtà montessoriana del centro ben diversa dal mio plesso di provincia.

Della mia classe, all’assemblea di inizio ciclo ho avuto una percentuale di presenze niente male, più del 70%. Tenete conto che in prima l’entusiasmo di tutti è al top. Chiaro che si sono fermati per i colloqui individuali solo i genitori dei bambini che non ne hanno bisogno, ma è sempre così. Nelle famiglie in cui c’è attenzione i figli crescono senza problemi. Poi diventano adolescenti teste di cazzo comunque, ve lo dico per esperienza personale, ma questa è un’altra questione.

Peccato che mancassero quattro degli stranieri (su cinque) che ho in classe. Peccato perché i bambini sono nati in Italia, parlano benissimo la nostra lingua e sono ben integrati con il gruppo. La mia collega sostiene che non sia tanto una questione di mancanza di interesse quanto di questioni pratico-organizzative. Si tratta di nuclei famigliari con millemila figli a cui badare e padri e madri che difficilmente riescono a staccarsi da attività senza orario o dal ménage domestico.

A quelli che si sono presentati ho cercato in tutti i modi di trasmettere loro l’attenzione che rivolgo ai loro figli, che poi sono il core business della mia attività. Quando uscivo dai ricevimenti degli insegnanti che ha avuto mia figlia nel migliore dei casi mi sentivo insoddisfatto. Nel peggiore provavo risentimento per i discorsi generali sulla classe su cui si dilungavano come se mia figlia fosse un di cui, non considerando invece che, degli altri, a me non importava nulla come agli altri ero certo non fregasse niente di mia figlia. Madri e padri vogliono solo avere la certezza che il talento (qualunque esso sia) e le competenze del loro rampollo vengano alla luce (ah, la maieutica) e messe al sicuro dal docente in una botte di ferro per un futuro di successo. Io poi, che vengo dal marketing con l’aggravante di essere una persona sensibile, ci metto il resto, conducendo i miei clienti – lasciatemi continuare la metafora – giù nel profondo della sfera personale. Mia, loro e del loro bambino.

I genitori così tornano a casa con il pieno di emozioni e di sogni per il futuro, proprio come avrei voluto sentirmi io. Ma non racconto balle, giuro. Cerco solo di comunicare i frutti del mio lavoro dal mio punto di vista, gli stessi che loro vedono crescere e maturare nei loro figli giorno dopo giorno. Tutte cose che non vedo perché si debbano tacere. Non c’è motivo: non bisogna aver paura di soddisfare le persone.

dura poker

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Quando non ti piace una cosa che piace a tutti è meglio non manifestare la cosa. Nel più banale dei casi si rischia di passare per uno che lo fa apposta a comportarsi da bastian contrario, anche solo per darsi un tono. D’altronde, anche a dire che non è che non ti piaccia perché vuoi passare da bastian contrario ma perché non ti piace davvero ci fai la figura di quello che vuol passare da uno che ha le sue ragioni ma lo fa solo per farci la figura del bastian contrario e godersi tutta la visibilità del caso.

Ma se anche argomenti le tue posizioni per le quali la cosa che piace a tutti non ti piace indipendentemente dal fatto che piace a tutti, corri il rischio di passare per bastian contrario. E anche a fare dell’ironia sulla cosa che piace a tutti è possibile farci la figura di uno che vuole minimizzare con il suo acume da intellettualoide il fatto di essere un bastian contrario sperando che, minimizzando la cosa con l’ironia, l’ironia sovrasti il tentativo di passare per bastian contrario facendo passare chi fa l’ironia per uno a cui non piace la cosa che piace a tutti ma che lo sa minimizzare, appunto con l’ironia. Per questi svariati motivi quando non ti piace una cosa che piace a tutti è meglio non manifestare la cosa.

