qualcosa si è rotto

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La fortuna di crescere tastierista è che non ti devi sentire obbligato a spaccare lo strumento a ogni fine concerto come fanno i chitarristi. A parte che i sintetizzatori non si tengono in mano come una Stratocaster qualunque, a meno che non ti chiami Sandy Marton e vivi negli anni ottanta, ma poi risulta proprio innaturale staccare una tastiera dall’impalcatura che l’ha sostenuta sino a quel momento, scollegarla dalla corrente, staccare i cavi, portarti al centro del palco e portare a termine la critica all’industria della musica di cui sei un meccanismo eseguendo il celebre gesto iconoclasta dello strumento in mille pezzi. Dopo tutti quei passaggi la rabbia che nutri verso il paradosso della tua arte di ribellione ridotta a merce di scambio per denaro sonante (è proprio il caso di dirlo) ti è già bella che sbollita e il pubblico riconoscerebbe la forzatura. Senza contare che, a parte Keith Emerson che nell’organo Hammond ci piantava i coltelli, il tastierista in genere è la persona più a modo di tutta la band, deve limitare il consumo di droghe prima di suonare perché ha mille pulsanti e manopole da utilizzare correttamente e, soprattutto, tiene alla sua attrezzatura come un vero e proprio ingegnere della musica. I synth poi costano un botto e, prima di sfasciarne uno, ci penserei due volte. Una volta mi è caduto lo Yamaha SY85 e si è spaccata a metà la scheda madre, non vi dico il danno in termini economici, oltreché emotivi. Sempre sullo stesso strumento, a causa del vento, è volato un pezzo di sigaro ardente di Fausto Bertinotti. Suonavamo dopo un suo comizio ai tempi dell’Ulivo e il buco che mi ha fatto su uno dei tasti di plastica ha messo a dura prova il mio credo politico di sinistra. Tenete con cura i vostri strumenti, anche se siete batteristi e li percuotete come dei forsennati. Che cosa vi hanno fatto di male, d’altronde, le chitarre?

una vita e tre quarti

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È una storia che incrocia l’esperienza all’aria aperta di certe vacanze che fanno i tedeschi e gli olandesi con il risultato di uno studio che dimostra che l’uomo è composto al cinquanta per cento da Joy Division e al restante cinquanta per cento da New Order. Ci sono corse infinite a cui non è possibile rinunciare per nulla al mondo e la bibliografia completa di una decina di autori nordamericani, letti in italiano perlopiù lungo estenuanti tragitti ferroviari. Qualche amico vero, di quelli che non si fanno vivi mai ma che poi, quando passano da lì, si riconoscono tali e quali a prima malgrado canizie e calvizie. Non mancano l’ossessione per la pizza e quella per la birra, sempre e comunque. È facile trovare nella trama i richiami all’infanzia e dei bambini con cui l’autore è entrato in contatto: dapprima coetanei, poi figli, quindi alunni. Ci sono infatti un insegnante e un direttore creativo che collaborano per costruire un progetto ambizioso in cui diverse discipline si fondono per tornare a un archetipo di conoscenza, di comportamento, di capacità di adattamento, di progettualità e di relazione interpersonale. Un ambiente accogliente, teatro di una bella fetta di trama, e un intricato sistema di paure intrecciate sino ad essere indistinguibili l’una dall’altra. La testa, poi, è una cassa preamplificata da cui ritmi ossessivi mettono a tempo parole, calembour, parodie, rime, rivisitazioni, cose apprese da altri, mantra ancestrali che si rinnovano da tempi antichissimi. C’è un carillon, un giradischi di valore, un puzzle di un elefante multicolore, un archivio dettagliato di oggetti obsoleti da cui però è vietato separarsi. Confusione politica, certezze sugli affetti, difficoltà decisionale, passione per la frutta, sete costante, scomodità ricorrente e presbiopia senile. Poi inizia la seconda parte.

