same as it ever was

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora, gruppi in cui vorrei suonare, i like, pezzi che avrei voluto comporre io, quattro stagioni (rossa)

Prendete me, per esempio. Da una parte compulsivamente e ossessivamente addicted alla musica pop-rock, dall’altra strenuamente legato al secolo breve, quello scorso, magari concedendo le attenuanti al decennio successivo al 91, prolungando i limiti cronologici stabiliti, una sorta di interregno, una fase di passaggio di consegne al secolo attuale, che sembra essere fin troppo duraturo. E in tutto questo tempo mi sono sentito orgogliosamente (poi la pianto lì con gli avverbi) beato di essere cresciuto in una fase che, pur povera politicamente e socialmente (ops), in piena curva di riflusso, già pregna di presagi di quanto sarebbe potuto accadere oggi, ha avuto molto da dare.

Avete capito a cosa mi riferisco, vero? Da circa 10 anni è un piacere poter cogliere echi, citazioni, plagi e cover di materiale sonoro dei bei tempi andati. Un’attività fine a sé stessa? Sì, diamine, ma allo stesso tempo è una discreta soddisfazione poter pensare (magari senza ostentare troppo, per non sembrare antipatico) che nulla di quanto ci riempie la bocca e gli ipod oggi sia così originale quanto, in maniera oggettiva – e non ci sono ca**i – ciò che è stato prodotto in musica dal 77 in poi, almeno fino alla moda del remake di quanto prodotto in musica dal 77 in poi. Ma, in generale, è bello aver ragione.

E, dal 2001 ad oggi, ne abbiamo viste di tutti i colori, anche se l’estetica di riferimento è più che altro in bianco e nero. Ed è tutta roba da cui non mi dissocio, anzi. Almeno tre o quattro che cantano come Ian Curtis, o almeno che hanno iniziato citando indiscutibilmente i Joy Division giusto per farsi notare, per poi magari elaborare qualcosa di originale. Per non parlare degli Smiths, un riferimento oggi molto diffuso sia nello stile che nel songwriting. Anche i Cure, provate a sentire questi. C’è stato pure un mica tanto velato omaggio ai Police, o band che addirittura ci ricordano episodi meno conosciuti, che so, Lloyd Cole and the Commotions e gli Heaven 17. O i recentissimi The Mirror, impossibile non cogliere il riferimento a Architecture & Morality degli OMD. Infine, anche se non finisce qui, i gruppi in cui c’è un po’ di tutto questo mescolato e personalizzato, su tutti i casi più eclatanti: Interpol, Editors, Bloc Party, Killers. Che magari, nelle interviste, si scherniscono anche, e con la scusa dei dati anagrafici ti dicono che è impossibile, che negli ottanta non erano ancori nati o se lo erano ascoltavano musica per bambini. Ma che c’entra, suvvia.

C’è però un gruppo che è stato talmente avanti, ai tempi, che nessuno ha dimostrato di saper copiare così spudoratamente. Perché in realtà, un po’ l’inconfondibile timbro del loro cantante, un po’ i suoni in genere, hanno un tratto talmente definito che non puoi assomigliare superficialmente a loro. Ci sono tracce ovunque, punto e basta. Sono stati piuttosto eclettici. Sono stati i più innovativi, diventando immediatamente, con il loro primo LP uscito nel 77 e che così si intitola, una delle band di maggior culto di tutti i tempi. Li ritrovate presenti in molti booklet, tra i ringraziamenti, come i principali ispiratori. Sono nominati spesso nelle categorie di riferimento utilizzate nelle recensioni. Compaiono come guest nelle nuove produzioni discografiche. È stata una delle più importanti band sotto tutti i punti di vista. Avrete capito che the name of this band is Talking Heads.

Su tutti, c’è un documento, la testimonianza di un concerto, un evento alla memoria del quale, ad aver la fortuna di avervi partecipato, si potrebbe attingere, per ricavare materiale da raccontare e mettere a disposizione di figli e nipoti, per anni e anni. Lo si trova facilmente su youtube e ci riguarda da vicino, perché si tratta di un loro live registrato al Palaeur di Roma nel 1980 e trasmesso dalla RAI (quanto ci manca il servizio pubblico inteso in quel modo). Sentite la musica, guardateli suonare, guardate le loro espressioni mentre eseguono i pezzi, e  provate anche ad osservare le facce del pubblico, volti tipici dell’epoca, umanità che non esiste più. Ma, soprattutto, pensate un po’: un gruppo che può permettersi di aprire un concerto con un brano come Psycho Killer.

0 pensieri su “same as it ever was

  1. Io continuo a sostenere che i Beatles devono moltissimo ai The Smiths. Mai nessuno riuscirà minimamente ad avvicinarsi all’aurea di Morrissey e di Johnny Marr. Scusa la perentorietà, ma quando sento parlare di questi due personaggi o degli Smiths in generale mi si scalda il sangue.

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