litalia

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Il servizio militare, quello che si svolgeva una volta, la cosiddetta leva obbligatoria. Quella che mio padre in un eccesso di entusiasmo (fuori luogo) definì l’università della vita, eravamo in coda dietro a una campagnola targata EI e io ero ancora al sicuro tra le braccia delle scuole superiori, ma iniziai lo stesso a preoccuparmi per il primo rinvio. Quel fenomeno che riempiva le pizzerie della città, prima che chiudessero la popolosa caserma di addestramento reclute. Vissuto come un fastidio, tanto che si inventava qualsiasi cosa pur di evitarlo. E ci mancò solo un pelo che anche io lo evitassi, se non avessi scelto come ente di riferimento per l’obiezione di coscienza un’organizzazione di cialtroni, anziché, come tutti i miei coetanei, rivolgermi all’Arci o alla Caritas.

Insomma, il mio anno sotto le armi (e che armi) ha fortuitamente coinciso con due eventi non privi di importanti ripercussioni storiche. La Guerra del Golfo, quella dichiarata da Emilio Fede al mondo intero, e lo sbarco in massa di albanesi in Italia, proprio nel 91. A causa del primo, ricordo un mese chiuso in caserma a fare guardie 24*7, non sia mai che quel mattacchione di Saddam venga a scaricare un kalashnikov sul portone di una caserma di un centinaio di lavativi sulle alture di Torino. Il secondo non è stato meno d’impatto e vincolante: tre mesi in un campo di accoglienza per albanesi, allestito presso una caserma desueta nel Monferrato.

Mi è bastato il video postato da Fabristol per sollevare un polverone di ricordi e un album di istantanee. Miseria mista a speranza, civili in tuta da ginnastica dell’Esercito Italiano, gli odori sconosciuti dell’esilio e le parlate incomprensibili, chi masticava l’italiano Mediaset e chi il dialetto di Non è la Rai. Il tutto in un’Italia in miniatura, ricostruita in una rete di campi provvisori, che poteva offrire una risposta. Io, che già mi sentivo un alieno sbarcato nel pianeta Forze Armate, mi sentii doppiamente fuori luogo nelle vesti di portatore di solidarietà e supporto, di addetto alle relazioni internazionali nemmeno fossi un casco blu nell’ex Jugoslavia.

Vidi però per la prima volta l’umanità, quella che avevo studiato nei libri ma che non riuscivo a distinguere nel mio quartiere, tra gli amici, all’università, nemmeno nei miei tour esplorativi nel centro storico di Genova. L’umanità che vedi solo al tiggì, un po’ disperata e un po’ che ti dicono che lo fa apposta a disperarsi e che quando è pressata su un barcone e si tuffa nelle acque del porto per arrivare al più presto a riva, lo fa solo per metter le mani prima degli altri sulla seconda opportunità.

In quel momento il quadro non mi era molto chiaro: una microsocietà stava costruendo una enclave in uno stato occidentale partendo da lì, dalle camerate di una caserma, e mi sfuggiva l’organizzazione che c’era dietro. Ma, col senno di poi, mi sembra essere stata un’accoglienza più che dignitosa, a meno di essere smentito da pareri differenti. Il problema è che, ventanni dopo, non sembra che quella prima esperienza con le crociere di infima classe, ma dal prezzo altissimo, ci sia servita. Non siamo in grado non solo di accogliere ma nemmeno di difendere e difenderci, non siamo in grado di gestire, di organizzare, di smaltire, di rimpatriare, di sfamare, nè di chiuderci nè di aprirci. Non siamo nulla di tutto questo, se non elettori di una classe governativa che risponde improvvisando a complessità delle quali dovremmo essere già all’altezza, almeno dal 91.

0 pensieri su “litalia

  1. Anch’io ho fatto il servizio civile in quello stesso anno (avremo la stessa età?) e anch’io mi trovai alle prese, in un piccolo comune del Nord, con l’arrivo degli albanesi. Fu, nel complesso, un’emergenza gestita (dopo i primi terrificanti giorni) con la collaborazione di tutti i cittadini. Oggi non sarebbe più possibile, credo.

  2. oggi Dalla Vedova (FLI) faceva notare al ministro Frattini che, mentre gli altri ministri europei si riunivano per affrontare la questione immigrati, egli era seduto alla Camera (con tutti gli altri ministri, nessuno escluso) per votare il Processo Breve.

  3. @ lo scorfano: davvero, la collaborazione dei cittadini c’era, mentre oggi non ci sono nemmeno i cittadini
    @ tinapica: è un processo brevissimo di decomposizione, chissà se a quel punto Frattini farà ancora i sorrisini che ha sfoggiato alla BBC

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