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veniamo a prenderti

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Te lo ricordi l’Alberto? Se tu fossi di Milano me l’avresti chiesto così, ma sei esposto a ben altre parlate e l’articolo prima del nome proprio maschile ti suona strano. Comunque sì, l’Alberto certo che me lo ricordo, e come potrei dimenticarlo. Una vita in bilico come un equilibrista neofita su una ringhiera, sempre a ridosso del pericolo ma anche del rifugiarsi al di qua e salvarsi, se solo avesse voluto. L’Alberto mi ha portato fino a non ricordo dove vicino a Firenze a vedere i New Order nella notte dei tempi, quella volta in cui durante il viaggio di ritorno ho salvato la pelle di entrambi perché ho retto il volante, malgrado non avessi ancora la patente, per un centinaio di metri sulla statale a qualche chilometro da casa. L’Alberto era collassato mentre guidava e non so come ho fatto a portare la macchina al sicuro, in una corsia di sicurezza, e a svegliarlo. Non mi ero accorto durante il concerto di cosa si era fatto, ma è facile intuirlo.

Fatto sta che da lì ha inanellato un curriculum di esperienze tra la vita e la morte mica male, culminato con un tentato suicidio da non credere. Giù dal terzo piano per cadere illeso su un balcone al primo piano, di nuovo in piedi e giù anche dal primo piano sul cortile sottostante. Ma l’Alberto era massiccio come un wrestler, si direbbe oggi, e miracolosamente si è solo spaccato – solo tra virgolette – qualche articolazione, lasciando illesi organi vitali.

A quel punto la psichiatria è entrata pesantemente nella sua vita, con le famose goccine della salvezza, un preparato che ha reso l’Alberto un gigante buono, con una patina di assenza davanti agli occhi e un sorriso copiato da qualche ricordo del suo immaginario interpretabile come “posso manifestare violenza omicida e fare una strage da un momento all’altro”. No, l’Alberto non ne sarebbe stato capace. Quella volta in cui ha scalato la dose di goccine della salvezza, il giorno dopo l’hanno ritrovato addormentato in macchina in un’area di servizio nei pressi di Barcellona. Probabilmente ha guidato tutta la notte per arrivare in un punto non definito della sua testa. Almeno ha avuto l’accortezza di fare una sosta ristoratrice per mettere la sua incolumità al riparo dai colpi di sonno.

L’Alberto mi raccontava della sua infanzia trascorsa molto con i nonni e poco con i genitori. I nonni lo portavano con sé nella loro casa di campagna il giorno dopo la fine della scuola e si prendevano cura di lui per tutta l’estate fino all’ultimo giorno di vacanza, quando tornavano in città e l’Alberto entrava in casa e trovava, sul tavolo del salotto, tutti i libri e i quaderni e gli articoli di cancelleria necessari per l’anno scolastico che sarebbe iniziato il giorno successivo. E, durante i mesi estivi, mamma e papà lo andavano a trovare tutti i fine settimana. Arrivavano il sabato, nel tardo pomeriggio, per ripartire la domenica dopo cena.

L’Alberto aveva l’abitudine di aspettarli seduto in un prato sulla collina su cui si ergeva la casa dei nonni, un punto da cui si poteva vedere la strada comunale che arriva fin lì dalla città. Stava lì in trepida attesa fino a quando vedeva materializzarsi la gigantesca berlina marrone scuro del padre, seduto tra la nonna e il nonno e il cane dei vicini che, quando sentiva che lì da loro c’era qualcuno, misteriosamente si spostava di domicilio. Me lo immagino saltare su in braghe corte e gridare “arrivano!”. Quindi correre verso il cancello della cascina a contare i secondi e i metri che mancano fino a quando sente il rumore dell’auto, l’unico nel silenzio bucolico della sera, e poi abbracciare i genitori una volta e un’altra volta ancora, godersi gli spiccioli di affetto paterno e materno e fare il pieno, per la settimana a venire.

Commovente, vero? Ma non è tutto. L’Alberto, qualche mese fa, un bel sabato mattina sparisce. L’anziana zia che gli fa da tutrice e, perdonate il gioco di parole, gli fa proprio tutto da quando i genitori non ci sono più, si preoccupa – giustamente – e mobilita i colleghi della cooperativa sociale in cui l’Alberto lavora, contatta il nipote e i pochi amici per mettere insieme qualche indizio. La vita dell’Alberto è sicuramente meno turbolenta di un tempo, anzi, è praticamente ridotta a routine tutt’altro che pericolose e tentacolari. Ed è per questo che la sparizione getta un po’ tutti nel panico.

Fino a quando, il giorno dopo che è una domenica, la vecchia zia riceve una chiamata da uno sconosciuto. Si presenta come il proprietario della cascina di campagna che una volta era appartenuta alla famiglia dell’Alberto, già il secondo acquirente dopo che era stata venduta la prima volta, alla morte dei nonni. L’uomo racconta di essere stato svegliato in piena notte dai cani da guardia, di essere uscito e di aver notato un’ombra nel buio, una figura seduta sul prato davanti, al limite dell’erta che scende giù verso il paese. L’Alberto era sveglio e tutto intirizzito, la sigaretta in bocca, e ha chiesto se, malgrado la proprietà privata, poteva rimanere lì fino all’arrivo dei genitori.

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