quattro stagioni (rossa)

siamo quel che sono

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Che se poi il venire su irrequieti o teppisti o geni o persone normali dipendesse dal luogo, avremmo dei veri e propri centri di eccellenza in città come Siena o quei paesini medioevali sulla cima dei colli toscani, con le mura e il vino da trecento euro la bottiglia, che ti affacci dalla finestra la mattina per far prendere aria alla tua casa dei tempi di Lorenzo il Magnifico e vedi le torri di San Gimignano, la foschia sulle colline, il profumo della legna che scoppietta nel fuoco e la sicurezza di un conto in banca che si alimenta solo per le tre o quattro settimane in cui affitti il pianterreno a turisti americani che non badano certo a spremere il loro budget per le vacanze per una differenza di zeri, loro che al massimo vanno a cercare la storia nelle cattedrali costruite tra la prima e la seconda guerra mondiale o nella finta Venezia a Las Vegas.

Voglio dire, uno ha il culo di nascere a Colle Val D’Elsa anziché a Gela e secondo il concetto del posto che ti dà i natali il destino ti timbra un lasciapassare per la fortuna nella vita e da lì è tutto in discesa, mentre laggiù è tutto in salita. Sì, di certo la latitudine non ha importanza come la bellezza ma cerchiamo di essere meno ipocriti sulle proprie radici, nel senso che se abiti in un casale delle Marche anziché al Centro Edilizia Popolare alla periferia quella brutta di Genova, o se davanti l’uscio hai un filare di cipressi anziché un pilone dell’autostrada con tutti i liquami inquinati che ti cadono nei vasi quando piove hai un punteggio di partenza diverso e se proprio non sei uno zuccone qualcosa dalla vita riesci anche a ricavarci. Non è detto, eh, ma io ne sono abbastanza convinto.

Mia moglie ed io per esempio parlavamo della fortuna di chi vive a Roma, come quei due nostri amici che abbiamo conosciuto in campeggio, che possono ogni fine settimana visitare la città e magari una vita sola non basta. Al primo giro ti fai tutto il periodo repubblicano e imperiale, poi quello medievale e via così fino all’EUR che, se non fosse che è legato architettonicamente al peggio della storia italiana, esprime – ma questo è un mio punto di vista – uno dei punti più alti della nostra civiltà. E una volta finita l’arte, c’è tutto il resto della cultura fino al semplice passeggiare con il naso all’insù per bearsi di tutti i palazzi vecchi e nuovi. Insomma, rispetto all’antropizzazione della periferia nord di Milano c’è un bella differenza. Ho perso il filo. Ah, ecco. Non tutti i romani, non tutti i residenti a Colle Val D’Elsa, non tutti i parigini crescono belli dentro, diventano luminari di qualcosa o vogliono bene al prossimo indistintamente, perché l’ambiente ha la sua influenza ma ci sono gli irrequieti anche ad Assisi in barba a San Francesco, credo, anzi se c’è qualcuno in sala che viene da quelle parti prego di confermare la mia teoria.

Allo stesso modo, se hai la fortuna di nascere con degli strumenti dentro, hai la possibilità di diventare un adulto sereno sia che i tuoi abbiano un appartamento con tutti i crismi, sia che la tua stanza consista nella living room raffazzonata di un quasi-bilocale, con quei divani letto in cui di giorno ci si siedono persone e animali e verso le nove di sera accolgono i figli delle famiglie meno abbienti. Come per le città, le abitazioni possono influire sul carattere delle persone ma non in maniera direttamente proporzionale all’ordine che vige al loro interno, o meglio è possibile che uno che cresce nel casino abbia poi qualche problema di adattamento alla vita ma anche no.

Il gradino successivo di questa scala di giudizio riguarda le famiglie e i genitori. Nel senso che alla fine nasci dove nasci ma la città è quella e ti rimane un po’ dentro, magari ti abitui all’edilizia moderna della suburbia in fase di espansione con tutte le villette a schiera ma se cresci diciotto o vent’anni in una casa dei primi del novecento comunque ti ritrovi nelle proporzioni sproporzionate di quei soffitti e quei pavimenti, e i genitori che ti porti dietro praticamente tutta la vita, in diverse condizioni e forme a seconda delle varie età tue e loro, alla fine resteranno sempre quelli e non c’è verso di cambiare. Insomma, io non lo farei. Almeno non sempre, di certo non ora.

Cattura

20 pensieri su “siamo quel che sono

  1. Roma è sempre Roma. Lo è così tanto che spesso i romani non si rendono conto di cosa hanno fra le mani – come capita spesso.
    Io non sono nata a Roma, sono nata in provincia, ma sono cresciuta in una casa abbastanza isolata, dentro a un querceto secolare. In compenso però i miei fanno i ristoratori e questa casa è stata sempre frequentata, a volte anche troppo. Sicuramente se non fossi vissuta così non sarei stata quella che sono, per parecchi motivi, che vanno dall’abituarsi al giocare da sola perché gli amichetti più vicini abitano a tre-quattro kilometri e il “sotto casa” non esiste, allo svegliarsi la mattina con gli uccellini che cantano e il sole che filtra tra le foglie.

  2. Beh, ecco. Io avrei voluto nascere a Roma e sì, invidio anch’io i tuoi amici e invidio anche i miei, quelli che vivono lì dove vorrei vivere io.
    Che poi sono nata a sud, da genitori uhm, un po’ uhm, però credo di avere gli strumenti dentro. Magari un giorno questi strumenti mi faranno vivere a Roma, chissà.
    🙂

  3. Bello 🙂 anche la foto (sono i tuoi genitori o tu e consorte?).
    Io vengo da un paesino dove in primavera le rondini fanno ancora il nido 🙂 Senza tutti quei nidi visti da quando ho zero anni, non sarei io.

  4. però, mi ha stupito che quella foto è dei tuoi genitori. Nelle foto del 1960 i miei nonni sembravano molto più vecchi. Invece, i tuoi genitori no. È un pensiero stupido e non volevo scriverlo 😀

  5. Stavo pensando proprio qualche giorno fa che se dipendesse da me anch’io farei crescere i miei figli in un querceto sul fiume anziché in una periferia metropolitana, nonostante tutto. A ben pensarci, suonare al campanello per far scendere l’amichetto per giocare a pallone e simili (ah, la poesia dei luoghi comuni della bella Italia di una volta) è un’immagine legata al paesello, o al massimo alla provincia (che poi è un grande paese, alla fine). Per chi è cresciuto in una grande città non ci dev’essere molta differenza immagino, e allora tanto vale avere almeno la natura.

  6. Se venite a Roma ditemelo che vi offro un caffè in uno di quei bar dove i baristi ti danno del tu e chiacchierano tra di loro ad alta voce con la calata romanesca.

  7. Anch’io ero incerta su chi fossero gli sposi della foto. Non so perché, ma ho pensato che quell’uomo lì aveva una faccia da plus, e quindi forse era proprio plus. In conclusione, secondo me somigli un sacco a tuo padre (o forse no. Non lo so da dove mi vengano queste opinioni.)

  8. Non so, dipende dalla periferia. Di certo quel mix di campagna con industria e quartieri dormitorio come si vedono da queste parti sono persino offensivi.

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