gente che cade giù come l’Armando

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Per il saggio di fine corso sullo storytelling hanno scelto invece di intervistare Paolo e Nino perché hanno paura del silenzio e di tutti i ronzii che genera. Sono fratelli e accendono sempre lo stereo in tutti i luoghi in cui stanziano, compreso il bar che gestiscono e dove ho visto una volta una vera rissa da far west. Erano da poco passate le nove di sera quando è entrato Lele, un bellimbusto tozzo ma veloce che rifornisce di sostanze stupefacenti principalmente chimiche gli ex eroinomani della zona. Si è presentato da solo, tutto spavaldo e a mani nude. Lele pratica un’arte marziale da combattimento, uno di quei mix dai nomi che fanno paura solo a pronunciarli, e in quattro e quattr’otto ha steso tutti. Ci mancavano solo le sedie spaccate sulla testa. In sottofondo quella sera Nino e Paolo avevano messo “In Utero” dei Nirvana perché era uscito da poco e a tutti piaceva quella traccia in cui Kobain dice “I’m not the only one” e tutti ci sentivamo un po’ meno abbandonati in quel postaccio di provicia. Io ero lì con Marco perché stavamo preparando la strategia da adottare per un doppio appuntamento, inutile dire che ce la siamo svignata in tempo. Meglio tenersi alla larga dai guai, anche se con Marco talvolta volava qualche ceffone. Nell’intervista Nino e Paolo confessano quanta tristezza gli mettano le canzoni di Enzo Jannacci. Sostengono che il suo timbro è malinconico anche quando canta canzoni allegre perché ci sono sempre protagonisti che non se la passano bene. Poi gli intervistatori, per far vedere che se ne intendono, hanno scelto di rilanciare con un paragone con la canzone “Azzurro” di Celentano, che poi è di Paolo Conte, che sembra allegra perché è una marcetta ma ha la strofa in minore e quindi c’è poco da ridere.

tua a 99 euro al mese

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Le trasmissioni tv spesso si interrompono per lasciare il posto a pubblicità che ti fanno sentire in grado di avere qualunque cosa e forse è per questo motivo che è tornata l’era dell’Übermensch idealizzato da quella sagoma di Nietzsche. Stai seguendo un programma con la bava alla bocca per le donne e gli uomini da sogno che si accoppiano su un’isola tentacolare alla faccia tua che sei un cesso e prendi mille euro al mese e d’improvviso ecco il desiderio che si materializza negli annunci commerciali.

Il solito vocione da spot emozionale fa la sintesi di quello a cui hai appena assistito: un fuoristrada cafonissimo come te che vola lungo una sinusoide d’asfalto a strapiombo su fiordi che, in Italia, così puliti senza spazzatura giù per i sentieri ce li sogniamo. A bordo la tua famiglia al sicuro perché l’auto ha tutti gli optional che la contemporaneità impone: guida automatica, sistema che ti sveglia se ti viene l’abbiocco, computer di bordo che ti legge i messaggi e trasmette dati via Internet, freni intelligenti, e via dicendo. Il vocione di turno dice quindi che il fuoristrada cafonissimo come te può essere tuo a soli 99 euro al mese.

Uno sprovveduto come te e me, a un annuncio così, si cappotta sul divano dalla meraviglia. Noi ingenui strabuzziamo gli occhi perché l’annuncio è anche comparso scritto a video bianco su nero, ci diamo i pizzicotti per assicurarci che sia vero ciò che abbiamo sentito, mettiamo subito mano al portafoglio per correre allo sportello bancomat più vicino, prelevare i 99 euro della prima rata e precipitarci al concessionario all’angolo per chiudere l’affare.

Ma forse, di fronte a un’assurdità di questo genere, solo un pirla come me poteva cascarci. Volevo cambiare la mia utilitaria, ho visto uno spot di questo tipo, sono andato alla concessionaria per sottoscrivere il contratto – d’altronde 99 euro al mese sono una quisquilia in confronto alla possibilità di avere un’automobile nuova di zecca subito – ed ecco svelato il trucco. C’era un anticipo da versare pari alla metà dell’importo, a cui seguivano rate da 99 euro al mese ma solo per due anni, al termine dei quali occorreva saldare il debito residuo, un’altra discreta sommetta. Ho chiesto naturalmente spiegazioni, e il venditore mi ha confermato che si tratta di specchietti per allodole, come si dice quando qualcuno ci casca come un pollo. Così, ancora oggi, ogni volta in cui assisto a una pubblicità di questo tipo della quale non si può sostenere che sia ingannevole solo perché dice parzialmente la verità, penso a quanti siamo nel mondo a credere a tutto.

