un modo come un altro per non farsi raggiungere

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Certo, rivederti dopo tanti anni su un monopattino è stata una sorpresa. Eri ferma qui sotto all’angolo con un piede sulla pedana e l’altro saldo a terra. Tenevi quel mezzo infernale su cui davvero non salirei nemmeno se mi pagassero con una mano. Nell’altra avevi uno smartphone e il tuo sguardo passava rapidamente dallo schermo ai nomi delle vie sui muri delle case di quel crocevia come se non sapessi quale strada prendere per arrivare a destinazione. Indossavi una protezione per la testa traforata come quelle che usano certi ciclisti che non amano il casco chiuso e avevi una sacca sportiva che ti pendeva sulla schiena, mezza vuota come avresti detto tu o mezza piena, come ti avrei fatto notare io. Resta il fatto che certo, rivederti dopo tanti anni su un monopattino è stata una sorpresa.

come un vestito in un giorno qualunque

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A cavallo tra gli ottanta e i novanta vedevo Federico Fiumani ovunque. Principalmente sul palco perché i Diaframma in quel periodo mi piacevano di brutto anche se non capivo come fosse possibile reggere e gestire un cambiamento così drastico tra il timbro e la vocalità di Miro Sassolini e la sua, quella di Fiumani, intendo. Poi lo vedevo passare tantissimo in tv con quel pezzo pazzesco che era “Gennaio” e che aveva un video altrettanto dirompente. “Gennaio”, urlava Fiumani, e nel mentre scardinava tutte le regole della canzone e della metrica dei testi, con un riff di chitarra perfetto, un brano  sfrontato e antagonista nei confronti del modo di intendere la musica e quello che erano stati i Diaframma stessi con il cantante precedente.

Pur essendo (e lo sono tutt’ora) del team Sassolini, come diciamo noi giovani d’oggi per dichiarare l’appartenenza a qualcuno o qualcosa, apprezzavo il coraggio con cui Fiumani aveva accettato la sfida e dove voleva condurre il suo progetto. Avevo acquistato “In perfetta solitudine” su cassetta e tenevo quel nastro fisso costantemente nel walkman, ero alle prese con la leva obbligatoria e il titolo del primo album solista di Fiumani – benché sempre a nome Diaframma – riassumeva perfettamente quel periodo della mia vita. Come tutti i miei commilitoni ero single e isolato in quell’esperienza a suo modo incomparabile e unica che era l’esercito.

Una volta congedato ero così fissato con Fiumani che sono certo di averlo visto in concerto almeno quattro o cinque volte nel giro di una manciata di mesi. Me lo immaginavo fuori luogo come nel testo di “Caldo” o cinico in quello di “Irriconoscente”, con  quella camicia alla coreana che indossa nella foto del retro copertina di “Siberia”, un toscano un po’ presuntuoso come tutti quelli che avevo conosciuto sotto le armi, la caserma era un’opportunità che ti apriva al mondo, sotto questo punto di vista.

Mi rivedo a saltare sotto il palco in una bella serata alla festa dell’Unità di Genova nel 91, e quando poche settimane dopo l’ho avvicinato al termine di un concerto in un locale lì vicino per farmi firmare un manifesto della serata e chiedergli che ne pensasse della svolta dei Litfiba con le percussioni. Più gli parlavo e più mi affascinava. Una volta l’ho pure incontrato sulla metro a Milano, lui di Firenze e io di Savona, eravamo solo noi due vestiti tutti di nero in un vagone gremito di gente disattenta, e infatti solo io credo di averlo riconosciuto, e ci siamo studiati reciprocamente interrogativi.

Un vero integralista di se stesso, uno che non si è mai arreso e non penso che lo abbia mai fatto nemmeno ora. Ogni tanto leggo che è uscito un suo ellepì e mi stupisco del fatto che non sia mai tornato sui suoi passi, ai Diaframma di un tempo, quelli con Miro Sassolini alla voce, lui che davvero mi sono sempre chiesto come sia possibile che basti la sicurezza di sé a convincere il pubblico che non sei per nulla stonato come una campana.

Vuoi spezzare le catene della paura? Leggi qui come fare.

