compagni che sbagliano

Pubblicato il Pubblicato in Spazio Pour Parler, tv dei ragazzi

Parlare dei propri figli, parlarne male, è pressoché impossibile. Anche solo pensarne male, a meno di essere padre di Giusva Fioravanti. E forse nemmeno in quel caso. Chissà come si affronta un dramma di quella portata, da genitore con appena 7 anni di esperienza non voglio nemmeno pensarci. Su tutt’altro livello di drammi familiari, è stato illuminante invece scambiare qualche impressione con A. M., una delle clienti (mi spiace definirla così) con cui sono più in confidenza. Diciamo allora una amica con cui ho anche rapporti di lavoro.

A. M. ha un figlio di 16 anni, un’impresa da affrontare quotidianamente già di per sé, una occupazione a tempo pieno dalla quale non si hanno vacanze, giorni festivi o permessi. Non puoi darti malato. Figuriamoci non esserne sufficientemente all’altezza. E quella che mi ha raccontato sembra una storia di altri tempi. “P. è un ragazzo un po’ particolare, non lo dico perché è mio figlio. In piena fase di ribellione, ma con quella componente di ipersensibilità che lo mette a rischio di tutto“. È un po’ di anni che non lo vedo.  E anche solo qualche mese, a quindici o sedici anni, lo sapete meglio di me, sono interi stadi compiuti e archiviati. Lo ricordo un po’ chiuso, permaloso, facile alle lacrime. Un po’ sfigato, se vogliamo. Ma A. M. sostiene che P. abbia colmato le mancanze della sua personalità in fieri con elementi di originalità, talvolta un po’ forzati ma perdonabili, in un adolescente. Per quanto poi possa essere provocatoria l’originalità del 2011… oops, mi è scappato..

P. si atteggia molto a strano tendente al depresso, inizia a polemizzare inutilmente con gli insegnanti, è in una sezione del suo liceo piuttosto difficile. I compagni, poi, di certo non alleggeriscono la situazione. Da parte sua non va benissimo, qualche insufficienza, in generale cazzeggia alla grande e non riesco a capire da dove derivi il suo disagio“. A. M., da persona intelligente qual è, è consapevole perfettamente che alla base del problema ci siano lei, suo marito e l’ambiente in cui P. è cresciuto, un sistema educativo di base inadatto ad affrontare le complessità a cui sono soggetti i giovani come P., in maniera adeguata. Apprezzo però il fatto che né A. M. né suo marito addossino le responsabilità di questo genere di debacle alla scuola.

Quello che però più sconvolge A. M. è quanto è successo un paio di settimane fa. P. ha manifestato il desiderio di lasciare gli studi, cambiare scuola per lo meno. Questo atteggiamento ha accresciuto la sua popolarità in classe, che sta idealizzando in lui una parte del desiderio di anticonformismo addormentato e messo a tacere dalle rispettive famiglie. G. né è il l’esempio più eclatante.

G. è uno dei compagni di classe con cui P. è più in sintonia. Serio, bravissimo a scuola, molto intelligente, idolatrato da tutti. L’eroe vestito di bianco. G. deve aver palesato l’ammirazione per il modello negativo (rispetto a canoni da libro cuore, sia chiaro) che P. rappresenta. Il che è paradossale, perché A. M. mi ha assicurato che è l’esatto contrario: “è P. ad avere come modello positivo G., un ragazzo dotato di numerose qualità che P. tenta di emulare“. Ma la famiglia di G. si è prontamente messa in allarme.

Non puoi immaginare con quale stato d’animo ho ascoltato la preghiera di T., la mamma di G. Mi ha chiamato chiedendomi se potevamo incontrarci. Non avevo lontanamente immaginato l’argomento e gli obiettivi dell’incontro“. T. ha esplicitato senza mezzi termini alla mamma di P. che non gradisce che i due ragazzi si frequentino, non vuole che si vedano fuori dalla scuola, che trascorrano il tempo libero insieme. Che si scambino musica o impressioni su film e libri. Tutto questo a 16 anni, non stiamo parlando di ragazzini delle medie. Sorpresi? “I due ragazzi sono amici, ma non sono i rispettivi migliori amici l’uno dell’altro. P. frequenta da qualche tempo un gruppo di ragazzi del quartiere, piuttosto diversi da quello che T. ha pianificato per suo figlio, cosa che penso anche io. Non credo sia un problema la separazione forzata dei due. Non so se G. sappia quello che ha in testa sua madre, se sia al corrente di tutto ciò. Mi chiedo come affrontare la cosa con P., è di lui che mi preoccupo“.

Le ho chiesto però, da madre, come l’ha presa. “A freddo, ora sono più esterrefatta rispetto alla prima reazione che ho avuto. Subito ho pensato che fosse giusto così, che per il bene di mio figlio forse avrei fatto lo stesso anche io. Poi mi sono chiesta che tipo di danno P. avrebbe potuto recare a G. Voglio dire: non hai dato a tuo figlio gli strumenti per difenderti da un modello umano che al massimo potrebbe convincerti ad ascoltare gruppi da depressi o a farti crescere i capelli? Questa madre non è in grado di educare alla sicurezza di sé un ragazzo adolescente se non spintonando fuori dal suo cammino aureo qualsiasi lieve incongruenza di percorso?“.

Ora A. M. non sa però quale tattica adottare con il povero P., che già è abbastanza confuso, figuriamoci se viene a sapere che sta per trasformarsi in un eroe maledetto. Lato mio, invece, ho riflettutto su come far finire la storia. Cosa succederà tra P. e G.

P. probabilmente non si accorgerà delle pressioni dei suoi genitori per raffreddare il suo rapporto con G., ma pian piano i due ragazzi si separeranno. Sicuramente prenderanno strade diverse, d’altronde sono già ora così differenti. Secondo me è stato persino superfluo forzarne l’allontanamento, a meno che per G. l’attrazione per P. fosse più radicata. Magari, tra qualche anno, una casualità li rimetterà in contatto. Sono aperte le scommesse su chi dei due avrà sentito di più la mancanza dell’altro.

 

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