Spazio Pour Parler

dice a me?

Oltre a cannare e prendere la decisione sbagliata quando c’è il 50% di possibilità di fare bene o male, e non venitemi a dire che non è vero che fare la cosa giusta è sempre un bene e che a volte i successi più importanti nascono dagli errori, un’altra delle casistiche più impressionanti a cui mi capita soventemente di essere soggetto è quella dello chiedere informazioni a persone che non sono in grado di fornirmele per i più svariati motivi. Il che comunque già depone a mio favore di partenza e sfata quel luogo comune che vuole noi uomini ritrosi a rivolgerci a terzi per avere indicazioni su strade e punti di riferimento. Io no, per quello chiedo e mi affido alla saggezza locale. Il mio scrupolo riguarda la facilità con cui mi rivolgo a individui scarsamente attendibili per pura coincidenza, ma è sconcertante che la percentuale di occasioni in cui sono incappato in casi umani, più che degni di essere raccolti ed elencati a dovere. Persone di una certa età poco presenti e con uno scarso senso della propria geolocalizzazione e percezione del tempo occupato, oltre che dello spazio. Stranieri affatto integrati a partire dalla comprensione della lingua della loro nuova comunità. Tossicodipendenti apparentemente usciti da un’altra era in pieno down da ricerca dei generi di oblio. Sordomuti che orgogliosamente ce la mettono tutta nello spiegarti in un linguaggio che non è quello dei gesti dov’è il bancomat più vicino, e se ce n’è uno sia a destra che a sinistra, più avanti, si posizionano a seconda della direzione che devono indicare in modo speculare. Gente che non è del posto. Gente che anche se ci sono quattro vie in croce, dov’è quel posto non lo sa. Così ogni volta che devo accostare e abbassare il finestrino, prima di esordire con il classico “mi scusi?” di chi ha veramente bisogno, devo avere il tempo di capire – e in macchina non si tratta certo di un’operazione così semplice – se mi sto per rivolgere alla persona giusta. Cerco di individuare tutti quegli aspetti che l’esperienza mi ha insegnato essere inutili ai fini della richiesta, quelli che si vede che non hanno nulla da fare e si corre il rischio che siano prolissi e sconclusionati, quelli erroneamente contestualizzati con l’obiettivo della ricerca, per esempio qualcuno in camice bianco quando ci si deve recare all’ospedale e scoprire trattarsi di un operatore di una mensa di un’azienda lì vicino. Persone che non sanno dov’è la biblioteca del comune in cui vivono. Matti. Insomma, faccio una rapida scansione di colui al quale sto per rivolgermi e, otto volte su dieci, cicco in pieno la missione. E non voglio deresponsabilizzarmi sostenendo che sono loro, in fondo, che attirano me. È un sorta di teoria del caos, in cui secondo la forza di attrazione determinata dalle affinità elettive, gli eventi si manifestano attraverso la dimostrazione che ci si ritrova, prima o poi, tutti, noi pre-destinati all’inutilità sociale.

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