Avrei voluto scrivere che ho visto Joker e mi ha fatto cagare. Non ho mai visto un Batman in vita mia e ho chiuso con i fumetti da scuola media quando, appunto, facevo le medie. Solo che quando ero ragazzino quei fumetti lì mi facevano cagare e leggevo solo Topolino e Tiramolla. Così avrei potuto scrivere che avrei preferito piuttosto una dietrologia sulla Banda Bassotti. Quelli sì che sono cattivi che si meritano un prequel biografico. Ho visto Joker e mi ha fatto cagare ma non l’ho detto a nessuno e non l’ho scritto nemmeno qui, su questo blog, proprio per non passare per uno che lo fa apposta a comportarsi da bastian contrario, anche solo per darsi un tono.

se ne salti una non succede niente

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Mi sono reso conto che non ce l’avrei fatta proprio mentre uno di quei pezzi che certe radio propongono come musica classica contemporanea (ma altro non è che new age da tanto al mucchio composta da suoni di archi effettati e prolungati e un accordo di piano ogni tanto, anche messo a cazzo) mi sorprendeva con un sussulto di uno strumento a fiato e, nel buio, illuminato dagli anabbaglianti della mia Opel Astra Station Wagon, si delineava il volto del sosia di Luca Sofri, non so se lo conoscete, è il marito dell’ex presentatrice del Grande Fratello. Ormai la mia presenza alla seconda delle due ore di allenamento settimanale era compromessa. Non sarei mai riuscito ad arrivare in tempo anche se il ritardo sarebbe stato di sette minuti circa. Odio entrare quando le cose sono già cominciate e mi piace giungere agli incontri e agli appuntamenti con almeno un quarto d’ora di anticipo e non solo al cinema. Ma soprattutto, ed è il tema di questo post, non sopporto emotivamente saltare un impegno parte di una serie, una categoria in cui rientra tutto ciò che necessita di una partecipazione con frequenza stabilita, o perché frutto di un obbligo – per esempio il lavoro, la scuola ecc… – o perché previsto da un servizio regolarmente pagato, come un’attività sportiva anche dilettantistica come quella che a cui sono iscritto io. Sto malissimo quando mia figlia non va a scuola perché non si sente bene perché che i ragazzi siano a scuola è sancito da un sistema che non si può interrompere. Mi viene l’ansia e non mi riprendo fino al giorno successivo quando le firmo la giustificazione. Allo stesso modo, se un imprevisto si mette di traverso tra me e gli incontri di Circuit Training – per i quali ho sottoscritto un abbonamento bisettimanale per tutto l’anno – mi sento come se avessi rovinato un equilibrio, inquinato un ecosistema, violato un dogma universale. Le cose non sono al loro posto e, allo stesso tempo, non sto facendo dello sport per cui ho pagato fior di quattrini. Quando succede (molto raramente) mia moglie cerca di rimettermi sui binari del buon senso rassicurandomi del fatto che se ne salto una non succede niente. Eppure sono certo che perdiamo comunque qualcosa. La costanza è l’unico vero motore che fa girare il mondo.

Siouxsie & The Banshees – Tinderbox

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

A metà anni 80 alcuni degli artisti new wave post-punk – insomma, la musica che piaceva a quelli che andavano in giro conciati come Robert Smith – mutarono pelle a seguito di una sorta di break-even point da cui nessuno è più tornato indietro. Le cose erano cambiate – e di molto – e, consapevoli di un mercato che virava altrove secondo le esigenze di sensibilità diverse, come gli animali braccati che si giocano il tutto per tutto si erano rifugiati nelle tane del dark più oscuro costruito paradossalmente su matrici più accessibili. Rivolgersi a più persone, con canzoni dalle tinte più fosche.