cosa c’è in Inghilterra e altre storie

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Finire un libro è come quando ti cresce qualcosa dentro e poi, per forza di cose, te ne devi liberare e sta alla vostra finezza definire il secondo termine della metafora. Più la storia è corposa, più il distacco è traumatico. Ieri ho terminato il monumentale “Il sussurro del mondo” di Richard Powers e, vi assicuro, ho vissuto un vero e proprio travaglio che mi ha lasciato leggero nel corpo ma pesante nella testa. Mi sono chiesto da dove nasca il bisogno nell’uomo di leggere, ma anche di scrivere, tutte queste storie inventate e se un giorno la letteratura avrà un suo scopo. In un celebre episodio di un serie tv di fantascienza, una civiltà di stanza in un altro universo si metteva in contatto con noi dopo aver visto e letto tutti i film e tutti i libri prodotti dal genere umano, pensando che utilizzare modalità di comunicazione alle quali siamo abituati potesse rendere meno traumatico l’incontro con una specie extraterrestre ma equivocando il fatto che le storie descritte fossero vere e che, quindi, rappresentare situazioni alle quali l’uomo potesse essere abituato consentisse loro un più veloce processo di integrazione. Gli alieni così arrivavano sulla terra suonando le note di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, si nutrivano di schifezze come i “Visitors” e lanciavano monoliti neri come se piovesse, tanto per iniziare. Agli umani veniva un coccolone e, nel giro di qualche giorno, sulla terra non c’era più anima viva grazie alle trovate di questa specie di esercito situazionista venuto da chissà dove. Per fortuna anche questa, come tutte le storie dei libri e dei film, è pura invenzione. Il senso di tutto ciò è che trascorriamo gran parte della vita immersi in dimensioni che non esistono. Va bene, mi direte, ma che c’entra l’Inghilterra del titolo? Niente. Ho visto una foto scattata ieri a Londra. Pioveva, tirava vento e c’era un ombrello rotto abbandonato in una via del centro. Sullo sfondo un paio di quelle cose che ti fanno capire subito che è Londra. Mi sono immerso nella foto cercando un po’ di conforto perché qui, in Sardegna, fa molto molto caldo e una foto, a suo modo, racconta una storia che non c’è.

coppa Davis

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Qualunque musicista jazz o cresciuto con il mito del più inaccessibile degli stili musicali per i non addetti ai lavori in queste ore sta lavorando all’allestimento della festa per i sessant’anni che “Kind of Blue”, il disco della svolta, compie domani. Pensate a quante cose, infatti, hanno origine con quel capolavoro, e mi riferisco all’intelligenza artificiale, alla realtà aumentata, alla moderna psicanalisi, alle automobili come le conosciamo, ai viaggi sulla luna, al design generativo, a Internet, al forno a microonde, ai traduttori simultanei, al concetto di sostenibilità, alla ruota e all’energia solare. Se abbiamo un presente lo dobbiamo in gran parte al jazz modale e, in questo, Miles Davis è stato un campione. Il migliore di tutti.

young man, there’s no need to feel down

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Le popstar che hanno aggiunto il valore del travestimento alla loro musica, elevandosi alla dimensione astratta del personaggio dello spettacolo, sono un prodotto che oggi si ravvisa sempre meno. Negli anni settanta e ottanta, al contrario, più eccentrica era la carnevalata e più la casa discografica accumulava proventi. Il pubblico era molto più ingenuo e la canzone pop costituiva ancora un aspetto determinante nell’immaginario collettivo. Dev’essere questo fattore grazie al quale i costumi e il balletto che si accompagnano a un pezzo come “YMCA” dei Village People sono, ancora oggi, ciò che più di ogni altra cosa riconduciamo all’idea di festa, di divertimento, di ballo eseguito in gruppo come celebrazione della danza collettiva. Non è difficile sentire nalla radio o alla tele “YMCA” almeno una volta al giorno e in qualunque situazione danzereccia dozzinale capiterete potete stare certi del suo posto centrale nella selezione del dj. Sono diversi, infatti i punti di forza che rendono unica, nel bene e nel male, questa canzone, a partire dagli anni d’oro della dance fino l’iconicità gay dei cantanti e tutti gli aspetti socio-culturali che ne conseguono. Non per questo siamo tenuti a non manifestare il nostro disappunto a ogni cazzo di volta in cui ne siamo esposti all’ascolto. Nel villaggio turistico a fianco del campeggio in cui sto trascorrendo le vacanze al mare “YMCA” la mettono in spiaggia puntualmente alle cinque del pomeriggio come sigla di apertura dell’animazione e, di sera, nella versione dei Minions durante la cosiddetta baby dance, una immeritata sovraesposizione che mi ha indotto a desiderare di essere così ricco da poter assumere tutti gli animatori del mondo al doppio dello stipendio che ricevono dai club vacanze per farli stare a casa loro ad ascoltare e ballare, otto ore al giorno, “YMCA” dei Village People.

