che pale

Pubblicato il 2 commentiPubblicato in Spazio Pour Parler

Con l’inizio ufficiale della stagione più calda si sente sempre meno parlare di Greta Thunberg e sono ampiamente diminuiti i meme in giacca gialla sui social perché, se non c’è niente da ridere sul global warming, ben ce ne guardiamo da mettere in dubbio il climatizzatore in casa, i consumi che ne derivano e il peggioramento dell’aria di tutti. Io sono della generazione a cui l’aria condizionata dà fastidio – anche in macchina – ma vengo da una fase storica in cui bastava avere due finestre da aprire ai lati opposti dell’appartamento per vivere decentemente oppure un solo braccio fuori dal finestrino, cavalcando l’aria come una tavola surf sulle onde, dirottava l’aria dentro l’auto abbattendo la temperatura corporea e nell’abitacolo. Oggi questo escamotage non basta più perché i gradi si sono alzati, ho almeno trent’anni in più di allora e soprattutto vivo alle porte di Milano. Da queste parti il condizionatore in casa è un must, a scapito dell’estetica: che senso ha curare lo stile dell’arredamento della propria casa per poi mettersi uno scatolotto in plastica così in bella vista, per non parlare di quegli orrendi cassoni sul balcone che in confronto le parabole satellitari sono una chaise longue di Le Corbusier? Il problema è che, per la prima volta nella mia vita, l’estate scorsa ho temuto di non farcela più senza perché il caldo ha superato la soglia di sopportazione. Mia moglie mi ha chiesto così di cercare un ventilatore a pale da soffitto comprensivo di luce da mettere in camera da letto. Il modello deve essere sufficientemente elegante, possibilmente in legno, e manco a dirlo deve costare poco: queste sono i pre-requisiti. Al di là del prezzo, che va da poche decine di euro a più di cinquecento, a me sembrano tutti brutti e mi danno l’impressione che un biplano a elica si sia piantato sul tetto. E poi, mi chiedo, saranno davvero efficaci? Agitare turbini di aria rovente lenisce comunque la sensazione di soffocamento da canicola?

tutte uguali

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

La maggior parte della musica pop può essere ricondotta a un numero ridotto di macro-categorie:
– le canzoni sulle quali si può cantare più o meno agevolmente “With or without you”
– quelle costruite sugli accordi di “What’s up” delle 4 Non Blondes o sull’omologa “Don’t worry be happy”
– le melodie che stanno sopra “Clocks” dei Coldplay
– e una categoria supplementare riservata alle colonne sonore che hanno una struttura armonica e una successione di accordi molto simile all’inno sovietico.

Avete qualche altra proposta?

il senso del freddo

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in comunicazzione

Lo spot della granita Sensofreddo Dolfin è un bell’esempio di finto plagio musicale fatto bene per scopi pubblicitari. Il jingle infatti ricalca fortissimamente “Ma che freddo fa” di Nada – anzi, di Migliacci e Mattone – soprattutto nel riff di chitarra con il tremolo che al momento opportuno, proprio per non cadere nel vero plagio, sguscia via in accordi agli antipodi di quelli del pezzo a cui si ispira in barba ai parametri della SIAE. Il risultato è perfetto? Potrebbe esserlo, se non fosse per la chiusura che è una testata in mezzo alla fronte della metrica. Il verso “Ma che freddo (pausa) fa” viene sostituito da “Voglio un senso (pausa) freddo” che riporta alla ribalta l’annoso problema delle parole tronche che avevamo già trattato con il “Passo del Pinguì”: perché sostituire la monosillabica “fa” con le due sillabe di “freddo”? Io avrei reso con il verso “che senso freddo dà”, nominando così il prodotto.