Pensate a “The Head on the Door” o “Kiss me kiss me kiss me” dei The Cure, a “Black Celebration” e “Music for the Masses” dei Depeche Mode o a “Night Time” e “Brighter Than A Thousand Suns” dei Killing Joke. Proprio queste tre band torneranno poi ridosso del decennio successivo con dei dischi che, degli anni 80, sonorizzeranno la cerimonia funebre: quel capolavoro che è “Disintegration”, il successo totale di “Violator” con un’improbabile (per un gruppo elettronico) chitarra protagonista, e l’industrial punk di “Extremities, Dirt & Various Repressed Emotions” con cui Jaz Coleman e soci fanno ciao ciao con la manina ai fan del gotico melenso, ancora vestiti di nero, l’eyeliner sbavato e dieci anni in più sul groppone.

In questo scenario, Siouxsie & The Banshees – la regina del dark accompagnata dal suo rinnovato entourage di creature della notte – non è stata da meno. Lasciando negli annali della storia della musica le sonorità vibranti, elettriche, sbrigative e psichedeliche alla base della sua personalissima produzione delle origini, quella diventata ispiratrice della quasi totalità delle songwriter alternative e depresse del duemila, Siouxsie si apre a una fase ai tempi fraintesa come transitoria e, a distanza di trent’anni, palesemente di maturità, che ha raccolto in un disco pressoché perfetto come “Tinderbox” il massimo del suo splendore.

La copertina di “Tinderbox” riproduce in rosso scuro la stessa forza distruttiva del tornado di “Stormbringer” dei Deep Purple che, a sua volta, era già stato visto su “Bitches Brew” di Miles Davis lungo uno dei rarissimi casi, nella musica, di foto da cover art già utilizzate in precedenza e, soprattutto, da artisti che non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro, se non nella voglia di ridurre in polvere qualcosa. Nel caso di Siouxsie & The Banshees, si parla di città sepolte dall’impeto della natura proprio nel primo singolo tratto dall’album, brano che corrisponde con uno dei più grandi successi della band. “Cities in dust”, probabilmente ispirata da una visita a Pompei, è un dialogo con la civiltà sconfitta dalla natura, oltreché un grande successo commerciale.

“Tinderbox”, settimo album in studio della band, è anche il primo con il nuovo chitarrista – l’ex Clock DVA John Carruthers – che prende il posto occupato temporaneamente da Robert Smith in sostituzione dell’ingombrante John McGeoch. Le cose cambiano, e in meglio. Il riff di chitarra di “Candyman” – la prima cosa che esplode sul piatto mettendo il disco – non passa inosservato, statuario e solido a cavallo della discesa di toni del basso e dalla batteria prorompente, una base ritmica che contribuisce a rendere il secondo estratto dall’album uno dei momenti indimenticabili del dark di tutti i tempi. Per non parlare dell’apporto del nuovo musicista agli altri brani a partire dall’arpeggio di “The Sweetest Chill”, una formula che si ripete nella splendida “Cannon” e nella struggente ballad “92°”.

Ma i momenti di eccellenza non finiscono qui. “Party’s Fall” è una canzone perfetta per melodia e struttura. Il modo inimitabile in cui si alternano le parti ne fanno un vero gioiello e l’andamento ritmico è quello di un classico delle playlist da festa da ballo in costumi gotici, un brano che sino all’ultima nota, soprattutto con la sua tirata conclusiva, non finisce mai di stupire.

Ma la vera perla del disco è la traccia finale. La composta e articolata figura di batteria con cui “Land’s End” inizia, affiancata dalle note del basso e dagli interventi misurati di chitarra, creano i presupposti per una linea di voce superba, in grado di decidere i giochi fino all’accelerazione strumentale del cambio e oltre. Raddoppia il tempo, si moltiplicano le sensazioni. “Land’s End” si rivela uno dei brani più rappresentativi di Siouxsie & The Banshees poiché concentra il meglio della loro ispirazione: atmosfere cupe, complessità compositiva, alternanza di dinamiche, armonia sofisticata.