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Per Elisa tutto quello poteva anche sembrare romantico ed eccitante, ma Ricky si era già addormentato con l’ansia della neve la sera prima. Loro due bloccati in casa mentre fuori tutto si tingeva di bianco. Bello nei film d’amore ma non invece se devi guidare tu o, peggio, appartieni al genere che tradizionalmente si deve occupare del montaggio delle catene. D’altronde c’era da aspettarselo. In montagna, alle soglie dell’inverno, le condizioni del tempo possono cambiare repentinamente e ci sono serie possibilità che questo succeda.

L’appartamento era una di quelle case per sciatori ubicate in complessi giganteschi in cui l’architettura non ci è andata giù tanto per il sottile. Centinaia di cubicoli affiancati con una densità fuori da ogni logica in strutture, meglio note come ecomostri, dotate di garage multi-piano altrettanto capienti, costruiti con l’unico obiettivo di concentrare gente e business e favorire il più possibile il legame tra i due fattori. Elisa aveva voluto usufruire di quello di proprietà della sua amica che si era pure presa cura di farglielo trovare in ordine. Unica pecca lo slip da rendezvous erotico dimenticato sullo stendino. Ricky sapeva chi fosse la proprietaria e non aveva avuto difficoltà a fantasticare sulla cosa, ovviamente senza farne cenno a Elisa. Sarebbe stata una gaffe di pessimo gusto, e principalmente una mancanza di rispetto imperdonabile.

Che poi, a dirla tutta, Ricky aveva già i suoi problemi, trattandosi di uno che, ai tempi di Padoa Schioppa, sarebbe rientrato honoris causa nella categoria dei bamboccioni. Un’attidutine che, vissuta in quella fase in cui si inizia a smarrire l’incoscienza con cui si valutano i rischi propria della giovinezza per una più ponderata e codarda inquietudine di fronte a ogni tipo di complessità, era complementare al suo approccio post-adolescenziale perenne alla vita. Insomma, un bel guazzabuglio che cominciava a dargli problemi comportamentali e suscitava perplessità nei rapporti interpersonali, soprattutto con l’altro sesso. Senza contare che l’auto con cui aveva accompagnato Elisa in quel weekend fuori stagione in montagna, per sfruttare un’alcova a costo zero, era quella di suo padre.

Vengo al dunque. Elisa si era svegliata e, vedendo la bufera di neve, aveva pensato di iniziare la giornata scopando. Ricky invece aveva proposto di levare le tende subito finché la neve non attaccasse del tutto. Aveva già sfasciato la macchina del padre quella volta in cui tornava dalla bourguignonne a casa di Elisa con quella coppia di ex compagni di università di lei e si era spatasciato contro una Golf che si era immessa nella via ma solo perché Ricky si era voltato a osservare una rossa da paura e, riportato lo sguardo sulla strada, era già con le ruote anteriori dentro l’abitacolo della macchina perpendicolare alla sua direttrice di marcia. Nessuno si era fatto male e anche Ricky è ancora tra noi a raccontarcelo, quando ci ricorda di quella breve storia d’amore con Elisa che lo aveva lasciato perché pensava che uno che aveva paura di mettere le catene alla sua auto non poteva ricoprire il ruolo di un compagno di vita all’altezza.

morti di fame

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I medici dicono che quella percentuale di massa in eccesso sull’addome che dovremmo smaltire deriva non tanto da quello che mangiamo pur non avendo più fame bensì dalla quantità di programmi tv dedicati al cibo che seguiamo. Non so voi ma io non ne posso più e rivoglio indietro i soldi della smart tv. Ah già, c’è Netflix. Comunque il peggio di tutti è quella trasmissione in cui lo chef di turno mette uno contro l’altro quattro ristoratori con l’obiettivo di individuare il locale migliore della stessa zona. Si tratta di un format presente da qualche anno e devo ammettere che nelle più vecchie puntate che mi è capitato di seguire tutto sommato traspariva un certo fair play tra i concorrenti. Ultimamente invece ho assistito a veri e proprio combattimenti efferati in cui i quattro ristoratori se ne danno di santa ragione. L’obiettivo infatti è abbassare la media dei voti con cui passano al vaglio il locale e la cucina degli avversari in modo da primeggiare e vincere la puntata. Un vero tutti contro tutti in cui però non esce un vero vincitore perché anzi di fronte a tanta scorrettezza vi invito a prender nota dei nomi dei locali volta per volta in modo da evitarli come la peste, così la prossima volta imparano a gareggiare a suon colpi bassi. Che poi, voglio dire, la posta in palio è da morti di fame. Il ristoratore con il punteggio più alto a fine puntata si aggiudica 5mila euro da investire nel proprio esercizio, una cifra che locali di quel tipo, con quel genere di menu e con i prezzi che hanno se li guadagnano in un paio di serate. Quindi, ricapitolando: soldi pochi, brand awareness scarsa a causa della figura da stronzi che fanno in tv, visibilità relativa perché dubito ci sia qualcuno così intraprendente da raccogliere tutti i partecipanti in una guida ad hoc da sfruttare quando è in viaggio, quindi ancora una volta l’ennesimo talent-qualcosa in differita utile solo a coprire la domanda dell’immediato di un popolo di telespettatori che si accontenta delle briciole. Voto: inqualificabile.

