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le dimensioni contano, soprattutto quelle parallele

È successo pochissime volte, non più di tre o quattro, per questo lo considero pari a un miracolo e ricordo di aver forzato più volte la possibilità che accadesse nuovamente. Ma gli eventi straordinari non si manifestano, giustamente, a richiesta, altrimenti non sarebbero tali. Mi mettevo al telefono e alzavo all’improvviso la cornetta sperando che si verificasse di nuovo. Piombare in conversazioni altrui per qualche combinazione fortuita che non sapevo spiegare se non come una deviazione della tecnologia, le macchine che impazziscono come nel mondo dei robot di Yul Brynner. Si tratta della cosa che più rappresenta il concetto di interferenza. Una coppia di anziani che chiacchiera e io che non posso fare a meno di fare qualche verso, lei che si domanda cosa possa essere e lui che non capisce ma c’è il nipote che guarda un cartone di Lupo de Lupis alla tv, forse è quello. Rientrano nella stessa categoria le voci nei dispositivi elettrici percepibili avvicinando l’orecchio per scoprire che forse si tratta di programmi radiofonici, e le Brigate Rosse che si sovrappongono al tg nazionale della RAI, roba da Orson Welles. Ma c’è un tipo di interferenza che, secondo me, le batte tutte. Verso le sei e qualcosa di sera, quando rientro dal lavoro sul passante ferroviario e lotto tra la veglia e il sonno scorrendo con fatica le pagine del libro in lettura. Un’ora critica nella mia giornata da sempre, potrei addormentarmi ovunque e indipendentemente da che cosa sto facendo. Quando la forza di volontà è più agguerrita e lotto con le palpebre e la testa che tende a cadere, in quella zona grigia tra la coscienza e l’incoscienza, attraverso quella patina di confine in cui le molecole di consapevolezza evaporano in oblio sotto i raggi del torpore, ecco galleggiare la superficie zuccherata di un bignè, le foglie di un albero di noce in estate, piccolissimi dettagli dal passato remoto come fotogrammi subliminali. Ma anche odori, gusti, suoni, voci di cui avevo smarrito il ricordo. Che non si capisce mai se siano veri, inventati, frutto delle fantasie, segnali di turbe, rumori di fondo. Di certo è la cosa che più si avvicina all’idea di vedere com’è dall’altra parte, dentro, dietro, tutto quello che è fuori dalla nostra portata. E non capita sempre, è una sensazione che non si può forzare, ma quando succede mi sembra di esser piombato in mezzo a una conversazione con qualcuno che non mi appartiene più. E un po’ mi spiace, quando poi mi sveglio del tutto, dover tornare indietro.

7 pensieri su “le dimensioni contano, soprattutto quelle parallele

  1. Da bambina avevo una macchinina della polizia telecomandata. Con l’antenna mi capitava di beccare la radio, ma una volta finii in una conversazione da bollino rosso. La cosa mi divertì non poco.

    Però ecco, altre interferenze divertono ancora di più. Certi fotogrammi subliminali possono aggiustare una giornata storta.

  2. Le interferenze oniriche sono come dei flash accecanti. Anche a me capita di addormentarmi in treno per pochi secondi o minuti e svegliarmi con immagini, visi, parole che sono entrati, anzi, usciti dalla mia testa. Se ne approfittano quelli. Non puoi abbssare la guardi che spuntano dalle loro tane. e sinceramente non mi dispiace affatto

  3. vaiaccapì. Fatto sta che si fece strada, dentro di me, l’idea di diventare un’investigatrice privata.

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