Spazio Pour Parler

di nome e di fatto

Avevo una prof al liceo che aveva un cognome allarmante, di quelli che se l’avessi io me ne vergognerei e, per citare De Gregori, mi verrebbe voglia di cambiarlo in qualche modo. Anzi farei di tutto, ma dubito che sia possibile. E non si tratta di uno di quei cognomi sui quali tutti fanno della facile ironia perché magari poi sono abbinati a un nome e l’effetto è di quelli esplosivi tanto che ti chiedi ma cosa gli è girato ai genitori di generare un ossimoro o un vero e proprio disastro da registrare all’anagrafe a discapito della loro prole. Un risultato che poi è inevitabile che ai primi esperimenti di vita sociale con esseri umani dotati di pensiero e memoria ci scappa la risatina, questo devo segnarmelo, aspetta che vado a raccontarlo a mia moglie e così via. Addirittura ho un caro amico che se li segna tutti e, su prenotazione, ti mostra questo trattato di idiozia umana mista alla presunzione di poter disporre a proprio piacimento della serenità mentale e della vita stessa dei propri figli. E mi riferisco ai classici casi da barzelletta tipo Remo La Barca e Guido La Moto fino a paradossi veri e propri come Pasqualina Torta, Ercole Sega o cose di gran lunga peggiori che è meglio non riportare che poi Google non perdona e non voglio essere tacciato di grettezza e umorismo da bianco macchiato al bar della bocciofila.

Comunque questa prof si chiamava come la carica con cui Benito Mussolini veniva acclamato dalle folle, ma nel suo caso i suoi genitori le avevano abbinato un nome di battesimo il cui significato in greco è “tempo di pace”, e lei raccontava spesso di questo bipolarismo di cui era stata gravata a sua insaputa peraltro in tempi sospetti, considerando il suo anno di nascita. Ma, detto tra noi, della pace proprio non aveva nulla. Sapeva invece benissimo come farsi malvolere.

Ora, non è questo lo spazio più indicato per i ricordi di scuola, non è un blog per ex liceali. Solo che stamane, appena sveglio, stavo pensando al giorno in cui ho acquistato due dei dischi più belli della mia collezione di vinile. Soprattutto uno. E dico più belli nel senso che sono tra quelli che preferisco e che, malgrado si tratti di roba che ha quasi quarant’anni, sono sopravvissuti nelle mie preferenze ondivaghe e a tutte le mode del momento e a tutti i media con cui ho soddisfatto la mia sete di ascolti da allora. E l’ellepi in questione mi è venuto in mente perché l’ho collegato a un altro episodio.

Avevo ricevuto in ritardo un regalo di Natale da una zia che abitava lontano e che vedevo molto di rado. Si trattava di un regalo in busta, che è il modo fine per dire soldi, contanti, money, dollaroni e tutto quello che può fare la felicità di un ragazzino a cui non manca nulla se non un’esagerazione di dischi che vorrebbe acquistare ma per i quali non ha sufficienti risorse. Quindi, quale miglior modo per investire quelle trentamila lire arrivate a fine febbraio se non in un paio di trentatrè giri? Stiamo parlando dell’82 o giù di lì, se non ricordo male i dischi costavano meno di quindicimila lire e c’erano poi tutte le edizioni special prize o best buy con cui si risparmiava qualcosina anche se era un peccato aver la copertina deturpata da quel marchio che ai puristi suonava come un’onta.

Ma, per farla breve, mentre rientravo a casa con quella busta in nylon sottobraccio fiero di ciò che finalmente ero riuscito ad accaparrarmi, non avevo notato di essere notato, spiato, se non addirittura seguito. Probabilmente la prof dal peggior cognome che si possa desiderare mi aveva visto uscire dal negozio di dischi, o mi aveva osservato correre verso casa con il sacchetto recante la pubblicità di una etichetta discografica che non lasciava dubbi sul suo contenuto. Tant’è che qualche giorno dopo, forse a seguito di una prestazione scolastica non esaltante, mi rimproverò sul pessimo uso che secondo lei stavo facendo del mio denaro. Dovresti comprarti dei libri e non dei dischi, queste probabilmente furono le sue parole o comunque il senso era quello. La letteratura è importante almeno quanto la musica, nelle arti. Come darle torto, del resto. Ma, e lo sapete meglio di me, se i modelli sono da una parte “I promessi sposi” e dall’altra i “The Sound”, a un ragazzetto di quattordici anni non è che lo puoi biasimare più di tanto.

La storia finisce bene, perché più tardi ho iniziato ad apprezzare la letteratura tanto quanto la musica se non di più, i libri continuo a non comprarli ma solo perché ho la fortuna di avere a disposizione un consorzio di biblioteche che funziona che è una meraviglia, i dischi invece sì ma solo quando vengono stampati su vinile, e quel trentatrè giri è in perfetta forma, tanto che l’ho addirittura scelto come avatar per la mia seconda, anzi, terza vita qui sopra. La prof probabilmente è morta da un pezzo, almeno credo, e chissà che almeno una volta in pensione non abbia imparato a presentarsi agli altri solo con il nome e a trovare quella pace dentro che la carta d’identità beffarda, per tutta la vita, le aveva reso ostile.

8 pensieri su “di nome e di fatto

  1. Fare la prof già è un mestiere gramo, per certi versi, te lo dice una che avrebbe voluto diventarlo, certo che se hai pure un nome che ti espone al pubblico ludibrio dev’essere davvero dura.
    Poi tu quando parli di quando si andavano a comprare i dischi in vinile e di quella musica là, dei nostri anni, tieni presente che da questa parte dello schermo c’è una persona che legge ogni parola con grande emozione…e quindi grazie, è bello davvero.
    Sai, anch’io ho iniziato ad apprezzare la letteratura più tardi, quando è ho avuto l’età giusta per capirla.
    E a quel punto avrei persino desiderato rifare il liceo, pensa un po’…

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