e allora mambro

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Il treno è fermo alla stazione di Bologna. Una bellissima mamma con tre bellissime figlie dirette chissà dove in riviera romagnola, tutto il mese d’agosto al mare a casa dei nonni – che fortuna avere i nonni che abitano lì -, il papà che farà la spola da Milano ogni fine settimana a parte la settimana centrale di agosto. Oggi è il 30 luglio 1980, fa un caldo cane, le gambe sudate delle bambine si appiccicano alla pelle dei sedili e non riescono a stare ferme. La mamma e gli altri 2 passeggeri dello scompartimento, una coppia di anziani, sono lievemente infastiditi, ma la vera causa è il treno bloccato lì più che i continui passatempo fisici con cui le bimbe cercano di sfuggire alla noia, dài fate le brave, non siamo nemmeno a metà viaggio probabilmente. I vagoni sono fermi al binario, all’ombra della pensilina solo parzialmente, il resto sotto il sole pomeridiano. Tutti i finestrini son giù. Il capotreno ha già fischiato 2 volte, ma il treno resta lì, e il ritardo aumenta. Ormai è quasi mezz’ora di sosta, i passeggeri sono al limite della sopportazione, anche perché il treno è gremito, c’è gente in piedi. La bella signora sventola un quotidiano sotto il mento, osserva indignata una coppia di manovali che staccano un vagone da un locomotore nel binario di fronte, dà quindi un’occhiata al quadrante dell’orologio da polso, sbuffa. “E poi si lamentano che gli mettono le bombe”. Il treno riparte con 45 minuti di ritardo, una piccola parentesi di disagio che sarà presto dimenticata. Le due sorelle gemelle, più grandi, si immergono nella lettura di fumetti. La piccola si addormenta, la testa sul grembo della bellissima mamma.

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