a MilanoSpazio Pour Parler

minuto per minuto

Guarda, da questa parte sembra di essere in una città straniera. Parigi, per esempio. E solo perché a noi italiani non piace che ci mettano in vetrina a mangiare e bere, non amiamo essere osservati quando siamo a tu per tu con la nostra sostanza preferita, il cibo, anzi seconda solo al denaro contante da passare di mano in mano. Così questo bar che sembra un bistrot perché ha i tavolini proprio in faccia ai passanti lo noti perché c’è qualcuno che si lascia osservare mentre sorseggia un caffé, un uomo accompagnato da due amiche, che hanno preso rispettivamente un cappuccino chiaro e un marocchino con la panna sopra. Che il barista non glielo voleva fare perché già nel marocchino ci sono abbastanza ingredienti che lo allontanano dalla sua natura, ma poi ha ceduto. Sapete quello che si dice sull’autorità del cliente quando si tratta di commercio. In tempo di crisi, poi.

Comunque i tre sono due mamme e un papà e hanno appena lasciato le rispettive figlie, amiche legatissime perché compagne di classe in quarta B, dopo averle accompagnate a una specie di corso di cucina in cui potranno cimentarsi divertendosi nella preparazione di un plumcake, una cialda salata e dei biscotti al cioccolato. Si tratta di una delle tante iniziative che fanno di Milano un luogo unico, da questo punto di vista. Nel senso che per una volta la fregola di dover sempre avere le mani occupate ha un suo perché, e ha l’obiettivo di far trascorrere in modo intelligente e creativo uno dei tanti finesettimana che quando ti svegli il sabato mattina e li vedì così grigi oltre le tende, l’ultima cosa che vorresti fare è proprio quella di uscire. Con il rischio di vedersi ciondolare i figli tutto il giorno per casa.

Invece basta informarsi un po’, c’è Internet ma ci sono anche i quotidiani, è un’attività a cui ci si può anche dedicare qualche minuto durante la settimana in modo da non dover arrivare al weekend e dover improvvisare qualcosa che poi riesce sempre male. Certo, i bambini devono imparare anche ad annoiarsi. Ma insomma, se cerchiamo di far fruttare il tempo libero con attività anche destrutturate ma in grado di liberare la mente, sono dei vostri. Quindi funziona così: un genitore resta a casa o fa quel che deve fare, l’altro si accorda con altri papà e mamme in modo da razionalizzare anche i trasporti, e poi via. E non è detto che si tratti di iniziative costose. Questa volta qualcosina i tre hanno sborsato, ma ne valeva la pena. Le ragazze sono impegnate per un paio d’ore, e i tre genitori prima di separarsi fanno quattro chiacchiere proprio seduti al quel tavolino in cui nessuno vuole mai accomodarsi per non farsi notare dalla gente che non aspetta altro di spiare chi beve o mangia qualcosa lì, davanti a tutti.

Ma se si sposta lo sguardo da questa a quell’altra parte, di fronte al – chiamiamolo – bistrot, lì c’è un palazzo di cinque piani piuttosto modesto. Anzi, proprio bruttarello, forse un contrappasso al fatto che qualche decennio prima lì sorgeva una di quelle corti che uno si immagina trasferendosi a Milano di andare a vivere in un posto così, ma qui si ragiona la contrario e tutti mirano all’edilizia moderna. Questo palazzo in realtà è semi-moderno, costruito con i colori tristi dell’edilizia popolare negli anni del boom. Ora ogni balcone, pur affacciandosi a pochi metri da una via principale, ospita un condizionatore e una parabola televisiva. Su uno di quei balconi, che saranno tre metri per due a esagerare, i tre seduti al bar notano due fratelli, avranno undici e dieci anni, che giocano a pallone. Sono le quattro di un sabato pomeriggio, non fa nemmeno tanto freddo, e quei due ragazzini si scartano e si tirano la palla cercando di farsi gol l’uno alle spalle dell’altro sul balcone. Che sarà pure divertente, ma non si capisce il perché debbano farlo lì e non al parco che è a due passi.

I due, che pur avversari giocano entrambi in casa, anzi per pochi centimetri fuori casa, non passano inosservati ai tre avventori del bar in vetrina. Una delle due mamme commenta che lei, piuttosto, quando proprio non c’è nulla da fare, i suoi figli li prende tutti e li porta a vedere partire e atterrare gli aeroplani. Il papà, che ha già in mente di offrire le consumazioni a entrambe, sta per dire qualcosa sul senso estetico di quel quadretto. I bambini lasciati a sé stessi, l’imbrunire che sancirà la fine dei tempi regolamentari di quell’incontro, il fatto che le loro figlie, che hanno lasciato avvolte in grembiuli colorati, sono proprio fortunate. Poi però il maggiore dei due fratelli manca un controllo di testa e il supertele finisce in strada. D’istinto il papà si alza per uscire fuori e recuperarlo, ma le sue amiche equivocano quel gesto come un via libera, ciascuno per la sua strada. Lui allora si precipita alla cassa per pagare, ormai aveva deciso, quattro euro e rotti, e quando escono in strada, tutti e tre insieme, del pallone non c’è più traccia. Fine.

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