il paradiso dei gatti

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Quando ho iniziato a scrivere qui ero proprietario di un pesce rosso che mia figlia, ai tempi frequentava la seconda elementare, aveva persino portato in classe per un’attività sugli animali. Non è durato molto, ma questo non credo c’entri con l’esperienza a contatto con la scuola italiana. Il fatto è che per procrastinare ancora un po’ l’impatto di mia figlia con il dolore, anziché confessarle che la questione si era risolta semplicemente tirando lo sciacquone, mia moglie ed io ci siamo inventati una favola basata sul compromesso: privandoci del pesce non avremmo creato equivoci di controllo del territorio ai due gattini che – nemmeno a farlo apposta – sarebbero arrivati a casa nostra proprio il giorno successivo. Alcuni interpretano questa coincidenza come un suicidio di Ponyo (un ovvio omaggio al cinema di animazione giapponese) conscio di quanto stava per accadere. Sta di fatto che Oliver e Doremi (nomi scelti da una bambina di sei anni per i due mici, un maschio e una femmina) nel giro di una settimana si erano già impossessati della casa e la presenza di un anello inferiore nella catena alimentare sarebbe risultata oltremodo sconveniente.

A nove anni da quel passaggio evolutivo nella fauna domestica, Oliver ci ha lasciati. Gli è stato diagnosticato un linfoma all’intestino a fine aprile – con prognosi di massimo sei mesi. Ha subito un’operazione ai primi di maggio a cui è seguito un ciclo di chemioterapia. A fine luglio sono comparse metastasi e versamento nei polmoni fino a quando ieri, oramai all’ultimo stadio, gli è stata praticata l’eutanasia.

Prendere dei cuccioli di qualsiasi cosa quando hai figli piccoli è un modo per documentarne reciprocamente la crescita. Il rischio è di incorrere in incidenti di percorso di questo tipo e che un passaggio dell’algoritmo che dovrebbe restituirti – in cambio – un adulto indipendente e un cane o un gatto vecchiotto da accudire insieme ai ricordi di entrambi, si inceppi. La strategia di uscita non è delle più semplici e c’è persino tutta una letteratura sulla pet loss. Un mio conoscente, a cui la leucemia ha ucciso un golden retriever, assai più ingombrante, presente e costoso del mio Oliver, un comunissimo gatto tigrato da cortile, ha rimpiazzato immediatamente il vuoto con un cucciolo di un cane di razza ancora più grande, come se l’amore fosse direttamente proporzionale allo spazio che si occupa. Ma il mio non è un giudizio, semplicemente un link per ricordarmi che non prenderò più animali in casa. Intanto c’è ancora la sorella, e speriamo che non accusi il colpo dell’improvvisa solitudine. Soprattutto, però, sono convinto che esperienze come la mia con il mio gatto Oliver debbano essere uniche. C’è una sola opportunità, la mia è stata molto bella e intensa, peccato sia finita un po’ presto. Per cui addio, caro Oliver. Da oggi puoi svegliare gli angeli alle quattro e mezza di ogni mattina come facevi con me, ogni santo giorno, perché non riesci a controllare la fame, nemmeno lassù.