dietro la luna

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Sono spariti i negozi che vendevano stronzatine da regalo, forse perché essendo spariti i negozi che vendevano cose necessarie figuriamoci quelli che commerciano in superfluo, considerando che siamo già pieni di superfluo che non sappiamo più dove metterlo tanto che ci siamo inventati anche l’Internet. Nei negozi di stronzatine da regalo si trovavano tutti quegli articoli che la gente acquistava per fare regali con l’obiettivo di donare qualcosa che uno non si sarebbe mai comprato, oppure per fare colpo sulle persone più semplici con qualcosa di veramente strano o eccentrico. Per farvi un esempio mio cognato e mia sorella hanno ordito una specie di truffa nei miei confronti facendomi perdere l’unica eredità che potevo ricevere dai miei genitori (una cascina in campagna con tanto di terreno intorno) ma, in compenso, in occasione di un natale di svariati anni fa mi avevano regalato un libro finto che ripeteva sempre la stessa parola fino alla fine. Iniziava con una frase tipo “Sei pronto a partire? E allora cammina cammina cammina” e avanti così per un centinaio di pagine fino all’ultima che si chiudeva con “…e alla fine sei giunto a destinazione” o qualcosa del genere. Pensate che occasione sprecata. Avrebbero potuto acquistare un libro vero e proprio che, peraltro, forse sarebbe costato anche di meno. Anni dopo però, ora che ci penso, mi hanno regalato “Il Signore degli anelli” e, in effetti, tra i due forse è stato meglio quell’altro. Ma non era qui che volevo arrivare, nemmeno con quel finto romanzo. Piuttosto, in quei negozi che definire di articoli da regalo è riduttivo c’erano poi ogni tipo di ninnolo, bijoux, soprammobile, cose inventate di sana pianta, oggetti umoristici. Me ne ricordo uno in particolare nella città in cui sono nato di quei negozi lì perché prima o poi capitava a tutti di averne bisogno. Si chiamava come il titolo di questo post. Gli adolescenti che non amavano libri o dischi o non avevano gusto o abbastanza coraggio per affrontare le commesse di intimo provocante compravano spesso regali per le fidanzatine lì perché con pochi soldi ci si toglieva il pensiero. Ma le cose più belle non erano per niente a buon prezzo. Accompagnavo gli amici e mentre sceglievano i cuscini con le melensaggini stampate sopra io passavo il tempo a studiare il funzionamento delle molle che scendono le scale. Pensavo anche che fare il rappresentante di quel genere di articoli da regalo potesse essere un lavoro appassionante. Ma ecco che arriva la morale: oggi grazie ai siti di commercio elettronico e con l’invasione della fuffa made in China siamo sommersi dall’oggettistica trash. Il superfluo, come dicono quelli che vogliono fare i giornalisti moderni, è a portata di clic. E voi cosa preferite? Regalare cose inutili per sembrare originali o comunque utili con il rischio di sembrare banali? Io non regalo più niente, forse è per questo che non ho più amici.

