alti e bassi di fedeltà sonora

e poi uno dice perché si viene su complessati

Il concerto è quell’esperienza senza confronti in cui tu rimani sempre lo stesso e ogni volta cambia la gente che hai davanti e il posto in cui ti esibisci. Il gruppo o l’artista ci mette sé stesso che è in parte il prodotto da presentare in giro e la sostanza è sempre costante, una sorta di matrice, mentre si modifica il materiale umano davanti anche se si trova lì per lo stesso motivo di quelli dell’esibizione precedente. Un concetto tutto sommato elementare e dettato dal più semplice dei rapporti causa-effetto, ovvero che se viene a mancare una componente sostanziale di un principio così banale il risultato può essere clamorosamente impattante. Come quando si dice che un’azione è facile come bere un bicchiere d’acqua. Provate a immaginarne l’esito in assenza del bicchiere o dell’acqua o con l’occlusione degli organi che ne favoriscono la discesa nel nostro apparato digerente.

Nel nostro caso i tre fattori che consentono la condizione necessaria e sufficiente per la riconoscibilità di un live sono 1) gli esecutori e tutto ciò che è pertinente a loro e che va dal valore artistico intrinseco alla strumentazione personale. 2) Tutto ciò che rientra nelle competenze del luogo in cui il concerto si manifesta e che comprende il club o lo spazio che lo ospita, la controversa figura del gestore e del tecnico del suono nonché l’infrastruttura (chiamiamola così) di amplificazione d’insieme. 3) La presenza di persone anche in aree del luogo adibito a musica dal vivo non identificabili come il bancone del bar, l’eventuale biglietteria e il palcoscenico. Lo trovate banale? Bene, sappiate che non è così scontato perché sovente viene proprio a mancare uno o più di questi elementi fondamentali.

Chiaro che difficilmente  il gruppo si sottrae alla prova anche se può capitare che un componente dia forfait con preavviso insufficiente. Può capitare invece talvolta che la location non soddisfi le aspettative. Fai centinaia di chilometri in furgone per raggiungere un locale e poi ti trovi a montare gli strumenti nel garage della villa di un tizio, a suonare per lui e i suoi amici con un ampli dove far convogliare tutto. Inutile ricordare, nel caso di concerti all’aperto, il gioco di forze impari tra la volatilità degli impegni contrattuali presi di fronte all’imprevedibilità delle condizioni meteorologiche. La natura esercita il suo potere sull’arte proprio come un tempo l’uomo era impotente verso la grandine, le inondazioni, il fuoco. Tutto ciò non ha però proprio nulla di romantico, e chi organizza eventi all’aperto nel duemila e rotti in Italia, che ormai ha lo stesso clima delle regioni continentali, andrebbe rimosso dalla carica senza se e senza ma.

I gestori invece richiederebbero un capitolo a sé, mi preme solo evidenziarne alcuni aspetti legati a filo doppio con il terzo punto. Come avrete intuito, è infatti il pubblico a fare la differenza in questo delicato sistema di equilibri e ad avere un impatto decisivo sulle sorti degli attori in causa. Lo studio del comportamento della massa – anche se gli esecutori si accontenterebbero persino di numeri esigui, quindi non immaginatevi grandi trasmigrazioni epocali ma basta quella cinquantina di persone seduta ai tavolini a chiacchierare dei fatti propri – è antico quasi quanto l’uomo. Il fattore presenza è soggetto o all’abitudinarietà con cui la gente frequenta quel posto o quel festival indipendentemente dai nomi in cartellone, oppure dipende dall’artista o dal gruppo chiamato a esibirsi. Su questa base possono verificarsi pericolosi equivoci. L’organizzatore che ti chiama da tre regioni di distanza dalla tua pensando ingenuamente che tu sia in grado di generare profitto, con il risultato che il locale è deserto e torni a casa ubriaco comunque ma con le spese a malapena rimborsate. Viceversa, il gruppo o l’artista che è costretto a pagare per suonare in posti in cui c’è ressa a prescindere, e il gestore che è uno sgamato è abituato a spremere contanti da ogni dove e non si fa scrupolo di approfittarsene. D’altronde nessuno ti regala nulla, giusto?

Chiaramente, e mi avvio alla conclusione, tutto questo va visto nell’ambito del semiprofessionismo o in quello del dilettantismo, di chi suona per  passione, insomma. Se la musica è il tuo lavoro non hai nemmeno bisogno di fare tutte queste considerazioni, tanto meno di scriverle in un blog. E alla fine restano solo due momenti indelebili che nessun calcolo economico potrà mai soppiantare. Metterei cioè al secondo posto di questa classifica quell’istante in cui ti accorgi che qualcosa sta cambiando perché qualcuno, sotto il palco, sta cantando i tuoi pezzi mentre li esegui e i tuoi amici sotto si stupiscono del fatto che ci sono estranei che, probabilmente, hanno comprato il tuo cd o se lo sono copiato. Che è un po’ come quando ti accorgi di essere corrisposto in amore. Alla prima posizione va infine il primo concerto, anzi il primo pezzo della primissima esibizione, anzi l’istante in cui per la prima volta alzi lo sguardo se ci riesci dallo strumento e guardi oltre il palco, che è come scalare uno scoglio che dal mare sembra alla tua portata per un tuffo ma poi, dalla cima, le distanze cambiano e i metri in più devi coprirli con il coraggio.

2 pensieri su “e poi uno dice perché si viene su complessati

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