una splendida giornata

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora, i dislike, quattro stagioni (rossa), Spazio Pour Parler

Sottotitolo: il post definitivo (mio, e chi mi credo essere…) su Vasco Rossi e sul suo ritiro.

Sei un fan di Vasco? Sei un mio amico e sei fan di Vasco? Allora questo post non fa per te. Nel primo caso, non puoi essere sufficientemente obiettivo da condividere il mio parere. Nel secondo caso, potresti essere tentato di farne una questione personale e, chiunque tu sia, sappi che personale non è. Cerca di non riconoscerti tra queste righe, e se cogli qualche riferimento privato parliamone, saprò convincerti del contrario. Inoltre, di alcune cose ne ho già parlato più volte in questo blog, ma perché non affrontare nuovamente il problema sfruttando la notizia del momento? Quindi, apriamo le buste. Tema: Vasco lascia le scene per manifesti problemi anagrafici, e non solo. Svolgimento.

È facile identificare il momento in cui ci siamo accorti che Vasco Rossi era diventato un qualcosa di più che l’ennesima rivelazione emersa da un sottobosco di rock italiano ancora fermo alla generazione precedente e che per nulla riusciva a rappresentare il nuovo modello di giovane di allora: disimpegnato, non tanto tossico quanto sconvoltone, ai tempi si diceva “sballato”, un aggettivo così anacronistico da farmi vergognare di averlo scritto, poco raffinato ed equidistante sia dai Clash (per non parlare del post-punk italiano, nemmeno preso in considerazione a questo livello) che da un qualsiasi cantautore dell’epoca che iniziava ad essere fuori luogo, più che fuori tempo.

Quel momento è stato quando abbiamo incontrato un amico chitarrista vestito e pettinato tale e quale a Vasco Rossi. Siamo nel 1982. Tanto che negli ambienti della cultura giovanile di allora, come l’ARCI, indossare una maglietta con l’effigie della copertina di Siamo solo noi era oltremodo disdicevole, ed era un attimo a prendersi botte di “stronzo borghese” (cit.). Quasi più rischioso che sfoggiare spencer dalle spalle imbottite e spacciarsi New Romantic.

Insomma, per farla breve, Vasco Rossi piomba in una generazione senza anticorpi e in effetti, se non ci pensavi più di tanto, il genere così un po’ rock con qualche pezzo addirittura reggae ti poteva trarre in inganno. E come biasimarci. Le parole in un italiano così diretto come nessuno mai era riuscito a scrivere hanno scardinato trasversalmente un po’ tutti. Passa poco tempo, ed ecco il manifesto del pensiero rossiano, la vita spericolata a rischio ritiro patente per etilometro, che dalla vetrina di Sanremo spicca il volo per raggiungere una vetta senza ritorno, a cui, nemmeno oggi a distanza di vent’anni, nessuno, nemmeno Ligabue (ecco forse quasi avrei preferito si fosse ritirato lui) è arrivato.

Non mi piace Vasco perché ha catalizzato, monopolizzato e gestito in modo poco proficuo, per lo sviluppo e la crescita di almeno 3 generazioni di giovani, energie positive e costruttive con le quali si poteva tranquillamente fare altro che una rivoluzione. Ma mi sarebbe bastato una presa di coscienza, qualche parola su qualcosa che andasse oltre le sue tematiche standard. Che poi magari bastava solo una parola sbagliata o un pezzo sul piacere della cosa pubblica anziché la monotonia del vivere chiusi nel proprio guscio di periferia (qualcosa di più di cosa succede in città, sia chiaro) ed ecco che ti giochi un parte del tuo bacino di consenso. Che poi, a dirla tutta, secondo me, una volta che hai fatto innamorare di te così tante persone ti seguono ovunque vai. E allora, diamine, e dì qualcosa di sinistra anche tu.

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