anche io vado al secondo piano

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Leggendo tra le righe delle storie di quello scrittore francese scomparso recentemente di cui mi sfugge il nome risulta evidente che, se avete superato i cinquanta e, ad oggi, ancora niente è andato per il verso giusto, viene spontaneo mettersi in punta di piedi e con la mano sulla fronte, come a riparare la vista dal sole, per capire se, all’orizzonte più o meno prossimo, si intravede la silhouette di una exit strategy dal proprio cammino. Lui sosteneva persino di uscire la mattina presto, come tutti, a portare la vita al guinzaglio a fare pipì, in tuta e con la prima sigaretta accesa in bocca, e osservare a malincuore i postumi della notte nei cocci delle bottiglie ingiustamente brutalizzate, nelle cartacce luccicanti degli snack sparpagliate sui marciapiedi a opera delle gazze che, in quanto a repulsione, sono seconde solo alle cornacchie, nella rugiada sui cofani delle automobili dei vicini acquistate di seconda mano dagli stock di flotte aziendali appartenute a qualche impresa fallita in malo modo, vittime come tante altre della confusione economica di tempi sfortunati come i nostri. Solitudine, rimpianti, smarrimento, Di Maio e Salvini, il senso di soffocamento causato dalla mancanza di ossigeno nel presente. Da quel momento, anche se si deve risalire con l’ascensore per rientrare a casa propria, è tutta discesa verso il peggio.

perché si dice alla faccia di qualcosa o qualcuno

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Max Grossi, e spero che tra di voi non ci sia un omonimo per cui, se vi chiamate Max Grossi e vi sentite feriti nell’orgoglio scrivetemi che ne parliamo, dicevo che Max Grossi è stato uno dei guru della comunicazione commerciale perché ha gestito per anni quasi in esclusiva lo scouting di volti strani per pubblicità simpatiche. Un’attitudine che qui in Italia si è diffusa relativamente e forse per questo, come tanti cervelli in fuga, anche quello di Max ha fatto armi e bagagli e chi si è visto si è visto. Se vi capita di vedere un viso sconosciuto ma particolare associato a un prodotto probabilmente dietro c’è un talento come il suo che è stato in grado di soddisfare l’immaginario collettivo associando personaggi a brand. A me viene in mente solo il tizio di “hai mai provato Hurrà”, non so se ve lo ricordate. Erano gli anni 80 e il break per la merenda abbinato alla tv dei ragazzi, anche se non più rigorosamente circoscritto in orari da scuola gentiliana, era bombardato di spot come il suo per ingolosire i figli con snack più smart rispetto al’etto di focaccia o al panino al salame che nonni e genitori propinavano quotidianamente. La faccia da schiaffi del testimonial in questione credo sia diventata emblematica per questa disciplina. Il punto è che se, come me, non siete degli adoni o dei George Clooney non è detto che non possiate ritagliarvi il vostro spazio di celebrità. Guardatevi allo specchio e pensate a quale prodotto sul mercato potreste essere riconducibili. Un phon. Un dentifricio. Lo yogurt, come il miliardario genovese che ha dato il nome a uno dei partiti di destra del momento. Un’automobile. Magari il Lidl, chi lo sa. Se avete una faccia che in qualche modo, nel bene o nel male, non passa inosservata, tenetevi pronti.

archeologia narrativa

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Nel suo manoscritto ritrovato si legge anche che probabilmente acquistiamo tante cose spesso inutili su Amazon così quando tornerà in auge l’economia di scambio potremo sopravvivere in scioltezza. Si svuoteranno quegli immensi magazzini stracolmi di merce per tutte le tasche ubicati nei poli logistici alle periferie delle grandi metropoli del centro-nord e, per un fenomeno fisico esistente in natura, le nostre case si gonfieranno a dismisura per contenere tutto questo patrimonio. Poi, nel caso qualcuno dovesse andarsene prima del tempo, nel senso estremo del termine, perderà il controllo del destino di quanto posseduto e si dispererà da morto non tanto per ciò che non gli sarà permesso di vedere in futuro (potremmo anche essere alle soglie di una deriva quindi godiamoci questa età dell’oro immateriale) ma il fatto di non poter più ricordare i fasti di ciò che ha vissuto nel passato.

la ginnastica dei metallari

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Quest’anno ho abbandonato, dopo una fedeltà senza confronti, l’attività motoria globale che ho praticato per lungo tempo insieme a un gruppo di anziani. Non mi sono più iscritto al corso di Giorgia che metteva sempre la stessa scaletta di canzoni durante le sedute, con picchi del calibro di Biagio Antonacci, i Thegiornalisti e gli Stadio. Visto che ho cambiato lavoro ho pensato anche di cambiare disciplina. Ho appena versato la quota quadrimestrale per quello che chiamo il corso di ginnastica per metallari.

