non ricordo il titolo del film

Pubblicato il Pubblicato in duepuntozero, tecnologia e altri incidenti, i dislike, Spazio Pour Parler

Questa invece è la storia di un opportunista, volgarmente detto paraculo. Un opportunista comune, meglio di molti altri perché non fa male a nessuno ma genera solo fastidio e prurito. Ma comunque. Un tipetto che ama prendere le scorciatoie, probabilmente non ha tempo da perdere, se ti sorpassa a destra è perché ci sono tre corsie. Così arriva prima e guadagna dieci volte noi, perché Quelli Che Prendono Le Scorciatoie sono anche diabolici. E generalmente queste creature infernali, nel regno del male assoluto, che è il marketing, sanno difendersi, escono a testa alta e, se scoperti, trovano sempre la via di fuga. Li ritrovi poi qualche anno dopo in una nuova azienda, su una nuova piattaforma social, nella agenzia superfiga del momento, ripuliti e disposti ancora, se capita, a mettere i bastoni tra le ruote, se non in altri anfratti dell’altrui corpo.

Un giorno il tipetto sbarca nella no man’s land del momento, che si chiama social media marketing tendente al digital pr come se fosse strategie 2.0 in ambito b2b, e nella confusione generalizzata occupa un pezzo di terreno ove costruire il proprio maniero a forma di blog professionale. Si mette in bella mostra perché comunque è nel jet set, lavoricchia un po’ per un grande operatore di telecomunicazioni. Da lì trova una porticina segreta di una multinazionale del retail, si traveste da consulente per la comunicazione corporate dell’AD e si fa assumere con uno stipendio da calciatore. Va bè, non esageriamo, diciamo da manager.

Ora immaginiamo una delle numerose meeting room al secondo piano dell’headquarter di questa multinazionale e due – diciamo – fornitori in visita. Sono lì per presentare un progetto direttamente all’Amministratore Delegato, si tratta di una iniziativa di comunicazione che lo riguarda in prima persona. Uno dei due fornitori in visita ha pensato e sviluppato il progetto e ora sta per proporlo davanti a Lui. Anziché parlare con quelli del marketing, oggi sarà giudicato direttamente dal vertice. L’AD è in ritardo, come al solito: ha migliaia di cose a cui pensare, tra cui mandare avanti la filiale italiana di quel colosso mondiale del retail. Per ora c’è solo la sua assistente e la responsabile della comunicazione. Poi si sentono passi e voci dal corridoio, nella meeting room piomba il silenzio ed entrano entrambi. L’AD e il tipetto. La web presence del tipetto è caratterizzata da una foto con una espressione del cazzo, eppure ora è lì, al suo fianco, ed è lì per giudicare il fornitore, che ha lavorato sodo per scrivere le parole che ritiene più adatte allo stile del datore di lavoro attuale del tipetto. Si tratta di un AD che il fornitore conosce sicuramente meglio di chiunque altro, visto che la filiale della multinazionale italiana del retail è sua cliente da prima che esistesse il duepuntozero. Ma molto prima.

Partono le slide, e il responsabile del progetto inizia a parlare, seduto vicino alla persona che lo ha accompagnato lì, che è il suo capo. Preambolo, si contestualizza la genesi creativa, si illustra la prima proposta. L’AD segue interessato, scambia pareri positivi ad alta voce con la responsabile della comunicazione. Poi via la seconda, qualche battuta, fuori intanto diventa buio e i colori della grafica proiettata risaltano meglio. La terza va in buca di sponda, le vibes in generale sembrano buone, “stai a vedere che abbiamo colpito nel segno”, pensa il responsabile del progetto.

Ma dov’è finito il tipetto? Per tutto il tempo è stato dietro, a scrivere appunti e keyword emerse sulla lavagna alle loro spalle. E, a fine presentazione, richiama l’attenzione di tutti chiarendo il suo ruolo, quello di tirare le somme sulle varie idee. Un rapido colpo d’occhio alla lavagna fitta di note, non sembra esserci nulla di negativo sul progetto presentato. Qualche idea collaterale, qualche richiamo alle linee guida. E poi, in fondo, come ultima bullet, una domanda: “Chi è il copy?”.

Ora il copy, si è capito, è il responsabile di progetto stesso. E l’idea che, punto dopo punto, si arriverà a smarcare anche quello lo fa un po’ sudare freddo. Che razza di domanda è? Perché tipetto lo vuole sapere? Semplice: i testi gli sembrano ottimi e vuole sapere chi è stato a scriverli, no? Il copy/responsabile di progetto, che non ama mettersi in mostra, sta per dire che è un lavoro corale dell’agenzia, ma il suo capo lo precede puntando il dito verso di lui. Bravo. Grazie. E a quel punto, un po’ come una sorta di avanzamento veloce di una ripresa video, il copy/responsabile di progetto arriva a una conclusione, nella sua testa parte un script ricco di if-then-else per arrivare al fotogramma decisivo, ovvero la fine a cui è destinata quella lavagna fitta di appunti contenente la domanda chiave. Al termine di ogni meeting, tipetto imbraccia il suo iphone, scatta la foto della lavagna e la spedisce a tutti i partecipanti, la sua firma per dire “ero al meeting, ed ero io il protagonista vero, potete procedere riflettendo sui miei spunti”. E se sarà così anche oggi, quell’encomio pubblico rivolto al copy rimarrà per sempre testimoniato da una foto. Anche nella casella di posta dell’AD del suo principale cliente. La cosa lo agita fino all’orgasmo. “Finalmente”, pensa, “la mia occasione”.

Le ultime battute per stabilire gli step successivi, in cui tutti si distraggono dalla lavagna, e poi ecco il momento tanto agognato del rito. Il tipetto prende la mira, il responsabile di progetto si volta verso la lavagna ma, come d’incanto, quella domanda tanto retorica quanto portatrice di felicità è nel frattempo scomparsa. Cancellata. Non è una informazione fondamentale per il report del meeting, sarà per questo che tipetto l’ha fatta sparire. Ma, così, tra un paio di giorni nessuno si ricorderà l’autore di quella campagna fighissima, con la quale l’AD farà la figura dello splendido e del filantropo. Già.

Non a caso oggi, un paio d’anni dopo quell’apice di gloria durato solo qualche minuto, sul sito del tipetto (la cui cialtronaggine, della quale qualcuno aveva avvertito i presagi, nel frattempo è stata riconosciuta ufficialmente, ma troppo tardi) alla voce portfolio, tra alcuni esempi di comunicazione corporate, i più attenti hanno intravisto proprio quella campagna. Che è passata così alla storia come ideata e scritta da un tipetto un po’ paraculo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *