Spazio Pour Parler

dite cheese

Quando vedo le foto delle rockstar o degli attori americani al college in quei bellissimi album commemorativi che, indipendentemente dall’anno del diploma o della classe di appartenenza, sembrano sempre così vintage anche se i ritratti sono molto recenti, provo una enorme invidia nei confronti del sistema scolastico americano che offre un modo così banale ma d’effetto per essere ricordati da tutti i compagni di corso negli anni a seguire. Ciascun alunno con il proprio spazio ben definito come in un album delle figurine Panini, il sorriso e lo sguardo verso l’ignoto lettore che, nel momento dello scatto decisivo, incarna il futuro in una gamma che negli Stati Uniti va da Bill Gates a quello che tiene segregate ragazzine in casa per dieci anni, passando per buontemponi del calibro di Kurt Cobain o una delle tante Beyoncé che si alternano nell’immaginario pop a stelle e strisce. Ci penso ogni anno in questo periodo di foto di classe, quando i bimbi della primaria sono in fibrillazione per l’istante che suggella l’anno scolastico che volge al termine. Cortili e giardini che fanno da teatro a tante speranze – per lo più dei relativi genitori – messe in posa in due o tre file, dove è facile notare la mancanza di questo o quel compagno di classe della propria figlia che poi vieni a scoprire che non è che fosse ammalato, solo che mamma non ha voluto dare l’autorizzazione per la privacy perché chissà in mano di chi la foto di classe può finire. A me sembra che la questione della privacy abbia rincoglionito tutti, perché poi quelli che ti fanno storie alle feste di compleanno sono gli stessi che, su Facebook, postano le foto delle vacanze con i bambini in costume che, se la vogliamo proprio dire tutta, se la paura è quella della pedo-pornografia sono ancora peggio. Ma non volevo fare la morale alle persone che credono che nelle famiglie vicine si praticano i più turpi vizi nei confronti dei bambini, mentre a casa loro lasciando libertà ai minori di seguire le trasmissioni di Italia 1 o MTV è ancora peggio. C’è un altro aspetto importante di cui tenere conto. Quando passo nella cameretta di mia figlia e vedo appesa nella bacheca sopra al letto la foto della sua classe del 2012, vedo una sfilza di bimbi tutti con gli occhi strizzati perché il fotografo, lo scorso anno, li ha posizionati rivolti verso il sole che quel giorno doveva essere molto forte. Il risultato è imbarazzante, nel senso che non serve essere fotografi professionisti ma persone armate di buon senso per arrivare a capire l’effetto di una azione così demente. Così, chiacchierando con un amico che invece è del mestiere, ho scoperto che – giustamente – il criterio con cui le scuole attribuiscono gli incarichi per questa attività – così popolare quanto sempre più discussa – è unicamente il costo. Vince chi si fa pagare di meno. Un criterio che, con qualche eccezione, premia spesso l’incompetenza, il pressapochismo, attrezzature scadenti, improvvisazione, metodi sbrigativi. Poi, come mi capita sempre di dire, nella scuola e per di più primaria siamo abituati purtroppo alla qualità terra terra. Cose fatte male alle quali non facciamo più caso perché abituati alla tv satellitare che si vede male, alle cose che si guastano dopo poco che le compri, alle insegne dei negozi di tutti i tipi e colori malgrado l’architettura degli edifici, e tanto altro ancora. Poveri bambini, tutti con il sole in faccia e gli occhi chiusi a sorridere alla propria vita che li aspetta dall’altra parte dell’obiettivo, dove al momento della foto c’è solo un incapace e che non sarà, purtroppo per loro, la prima e unica volta.

2 pensieri su “dite cheese

  1. Poveri bambini, davvero. E incapaci ne incontreranno eccome, purtroppo.
    A me sembra pazzesca questa cosa delle foto di classe, uno dei ricordi più belli di tutti noi, ma i tempi cambiano a quanto pare.

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