alti e bassi di fedeltà sonora

per non fidarsi del relativo minore

Il secondo accordo in una qualsiasi canzone è cruciale, da lì potete capire se è in corso un tentativo per fare breccia nel vostro universo sonoro fatto di tradizioni armoniche facili facili, se qualcuno sta facendo il furbo e cerca di forzare la portata evocativa dell’ascolto per farvi mettere a vostro agio, prego accomodatevi mi hanno preceduto decine di brani così e se la musica è matematica e se la matematica non è un’opinione allora anche la musica non è un’opinione, c’è una proprietà transitiva che può confermarvelo, quindi questo prodotto fresco fresco di stampa non può non piacervi come suoneria, che solo lì ci ricaviamo qualcosa. Oppure se l’autore vuole atteggiarsi da pazzesco e portarvi sul suo fuori strada, per ora metaforico poi coi i diritti siae chi lo sa che magari ci scappa anche il suv, e vi incuriosisce con un secondo accordo a un intervallo inusitato giusto per mettervi sulle spine e raggiungere il terzo con il fiato sospeso fino a quando il cerchio si chiude in una giro quadrato quanto quelli più classici e amici come prima, mentre aspettate il ritornello potete uscire un attimo a prendere una boccata d’aria. Sul secondo accordo cadono anche i più temerari, non serve tirare in ballo i talebani più instransigenti come il sottoscritto che hanno consumato i tasti next di tutti i riproduttori in proprio possesso a furia di cercare qualcosa di stimolante ma solo perché la tendenza a cercare prima l’accordo successivo anziché seguire le vicissitudini della melodia che si va componendo è facile da smascherare. Il motivo è infatti una forza stand alone, per dirla come gli informatici, prova ne è che il divertimento più succoso consiste nel farsi consegnare le tracce voce nude e crude dai cantanti e mettergli sotto tutt’altre cose. Ritmi, rumori, raptus, sample e quello che ci pare che ci sta bene, ma per piacere toglieteci quelle manate sulle chitarre acustiche o sui pianoforti buttati sotto come cemento a presa rapida per riempire il vuoto tra la melodia e la vertigine del cantare sul nulla. Non so se vi ricordate certi remix dei Massive Attack che della versione originale non rimaneva proprio nulla se non il cantato, e se un pezzo rivoltato come un calzino mantiene inalterato il suo fascino significa che è stato fatto un gran lavoro di ispirazione. Invece un po’ per noia un po’ per abitudine e un po’ perché infonde sicurezza viene da pensare a dove parare con gli accordi e poi spostare la voce come si fa con la biancheria da un cassetto a un altro. Ma vi pare? Siamo artisti o siamo mutandai? E notate quanto facilmente i cantanti si siedono proprio sulle battute e rilasciano note dalla bocca distanti dal primo battito, come se dovessero stabilizzarsi su un supporto ondivago, capire esattamente come posizionarsi e quindi intonarsi sull’accordo sottostante. Roba da musicisti malati di nevrosi e tendenti alla nerdidutine, direte voi. Ma quando capita di trovarsi nelle orecchie una canzone composta su un solo accordo che però non te ne rendi conto perché la melodia è così varia che ribalta i canoni a cui siamo abituati, quello sì che è un miracolo. D’altronde una volta, per giustificare gli epigoni e i plagi, si diceva che le note sono dodici e accadeva tanti anni fa. Ora sono state aggiunte tonnellate di composizioni e, inevitabilmente, una volta o l’altra davvero dovremo inventarcene delle altre.

2 pensieri su “per non fidarsi del relativo minore

  1. Il che mi fa venire in mente i tentativi di inizio ‘900, la musica atonale, quegli aaccordi e quelle partiture nate per sovvertire ed innovare il canone romantico in vigore fino a quel momento. Obrobrioso mi pare l’aggettivo esatto.
    Interessante lo studio, ammirevole il tentativo, ma il risultato, mio Dio il risultato è raccapricciante. Non è solo la dovuta comprensione del linguaggio a mancare, è proprio la struttura dei brani che allontana e repelle. Come dire, rinnovare va è doveroso, ma per piacere, entro i termini della decenza.

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