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la tv che hai sempre

Il treno che mi porta ogni giorno al lavoro è gremito di gente che lavora a Sky. Lo deduco perché molti di loro indossano il badge appeso al collo anche durante il viaggio ed è probabilmente un modo per distinguersi, quello di mostrare al resto del mondo la propria appartenenza a un network televisivo privato e a pagamento. Non ho ancora trovato il nesso tra la direttrice ferroviaria che passa attraverso la cittadina in cui abito e di cui mi servo e la filiale italiana dell’emittente di Murdoch, ma forse ogni linea di servizi pubblici a quell’ora raccoglie elevate percentuali di dipendenti perché a Sky lavorano un sacco di persone che hanno i miei stessi orari e le sedi – la mia e la loro- sono grosso modo limitrofe. Alcuni sul badge hanno scritto Sky Sport e manco a farlo apposta leggono quotidiani verticali e di settore, altri chiacchierano tra di loro e probabilmente si occupano di informazione generalista, chissà. Così ogni mattina non posso evitare di pensare che svariati anni fa ho fatto un colloquio a Sky, erano gli albori dei social media e la posizione ricercata era quella di Community Manager. Stava nascendo sulle pagine del loro sito web una community rivolta agli utenti Sky e dedicata ai programmi televisivi, con il plus del coinvolgimento di personaggi del piccolo schermo noti ai telespettatori. Facebook non esisteva ancora e l’avere la possibilità di un rapporto virtuale con le celebrità, sentirsi alla pari con queste star di provincia poteva in effetti costituire una formula vincente per motivare gli abbonati a partecipare alle discussioni online. Il colloquio era andato nel peggiore dei modi perché il selezionatore era un giovanottone palesemente frustrato dalla sua impresentabilità fisica tradotta in arroganza che, come di sovente capita, non era affatto competente in materia ma era solo un project manager informatico prestato al marketing digitale. Lo sapete poi che quando un colloquio non va in porto la colpa è sempre dell’azienda e mai del candidato. Ricordo però la meraviglia della reception mentre attendevo di essere ricevuto, un tripudio di schermi a dimensioni innaturali con partite di calcio e simone venture in scala uno a uno posizionate per colpire il visitatore foresto come me. L’addetto alla sicurezza, soggetto a quel bombardamento audiovisivo per gran parte della sua giornata, mi aveva confidato che tutta quella tv senza sosta gli dava poi problemi alla sera, quando a casa moglie e figli lo costringevano sul divano a vedere qualcosa insieme. In quello scambio di battute ho realizzato che, non essendo un fruitore, non so quanto mi sarebbe stato possibile lavorare lì dentro. Non sapevo e non so nulla di Sky, quando l’identificazione con il brand che ti dà da mangiare oggi fa la differenza. Questo spiega i badge sul treno e la Gazzetta per tenersi informato su quello di cui ci si dovrà occupare per le successive otto ore. Poi però ho pensato a chi lavora in Ferrari. Voglio dire, non è che tutti sono possessori di una macchina da formula uno.

10 pensieri su “la tv che hai sempre

  1. Non c’è voluto molto q decidere che sky non sarebbe entrato in cada nostra. Semplicemente la consapevolezza che non ci staremmo più staccati dalla TV. Posso confermare, abitando a due passi da Maranello, che gli operai Ferrari non viaggiano sulle rosse

  2. per lavoro una volta ho visitato una fabbrica di carta igienica, alla fine dell’incontro ho visitato la produzione e sono tornato a casa con una confezione da otto rotoli. Comunque in Ferrero la Nutella gli uscirà dagli occhi.

  3. Quando lavoravo a scuola, ovvero fino a giugno dell’anno scorso, come educatrice assunta da cooperativa sociale esterna, dovevo indossare un cartellino identificativo. I ragazzini a cui dovevo badare ogni pomeriggio lo chiamavano il patacchino. Questo patacchino, che indossavo già mentre ero in autobus per poi farmi identificare all’entrata dell’istituto, ha fatto sì che un gruppetto di adolescenti in piena fissa da beat box mi scambiasse per un controllore provocando così la loro discesa furtiva e frettolosa dall’autobus nel mezzo del nulla della periferia bolognese. Da quel giorno l’ho sempre tenuto nella tascadella giaccae indossato solo pochi metri prima del cancello.

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