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Pubblicato il Pubblicato in duepuntozero, tecnologia e altri incidenti, scripta manent

Mia mamma, 73 anni, non ha ancora ben capito in cosa consista il mio lavoro, benché io mi occupi più o meno della stessa cosa da oltre 15 anni. Probabilmente, non essendo chiaro nemmeno a me, non sono mai stato esaustivo con lei. In più, sebbene i dati della penetrazione di Internet e le nuove tecnologie nella terza età confermino un trend di crescita, mia mamma appartiene ancora a quella fetta di âgé che, parlando al telefono, aumentano il tono della voce maggiore è la distanza che li separa dall’interlocutore. Ancora a disagio con le vecchie tecnologie, le nuove – la cui curva di apprendimento sembra essere comunque più rapida rispetto a un forno a microonde, per esempio – sono ancora fuori portata. Ma, al di là del mezzo, c’è anche un problema di messaggio. E per un permalosone che si occupa di contenuti, un affronto materno può essere deleterio per l’autostima, più che qualsiasi altra cosa. Sentite qui.

Ospito la mamma da me per un paio di giorni, in attesa di un ricovero in una delle strutture del sistema sanitario lombardo (che a un ligure fanno ancora l’impressione di una visita con il Dottor Spock sull’Enterprise). In attesa di consumare una frugale cena, mi chiede di mostrarle “una delle riviste su cui scrivo”. E, vi giuro, non ho mai gonfiato la portata della mia attività, non sono un millantatore né un fanfarone (almeno non con la mia mamma). Non mi sono mai dichiarato giornalista.

Il mio mestiere di copy consiste principalmente nel raccontare le aziende. Sintetizzare ed esplodere attività, tradurre il lavoro altrui in un linguaggio comprensibile a profani e a sacri, volevo dire agli addetti. Tutto questo principalmente in ambito ICT. C’è un ma. Purtroppo si tratta di un mercato saturo, ed è facile immaginare il perché. E, soprattutto, in momenti in cui diminuisce il lavoro altrui c’è ben poco di cui parlare. L’umore è così crollato improvvisamente, e allora ho fatto finta. Giusto per tirarmela un po’, le ho mostrato questa pagina Internet, quella che state vedendo, ma come si presentava ieri sera, prima di scrivere il qui presente post. “Mamma, sono un bloggher“. “Ah. E sono queste le cose che scrivi per la C…o?”.

Colto in fallo, identificata l’informazione mendace, il bug di quella comunicazione, sono arrossito. Mia madre si ricorda del mio principale cliente, probabilmente perché vede le pubblicità alla tivvù, da quando è diventato consumer. Ma, cosa più importante, mia mamma si accorge se suo figlio le dice o meno la verità. Così sono andato sul sito della C…o, nella sezione case study, e lo mostrato un po’ di customer testimonial e i video a corredo che ho realizzato nell’agenzia in cui lavoro. “Ah“, ha ripetuto. A quel punto Fabio Fazio ha chiamato in scena Luciana Littizzetto, mia mamma ha tolto le lenti bifocali e non ha più badato al frutto del mio lavoro, evitandomi una lunga spiegazione su tematiche quali collaboration e unified communication. E lì ho pensato che il marketing non può nulla contro l’entertainment. Chissà, forse di fronte a un post come questo nulla l’avrebbe distratta. Chissà.

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