Si tratta di un’attività dal nome motivante per chi ha la forma mentis dei loop, del pensiero ricorsivo, dell’ossessione per le cose ripetute ad libitum. Mi sono iscritto a Circuit Training, un corso che ha una formula molto interessante. Si ripetono a ogni lezione 10 minuti di tre esercizi per gruppo muscolare. Siamo partiti con 10 minuti di 3 esercizi ripetuti per braccia e pettorali, 10 minuti di 3 esercizi ripetuti per addominali, 10 minuti di 3 esercizi ripetuti per le gambe, e il resto stretching. Man mano l’intensità degli esercizi sale, diminuiscono i recuperi, si fatica di più. Mi trovo molto a mio agio con questo modello e, completata la lezione di prova, non ho avuto esitazioni

Ma la lezione di prova è filata liscia senza musica. Il maestro, che insegna anche arti marziali nella stessa associazione sportiva, aveva dimenticato infatti lo stereo a casa. Ho così potuto scoprire l’amara verità solo ala seconda lezione: il maestro usa come sottofondo per il Circuit Training una selezione di nu-metal-punk decisamente devastante. L’intento è chiaro: si tratta di un genere che l’opinione pubblica associa alla potenza, alla sfida per superare se stessi, alla forza, all’impeto, al machismo. Io invece l’ho sempre associato ai tamarri.

La grave lacuna del corso di Circuit Training risulta quindi molto ingombrante, considerando che il volume della musica con cui i miei compagni di corso si allenano è vergognoso. Mi verrebbe voglia di dirgli di abbassare quella merda, ma come avrete inteso non ho più a che fare con le carampane e Luigi l’ultrasettantenne con cui trascorrevo un’oretta di ginnastica posturale e di tonificazione. Qui sono in mezzo a giovani maschi appassionati di kick-boxing e kung-fu con cui discutere risulta problematico.

Non saprei dire nemmeno i titoli e gruppi che fanno parte della tracklist del mio nuovo maestro. Ieri però, tra le varie tamarrate a cui sono stato esposto, è partita una canzone dei Limp Bizkit, che in mezzo a quel frastuono di chitarre inutilmente distorte e rullanti di plastica hanno fatto la figura degli Smiths. Mi stavo spostando dalla stazione degli addominali a quella delle gambe, e in quel momento mi sono sorpreso a camminare a tempo, facendo oscillare la testa, e sono certo che qualcuno l’ha notato.

chi c’è per cena

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Cristina sta organizzando la cena di classe contattando gli ex compagni che si sono dispersi nello spazio e nel tempo a seguito della naturale diaspora successiva all’esame di maturità, quel momento in cui le vite delle persone schizzano verso i margini del mondo scagliate da una furibonda forza centrifuga come schegge impazzite dopo una deflagrazione esistenziale che non ha eguali in natura.

Eppure Cristina ha un’arma segreta che è letale quanto l’energia nucleare che si sprigiona dalla bomba atomica, un quinto elemento in grado di infiltrarsi in ogni interstizio del creato e raggiungere con la sua granularità qualunque porzione di vuoto priva di materia ove scovare esseri viventi a cui prosciugare gli entusiasmi vitali che risponde al nome di Facebook. Cristina si è diplomata nel 1986 – proprio come me, che coincidenza – e dopo aver cagato figli in tempo record (dicono che fosse mamma poco più che maggiorenne) ora al secondo giro di boa della socialità in qualità di neo-nonna ha pensato di diffondere il suo virus della nostalgia tramite il social network più nocivo della storia dell’Internet. Ha cercato, trovato e raggiunto i vecchi amici di allora e ha messo in moto la temibile macchina della reunion dei diplomati. La data è stata fissata con lauto anticipo in modo da aumentare la percentuale di partecipanti, in un periodo dell’anno in cui è più facile che gli interessati, che oggi abitano chissà dove, tornino al paesello di origine come in una specie di favola. Io davvero non so che farei se una tale disgrazia toccasse a me. Sedermi a fianco di Gabriele e scoprire che le sciocchezze per le quali trascorrevamo ore a ridere oggi sono superate come la moda del tempo. Sondare quel che rimane della bellezza di Martina nei meandri dell’epidermide gonfia e cascante. Sentirsi in obbligo di dare finalmente una spiegazione a Rosa, anche se è roba di più di trent’anni fa ma vai a sapere, magari il file rimasto aperto a qualcuno dà fastidio.

Poi ho pensato che a metterle nero su bianco, queste cose, magari a qualcuno dei miei lettori gli viene qualche strana idea. Quindi, nel dubbio, penso che trascorrerò le prossime vacanze altrove e distante, in quel periodo. A me, queste iniziative, fanno venire i brividi.

Il film più brutto del mondo

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Qualche sera fa ho visto uno scorcio di quello che, ad oggi, mi pare essere uno dei film peggiori che mi sia mai capitato di guardare. Lo davano alla tele e il motivo per cui ne ho visto grosso modo un po’ più della metà, fino ai titoli di coda, è perché sono voluto andare fino in fondo e capire quale fosse il senso di un film così brutto. Il film più brutto del mondo è italiano, è del 2005 e si intitola “Nessuno si salva da solo”. Gli attori protagonisti sono entrambi attori italiani, naturalmente, ed è sbalorditivo quanto la loro recitazione sia così poco credibile, ai limiti dell’imbarazzo per lo spettatore medio. La storia è un continuo alternarsi di narrazione e di flash back. Una coppia che si odia – lui è Scamarcio e lei è Jasmine Trinca – si ritrova a cena per vomitarsi addosso tutto il rancore generato dalla deriva della storia ormai terminata. In questa rappresentazione di schizofrenia tra passato e presente i due attori prendono le sembianze di loro stessi un po’ più maturi rispetto ai fasti degli inizi. Un escamotage reso con la finzione dell’invecchiamento del viso, tecnica nella quale il cinema italiano ha già dato il peggio di sé con il trucco a cui è stato sottoposto Claudio Bigagli nella scena finale di Mediterraneo di Salvatores, ve lo ricordate? Ma la cosa peggiore sono le espressioni che si scambiano reciprocamente i due protagonisti a tavola al colmo del dissapore. Non credo che esista in natura, soprattutto tra gli esseri umani, un modo di guardarsi così a tavola, nemmeno accecati dall’odio. Mi piacerebbe sapere chi glielo ha insegnato e perché il regista, nel corso delle riprese, non possa chieder loro di darsi una regolata con tutta questa arte drammatica. Di Jasmine Trinca è superlativa, poi, la pessima dizione. Sarà che ho superato i cinquanta ma delle sue battute proprio non si capiva una parola. Del resto ormai è noto a tutti: se gli attori italiani fossero doppiati dai doppiatori italiani, probabilmente avremmo il cinema più bello del mondo. No va be’, non esageriamo.

clicca qui per sapere la verità sull’amore

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Dice Andrea che, se si è sposato tardi, è per colpa di un best seller di cui tutti avevamo una copia in casa nei primi anni duemila, mille pagine quasi peggio del mattonazzo di Faletti che avevano la presunzione di darci tutte le risposte su una questione che, probabilmente, di risposte non ne ha bisogno perché nessuno si pone le domande. Io, per dirla tutta, proprio non mi ricordo e secondo me Andrea si è inventato tutto o è entrato in quella fase della vita dell’uomo in cui si mescolano fatti veri e propri accaduti realmente a cose di fantasia. Comunque Andrea sostiene che solo ora ha capito che tutti i problemi che ha avuto nella vita erano riconducibili unicamente a uno e un solo fattore. I turbamenti dell’adolescenza e le frustrazioni causate dalla paura di non piacere a chi piaceva a lui. Lo scarso rendimento scolastico causato dal tempo trascorso a questioni relative alla ricerca del piacere, dallo struggimento e le sue forme di applicazione in concreto alla preparazione delle compilation su cassetta da offrire in dono come una parte di sé. Le amicizie bruciate dalle mire sentimentali comuni. La prima parte della vita adulta scivolata via come lacrime nella pioggia versate per un rapporto che sembrava amore e invece poi mica tanto. A questo aggiunge, come un ragioniere al lavoro, il computo delle ore dedicate alle discussioni con le partner, al sesso, alla ricerca dei regali di compleanno, alla domeniche pomeriggio all’Ikea. Se non fosse per i grattacapi e le conseguenze dell’amore, il bilancio della vita di Andrea – che sostiene peraltro di aver ricavato proprio dalle schede contenute in quel già citato tomo di prima, poste in appendice alla prima edizione come un’esercitazione alla riflessione sulle proprie potenzialità sentimentali – è tutt’altro che in deficit. Scoppia di salute, non ha problemi economici, tutto sommato un ottimo padre (i nostri figli hanno trascorso una parte del loro cammino nella scuola pubblica insieme) e un dignitoso educatore, una mente brillante (almeno sino qui), un professionista rispettato. Per questo mi sono chiesto anch’io se, in tutto ciò, ci sia del vero.

