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Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora, appunti per una Top Ten del 2011, i like

Sono finiti i tempi in cui un dj ti poteva salvare la vita, con una sola canzone, poi. Ora, vista la facilità con cui è possibile accedere ai contenuti musicali (in realtà, vista la facilità su cui in rete si può accedere a tutto) un intero album può al massimo salvarti un giornata. Che, di questi tempi, va più che bene. Prendi il giorno di ieri, per esempio, il 29 marzo: quello che poteva essere un disastroso numero 2 di una ordinaria settimana lavorativa, ha cambiato corso grazie ad un long playing, Angles, il nuovo lavoro degli Strokes.

Ora, mai avrei pensato di potermi ancora interessare agli Strokes nel 2011. Vi rimando alla recensione di Alberto Asquini su Ondarock, anzi ne copio un pezzettino qui, perché descrive bene quello che, almeno fino a ieri mattina, avrei potuto pensare anche io:

Ci si chiede spesso cosa c’entrino gli Strokes con gli anni Zero. La risposta più immediata potrebbe essere un ecumenico “tutto e niente”. Hanno dato il la al revival garage-pop con due dischi più che onesti (ma che vivevano delle individualità di splendidi singoli), con un contorno di fighettume newyorkese, glamour come se piovesse e wannabe dannati e giovani alle soglie del millenium bug.

Così, le first impressions su Angles potrebbero anche finire qui. Ho ascoltato distrattamente il primo estratto, Under cover of darkness, l’ho anche inserito qui qualche giorno fa più per rispetto dell’autorità e per darmi un tono che per onesto piacere. Poi ieri ho pensato di caricare i 10 brani che compongono il disco (in perfetta media strokesiana) sul lettore mp3 per soffocare con lo stordimento da auricolari una sgradevole esperienza, approfittandone per dare a Casablancas e soci un’altra meritata possibilità. Ricordate, vero, Is this it e Room on fire? E la debacle di First impressions of earth? Ecco. I rumors circa l’uscita di un nuovo album mi avevano quasi infastidito. Non pensavo infatti ci potesse essere ancora spazio per gli Strokes, almeno nei miei hd, così fuori tempo massimo, tanta musica passata sotto i ponti. Siamo cresciuti, l’indie è più maturo, meno scanzonato. Temevo addirittura un inutile deja-vu, ora che mi sono assestato su nuovi e moderni punti di riferimento. Ma occorre sempre dare una seconda chance, almeno a gruppi come loro.

Il risultato è una piacevole ri-scoperta di qualcosa di sicuramente già sentito, e già sentito proprio da loro, il che non è un problema. Anzi. La qualità non manca. Ma al fianco di brani che potrebbero essere solo brani degli Strokes e nient’altro, Macchu Picchu, il già citato Under cover of darkness, Taken for a fool e Gratisfaction, canzoni che non sfigurerebbero nei loro dischi di maggior successo, trova posto una sensazione di aria nuova, di Strokes 2.0, consentitemi il termine, l’evoluzione necessaria a non far passare questo album come un semplice richiamo, una cena di con i compagni di classe dieci anni dopo, un inutile amarcord commerciale, un sequel solo per ricordare al mondo che gli Strokes potrebbero esistere ancora. Insomma, avete afferrato il quadro.

E poi, su tutto, è stato bello ritrovare la laconicità in Angles, che è un po’ lo specifico della band newyorkese, un privilegio di pochi artisti, l’essere in grado di condensare quello che devi dire in pochi minuti riducendo il rischio di sovraesposizione sonora, pochi pezzi brevi per un disco breve ma denso di empatia. Non saprei come altro definire quella sensazione che, prima di andarsene, di nuovo ti lascia con la voglia di provarne ancora, e proprio con il brano di chiusura, Life is simple in the moonlight, una perfetta e gradevole sintesi delle due anime di questo album.

 

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