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non c’inghiotte e non torniamo più

Prima ci andavo pervaso dal complesso di inferiorità di chi abita nella provincia, ero molto giovane e Genova era ancora la città di una volta, con via San Lorenzo carrabile e la facciata della chiesa ancora tutta sporca di smog. Perdersi nei vicoli non era una sensazione piacevole. Una mattina in cui avevo saltato scuola, bighellonando davanti a un portone di quelli da libro di storia dell’arte con cui le camionette che transitano a raccogliere la rumenta non ci vanno tanto per il sottile, ho sentito suonare colpi di grancassa dentro, ho pensato fosse una sala prove e ho dato un’occhiata. In tre stavano pestando uno, era il rumore dei pugni sulla faccia quello che avevo scambiato per una batteria. Di certo andavano a tempo.

Poi ho passato lì un lungo periodo da genovese con tanto di residenza, la città stava diventando sempre più bella con l’Università nel centro storico e tutto il recupero del Porto Antico realizzato durante e dopo le celebrazioni colombiane del 92. I venerdì non ti muovevi nei vicoli dalla ressa, con quella sensazione di vivere tra la gente più invidiata, quella che sta operando un cambiamento sociale, se ne rende conto e in virtù dei risultati tangibili si impegna a fare ancora in eccesso. Succede così quando c’è tolleranza, c’è integrazione, c’è materiale da trasformare finché si vuole.

Ora torno a Genova da milanese, meno di quanto vorrei. Faccio il turista ma poi incontro sempre qualcuno. Mi capita anche qualche visita di lavoro. Faccio finta di non essere pratico della città, ormai ho perso completamente la “còcina”, e chiedo consigli su dove mangiare. Una volta, era estate, in un’azienda in cui stavamo girando un video di marketing mi hanno mandato al Gran Ristoro a Sottoripa, per chi non lo conosce è una bottega piccolissima in cui fanno panini imbottiti con qualunque cosa. Davvero. In vetrina hanno vaschette di ogni genere di companatico, sembra il plastico di una città da cartone animato costruita con materiale commestibile. Davanti, sotto il portico, pochi tavolini sempre gremiti da gente comune, turisti pochi perché non gli daresti due lire ed esponenti dell’underground umano locale. Ma la qualità dei panini è superlativa.

E da milanese ho fatto la coda come la facevo da provinciale prima e da genovese più tardi, ho preso la mia rosetta imbottita con non ricordo quale tipo di arrosto e la birra in bottiglia. Mentre stavo pagando ho pensato a un manager genovese che consiglia a un operatore marketing milanese un posto così, voglio dire provate a immaginare la stessa scena al contrario: venite a Milano per lavoro da Genova e il vostro cliente vi suggerisce uno di quei camioncini che vendono i panini con la porchetta per strada (il paragone è inglorioso per il Gran Ristoro, ma è giusto per fare un esempio), gremito di sudamericani che smerciano free press in pausa pranzo. Così ho preso panino e birra e mi sono seduto sulle panche in muratura sotto l’Acquario, a fianco di una nordafricana di mezza età che mangiava tonno in scatola e che portava con sé tutti i suoi averi in un sacchetto di un discount. Una miriade di piccioni sfrontati erano lì pronti a divorare le mie briciole e, a giudicare da ciò che lasciavano in cambio, sembravano tutt’altro che riconoscenti.

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