senza speranza

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

In un passato ucronico derivante da una precedente visione distopica del futuro è il 1978 ed è un gran casino perché, nel presente che ne consegue, si scontrano le peggiori condizioni in cui possa crescere un bambino in una città di provincia del nord. Il centro storico è un vero e proprio ghetto fatiscente, un agglomerato di case diroccate sopravvissute a stento dai bombardamenti della seconda guerra mondiale in cui risiedono le famiglie più povere e disagiate della società di origine meridionale i cui figli – ampiamente esposti a violenza e droga – si riuniscono in bande minorili dedite alla vita di strada. Dal 2019 invece arrivano direttamente la musica trap e la moda delle tute da calcio dilettantistico Givova, Legea e Errea che presto diventano l’outfit standard antesignano del poveraccismo aggressivo del duemila e rotti. Ferdinando, un giovanissimo studente di organo iscritto a una scuola di musica che ha la sede a ridosso di quel pericoloso quartiere, attende che qualcuno, da dentro, apra il cancello esterno e gli consenta di partecipare alla lezione settimanale di teoria e solfeggio con il direttore della locale corale di canto gregoriano. Insiste suonando il citofono mentre, con l’altra mano, regge una borsa in nylon quadrata decorata con il logo di un negozio di dischi cittadino, contenente i primi due volumi e l’appendice al secondo del metodo Pozzoli. Si chiede per quale motivo la segretaria nonché receptionist dell’istituto musicale non si trovi al suo posto per assolvere al suo compito quando un gruppo di ragazzini si riversa all’altro capo della piazza da uno dei bui vicoletti che ne permettono l’accesso. Ferdinando li conosce tutti: sono pluri-ripetenti della sua scuola media, esemplari figli di una fase storica in cui ancora si boccia senza scrupoli nella scuola dell’obbligo imponendo a studenti di sedici o diciassette anni – totalmente inadatti all’istruzione tradizionale – di completare il ciclo di studi inferiori ripetendo più volte ogni classe. Da un radioregistratore portatile, in mano al gregario del capo della banda, fuoriescono le graffianti quanto incomprensibili parole di una canzone di Speranza. Ferdinando torna a premere ostinatamente il campanello sperando che il cancello si apra e lo inghiottisca nella salvezza, prima che la furia di quell’agglomerato di bulli si avventi su di lui.

infinity

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Always this dear hill was I,
And this hedge, which is so much a part
Of the last horizon the look excludes.
But sitting and aiming, interminable
Spaces beyond that, and superhuman
Silences, and profound quietness
I pretend in the thought; where for a while
The heart is not frightened. And like the wind
I hear it fluttering between these plants, I that
Infinite silence in this voice
I am comparing: and I remember the eternal,
And the seasons deaths, and the present
And alive, and the sound of her. So between this
Immensity my mind drowns:
And the shipwreck is sweet to me in this sea.

(James Leopards)

l’anticonformista

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

In un momento in cui la musica dava il meglio di sé, David Bowie ha scelto di andare in controtendenza e di arrangiare i suoi brani con uno stile vistosamente inadeguato al periodo storico. Chi ama Bowie a prescindere alzerà la manina – prima di abbandonare questo blog – sostenendo che il valore artistico del Duca Bianco era proprio anche quello di sapersi mettere in discussione e riuscire a re-inventarsi e sfoderare una maschera pop in un momento in cui, se avesse spinto sui registri post-punk di “Scary Monsters (and Super Creeps)”, avrebbe reso felici per sempre una pletora di darkettoni come il sottoscritto. Invece, imprevedibile come solo lui sapeva essere, nell’83 si mette nelle mani di Nile Rodgers degli Chic e passa sull’altra sponda, quella ben più remunerativa e appagante dello show business (anche se stiamo comunque parlando di Bowie, quindi a un livello ineguagliabile).

Sapete come funziona Bowie, vero? La sua carriera è divisa in periodi artistici piuttosto eterogenei. Il momento di “Let’s dance”, che è quello più disco e che prelude al “Serious Moonlight Tour”, ha imposto il ricorso a musicisti che poi, alle prese con il periodo berlinese o quello glam-rock, hanno giustamente lasciato la loro impronta. Questo per dire che, seguendo il programma di Morgan in tv ieri sera, ho rivisto dopo tantissimo tempo gli estratti dal film realizzato durante il tour in questione. La sezione ritmica (Carmine Rojas al basso e Tony Thompson alla batteria, che avevano già suonato in “Let’s dance”) risulta totalmente fuori luogo in brani come “Heroes” e in “Life on Mars?”, per non parlare del resto, mentre “China Girl” e gli altri brani dell’album in studio da cui sono tratti sono pienamente in linea. Tenete conto che possiamo lanciarci in simili considerazioni perché arriviamo direttamente dall’esperienza di una vetta come “Blackstar”, album che definire sperimentale è riduttivo e nel quale si Bowie si è avvalso di gente dal gusto sopraffino e soprannaturale come Mark Guiliana.

