una vipera sarò

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora, pezzi che avrei voluto comporre io

Parliamo di punti deboli, i talloni d’achille, quei lati sconosciuti e tenuti ben nascosti che dimostrano che nessuno è inespugnabile. Ogni fortezza ha una sua entrata di (in)sicurezza mal presidiata, una backdoor da cui non è difficile penetrare con un cavallo di troia e fare piazza pulita. Basta con le metafore. Conoscete qualche persona davvero cool, alternativa, tosta, tutta d’un pezzo al 100%? Io no. E spero che siate concordi. Vi faccio un paio di esempi per arrivare al punto, cioè il mio, anzi, uno dei miei punti deboli, un lato sul quale potrete attaccarmi quando accuserò questo e quello di essere commerciale, di ascoltare musica di m****, di riempirsi l’ipod di fuffa. Lo trovate in fondo a questo post. Ma non andate subito a scoprire la soluzione, non rovinate tutto con la vostra curiosità.

Prendiamo M.L, mia cara amica ex collega, che so ogni tanto sfogliare queste pagine xhtml, che anzi colgo l’occasione per salutare. Una tipa intelligentissima, anticipatrice di trend di Internet e web marketing, così di nicchia che quasi non si vede, web copy e creatività da vendere, esperta di SEO e SEM, sta leggendo Franzen in inglese, segue da vicino gruppi musicali molto cerebrali come eildentroeilfuorieilbox84, roba da palati altro che fini. Bene, l’ho vista con questi miei occhi cadere su ben 3 punti, il primo dei quali ha un nome e cognome, Fabio Volo, il secondo un nick che si porta dietro da 25 anni circa, Jovanotti, e il terzo descrivibile tramite una locuzione, ovvero quel cinema italiano un po’ malinconico e romantico con attori del calibro, della drammaticità e della forza interpretativa di Accorsi e Scamarcio. Gasp.

O prendiamo M., un grafico dall’aspetto cattivissimo e gotico, vestito spesso in borchie e pelle nera, che ai tempi in cui lo frequentavo si riempiva la bocca di amenità industrial, che ti stordiva a suon di Ministry, Nine Inch Nails, Cop Shoot Cop, Carcass eccetera, l’electro-metal-punk più estremo e distruttivo. Beh, tempo dopo scoprii che aveva una side molto più dark. Era anche un sorcino sfegatato, un isterico fan di Renato Zero. Tutta la discografia, poster, articoli, vuaccaesse delle sue apparizioni televisive, comprese le imbarazzanti performance in qualità di conduttore da prime time di rete ammiraglia al sabato sera. Viva la rai. Provate a toccargli Renato Zero, e vedrete la riga di eyeliner nero con cui si contorna gli occhi anche per andare in ufficio assumere l’inclinazione parallela al più cattivo sguardo di minaccia.

Ed eccoci arrivati al punto. Quello debole e mio. Nulla di che, di certo non rivelo qui le mie più sconcertanti perversioni melodiche, come il tempo dedicato ad ascoltare senza interruzione “Il mare immenso” di Giusy Ferreri, ma solo perché prodotto da Marco Trentacoste, mica mi metto ad ascoltare quella roba lì da Sanremo, sia chiaro. Mi riferisco alla chicca da mangiadischi che trovate qui sotto e che considero un capolavoro. Fase 1: decontestualizzatela e provate a non pensare al nome di chi la canta, chiudete gli occhi e concentratevi su:
– il tempo di batteria, che potrebbe essere tranquillamente un loop campionato da Fat Boy Slim, tanto da rendere il pezzo in questione degno di una selecta big beat delle più danzerecce
– l’arrangiamento della sezione fiati, ricco e perfettamente in risposta con il cantato
– il cantato stesso, la potenza vocale di questa esecuzione

Fase 2: ora contestualizzatela e prestate attenzione alle liriche, passaggi quali “Quel prato di periferia ti ha visto tante volte mia, è troppo tempo che non sa dov’è la mia felicità”, ingenua poesia in rima a cavallo tra la presa d’atto dell’industralizzazione, l’urbanizzazione seguita al boom economico, il tessuto sociale in forte cambiamento, la tensione politica dei tempi, i sentimenti di una volta, le età della vita che si susseguono in bianco e nero. Una sorta di via Gluck dove però non si gioca a pallone, bensì si va in camporella e si sta al sicuro, perché si tratta di banlieue semi-rurali che non esistono più, spinte chilometri lontano dalle nostre case fino a fondersi con i sobborghi delle città limitrofe, tanto da costituire una unica immensa area metropolitana.

Ora aprite gli occhi e gustatevi con me, direttamente da Canzonissima 69, questa spettacolare interpretazione di Massimo Ranieri, uno dei miei pezzi preferiti di sempre. Signore e signori, “Se bruciasse la città”.

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