omonimia, cerca i tuoi omonimi sul web e inizia da qui

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Per anni ho pensato che Nino Castelnuovo, l’attore che saltava le staccionate a suon di latte d’olio, e Mario Castelnuovo, misterioso e affascinante cantautore dell’Oceania e dei fili di canapa, fossero parenti, addirittura fratelli. Ravvisavo anche una discreta somiglianza, pensate un po’. Certe convinzioni non possono che essere smentite dall’Internet, e infatti qualche tempo fa ho lanciato la ricerca su Google che ho ripetuto orora, prima di accingermi a scrivere questo coso qui, per avere la certezza che non avessero realmente legami e non divulgare baggianate. Mi è tornata in mente la questione dell’omonimia come prova di vincolo familiare qualche minuto fa quando, in un momento di pura speculazione filosofica, mi sono chiesto se la stessa cosa non riguardasse Herbert Pagani – il cantautore dei cin cin con gli occhiali – e Mauro Pagani, polistrumentista in forza alla PFM e molto altro. Casi di questo genere ce ne devono essere a migliaia, alcuni di essi portati all’estremo e vero e proprio rompicapo per i cercatori di curiosità. Vogliamo parlare di Paolo Rossi calciatore e Paolo Rossi cabarettista, un caso ancora più eclatante che riguarda non solo il cognome ma anche il nome di battesimo? E, nel caso, hanno qualche antenato in comune con Vasco Rossi? Gianfranco D’Angelo, quello di Has Findanken, avrà qualche rapporto di parentela con Nino D’Angelo, menestrello della canzone melodica partenopea e dell’abbigliamento semplice con un jeans e una maglietta? E chissà se Antonio Ligabue, nella sua arte, ha utilizzato più soggetti rispetto alla quantità di accordi che Luciano Ligabue mette nelle sue composizioni. Vedete, in questo caso l’estraneità è piuttosto evidente, sono troppo distanti da un punto di vista artistico. Qualcuno sostiene addirittura che Carlo Carrà sia il padre della showgirl Raffaella, ma in realtà lei si chiama in un altro modo ed molto meno metafisica di lui, ma comunque se andate come ho fatto io sulla sua pagina di Wikipedia scoprirete che i due artisti in qualche modo sono legati. Il massimo comunque è la confusione che si può fare mescolando Bruno Giordano calciatore con Giordano Bruno filosofo (separati da troppi secoli per essere nonno e nipote) con Paolo Giordano giornalista con Paolo Giordano scrittore fino a Mario Giordano anch’egli giornalisOH WAIT va be’ quel che è. Insomma è un bel casino. Vi confesso che mi piacerebbe allestire un sito in cui pubblicare solo fake news che attestano tutte queste parentele che non lo erano, far di tutto per comparire tra i primissimi posti nelle ricerche di Google e vedere poi che cosa succede sul web.

voi che avete vissuto altre epoche non avete vissuto per niente

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La prima cosa diremo una volta che ci saremo ricongiunti, cari esseri umani che in milioni di miliardi avete abitato questo pianeta sin dalla sua nascita, con le sembianze che conosciamo noi o che abbiamo imparato sui libri di storia, è che voi che avete vissuto altre epoche non avete vissuto per niente, una consapevolezza frutto della sensazione di onnipotenza che dà il digitale. Cosa volete che sia aver messo a ferro e fuoco il Sacro Romano Impero, o aver contribuito alla rivoluzione americana ostacolando gli inglesi a Boston nel 1773 oppure aver aperto i cancelli di un campo di sterminio dopo la disfatta nazista rispetto alla possibilità di raggiungere in tempo reale chiunque sulla Terra con un tweet o applicare certi filtri ammiccanti alle foto di quello che ci apprestiamo a mangiare? L’occasione di confronto con gente che doveva correre a perdifiato per più di 40 km per dare la notizia della vittoria di una battaglia sui persiani, mentre a noi basta aggiornare uno status, confermerà l’opinione corrente per cui solo nel duemila e solo nelle zone raggiunte dalla fibra si giocheranno i destini del genere umano. Quante volte ci capita di pensare a come passano il tempo certe popolazioni del sud del mondo che vediamo alla tv mentre la pubblicità interrompe il nostro reality preferito. Oltre a crogiolarsi in una dimensione primitiva rispetto agli standard occidentali come fanno senza avere disposizione gli strumenti per condividere le loro esperienze di aborigeni o anche solo per farci sapere che stanno percorrendo distanze per noi inconcepibili per procurarsi un paio di pesantissimi secchi di acqua malsana e provvedere ai loro bisogni elementari? La vita in natura può essere comunque molto diversa da come ce la fanno vedere alla tele, anche se può sembrare strano ma nessuno prova più interesse per la natura dietro a questi dispositivi se non per riprodurla, anche solo con banali operazioni di copia e incolla. Vi dirò di più. Se siete arrivati fino a qui avrete capito che il bello di vivere in questi tempi è che posso passare per un intellettuale pure io.