“Tinderbox” costituisce un momento unico della band e il ritratto più riuscito di un momento musicale che non tornerà più. Resta il rammarico per il singolo uscito successivamente all’album, quel “Song from the Edge of the World” pubblicato pochi mesi dopo che però non ne fa parte, se non nelle edizioni su cd postume. Sarebbe stato il modo più adatto per chiudere, su vinile, un’era pronta a disintegrarsi e digitalizzarsi ma ancora fragile nel suo aprirsi alle sonorità che, di lì a poco, trasformeranno le cose senza possibilità di ritorno.

si vede dal mattino

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Tra i motivi per cui una giornata può risultare strana ci può essere anche una notte alle spalle che è durata tantissimo e lo scarto tra ora legale e ora solare non c’entra. Il problema si palesa quando siete in due o in tre ad aver provato la stessa identica esperienza con l’aggravante che due orologi di case diverse – ma all’interno dell stesso fuso orario – al risveglio risultano indietro entrambi di qualche minuto. Poca roba per tirare in ballo quel tipo di soprannaturale che va tanto di moda nelle serie TV ma comunque entro i parametri che ti fanno riflettere sulle cose per le quali non esiste una spiegazione scientifica. E cose di quel tipo ce ne sono tante. Alzarsi con il piede sbagliato di lunedì è un classico tra gli studenti. Ieri ne avevo tre in classe che volevano la mamma e io davvero non sapevo cosa dare loro in cambio. A volte il surrogato di affetto non basta e ce ne vogliono di giochi divertenti per convincere un seienne che con maestro Roberto comunque si sta bene. Non ditelo a me che, quando ero dall’altra parte della barricata, ho passato settimane a piangere sul banco con la maestra Iside che non sapeva più cosa fare. Ora qualcosa mi sveglia alle 4:35 e mi sussurra i modi più efficaci per cavarmela sgomitando tra i componenti della copiosa compagine di persone inventate che affolla il pantheon di eroi di un bimbo di sei anni. Mia figlia, malgrado gli incubi mattutini sul Greco e il Latino, invece dorme alla grande il sonno degli adolescenti. Non so come faccia. La scuola, da qualsiasi punto di vista la giri, è sempre uno stress.

quello che mi aspetto da tè

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Ho comprato un infuso con mille erbe ed essenze all’Esselunga solo perché aveva un packaging tutto colorato e assai invitante, con una grafica un po’ retro e un naming di prodotto particolarmente azzeccato. Devo darci un taglio con il caffè, sono stufo del latte a colazione e il tè mi sembra un ottimo compromesso. Le aspettative però sono sempre troppo elevate per quella che alla fine si conferma, come diceva mio suocero, acqua sporca. Il sapore più o meno deciso e la temperatura da bevanda corroborante non sono sufficienti a far dimenticare la consistenza che, in bocca, restituisce comunque una sensazione di liquidità al cento per cento alla stregua dell’acqua del rubinetto. Per aumentarne la densità occorre aggiungere il latte ma a me la soluzione di latte insieme all’acqua lascia perplesso e mi fa correre in bagno. Ci sono poi i brand storici del tè con le millemila varianti sul tema e i flavour esistenti in natura o inventati di sana pianta (non del tè, quindi). Senza contare il metodo di preparazione che, per certe culture, è un vero e proprio rito e si spinge molto al di là di un banale pentolino in cui far bollire l’acqua e buttarci dentro la bustina. Sono pieno anche di infusi sfusi (era molto che volevo rendere questo gioco di parole) e ho addirittura un tè al cioccolato, davvero invitante perché il profumo inconfondibile promette un’esperienza di gusto molto più avanzata in quanto richiama alla densità di ben altri prodotti in busta ma poi, versato in tazza, non cambia molto e rimpiangi il Ciobar. Mettici pure il fatto che non sono inglese e il quadro che ne esce è che, davvero, il tè non è proprio la mia tazza di tè.

