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il futuro non è scritto, è stato solo dematerializzato

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Vi aspetto a ridosso del muro con un sintetizzatore senza custodia appoggiato sulla creeper destra per evitare che si graffi. È un DX 21 noleggiato per dodici mesi, non voglio rimetterci la caparra per qualche segno sulla plastica. Arrivate più o meno tutti contemporaneamente e vi rallegrate per la possibilità di avere suoni diversi, a partire da quella sera. So tutti i vostri pezzi, li ho imparati perché mi infiltravo sempre alle vostre prove o spiavo dal vivo il tastierista che ho l’opportunità di sostituire. Ho visto quasi tutti i vostri concerti, conosco le parti a memoria. Lo scantinato puzza più del solito, demerito del gruppo che ha provato prima. Posiziono il DX 21 sul trespolo, sopra il Poly 800, poi mi giro verso di voi che state sistemando i vostri strumenti, vi osservo e penso che è fatta, ho raggiunto il mio obiettivo. Non chiedevo altro e ora sono nella line up. La proposta l’avevo ricevuta un paio di settimane prima dal vostro cantante, era appena arrivato al sound check di un vostro concerto con i suoi occhiali sovietici tondi fighissimi e l’asciugamano bianco sulla spalla, il taccuino dei testi in mano, sigaretta in bocca, a torso nudo appena uscito dal mare. Chiaro che eravate già al corrente e comunque un po’ ci speravo. Mi chiedete con che brano voglio rompere il ghiaccio, e allora sorrido perché mi aspettavo proprio che iniziasse tutto così.

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