è un po’ come perder tempo

Pubblicato il Pubblicato in cineMa e cineSe, quattro stagioni (rossa), Spazio Pour Parler

Le iniziative tipo “Cinema sotto l’ombrellone” o “Cinestate” o “R-estate al cinema”, insomma, naming a parte avete capito a cosa mi riferisco, sono perfette per chi, come me, come da copione – è proprio il caso di dirlo – ogni anno perde il meglio della stagione cinematografica perché organizzarsi e andare a vedere un film che non sia per bambini non è così immediato, e lo sarà finché tutti i membri della famiglia non saranno indipendenti. Ma tali rassegne, che appunto riuniscono il meglio o giù di lì di quanto realizzato negli ultimi 12 mesi, non dovrebbero mettere in scaletta film come Biutiful. Un film eccezionale, ma, converrete con me, estivo quanto un punch caldo al rum.

E tu, caro Alejandro Gonzalez Inarrittu, tu sei uno dei miei registi preferiti, e lo sai perché? Perché riesci a rappresentare i miei peggiori incubi in storie talmente ansiogene e deprimenti che il contenuto dell’incubo, alla fine, risulta talmente un tipo di paura così banale da rimanere confinato ai margini della storia, sopraffatto da altri contenuti pronti a soffocarti per tutto il resto del film. E alla fine ci ridi su, della tua paura. Ed è successo tutte le volte, in Amores Perros, in 21 grammi, in Babel, persino nel tuo cortometraggio incluso nel film sull’11 settembre: gli uomini che cadono dall’alto, pensa che io soffro di vertigini anche sui ponti di Venezia. Pensavo che la tua bravura fosse tale soprattutto grazie a Guillermo Arriaga, la sua scrittura e i montaggi a zig zag che hanno reso i vostri film ancora più capolavori, passatemi l’espressione. Ma sono certo che la vostra trilogia sulla morte può diventare una tetralogia e accogliere questo tuo nuovo film, perché, in Biutiful, di morte ce n’è ancora tanta.

E in un montaggio così lineare, questa volta, la vedi incorniciare tutti i protagonisti, la città di Barcellona, la Spagna intera e tutti gli spagnoli e i tanti clandestini che, nella finzione e nella realtà, sopravvivono oppure no. Ce l’hai sempre lì a fianco della narrazione, come i binari dell’alta velocità quando vai in autostrada verso Bologna. Non c’è un solo elemento di speranza, nemmeno Ana, la figlia maggiore di Bardem che raccoglierà l’eredità del padre, tanto povera quanto ingombrante. Un film che continua fuori, nella città vuota, quando cerchi dopo di addormentarti e le automobili che sfrecciano nelle partenze ignoranti sono l’unica forma di vita udibile nel mondo là fuori messo in stand-by. Di fronte a tanta miseria, anche se frutto di una favola, sono certo che non occorra volare fino a Barcellona per trovarne un esempio ma siano sufficienti pochi minuti di bicicletta per arrivare in un quartiere come Quarto Oggiaro. E ancora di fronte a tanta miseria, una delle notizie del giorno di ieri, inerente la depressione di un miliardario italiano, fa sorridere amaramente. Che non è che i soldi o la celebrità facciano la felicità o ti facciano morire meno soli. Ma io non ci credo.

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