Spazio Pour Parler

credenza, arte povera

Concedetemi un pizzico di suggestione mediatica, ma non capita anche a voi di notare con crescente frequenza piccoli presagi a supporto del fatto che il mondo sia tutt’altro che vicino alla sua fine, e che in realtà noi sette miliardi di individui o quanti saremo ora meritiamo molto di peggio, e che ciò di peggio che meritiamo non è altro che una convivenza reciproca? Le colonnine delle stronzate dei quotidiani on line danno il massimo, in questo periodo, d’altronde non capita così spesso di perdere una fede nuziale e di trovarsi maritati a una carota. Se avete cliccato, o vi è già capitato di osservare da vicino la foto dei due fortunati svedesi, vi sarà stato possibile cogliere nel loro sguardo una sintesi di questo scorcio di millennio e di quello che ci aspetta. La più veritiera didascalia del presente. Da queste parti, invece, dove si continua a sbirciare tra le attitudini del prossimo in quel limbo di attività cerebrale che è il mezzo di trasporto pubblico, si è appurato un aumento di lettori (il che potrebbe costituire un dato positivo) ma di letteratura o informazione di carattere religioso (dato negativo, pari e patta). E dovete comprendere la sorpresa del sottoscritto nell’assistere all’esecuzione del segno della croce di massa nel punto in cui il passante ferroviario costeggia un cimitero. Dopo decenni di secolarizzazione pervasiva, questo mix di devozione e superstizione può lasciare interdetti. Da una parte ci si imbatte in nuovi cittadini intenti nella lettura al contrario di testi sacri redatti nelle loro lingue da conquistatori, altri che, sempre sul fronte del monoteismo, esercitano una sorta di training avanzato di preparazione alla giornata lavorativa attraverso la preghiera quotidiana, magari sotto forma di app. Ed è l’anomalia di tutto ciò che mette la fregola di raccogliere i segnali, interpretarli, studiarli, capire dove stiamo andando, se sia il caso davvero di anelare a un’inversione di rotta, metaforica o meno. A meno che non si tratti di questo, e vale anche per chi non ha altri apparati di difesa personale che trovare sé stesso nella celebrazione di un rito collettivo, l’unico grande auspicio che l’umanità dovrà sforzarsi nel sopportare il prossimo ancora per molto tempo, me compreso.

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