non essere, questo è un problema

Pubblicato il Pubblicato in quattro stagioni (rossa), scripta manent

L’attitudine al potere e al suo esercizio è una dote innata. Un po’ come il carisma, che più o meno è la stessa cosa. O ce l’hai, o cerchi almeno di fare il braccio destro del leader, il ghostwriter, il leccac**o. Si tratta di dinamiche riconoscibili già tra i più piccoli: è il caso dei “bambini alfa”, catalizzatori di attenzione da parte dei pari in primis, quindi da parte degli adulti e degli insegnanti soggetti al loro fascino, ma, di partenza, sono i genitori i fans più accaniti. Spesso ex bambini alfa a loro volta.

Di fronte agli individui alfa il resto del branco tende a rosicare. I più intelligenti se ne fanno una ragione, trovano altri punti di eccellenza che poi convertiranno nella loro specificità – nel bene e nel male – , in pratica se ne fottono e cercano di assoggettarsi all’autorità precostituita per sfruttarne i vantaggi, salvo poi fare di testa propria ma senza dare troppo nell’occhio per non incrinare inutilmente le dinamiche di convivenza. Quelli meno acuti passano la prima parte della vita a fare di tutto per essere ammessi nell’entourage degli alfa con l’obiettivo di tentare il golpe, sobillare l’ammutinamento, impegnandosi sodo per ottenere una qualsiasi forma di controllo sugli altri, comprandolo, per esempio, con i soldi di mamma e papà. Alcuni, un po’ più scaltri, cercano il modo più veloce per accedere a una qualsiasi stanza dei bottoni, non importa in che ambito: aziende di famiglia e non, amministrazione pubblica, politica (il nostro paese ne è pieno).

Perché se sei un po’ sfigato e in più sei antipatico perché vuoi prevalere, e non ci riesci, poni nella rivalsa che ti può offrire il potere il tuo unico obiettivo. Addirittura arrivi a scegliere la strada che ti è più congeniale per avere il massimo del controllo sulle persone: quello di vita o di morte. Non esiste la laurea di Divinità, non ancora. Ma, superato lo sbarramento dei test di ammissione e con tanta pazienza, è possibile diventare medico chirurgo. Fedele al tuo giuramento non metterai mai la deontologia professionale soggetta al tuo umore, questo si spera di no, però potrai dosare fiducia e conforto a sconosciuti e non secondo quantità, o far cadere il tuo potere dall’alto, forte del tuo prestigio. E anche allora qualcosa può andare storto, e la tua carriera da primario si arena in uno studiolo condiviso con altri medici condotti. Hai fallito anche in questo, il che potrebbe renderti ancora più velenoso.

Ed ecco che mentre sei di turno al pronto soccorso in un giorno festivo, attività che compete a rotazione anche ai medici condotti, si apre la porta ed entra una faccia conosciuta. Quello che alle superiori ti pigliava per il c**o per uno degli inspiegabili motivi che la crudeltà dei ragazzi spinge a farsi beffe del debole. O la ragazza, ora donna, che ha fatto di tutto per non avere il posto a fianco al tuo sui sedili del torpedone in gita. O il professore, ora anziano, che subiva il fascino dell’esemplare alfa, e il tuo parere non è mai stato preso in considerazione. Entrano e subito non ti riconoscono; il camice bianco, i capelli radi, lo sguardo nudo, perché ti sei evoluto dagli occhialoni spessi alle lenti a contatto. Poi l’attenzione cade sul badge al collo, i lineamenti comunque sembrano familiari, e il nome corrisponde. La temperatura rasenta il gelo. I saluti, la stretta di mano, i ricordi di rito. E immediatamente si spengono le luci, si accende il proiettore superotto che sublima in un assordante flash-back condiviso: lo schiaffo durante la ricreazione, la risata con cui è stato accompagnato il rifiuto alla domanda di amore, la media di voti inferiore alle aspettative perché non eri così brillante.

Il tutto dura pochi secondi, ma significativi. L’attenzione torna al contesto: la malattia, la ferita da guarire, il problema da curare. Ogni caso con la propria gravità, un codice verde o giallo o rosso. Così, mentre lenisci il dolore alla caviglia del ragazzino gonfia dopo la storta sullo skate, non riesci a trattenere una battuta al padre, “chi l’avrebbe mai detto, rivedersi qui“, e prima di emettere il tuo parere scruti il tuo ex carnefice, che avvertendo la tensione sorride e si mette sulla difensiva. “Sai, mi sono domandato che senso avesse comportarsi così da ragazzi, se quello che facevamo ha condizionato o no la tua vita. A volte ci ripenso a quanto eravamo stupidi. Sei rimasto poi in contatto con qualcuno dei vecchi compagni di classe?“. È sufficiente qualche secondo di silenzio, tu sei lì con la caviglia in mano del figlio ancora in lacrime, e vedi con la coda dell’occhio il padre, dietro. Che d’improvviso non sorride più.

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