i love radio rock

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora, duepuntozero, tecnologia e altri incidenti

Ma la radio esiste ancora? Me ne accorgo solo quando mi sparo, come è successo ieri, 800 km in macchina in meno di 24 ore. Ed è un peccato essere disabituati all’intrattenimento freddo, quello che puoi esercitare facendo altro. Peraltro, ogni volta che mi capita scopro qualcosa di nuovo. Lo zapping radiofonico si conferma il mio passatempo preferito, una semplificazione di quanto facevo da ragazzino: mani pronte sul radioregistratore a cassette, schiacciavo con riflesso immediato il pulsante rec ogni volta in cui, passando da una stazione alla successiva, riconoscevo le note di un pezzo a me gradito. Addirittura, nell’era analogica, c’era l’abitudine (almeno io lo facevo) di chiamare durante i programmi di canzoni a richiesta delle emittenti locali per richiedere i brani, implorando gli speaker di trasmetterli integralmente senza parlarci sopra, in modo da poterli registrare puliti. E la mania di cercare continuamente qualcosa di interessante, anziché subire le proposte dei conduttori, la pratico tuttora, benché pericolosa se la strada è trafficata. Ora che le emittenti locali libere sono storia e i network commerciali hanno ucciso la radio più dei video, faccio sempre più fatica a fermarmi su qualcosa di interessante. Che alla fine, scopro essere trasmesso dalle emittenti pubbliche. Ci sono però alcune riflessioni che ho raccolto guidando, e che ora provo a riportare qui.

Virgin Radio. La conoscete vero? Me la immagino come un incommensurabile mediaplayer, una stazione orbitante tipo l’Enterprise ferma in qualche punto indefinibile dell’etere, o una entità astratta in una sorta di dimensione parallela, dalla cui memoria infinita si irradia random ogni cosa possa essere categorizzata con rock. Quindi tutto tranne musica classica e Gigi D’alessio. Si passa con assoluta nonchalance dagli Scorpions ai Pitura Freska, dai Massive Attack ai Motorhead, da Simon&Garfunkel ai Negramaro. In realtà è difficile capire, se si viaggia ai 120 all’ora e si è possessori di un impianto low fi come il mio, il pezzo trasmesso almeno fino al primo ritornello. A volte non prima dell’ultima nota, se si tratta di una trasmissione condotta da qualcuno e questo qualcuno ha il buon cuore di ricordare il titolo del brano. Credo sia in realtà un problema generale di equalizzazione delle trasmissioni, perché mi capita solo con Virgin Radio. Risulta tutto uguale, tutto piatto, chitarroni distorti e charleston aperti con voci perfettamente amalgamate con il rumore del motore. Un indistinto grgsxtrstrgxgxgsrtsrtzzzgrstrztrtstzrgggsrsrstz. Quindi se non afferro la musica, o se non riesco a orientarmi nel ritmo e a non trovare nemmeno l’uno di un banale bum-cha-bumbum-cha, sono in grado di riconoscere l’emittente senza nemmeno leggere il display. Ogni canzone poi sfuma sul jingle. Ma c’è bisogno di metterlo in onda dopo ogni fucking pezzo trasmesso? Una canzone, un jingle. Una canzone, un jingle. Per non parlare degli effetti sotto la voce del diggei di turno, roba tipo ovazioni e applausi da concerto live dei Guns. Voglio dire: come se non ci fosse già abbastanza rumore, nelle automobili medie. Come se non trasmetteste musica che fa già abbastanza casino.

Radio Maria. So di non essere il primo a sollevare il problema. L’unica emittente che si sente ovunque: tra i tornanti delle Alpi, nei sentieri impervi e sterrati che portano alle spiagge più nascoste della costa sarda, sotto i numerosi tunnel della riviera ligure. L’unico segnale umano che si coglie alla radio quando si pensa di essere il più lontano possibile dalla presenza dell’uomo è solo uno. Radio Maria. Non mi è difficile dare una spiegazione. La sua onnipresenza ha in sé un valore prettamente simbolico: l’eucologia ti raggiunge ovunque, in modulazione di frequenza. Ma non riesco a cogliere il valore della preghiera alla radio, e, a dir la verità, mi inquieta non poco. Comunque, i dati Audiradio parlano di 1.644.000 ascoltatori giornalieri (nel 2009).

Radio Padania Libera. Ieri pensavo che se Bersani sostiene di non credere che il 30% degli elettori italiani che nell’Italia settentrionale vota Lega Nord non sia razzista, potrebbe essere un’idea dedicare un po’ di energie a elevare il livello qualitativo della musica trasmessa sull’emittente del senatur. Farceli amici in casa loro. Potrei propormi per un programma di proposte indie-rock, roba alternativa, e vedere come reagiscono i giovani militanti ai National. Il cui nome forse non è dei più appropriati. Si tratta di un mercato da non sottovalutare.

Lifegate. Se non fosse che si prendono così sul serio, non sarebbe male.

La musica. In un campione statistico di 4 ore di ascolto e zapping in FM, credo di essermi fermato ad ascoltare non più di una dozzina di brani. Molti super classici, qualche pezzo di Sanremo, qualcosa che mi ha incuriosito. Per il resto, spazzatura. Tantissimi anni ’80, ovviamente il peggio del periodo. Qualche sorprendente eccezione, come The magnificent seven dei Clash. Ho preso nota però di alcuni pezzi che becco sempre, tutte le volte che accendo la radio. Ve lo giuro. Qualche esempio? The captain of her heart, I’ve been thinking about you, Could you be loved, My sharona, C’è un diavolo in me, e uno dei numerosi pezzi che non riesco a dinstinguere, tanto sono simili tra loro, di Biagio Antonacci.

Gli speaker. Ieri capito casualmente su una intervista a Giusy Ferreri, non ricordo l’emittente. Alla fine capisco che il conduttore del programma è Federico l’olandese volante. Anche la radio, come la tv, si rinnova spesso, penso. Poi, alla quarta voce uguale alle altre che tra battute, volgarità, scherzi telefonici (ancora?!? siamo ancora agli scherzi telefonici come format di intrattenimento?!?) e luoghi comuni, torno su Federico l’olandese volante e rimpiango pure Awanagana e Robertino di Radio Monte Carlo. Tiè.

La riflessione finisce quando, più o meno all’altezza di Alessandria, rientro nel raggio di diffusione di Radio Popolare. Che avrà i suoi limiti (a volte faccio un gioco. Faccio finta di essere un elettore di centrodestra, o un indeciso, o uno che non si interessa di politica, e mi sintonizzo su Radio Popolare, dicendo – fa parte del gioco – “Proviamo ad avvicinarmi un po’ alle idee e alla cultura di sinistra”. Quasi sempre perdo.), ma almeno fa radio con cura. Réclame.

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