quattro stagioni (rossa)tv dei ragazzi

una settimana un giorno

Seduti in fila lungo il marciapiede, con una montagna di borse e zaini ammucchiati alle spalle nel piazzale antistante la scuola, buona parte degli alunni di una classe del liceo – potrebbe essere una quarta – è impegnata in una sorta di riappropriazione delle proprie vite quotidiane al rientro dalla gita scolastica, tutti con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così, in uno stato di interscambio tra atmosfere diverse in cui avviene il processo di ricomposizione dei connotati che li restituirà a loro e alle loro famiglie come erano prima di partire.

Il pullman è ancora caldo del lungo viaggio, chissà da dove arrivano, e continua a sfornare dal ventre bagagli recuperati dagli ultimi scesi e dai pochi genitori che si sono riuniti in un comitato di bentornato. Ma loro, quelli che aspettano ancora qualcuno che li venga a prendere e li riaccompagni a casa in auto, loro siedono a fumare l’ultima sigaretta della gita per prolungare di qualche minuto una parentesi di vita in comunità, lontano da tutto. Lontano dalla famiglia a cui hanno telefonato una volta a malapena in tutto l’arco del viaggio giusto per rassicurare che va tutto bene, che nessuno è in ospedale in coma etilico o è volato già dalla finestra dell’albergo mentre cercava di scappare per trascorrere la notte fuori di nascosto.

E lontano dalla scuola anche se poi l’ambiente della comunità provvisoria era proprio quello, i compagni e i prof. Ma i compagni lì diventano amici perché li vedi anche in mutande, senti i loro rumori al cesso e ti immagini come sarà convivere con persone della tua età, un giorno, in una casa in cui ci sarà un frigo pieno di birra e armadi in cui gettare i vestiti alla rinfusa e la tv in camera da letto e divani su cui consumare pasti insalubri. E anche i prof, magari li vedi appena svegli o stanchi alla sera dopo una giornata zeppa di musei e monumenti, a deambulare avanti e indietro con l’angoscia di tenere il gruppo compatto, sui mezzi pubblici e nei bar.

Il tutto in una città che non è di nessuno, a crescere di una manciata di giorni in un ambiente lontano e in cui tutto è sospeso, gli affetti e gli amori che sono rimasti a casa, le proprie cose che non si hanno sottomano se non quelle di cui non se ne può fare a meno, gli abiti più comodi e quelli da sera scelti dopo valutazioni quasi sempre inutili che poi tutto si rivela inadeguato. Fa troppo freddo, fa troppo caldo, la cenere incandescente sulla maglietta preferita che si rovina la prima sera.

E il viaggio di ritorno che è più corto di quello dell’andata, le cose fuori che man mano che la distanza si accorcia appaiono sempre più famigliari, quasi tutti fanno finta di dormire e pensano che c’è qualcosa che sta per finire ma non si capisce cosa se non dalle cartoline che qualcuno ha acquistato e che si è dimenticato di spedire, anche se nessuno lo fa più. Le foto scattate sui cellulari e pubblicate su Facebook, questo si.

Nel mentre c’è un intero sistema al quale più persone lavorano da anni a loro vantaggio che gli consente tutto, dai pasti caldi allo smartphone che tengono in mano al fumo che è rimasto nella tasca dei pantaloni, e quel sistema ha prodotto ricchezza per loro anche in quell’interregno che è una gita di istruzione dalla quale non si vorrebbe tornare più. E stride il provare nostalgia per una cosa finita quando davanti c’è il tempo per farne migliaia di altre, che nessuno sa se saranno meglio ma lo saranno sempre anche se quello che si vede al di là del proprio riflesso nel finestrino e del vapore dell’alito non promette niente di buono, se non altro perché la data della partenza sembrava ancora distante e ora il pullman già si ferma, tutti giù che siamo arrivati.

Ma c’è il tempo di un’ultima sigaretta, il sistema, quello di cui sopra, che nel frattempo ha fatto il suo corso, si è inceppato solo di 30 minuti di anticipo sull’orario comunicato per il rientro e così c’è il tempo per tutti per riprendere le sembianze da compagni di classe, mentre i prof tornano ad essere l’ultimo voto con cui si è stati giudicati. E in quello strascico di niente, perché niente è stato, forse c’è qualcuno che capisce tutto. Il pullman ha ancora il motore acceso, non c’è motivo, oppure davvero questa è stata solo una tappa.

2 pensieri su “una settimana un giorno

  1. chissà quali sono oggi le mete più ambite. Ai miei tempi non si andava mai all’estero, oggi con i voli low cost magari è più facile

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