lesa maestosità

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La chiamavamo la famiglia dei Guidoni, perché erano tutti di dimensioni esagerate a partire da lui, Gianguido detto Guidone. Quasi due metri per 120 chili, peso variabile a seconda dello stress, del lavoro, della fidanzata che lo metteva a stecchetto, della stagione e dell’attività fisica. Poi c’era la sorella di Guidone, anche lei altissima. Ma era sufficiente osservare i genitori per capire la causa di cotanta sproporzione. La madre e il padre dei Guidoni avrebbero sovrastato di una spanna chiunque. Ci immaginavamo tutti come potesse essere la casa dei Guidoni; io me la figuravo delle dimensioni e delle sembianze della caverna di Polifemo illustrata sul libro di Epica delle medie. Provavo a figurarmi anche il pranzo dei Guidoni. Quattro giganti seduti intorno un tavolo dalle gambe alte e massicce, intenti a sbranare cosce di brontosauro e bufali interi, in bella vista nei piatti di portata.

Guidone poi era andato a vivere con una fidanzata su misura in una casa su misura, aveva una station wagon con il sedile tirato indietro al massimo e montagne di mozziconi nei posacenere. Da ragazzo invece aveva ereditato una cinquecento, alla quale aveva smontato il posto di guida per utilizzare direttamente il divanetto posteriore. Suonava però una Fender Stratocaster di dimensioni normali, che nelle sue mani ricordava un ukulele e ogni volta mi riportava alla mente quella foto di Vladimir Tkačenko con la palla da basket in mano che sembra un’arancia.

Frequentavo lo stesso stabilimento balneare in cui Guidone faceva il bagnino. Sotto il suo ombrellone-one-one stanziava la famiglia al completo, occupando anche parte della postazione accanto. Papà Guidone leggeva il Corriere, mamma Guidone si dava all’enigmistica. Avevamo tutti notato, quando papà Guidone si alzava per la consueta nuotata verso gli scogli, un vistoso squarcio ricucito sul torace, dallo sterno al fianco. Tutti pensavamo a un intervento al cuore, quindi ci andavamo piano con le domande, tenevamo a bada la curiosità. Ma una sera, le chitarre sulla spiaggia, il dentice al cartoccio sulla brace, il bianco fresco fresco, uno di noi ha timidamente sollecitato il dubbio.

È stata la sorella di Guidone stesso a raccontarci la vera storia di quella cicatrice. Papà Guidone, divorando qualcosa di estremamente gustoso, forse proprio una coscia di brontosauro alla cacciatora, in un impeto di voracità ha buttato giù, insieme al bolo, un ponte dentale tutto intero, che si è incastrato chissà dove mettendo in pericolo la vita stessa di quel enorme capofamiglia. Non siamo più riusciti a guardare papà Guidone allo stesso modo, a torso nudo e traboccante dalla sua sdraio in tutta la sua imponenza. Nemmeno i quotidiani viaggi da pendolare che spesso trascorrevamo insieme sul treno locale, Guidone e suo padre verso l’ufficio e io, ancora all’università, viaggi brevi ma difficoltosi per via dello spazio fisico che occupavano uno di fronte all’altro, non sono stati più gli stessi. Non potevo non pensare al papà dei Guidoni sdraiato sul lettino di una sala operatoria e all’equipe di chirurghi del pronto soccorso, chi in punta di piedi, i meno fortunati su panche o scalette, ad adoperarsi per estrarre quella specie di mandibola di squalo dal suo capiente torace.

Ancora oggi, in una città di provincia assetata di visibilità, in cui il quotidiano locale mette in prima pagina anche il ritrovamento di un fungo da due chili pur di fare notizia, la leggenda dei Guidoni e dell’estrazione rocambolesca di un ponte dentale si tramanda di generazione in generazione. E sulle spiagge, i bambini tuttora fanno a gara nell’individuare, tra gli omoni sdraiati a pancia all’aria nella canicola estiva, altre tracce di vistosi tagli da raccontare agli amici, al rientro dalle vacanze nella riviera dei Guidoni.

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