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prova a dire uccellini

Chissà quante volte la visione dei voli di gabbiani ha ispirato canzoni d’amore o romanzi di avventura in cui la metafora dei loro volteggi sul mare è stata usata per vagheggiare il librarsi sull’infinito con le ali della libertà. Oppure una semplice ricerca su Flickr con il termine appropriato o il corrispettivo inglese (sapete come si dice, vero?) è sufficiente per ottenere come risultato tonnellate virtuali di foto in riva al mare, con i celebri volatili ripresi singolarmente, in coppia, fermi immobili di guardia ai propri piccoli o in volo nelle battute di approvvigionamento famigliare. Tutte balle. Nel senso che io trovo i gabbiani assolutamente rivoltanti, per nulla poetici e, a dirla tutta, mi fanno abbastanza schifo. Basta pensare alla qualità del loro cibo. Ma c’è un motivo in tutto questo. Gli animali come i gabbiani li ho visti sempre da lontano, io sul lungomare e loro sulla superficie dell’acqua o nel bacino del porto e così distanti neanche allora mi ispiravano canzoni d’amore e romanzi di avventura in cui la metafora del loro volo sul mare simboleggiva il librarsi sull’infinito con le ali della libertà e altre amenità. Ma tutto sommato non mi sono mai posto il problema di mettere in dubbio la loro sopravvivenza. Poi ad un certo punto loro hanno iniziato a cercare un contatto, a prendere confidenza, a impossessarsi di territorio prima di assoluto dominio del genere umano. Probabilmente hanno capito che l’uomo non ha tempo per difendere il suo habitat dagli animali come avveniva un tempo. Non argina più le scorribande dei cinghiali. Non teme più le ruberie degli erbivori che devastano orti e campi, perché orti e campi non li cura più nessuno. Così forse i gabbiani hanno pensato che ci si poteva inoltrare nell’entroterra e non limitarsi a scrutare l’orizzonte marino dagli alberi delle imbarcazioni a riposo nel rimessaggio entro i moli. I tetti delle case delle città con tutti quei comignoli che sputano fuori aria calda a iosa sono un ambiente più confortevole dove metter su casa. Un fenomeno di cui gli abitanti delle città sul mare si sono resi conto solo quando hanno iniziato a svegliarsi di notte a causa dei versi notturni dei gabbiani, più penetranti degli allarmi delle case e degli antifurto delle auto parcheggiate in strada. Sono i gabbiani in amore, dicevano all’inizio destandosi dal sonno. Sono i gabbiani che insegnano a volare ai loro piccoli, dicevano voltandosi sull’altro fianco e chiudendo gli occhi per riaddormentarsi. Poi gli schiamazzi notturni sono diventati insopportabili perché la quantità di nidi e di famiglie di volatili sono aumentate a dismisura, e i fenomeni collaterali hanno catalizzato l’attenzione della gente che non era abituata a episodi di gabbiani killer dei piccioni – scommetto che qualcuno è stato pure soddisfatto di questo regolamento di conti tra pennuti – fino a quando ci sono stati addirittura casi di attacchi di gabbiani a persone. Ecco, il limite era stato sorpassato. Questi maledetti uccellacci, altro che metafora del volo libero e blablabla, questa sottospecie di pantegane volanti tanto sono ripugnanti visti da vicino mentre si accaniscono sulla carcassa di un piccione o tentano di mettere i piedi, anzi, le zampe in testa a noi esseri umani hanno oltrepassato il limite e stanno addirittura mettendo in pericolo l’incolumità di donne, bambini e uomini che vivono nelle città sulla costa. Ma io, e non voglio fare quello che è sempre precursore di ogni tendenza, io lo sapevo che i gabbiani fanno schifo. L’ho sempre pensato. E non mi sono mai fermato a fotografarli perché credo che abbiano lo stesso fascino dei ratti da fogna. Altro che canzoni d’amore. Altro che romanzi d’avventura.

3 pensieri su “prova a dire uccellini

  1. Ratti volanti è aggettivo che ho sempre riservato ai piccioni. I gabbiani mi hanno sempre ispirato sospiri e sogni di mare… ma forse quelli liguri sono più molesti di altri: quest’anno, a Sanremo, uno mi ha scambiato per una latrina imbrattandomi di bianco e schifoso guano.

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