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ma vi giuro che quando mi abbronzo divento olivastro

Che ridere. Un amico è convinto di aver sofferto di mal d’Africa quando era a una festa un po’ particolare, il compleanno del moroso di una sua collega che viene dal Senegal e gli amici hanno cucinato per tutti un piatto tipico a base di pesce ma il pesce probabilmente non era di prima scelta e nemmeno di seconda. Si sentiva la puzza fin da fuori l’ingresso, su per le scale, nell’androne e a ritroso fino a un punto non definito in cui l’aria non aveva vinto la sua battaglia contro i rimasugli gassosi del cibo avariato. Ma no, non si tratta di quello e spiegateglielo voi perché io in Africa non ci sono mai stato. Poi per dimostrarmi che non ha mica tutti i torti mi fa vedere le foto di quel party con le ragazze coloratissime e gli uomini invece con completi dubbi e monocromatici che chissà dove li hanno presi, nel tentativo in buona fede di essere il più elegante possibile. Io gli ribadisco il mio punto di vista, che stanno molto meglio conciati da americani anziché da camorristi, non necessariamente americani. Almeno la musica era di qualità? chiedo. Capisco di no e nel mentre mi vengono in mente le festicciole a casa di uno dei miei dj preferiti, lui era sposato con una ragazza nigeriana e c’era una nutrita componente nera e un elevato tasso di reggae e old school, là dentro, oltre a un caldo boia e alla nebbia da tutto quello che c’era di acceso. Ma inutile che glielo racconti a voce, poi lo leggerà qui, insieme a un altro esempio di difficoltà di integrazione. L’unica volta in cui sono stato a New York volevo acquistare dei vestiti, per esempio le camicie di tela a quadrettoni o i pantaloni con le tasche sulla coscia, spero comprendiate che ero ampiamente più giovane di ora e potevo permettermelo. C’era un sacco di roba che mi piaceva ma non riuscivo a trovare la taglia. Un po’ perché quel tipo di vestiti li fanno già di misure abbondanti, un po’ perché sono tutti più muscolosi di me che ho lo stesso fisico da quando facevo la terza media, e non è un plus. Mi provavo le camicie e le mettevo giù perché le spalle mi arrivavano al gomito. I pantaloni larghi, a me che non è cresciuto in gonfiore il didietro, mi facevano quell’effetto appena uscito dall’ospedale dopo un mese di degenza. Ci ho rinunciato, almeno per il versante black music, e ho ripiegato sui classici europei come le giacche di pelle strette che non ho problemi visto il torace e le magliette a righe, che un tempo ne avevo così tante e di tutte le fogge che pareva una collezione, e forse lo era pure. Poi in metropolitana, tornando verso Brooklyn, due tizi afroamericani quando mi sono seduto hanno liberato i loro posti per spostarsi altrove, e io che tifavo per gli Arrested Development un po’ ci sono rimasto male.

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