quattro stagioni (rossa)

musica da camera

Tutt’al più sognava una modesta esibizione per pochi intimi in casa, nell’ingresso di ampia metratura di cui un qualsiasi architetto lungimirante ne avrebbe ridiscusso la funzione ricavandone un stanza da letto, per raccogliere in quell’ala dell’appartamento dei primi del novecento tutta la zona notte. Una sorta di salone di risulta che ospitava il pianoforte verticale in cui l’esecutore si sarebbe esibito rivolto di schiena a qualche fila di sedie prese in prestito dalla latteria sotto casa, occupate per l’occasione da un paio di vecchie zie appassionate di musica classica, ma di quelle a cui dopo il pranzo di Natale facevi sentire una sonatina di Mozart e dopo i tre o quattro bicchieri di moscato a supporto del pandolce cadevano addormentate alle prime battute del secondo tempo, che in alcuni casi può risultare oltremodo soporifero e inutilmente struggente. Avrebbe invitato i cugini come li voleva lui, quelli che si vedevano nei film tipo “Incompreso” con il gilet senza maniche sulla camicia e il farfallino colorato, i pantaloni corti di lana al ginocchio e le polacchine, tanto oramai nessuno più si vestiva così e i cugini, quelli grandi, già si facevano di eroina nelle Renault 4 dei loro amici, gli stessi che prima svolgevano solo il ruolo di pusher, di sicuro meno convenientemente. Per entrambi, chiaro. Tutt’altro che inventata era invece la cugina di secondo grado che sembrava una principessina dei cartoni animati, ed era infatti un’eccezione. Con i capelli biondi lisci e lunghi e gli occhi azzurrissimi e un viso da pubblicità del Baby Shampoo Johnson, proprio come l’aveva vista al cinema qualche settimana prima e si era vantato con gli amici e con me che quella fosse davvero una sua parente ma che invece non c’era nulla di cui vantarsi, purtroppo tra parenti certe cose non si possono fare. Le ultime file della platea infine occupate da qualche vicino di casa, come la coppia di ottuagenari con il figlio pittore sessantenne così amanti dell’arte da vederla anche nelle crepe dei soffitti, nei magazzini desueti del cortile e nelle grondaie colme di guano di piccioni. O il panettiere di sotto che si era persino fatto insonorizzare la camera perché il giovane concertista si esercitava ogni santo pomeriggio e non si è mai capito il perché, sarebbe dovuto essere il contrario, non vi pare? Ma la paura di svegliarlo gli era rimasta dentro anche da grande, quando ammoniva gli amici ipercinetici di non saltare e loro, come logica conseguenza, saltavano più forte perché l’imposizione poteva sortire l’effetto contrario. Comunque poi quel concerto da tenere dopo il successo dell’esame che non ha mai sostenuto non c’è mai stato, o almeno non mi ha invitato come aveva promesso e non me ne stupirei perché ci saremmo vergognati entrambi visto che studiavamo musica con lo stesso insegnante. Mi ha detto sua mamma che è rimasto solo il pianoforte verticale rivolto contro il muro e le file di posti vuoti dietro, come un vero e proprio teatro che ha chiuso i battenti in una immagine di repertorio, quando si vuole trasmettere il concetto che qualcosa di artistico è giunto al termine, quella vecchia aria della musica che è finita e gli amici se ne vanno. E a sottolineare il rancore che è nato da lì, anche a rischio di enfatizzarne la drammaticità, qualcuno che era meglio non mettere al corrente di quell’idea difficile da realizzare, fermo sulla porta di ingresso ad aspettare il pubblico con cui condividere l’orgoglio per un figlio pianista.

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