e hop la curva

Pubblicato il Pubblicato in i dislike, quattro stagioni (rossa), Spazio Pour Parler, www.turismodimassa.com

Poi, a metà luglio, qualcosa cambia. Il paesino fino a ieri è stato un posto davvero incantevole. Una giusta via di mezzo tra oasi di quiete e quel pizzico di mondanità che soddisfa ogni palato, comprese le attività per i bambini che rendono le Dolomiti una meta perfetta per tutte le famiglie amanti della montagna e dell’aria buona. Dalla passeggiata sull’altopiano alla camminata con tutti i gradi di difficoltà fino alla scalata per i rocciatori, percorsi ad hoc per i patiti della mountain bike, impianti che ti portano dappertutto, clima perfetto per sfuggire all’afa urbana. Sentieri per tutti i gusti, più o meno battuti, in cui è possibile trascorrere ore in totale silenzio, a tu per tu con la natura.

C’è pure la banda larga e la connessione wireless gratuita nel centro di quel paesino. Ti siedi sulla panchina nell’isola pedonale, o nella stube di un bar a bere una o più birre, o anche la sera a casa tua, e aggiorni tutti i tuoi profili, controlli la posta, ti informi su che tempo farà il giorno dopo.

Poi, dicevo, a metà luglio qualcosa cambia. Il paesino si riempie di bandiere, e non è un palio né un’altra competizione storica tra rioni o quartieri. Le bandiere, nei negozi, fuori dai pub, ai balconi degli alberghi, non sono lì ad accogliere una massa turistica da un Paese straniero che ha scelto il paesino come meta dell’anno, no, è già sufficientemente noto per sfruttare quel tipo di pubblicità. No. Le bandiere sono familiari perché si vedono spesso allo stadio, per chi segue il calcio, e hanno strisce orizzontali nere, rosse bianche e blu.

Iniziano a transitare pullman con quel vessillo e i parcheggi sono presi d’assalto da automobili sui cruscotti e pianali delle quali si intravedono cuscinetti e ameni gadget, le vie del centro si gremiscono di tifosi di quella squadra, dall’accento (a me) familiare, talmente fedeli da spararsi 500 km e seguire la loro squadra che viene in ritiro lì ogni anno, o almeno da quando ci sono anche io in vacanza. Poi al campetto poco fuori dal paesino a seguire allenamenti, piegamenti, palleggi, sudate, tiri in porta, partitelle, corsette e flessioni, come se non ne avessero già abbastanza dell’abbonamento al campionato, dei servizi 24 per 7 su tutti i canali tv dedicati allo sport e dei vari quotidiani, verticali e generalisti, che parlano ogni fuckin’ giorno dell’anno di calcio.

Quindi davanti all’ingresso dell’albergo, per fare la foto, scambiare qualche impressione, osservare i calciatori nei loro momenti di relax. Ci sono anche atleti molto giovani, forse la squadra juniores, li si incontrano a spasso con mamma, papà, fratelli e fidanzatina, rigorosamente con la tuta e il nome sulla schiena per farsi un po’ riconoscere. E gli ultras, quelli che ogni occasione è buona per fare festa, e chi li biasima, con le magliette strette sugli addomi gonfi di birra a riempirsi di birra anche lì, le magliette con il nome del gruppo di tifoseria organizzato, il loro motto un po’ scurrile, turisti di uno sport per il quale ormai non c’è più nemmeno una mezza stagione di pausa.

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