ferite, stagione 1 episodio 1

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In un presente distopico ma velatamente ucronico il pianeta terra è sull’orlo del collasso. Jude Kent, una specie di epigono di Julian Assange, ha divulgato dal suo blog una versione commentata del misterioso “Codice Leonardo”, la monumentale mappatura degli incroci genetici dell’intera evoluzione degli esseri viventi – uomo compreso – dalla prima cellula alla contemporaneità. Il possesso delle tavole, redatte applicando un efficace algoritmo la cui paternità viene attribuita sin dalla mitologia più antica a una civiltà aliena con cui qualcuno, ai turbolenti tempi della protostoria, ha pensato bene di avere contatti, è stato la causa, tenuta ben nascosta dai poteri occulti, di tutti i grandi conflitti dell’umanità fino a quando il temerario Jude ne ha sottratto una copia dal caveau della Banca Centrale Europea. Le potenze mondiali, guidate da Big Pharma al soldo della più grande multinazionale del settore alimentare e con il braccio armato degli hacker russi, si lanciano in una cruenta campagna sui social network volta a denigrare a botte di fake news la giovanissima Lisa, figlia di Jude Kent e della ex moglie di cui nessuno è a conoscenza della vera identità. Il popolo del web abbocca allo scoop secondo cui, seguendo la mappatura riportata dal Codice Leonardo, la stirpe da cui Lisa e suo padre derivano si sarebbe dovuta estinguere almeno un millennio prima. Lisa sembrerebbe infatti affetta dalla sindrome di Cutter, una rara forma di asincronia cerebrale che induce chi ne è soggetto a farsi cadere tutto dalle mani, a tagliarsi mentre ai affettano pane o pomodori o qualsiasi altra cosa, a urtare con i lunghi piedi le gambe dei mobili e molte altre limitazioni alla più ordinaria vita sociale. Lisa si mette così sulle tracce del padre con l’obiettivo di conoscere la verità.

traduzione simultanea

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Da una certa età in poi la vita diventa un enigma. Molte delle cose che hai costruito scopri che non funzionano e, nel migliore dei casi, la garanzia è scaduta da un pezzo e aggiustarle è un casino. Dietro a questa più che dozzinale metafora si cela una sconcertante aberrazione di cui, nel giro di qualche decennio, non resteranno nemmeno le ceneri. Il mio cruccio è quello di essere partito in vacanza lasciando un gatto dai giorni contati a casa e un romanzo di Richard Powers premio Pulitzer in valigia. Un animale domestico parte integrante della famiglia – aggiungerei una delle colonne portanti – e una storia in cui la sensibilità degli alberi è protagonista da leggere immerso nella natura di un campeggio a sud della Sardegna. Un cerchio che si chiude in cui quelli a essere piü legati a un filo, alla fine, siamo noi che ci diamo tutte queste arie nemmeno fossimo immortali. La letteratura, nella sua finzione, riesce a farci credere ogni cosa. Allo stesso tempo i social media sono diventati un immenso mausoleo per cani e gatti, il che è paradossale, considerando che sono gli esseri meno malati di presenzialismo tanto che, quando sono alla fine, cercano un posto riparato per uscire di scena fuori dalle luci della ribalta sotto le quali cerchiamo in tutti i modi di immolarli e, potessero parlare, ci chiederebbero di darci un taglio persino con i coccodrilli postumi alla loro struggente dipartita, senza contare che solo l’idea che un post di commiato si chiami come un animale che se li divorerebbe in un sol boccone va persino oltre la mancanza di rispetto. Il punto è che alberi, bestie (leghisti a parte) e i nostri simili cercano di darci dei segnali per guidarci nel migliore dei modi attraverso questo percorso che ha una fine. Al mio gatto, che probabilmente non vedrò più, di rimando gli vorrei dire che mi spiace non poter essere lì a tenergli la zampa con la mano, come quando mi si addormentava sulla pancia, nel momento più tragico di questo meta-racconto. Lascio così questo patetico finale al vento – qui in Costa Rei non manca – sperando che in qualche modo lo porti al mio gatto lassù a Milano e che, esprimendosi e intendendo un linguaggio diverso da quello di noi umani, sicuramente lo equivocherà per una proposta di riempirgli la ciotola con una delle sue scatolette preferite, come ha sempre fatto ogni volta in cui gli ho parlato.

