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Pubblicato il Pubblicato in a Milano, quattro stagioni (rossa), scripta manent

C’è una piazzetta piuttosto affascinante poco lontano da qui, che più che una piazza è uno slargo ricavato da un incrocio che ha ricevuto non so quando la dignità e lo status di piazza, ma che sarebbe lo stesso uno slargo carino perché è cinto da una schiera di casette d’epoca a due piani tutte colorate diversamente. Le casette formano una macchia di vivacità architettonica in un quartiere nel centro di Milano abbastanza omogeneo e monocromatico, un quartiere comunque distinto e suggestivo dove fare quattro passi prima di riprendere il lavoro dopo pranzo tutto sommato è piacevole. È uno scorcio anche scenografico e telegenico, tanto che talvolta lo si riconosce come sfondo in film e anche alla tivù, anzi ti viene più da guardare lo sfondo e le casette colorate che le mimiche dell’attorucolo di turno che si sforza in pose standard e di maniera intorno a parlate e dialoghi spesso imbarazzanti. Qualche volta capita di passare da lì e sbirciare le riprese, ed è inevitabile cercare di capire di cosa si tratti per poi riempirsi la bocca di questa o quell’altra starlette intravista seduta sulla panchina, al chiarore della luce artificiale.

Oggi la scena, però, era surreale. Sembrava la rappresentazione in carne e ossa di un quiz della Settimana Enigmistica, il Corvo parlante, un insieme caotico di oggetti, foglie, animali e persone posizionati a casaccio per nascondere altri oggetti, foglie, animali e persone che il lettore deve trovare per risolvere l’arcano. Mancava solo il pennuto e il suo strampalato vaticinio diviso in sillabe messe a soqquadro. Anzi, a pensarci bene, dava l’impressione di un film di Todd Solondz, con le varie storie grottesche che si intrecciano ma, in quel momento, visualizzate tutte insieme, un coacervo di solitudini, disperazioni e infelicità paradossali.

La scena principale, quella che davvero poteva essere l’oggetto delle riprese, era occupata da un gruppo di cinque o sei persone, maschi e femmine tra i sessanta e settant’anni, vestite in tuta Adidas amaranto con strisce bianche, cappellino con visiera e scarpe da tennis (Adidas), pesanti catene d’oro al collo con vistosi medaglioni. Due di questi seguivano le disposizioni di una sorta di coreografo che sembrava insegnare loro una mossa di break dance. Gli altri, probabilmente con un passato da ballerini, stavano provando alcuni movimenti, dello stesso tipo. Lo stile era quello dei video old school, Public Enemy per intenderci, chiaramente vista l’età del corpo di ballo (ma se la cavavano comunque piuttosto bene) nessuno si cimentava in rotazioni sulla testa o altri movimenti acrobatici, per nulla imbarazzati dai numerosi operatori, truccatori, direttore di scena, gente con il cellulare che si faceva i fatti propri, tutti comunque piuttosto concitati per portare a casa nel minor tempo possibile il risultato migliore. Intorno, l’immancabile cerchia di curiosi, probabilmente attirata (come me) dalla bizzarria della situazione, o forse consapevole della presenza tra di loro qualche VIP, a me sconosciuto.

A lato del set, e non ho capito se facesse parte del cast o fosse lì per caso, un capomastro nordafricano stava cazziando in malo modo due giovani muratori dell’est, urlandogli in faccia le loro manchevolezze, dovete lavorare di più, avete capito? Dovete andare a lavorare e finire, sennò non vedrete nemmeno un euro. Ma i due ragazzotti, per nulla consapevoli della loro inadeguatezza, fumavano guardando le costose attrezzature cinematografiche che alcuni lavoranti stavano estraendo da un camion.

Nel frattempo il cingalese che, sul marciapiede di fronte, monta abusivamente il suo chioschetto di fiori, stava smantellando il suo esercizio mobile preoccupato dell’arrivo della Polizia Urbana, che solitamente presenzia le eccezioni alla viabilità di questo tipo. Per nulla preoccupato invece di quello che stava accadendo e della cerchia di impiccioni che a malapena un improvvisato servizio d’ordine stava educatamente tentando di sgomberare, un mendicante con la maglietta di Emergency continuava imperterrito il suo giro di elemosina, chiedendo soldi agli anziani ballerini di break dance, ai cameraman, ai muratori e al capomastro, al fiorista cingalese, e a me, fiero del suo finto sponsor che, in effetti, gli è valso qualche spicciolo in più.

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