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l’italia chiamò

Domattina vorrei uscire di casa con il tricolore sulle spalle, a mo’ di mantello, legato al collo. Vorrei battere i luoghi dove passo quotidianamente ogni mattina da dieci anni conciato così, a partire dall’ingresso della scuola tra i bimbi e gli accompagnatori. I primi mi additerebbero sicuramente divertiti da un carnevale fuori stagione, gli altri altrettanto meravigliati dalla lunga coda di giubilo per il successo di una nazionale sportiva, una delle tante, magari la più fresca di titolo mondiale di qualcosa. Poi, lungo la strada verso la stazione, il ragazzone affetto da sindrome di Down, quello che incrocio con addosso sempre i Ray Ban a specchio e le cuffie da walkman vecchio stile e che camminando balla e canticchia una musica tutta sua, si meraviglierebbe da quella botta di colore sul mio abituale monocromatismo, forse lui mi chiederebbe che succede. E che dire del goffo impiegato militante di un noto gruppuscolo di subumani di estrema destra, ogni giorno sul mio stesso treno, che in prossimità del vessillo nazionale probabilmente scatterebbe sull’attenti sfoggiando il saluto a braccio teso e che, dopo ore di sforzo intellettivo magari a fine giornata riuscirebbe a darsi una spiegazione del fatto che la bandiera è anche la mia. Poi la scia di gente che lavora, la fiumana di persone nell’ora di punta mattutina che potrebbe decidere dietro a quel segnale di libertà di riemergere dall’esistenza sotterranea verso una luce diversamente rischiarante. Quindi, prima di sedermi e accendere il pc, appenderei dietro la mia postazione quello strascico di entusiasmo da risveglio post-incubo, il mantello che di certo non fa di me un supereroe, semplicemente il cittadino di un nuovo mondo.

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