le novità dell’estate 2019

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Nel corso degli ultimi mesi abbiamo assistito alla prepotente affermazione di nuove posture per l’impiego ergonomico dello smartphone. Il caratteristico vezzo dell’impugnatura a fetta biscottata perpendicolare alle orecchie oramai è roba vecchia. Oggi il vero protagonista dell’era always-on tiene il dispositivo davanti a sé, rivolgendosi all’interlocutore in una sorta di modalità specchio delle mie brame indotta parzialmente dal ricorso alla video chat. I più arditi, invece, portano il braccio della mano che regge lo smartphone all’orecchio opposto poggiando l’incavo del gomito sopra la testa, in una posa vagamente scimmiesca ma che risulta essere, a tutti gli effetti, l’ultimo grido in fatto di comunicazione. L’amico Matteo G. si conferma, al momento, il vero precursore della novità, in linea con questa estate fortemente salviniana. Il suo status di trend setter rischia così di toccare livelli di like senza precedenti grazie anche alle vette raggiunte dall’invenzione dei doppi sensi pubblicitari stampati sul retro degli shorts femminili. Su tutti ricordiamo le scritte “Malizia” o “Capricciosa”, il brand della ragazzina che ambisce ad essere sculacciata. D’altronde Matteo è di per sé una persona molto interessante e quando si propone ai gruppi di amici già strutturati sin dalla prima volta viene accolto con entusiasmo. Non vi nascondo che questo tipo di feedback piacerebbe anche a me.

il male

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Quando ero ragazzino il mondo era popolato da coetanei di una cattiveria inaudita le cui gesta fanno ancora oggi tremare i sopravvissuti di paura. Esseri riconducibili al regno animale appartenenti a una sorta di sottogenere umano protagonista di un’evoluzione destinata a procurare traumi al resto del mondo. Rampolli di dinastie con cognomi coniati intorno a un destino da fuorilegge, palese retaggio di imprese malvagie compiute nella notte dei tempi e condotte a danno di inermi popolazioni. Famiglie d’indole criminale ipocritamente arrese a uno stato dai chiari intenti sociali e costrette in quartieri ultra-popolari di città dal destino industriale segnato ma, comunque, ancora fonte di miraggio di facili ricchezze per invasori provenienti da aree più povere della stessa nazione. Intere batterie di delinquenti ciascuno pronto a correre in aiuto del membro della famiglia immediatamente successivo nella scala anagrafica. Alcuni di questi terribili soggetti sono passati alla storia in tempi di molto precedenti all’usanza a stelle e strisce di portare armi a scuola e dare sfogo alle frustrazioni falciando fatalmente studenti a caso. C’era quello che, a dodici anni, girava con coltello a serramanico e catena da lanciare contro gli assembramenti di piccioni per lasciare il numero maggiore possibile di volatili morti a terra. C’era quello che aveva riempito di botte il compagno di classe costringendolo, come estrema umiliazione, a leccare i camperos con la pelle ingrassata. C’erano i cinque fratelli vessatori di altrettante generazioni. C’era quello con il cognome con due zeta e i capelli lunghi neri come usavano i cattivi belli di allora che, insieme al suo inseparabile compagno di razzie biondo, mettevano in scena una sorta di Starsky & Hutch della crudeltà. C’era quello che, in palestra, ti lanciava la coriacea palla da pallamano in faccia con tutta la potenza che aveva nelle braccia e che, senza che gli avessi fatto o detto nulla, attraversava la strada per assestarti un cazzotto sul naso. Dicono che poi l’intero sottogenere umano in cui questi piccoli campioni di ferocia sono cresciuti – in un periodo fiaccato dalle tensioni sociali e politiche ma, a suo modo, ricco di umanità – sia stato costretto a una migrazione di massa verso una periferia così distante dal centro da indurre una sorta di eliminazione reciproca i cui membri sopravvissuti verranno annientati, di lì a poco, dall’eroina. Non restano vestigia di questa atroce civiltà se non nei racconti e nei ricordi dei testimoni di una crudezza gratuita che, in tempi di ignorante empietà dettata da ben altri istinti, sembra frutto di pura invenzione.