Mi trovo quindi d’accordo con Morgan quando dice, come si legge qui

Se fosse stato nelle mie facoltà avrei sicuramente optato per trasmettere un concerto da una tournée degli anni novanta, magari Outside o Earthling tour, perché avremmo visto un David Bowie molto più moderno e valido per i nostri tempi, molto più inedito, e se mi permettete anche più interessante dato che personalmente, conoscendo tutta la sua storia musicale, ritengo che dal vivo l’apice si trovi proprio in quella decade dove c’è stata molta innovazione ma anche molta maturità. Bowie ha fatto dei capolavori negli anni 90 e 2000 e ancora siamo qui a parlare di Ziggy che, per carità, è una cosa storica e mitologica, ma c’è molto altro se proprio vogliamo ‘raccontare’ chi è stato veramente David Bowie.

Comunque, se avete visto il suo programma, ammetterete che Morgan ha eseguito una delle migliori cover di “Ashes to Ashes” in circolazione, pezzo difficilissimo e sghimbescio che difficilmente si riesce a rendere con lo spirito con cui è stato composto senza cadere in inutili manierismi strumentali. Se lo avete perso, potete recuperare su RaiPlay.

claudia non tremare

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Ho visto una vignetta simpatica, frutto dell’ironia del web, in cui un attempato Antonello Venditti si compiace di quel giorno in cui una sua canzone scala le classifiche di Spotify e che è il giorno prima del primo scritto degli esami di maturità. La canzone è “Notte prima degli esami” ed è stata composta quando non c’erano i quizzoni o le tesine e, soprattutto, c’erano dei prof mai visti prima a esaminarti con il beneplacito di un membro interno che, se per sfiga lo studente gli era inviso, non poteva che peggiorare la situazione. Questo per dire che la maturità presa prima, come dice il testo della canzone, sarebbe stata molto più impegnativa di quella di oggi, senza contare che la nuova formula targata 2019 resta un’incognita anche per gli insegnanti. Comunque stamattina ho sentito “Notte prima degli esami” – canzone che in condizioni normali mi fa cagarissimo – alla radio e che invece mi ha fatto sorprendere di un riflesso incondizionato di brividi mentre guidavo. Questo perché da vecchi, come sapete, certi freni inibitori e certe sovrastrutture culturali vengono presi a martellate e distrutti mattone per mattone dagli agenti emotivi come muri di Berlino.

Io ho fatto finta di niente e ho tirato dritto. Poi, tornato a casa, ho cercato se esistesse un video o qualcosa di riconducibile a una clip della canzone in oggetto. Considerate che dal 1984 a oggi c’è stato un film omonimo e tutta una letteratura contestuale e collaterale, una grande chiesa di retorica che va da Brizzi a Stefano Accorsi passando per Moccia, i lucchetti di Ponte Milvio e la Meloni. Infatti il video ufficiale di “Notte prima degli esami” risulta essere un polpettone degno de “La compagnia del cigno”, postumo quanto le magliette di “Unknown Pleasures” di H&M, e vedere questi ragazzotti così belli che ai tempi della mia maturità nemmeno si trovavano nel mondo delle idee di Platone guasta tutta la fantasia aumentata con cui trasmettiamo al presente lo storytelling della nostra esperienza con la fine delle superiori: la vistosa cresta punk occultata per non influenzare la commissione, la fibrillazione del poter parlare di David Bowie nello svolgimento della traccia di italiano, i pomeriggi di studio a casa di Raffaele comprensivi del cannonau messo in tavola a cena da suo padre, la presunzione di poter darla a bere al commissario di filosofia, la vistosa cresta punk mostrata appena terminato con successo l’orale, la sorpresa di vedere mia madre seduta tra il pubblico malgrado la preghiera di non farlo, Giorgio e Luca che mi aspettano sui gradini all’ingresso – anzi l’uscita – della scuola con una canna già pronta. E poi quella meravigliosa estate da quel giorno lì in poi, che così – davvero – non ce ne sono state più.

in debito

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Spazio Pour Parler

Tra la seconda e la terza liceo mi ero preso due materie a settembre come conseguenza di una quelle situazioni in cui ne hai una in bilico e poi tocca agli insegnanti scegliere se complicarti la vita oppure no. Oggi le rimandature si chiamano debiti, anche se forse non si sono mai chiamate rimandature perché si tratta di una di quelle parole che usano tutti ma che nel vocabolario non esistono. Lo so perché mia figlia dovrà studiare, quest’estate, il programma di matematica di seconda liceo classico. A me erano toccate invece latino e scienze allo scientifico e, a differenza di mia figlia che, comunque, non sembra avere particolari preoccupazioni avendo voti molto alti nelle altre materie, la mia autostima era scesa al minimo storico.