gioia e resistenza

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[questo pezzo è uscito su Loudd.it]

Dalla gioia come forma di rivoluzione alla gioia come atto di resistenza. La morale ce la fanno degli inglesi, questa volta. Che smacco per noi piccoli italiani. Noi che la resistenza l’abbiamo inventata, oggi così presuntuosi da non voler accettare lezioni da nessuno. Noi che proprio ora, in pieno coma della ragione, abbiamo dato fondo alla follia scegliendo una classe dirigente miserabile come mai successo nella nostra storia.

Il paradosso è che siamo i primi a sfogare il prurito alle mani applaudendo la violenza di certi dischi così punk da lasciarci senza fiato. Non ci siamo ancora ripresi dal potere dirompente di una band come i Protomartyr da Detroit che già ci tocca tornare in piazza (in senso metaforico, che cosa avete capito, rimettete pure gli auricolari) a manifestare la disillusione con una nuova colonna sonora, ancora una volta in una lingua che non è la nostra e contro un sistema che non ci appartiene. Siamo al fianco degli americani contro Trump. Supportiamo lo sdegno degli inglesi contro chi ha voluto la Brexit. Tutto ciò ascoltando post-punk. In questo, siamo indubbiamente insuperabili.

E se non conoscessimo gli Idles probabilmente acquisteremmo “Joy as an Act of Resistance” in un impeto di idealismo, solo per la copertina. Visto e piaciuto, come si dice per gli oggetti di seconda mano. La foto trasmette l’idea della follia, l’ebbrezza della rissa, l’astrazione assoluta della rabbia. Il disco, per continuare la tradizione inaugurata con “Brutalism”, l’incredibile esordio della band di Bristol, poi però è il primo a prenderci a ceffoni per aver pensato una cosa così superficiale.

I due pezzi in uno di “Colossus” costituiscono le due facce della musica degli Idles: l’alienazione dark che ritroveremo nelle tracce successive lungo brani come “Never Fight a Man With a Perm” o “Love Song” e la brutalità sparata a ritmi inumani che caratterizza “Danny Nedelko” e il trittico centrale “Television”, “Great” – nell’insieme un blocco di cattiveria post-hardcore da cui è difficile riprendersi – completato da “Gram Rock”, canzone d’altri tempi, con un riff di chitarra tormentoso e dolce allo stesso tempo a caratterizzarne il ritornello.

Ci sono poi apparenti oasi in cui intavolare un dialogo con il gruppo inglese risulta più semplice e costruttivo. Ecco la scarna “June”, scandita dall’ossessiva regolarità dei battiti di cassa e timpano, “Cry To Me”, una veloce parodia del rock’n’roll più tradizionale, e soprattutto la travolgente “Samaritans”, pezzo in cui Joe Talbot alla voce alterna un semi-parlato dall’incedere biascicato e angosciante a un ritornello che, rispetto al resto dell’album, risulta persino orecchiabile. Se mi permettete di scegliere per voi, eleggo il crescendo finale di “Samaritans” a momento più suggestivo di tutto l’album. Da solo, è sufficiente a restituire la perfetta sintesi della bellezza di questo disco superlativo.

“Joy as an Act of Resistance” è un long playing maledettamente complesso e crudelmente completo perché è pregno di gioia a pressione, un sorta di fastidiosa scomodità compressa che, traccia dopo traccia, svela però il trucco per essere risolta e superata. Un sentimento costretto dai limiti della registrazione dentro uno strato di punk che si crepa agli urti del suono fino a spaccarsi e a esplodere, alla fine. Non osiamo pensare alla sua resa dal vivo con la distorsione senza speranza della chitarra, il basso che non dà tregua, la compattezza della batteria e la gente sotto il palco che poga.

Gli Idles suonano e cantano stremando il loro pubblico con una cupezza così ruvida da risultare unica, creando trame in grado di indurre al masochismo dell’ascolto e a lasciarci in balia della disperazione. Come per i Killing Joke nella loro forma più impietosa, dopo gli Idles c’è il rischio che non ci sia futuro e che occorra rifare tutto da capo.