a Milano

che cosa c’è ancora dietro via olgettina?

Il modo più immediato e veritiero per vedere sotto una diversa ottica il paese dell’hinterland milanese in cui vivete è recarvi con una qualsiasi scusa in un altro paese dell’hinterland milanese che non è il vostro, di domenica o in un qualsiasi giorno da santificare – come l’Epifania – e giungerete alla conclusione che il paese dell’hinterland milanese in cui vivete tutto sommato non è meno peggio di molti altri. Chi vive nella periferia nord-ovest industrializzata troverà invivibile il mix tra ruralità agricola e quartiere dormitorio in molti casi a cura di qualche controllata Fininvest del sud-est, chi vive nel nord-est pre-Brianza dai sobborghi popolari della prima ora troverà i sobborghi della seconda ora post-Giambellino a sud-ovest altrettanto modesti e così via.

Io che vivo in una comunità che a meno di un chilometro da Milano fa di tutto per ritagliarsi una sua indipendenza sociale e culturale dalla metropoli pur beneficiando della forza centrifuga della stessa, uno di quei posti dove il dì di festa mantiene inalterata la sua dimensione di ricongiungimenti familiari con tanto di bignè, ne rivaluto prontamente la morfologia urbanistica, i piani di gestione territoriali dell’ultimo mezzo secolo, la stessa geografia umana e persino il bar tabacchi con i videopoker quando capito in un posto come Segrate quando è festa. Se siete residenti a Segrate non me ne vogliate, non è una questione personale, come dicevo su se venite dalle mie parti probabilmente provereste le stesse emozioni, è solo una questione di identificazione con la periferia di appartenenza.

Il motivo è che in un qualsiasi non-giorno come il sei di gennaio Segrate – ma ripeto è uno come tanti di quegli altri paesi che sembrano imperativi lombardi, il mio per esempio può essere inteso come un invito a innovare – magari con la complicità di una spolverata di nebbia, vi farà venire in mente quanto siete fortunati quando scendete a grattare via il ghiaccio dal parabrezza nel paese dell’hinterland milanese in cui vivete e qualche straccio di marito depresso in tuta con sigaretta e cane di grossa taglia al seguito o qualche podista single vestito di tutto punto con abbigliamento tecnico entry-level del Decathlon e app per il computo della velocità media attiva su smartphone di accompagnamento vi danno la certezza che il mondo non è affatto finito, ma si sta consumando l’ennesima sbiadita parentesi tra un giorno produttivo e quello dopo.

Vi viene invece da pensare a chi abita a Segrate in un qualsiasi non-giorno come il sei di gennaio, passando di lì in uno scenario fatto di condomini e insediamenti residenziali in serie, e poi magari il giorno dopo è costretto a recarsi al lavoro in un ufficio di quelli dove c’è competizione alle stelle ed è un attimo a perdere il posto e a trovarsi solo con un curriculum davanti e un accesso Linkedin di dietro. Immaginate una tragedia del terziario avanzato di un manager di qualcosa che è stato messo fuori in quattro e quattr’otto tra il sollievo dei colleghi che vedono così ampliarsi il proprio portafoglio clienti dopo aver cannibalizzato quello del tutt’altro che compianto ex manager che si consuma nella solitudine di un bi-locale arredato Ikea in uno di quei palazzi lì, in un qualsiasi non-giorno come il sei di gennaio a Segrate. Proprio mentre nella via sotto sto passando io, rimbalzando tra una cassanese e una rivoltana, mentre mi ricordo che lì vicino c’è uno dei miei, di clienti, che tutte le volte che ci devo andare mi sale l’ansia dal giorno prima e arriva al top già quando esco dalla tangenziale che è ancora buio e leggo i nomi dei bar e delle tavole calde a gestione cinese lungo i controviali che chissà come si imboccano.

Ecco, poi vengo via da Segrate che per fortuna è ancora l’Epifania e mi pregusto il ritorno nel mio paese dell’hinterland milanese che davvero in confronto, pur nella sua insulsaggine, è Colle Val d’Elsa. Il mio appartamento con le inferriate a prova di intrusione rumena con vista su distributore Total, il mio quartiere color mattone esselunga, le diffuse architetture neo-liberty-eclettico dovute al monopolio edile di un’impresa di costruzioni a completa gestione albanese, il vicino di sopra che ha messo luci colorate in salotto che in confronto una palla da discoteca è un tubo al neon di un ufficio postale anni 70.  Come dice il poeta Lorenzo Jovanotti, parole che uno come Renzi potrebbe twittarmi in un giorno come questo per farmi coraggio con qualche emoticon di consolazione, casa è dove posso stare in pace. Ah, e dietro via Olgettina, che è Milano Due, c’è proprio Segrate.

11 pensieri su “che cosa c’è ancora dietro via olgettina?

  1. aspetta aspetta aspetta, fammi capire: vuoi dire che sei davvero all’interno di un progetto di cohousing o, tipo, qualcosa di simile ad ACF?!? tipo villapizzone o castellazzo milanese?

  2. molto poetico (non scherzo) o forse cinematografico, io ho come l’impressione che se prendi la macchina, spalle a milano, più fai strada più le cose migliorano, ma forse è solo perchè io sto a 30 km

  3. Leggendo post come questo sono felice di vivere nella provincia di una città di provincia e se questo significa prendere il treno tutte le mattine per andare al lavoro, mi pare davvero il male minore

  4. Eh, io questi posti non li conosco proprio non ci sono mai stata in vita mia.
    Comunque davvero, ha ragione chi ti ha scritto che il post è molto cinematografico, hai una capacità di usare le parole da inchino, ho visto con i miei occhi per davvero, grande Plus!

  5. Dio me ne scampi. Qui solo cooperative edilizie a proprietà indivisa e qualche stralcio di condomini privati come il mio, con spese annuali da urlo.

  6. Se vai però 30 Km a nord, l’impressione è che Milano continui all’infinito fino a quando ti ritrovi in Svizzera. Verso sud la situazione migliora ma solo alla periferia di Genova. Grazie per il poetico e per il cinematografico, che mi riempie di orgoglio.

  7. ecco, finché riesci non venirci mai. A proposito di periferie ma genovesi, c’è un bravissimo musicista jazz delle tue parti che si chiama Claudio Lugo che aveva composto un pezzo intitolato “Domenica a Prà” e prima di suonarlo dal vivo diceva sempre che mentre trascorrere il sabato “a Camuggi” ha un suo perché, la “dumenega a Prà” mica tanto. L’effetto, secondo me, è abbastanza simile alla mia domenica a Segrate. Un abbraccio.

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