Avevo così preso lezioni di latino da un’insegnante molto nota per essere efficace proprio sul fronte dei recuperi estivi e, soprattutto, per essere molto bella. Cercavo di arrivare con lauto anticipo alle lezioni perché dal divano di fronte alla scrivania del suo studio, dove mi sedevo per attendere il mio turno mentre lo studente dell’ora precedente alla mia ultimava la sua lezione, non riuscivo a spostare lo sguardo dalle sue gambe che, data la stagione e la mise domestica, erano sempre ampiamente scoperte. Mi aveva persino colto in flagrante a ridosso dell’esame di riparazione, e anche se non ricordo nulla della sua reazione a causa del forte senso di imbarazzo che avevo provato, sono certo che non abbia dato molto peso all’accaduto. Prendevo invece ripetizioni di scienze dal tecnico di laboratorio della mia scuola, due ore ogni volta per un giorno la settimana. Durante le lezioni fumava compulsivamente Nazionali senza filtro e aveva una figlia di poco più giovane di me che ascoltava “Stairway to heaven” senza soluzione di continuità, chiusa nella sua cameretta. L’ho rivista qualche anno dopo quell’estate dell’83. Aveva i capelli corti e colorati, una canottiera tutta sbrindellata e si accompagnava a una specie di punkabbestia. So che è addirittura andata via di casa per sostenere uno stile di vita completamente anarchico. Suo padre poi è morto, non so se per il dispiacere o per tutte le sigarette che ha fumato nella sua vita.

nessun campionatore è stato maltrattato nella registrazione di “Unknown Pleasures”

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

La distanza tra il giorno di oggi e l’uscita dell’album di esordio dei Joy Division è la stessa che passa tra il 1900 e l’entrata dell’Italia in guerra. Le date della liberazione o dello scoppio del conflitto più cruento del novecento le tiro in ballo spesso per rendermi conto di quanto tempo è trascorso tra un fatto e un altro. Per esempio io sono nato a tanti anni di distanza dal 1945 quanti ci separano oggi dal 1997 che poi è un anno dietro l’angolo, basta allungare il braccio e lo si può ancora toccare con il dito, fresco di stampa e di avvenimenti che ci portiamo ancora dentro proprio come il 25 aprile più famoso della storia. Quarant’anni sono una bella fetta di secolo e la cosa sconvolgente è che il disco con la copertina più iconica della storia della musica vive e lotta come allora sullo scaffale in cui tutti i 33 giri della mia collezione aspettano che io li estragga dal loro posto per scatenare per l’ennesima volta la magia della puntina sul vinile. Leggerete quindi milioni di aneddoti sulla storia di “Unknown Pleasures” in questo anniversario e se volete sapere il mio sappiate che preferisco di gran lunga “Closer” ma non ditelo troppo in giro. Vi segnalo solo questo articolo di Giulia Cavaliere pubblicato sul Corriere online in cui, a proposito dell’album, si dice che

“I pezzi scritti e finiti nell’album erano già stati suonati live molte volte nella loro forma più pura, più calda, più rock e insomma meno algida: solo in seguito sono diventati vere e proprie tracce su cui sperimentare con registrazioni localizzate fuori dalla sala d’incisione, campionamenti, sovraincisioni e un utilizzo dello spazio e della tecnologia funzionale alla resa voluta da Martin Hannett.

In realtà i campionatori non erano ancora stati inventati o, meglio, c’era in giro il mellotron – vera e propria arma di distruzione di massa del progressive – a cui si faceva ricorso per riprodurre suoni ma in “Unknown Pleasures” non è stato mai usato. Il Fairlight (quello di “Owner of a lonely heart” degli Yes, per intenderci) doveva ancora arrivare a portare i suoi suoni artificialissimi nelle hit degli anni ottanta. Comunque non importa. “Unknown Pleasures” resta una pietra miliare dell’evoluzione dell’umanità.