alti e bassi di fedeltà sonoragruppi in cui vorrei suonarepezzi che avrei voluto comporre io

inna babylon

Qualche tempo fa, sul mio socialcoso preferito, si discuteva di reggae inglese e, in pieno mood da classifiche, ho proposto d’istinto come miglior album di musica in levare targata UK quel capolavoro che è “Signing Off” degli UB40. Vi ricordo che, prima di motivetti da tanto al mucchio come Red red wine o I got you babe, gli UB40 hanno avuto un passato di tutto rispetto, di cui il primo album nominato sopra (ma mettiamoci pure il secondo “Present Arms”) costituiscono i momenti migliori, spero ne conveniate con me. Ma nella fretta avevo dimenticato di far rientrare nella competizione (anche se di gara non si tratta, e poi non è che bisogna fare sempre le gare come i bambini a chi arriva prima) Linton Kwesi Johnson, jahmaicano ma a Londra dal 63, quindi parte del gioco. Abbiamo trovato così all’istante una soluzione all’impasse introducendo due differenti categorie, il reggae inglese bianco e quello non-bianco, in cui può primeggiare in tutta la sua maestosità “Forces of victory” di LKJ, seguito a ruota dal suo terzo lavoro dalla copertina indimenticabile, “Bass culture”. Vi rimando a qualche estratto dalle opere citate, a prova di quanto si è sostenuto. Nell’ordine:

UB40 – Tyler (da Signing Off nella versione live al Rockpalast dell’81)
UB40 – Burden of shame (da Siging Off, idem, vi segnalo il finale del brano, una coda d’n’b ante litteram)
UB40 – One in ten (da Present Arms, idem)
LKJ – Fight dem back (da Forces of Victory)
LKJ – Inglan Is A bitch (da Bass Culture)

Per non far torto a nessuno, né all’uno né agli altri, vi lascio questa hit one shot, che comunque ai tempi ha avuto un suo perché.

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