le auto gemelle

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Il nuovo spot della Citroen C3 ha come protagoniste tre sorelle gemelle che si chiamano Marina, Martina e Marta. Tutte e tre possono sbizzarrirsi nello scegliere la variante dello stesso modello sfruttando le numerose combinazioni di colore dei dettagli. Simili ma a modo loro uniche, proprio come le tre gemelle. Che comunque nessun genitore chiamerebbe Marina, Martina e Marta se non a costo di essere oggetto di scherno sin dalla scuola materna. Ve lo immaginate? Tre bambine già praticamente indistinguibili nell’aspetto e nel fisico a cui sono stati assegnati nomi così intercambiabili e facilmente confondibili. Perché non allora non chiamare la prima gemella Grazia, la seconda Graziella e la terza

perserverare è diabolico

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Già due alunne della prima in cui ho meno ore mi hanno confessato che mi vorrebbero sposare ma poi, per sdrammatizzare la cosa, mi hanno anche detto che puzzo. Quando poi ho rovesciato un po’ d’acqua in mensa uno dei millemila leonardi che ho in classe (sembra che oggi si chiamino tutti così, probabilmente è un formula scaramantica con cui i genitori anelano a un rampollo di successo) mi ha dato del pasticcione. Poi però mi sommergono di abbracci e più di una volta ho rischiato di cadere con quattro o cinque nani addosso. I bambini sono imprevedibili. Dopo un mese di scuola le cose si sono stabilizzate. Quelli che piangevano e si facevano trascinare in classe dalla mamma oggi fanno i gradassi e pregni di sicumera danno lezioni di coraggio scolastico ai meno temerari. Solo Cecilia continua ad aspettare fuori dall’aula con la faccia imbronciata ben oltre la campanella. La collaboratrice mi chiama ogni mattina e io devo uscire fuori per convincere Cecilia per entrare con gli altri. L’ho presa in braccio e l’ho coccolata. L’ho riempita di complimenti per il cerchietto con le orecchie pelose e per la gonnellina con le balze in tulle. Le ho anticipato i divertentissimi giochi che avremmo fatto insieme ai compagni se si fosse lasciata convincere. A volte ha funzionato, altre un po’ meno. Stamattina ogni tentativo ha fatto cilecca. Ero più nervoso del solito, dopo vi spiego il perché, così sono uscito in corridoio, l’ho guardata un po’ severo e le ho detto di filare in classe altrimenti mi sarei arrabbiato. Cecilia ha preso le sue cose in cartella e si è avviata al suo posto. Non sapevo, però, che poco più avanti ci fosse la madre che l’aveva accompagnata dentro a causa del ritardo mostruoso dovuto al disagio/capriccio della figlia. Si stava confrontando con la responsabile di plesso e insieme hanno assistito al mio plateale rimprovero. A fine lezioni la responsabile mi ha raggiunto per condividere il suo apprezzamento e quello della mamma di Cecilia sul mio approccio: secondo loro il tono deciso è stato vincente e ha convinto tutti. Io mi ero già dimenticato l’episodio e la sorpresa è stata doppia. Ho vissuto così l’accaduto come un riconoscimento di stima e mi ha tirato su da una mattina di quelle da dimenticare. Qualche giorno fa ho scritto “ciliege” anziché “ciliegie” alla lavagna. Non me ne sono accorto e i bambini – che a momenti nemmeno sanno leggere – l’hanno copiato sul quaderno. Non so dirvi perché mi sia sfuggito, me ne sono accorto solo stamattina. La cosa mi ha avvilito moltissimo. Sul computer quando c’è qualcosa che non va la parola sbagliata ti si sottolinea di rosso. Quando scrivo qui, poi, non sto mai a rileggere e sapete bene quanti refusi mi lascio dietro. Sulla lavagna in ardesia non c’è nessun aiuto, rimane tutto, anzi, vola sui quaderni, indelebile per sempre, fino nelle case dei genitori.