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il paraocchi

Ero in macchina, al posto di guida, ed ero in uno di quei momenti in cui tra te e il mezzo che stai conducendo non c’è separazione, l’auto è il prolungamento del tuo corpo e non solo. Il cervello passa in rassegna gli scaffali meno accessibili in una sorta di inventario esistenziale simile a quello che fanno i negozi di abbigliamento dopo le feste, prima di partire coi saldi. La trance era favorita dal buio del tardo pomeriggio, il velo di nebbia fuori e l’anomalo silenzio all’interno dell’abitacolo, malgrado fossimo al completo, mia moglie al mio fianco e la bambina che si era addormentata sui sedili dietro. L’oggetto della riflessione era una banalità come la casualità degli eventi, io che da quel posto remoto che sono i vicoli del centro storico del capoluogo ligure ora sto attraversando il rhodense con un paio di snickers appena comprate per mia figlia nel bagagliaio e sei bottiglie di vetro da riempire con l’acqua del sindaco. E allora ho stretto un po’ gli occhi per ridurre la visibilità laterale e scoprire l’effetto che farebbe essere qui, da solo, se le cose fossero andate diversamente. Senza mia moglie seduta sul sedile alla mia destra e, di conseguenza, nessuno appisolato in quelli posteriori. Ed è stato il panico, giuro. Mi sono immediatamente voltato di lato per assicurarmi che fosse tutto come speravo, e per fortuna era ancora lì. Ti va se compriamo un po’ di carne per cena? le ho chiesto, quindi ci siamo presi per mano, per poco però, il semaforo alla fine del rettilineo era diventato giallo e dovevo scalare per fermarmi.

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