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la società, che spettacolo

Nel mio piccolo, qualche contributo al situazionismo nella mia vita fin qui l’ho dato, e su questo credo di avere la coscienza a posto. Anche se in realtà il non riconoscere l’esistenza del situazionismo è stato un mero vezzo semantico dei situazionisti, quindi a qualcuno di questi so-tutto-io che vanno per il sottile potrebbe venire in mente di togliermi ogni merito. Se parliamo di creare situazioni va meglio? Allora posso dire di averci provato, anche se ho cominciato quando ormai non c’era più nessuno in grado di esercitare un giudizio in merito e  l’identificazione anche solo della componente psico-geografica risultava un processo ampiamente aleatorio.

Le tracce stesse della filosofia, tutto sommato, sono invisibili ancora ai nostri tempi. Quante volte vi è capitato di fermarvi a riflettere durante una conversazione tra nonne in stretto dialetto siciliano e chiedervi il perché, in quel borgo dell’entroterra del ragusano, l’urbanismo unitario – per fare un esempio – non abbia lasciato traccia. Domande analoghe che implicano la stessa risposta possono sorgere in noi fermi al semaforo concentrati sui denti placcati in oro della lavavetri nomade che non si è accontentata del nostro rifiuto a sottoporci a una seduta di pulizia del parabrezza, se dovessimo analizzare il luogo e il territorio attraverso le sue derive, e in quel tentativo di diminuzione di momenti nulli c’è l’imbarazzo della scelta.

Quanto c’è di Debord in una passerella pedonale che collega un Ritmo Shoes con un Leroy Merlin utilizzata solo dalle fasce più povere della società alle quali è negato il diritto di fare la spesa natalizia in automobile? Un inizio di rissa per una Punto vecchio modello che sfoggia un tagliando portatore di handicap attribuito abbastanza arbitrariamente da qualche autorità di manica larga, lasciata con finestrini, porte chiuse e marcia ingranata in seconda fila davanti all’ufficio postale a bloccare una signora in pelliccia che non smette di suonare il clacson e una famiglia in tuta da ginnastica di sottomarca che si appresta a vivere comodamente il sabato mattina di offerte da volantino, possono essere considerati momenti concreti di vita deliberatamente costruiti mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi?

E se tutti insieme stabilissimo che un Grancasa qualunque a fianco di un Carrefour Planet, entrambi sullo stesso lato di uno svincolo autostradale a tre corsie, possono risultare davvero l’ambiente spaziale fatto di allestimenti di interni in impiallacciato laccato, in linea con la nostra condotta morale come teatro per il corso di attività dove l’arte integrale ed una nuova architettura possano finalmente realizzarsi? La presenza di megastore risponderebbe alla necessità di inventare rappresentazioni di una nuova essenza, ampliando la parte non-mediocre della vita, diminuendone, per quanto possibile, i momenti nulli grazie anche alla presenza di Paolino, il Mago dello Spiedo, a riempire l’esperienza sotto il profilo olfattivo. Ma ridurre tutto questo a semplice espressione artistica sarebbe una semplificazione per eccesso. Guardatevi intorno, c’è poco da re-inventarsi: il potere rivoluzionario è dentro ciascuno di noi, basta non lasciarsi confondere dal suo tasso variabile.

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