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uomini che odiano le bozze

Se per ogni volta in cui spiego che si tratta di una versione provvisoria e mi sento dire che manca questo o quest’altro e io devo giustificarmi dicendo che manca questo o quest’altro proprio perché è una versione provvisoria ma alla fine questo o quest’altro ovviamente ci saranno guadagnassi mille lire, come diceva il Liga (mai nella vita avrei pensato di utilizzare una sua metafora, spero di non deludere nessuno), che vecchiaia che passerei.

La questione delle fasi di approvazione intermedie di un lavoro è annosa, ostica e antica come l’uomo stesso ed è complessa perché mette in gioco diversi aspetti spesso confliggenti: il tempo che si perde nel dare una parvenza di prodotto finito da parte di chi sta realizzando quel prodotto, la difficoltà di dare l’idea di come sarà il risultato alla consegna, la capacità di astrazione di chi fa da tramite tra chi sta realizzando il prodotto e chi lo ha acquistato, le aspettative di chi, appunto, ci ha messo i soldi.

Questo in tutte le diverse varianti a seconda di quale prodotto stiamo parlando, naturalmente. Se si può avere uno schizzo disegnato o un modello digitale o un mock-up in cartone o uno storyboard dipende dal materiale o dall’immateriale che costituisce la sostanza del prodotto. Ma sono altresì convinto che, in ogni frangente e con qualsiasi variabile in gioco, accade sempre che chi realizza fisicamente il lavoro difficilmente mette a disposizione un prototipo sufficientemente rispondente al prodotto finale o non è in grado di spiegare efficacemente che lì sarà così e dietro sarà cosà. Chi fa da intermediario, quello che nel mio ambiente professionale si occupa di tenere i contatti con il cliente che ha commissionato il lavoro, non ha gli strumenti per sostituire con l’immaginazione ai “placeholder” gli elementi definitivi – che siano parole al posto dei lorem ipsum o parti in alluminio al posto del cartoncino provvisorio o che un video abbia il voice over registrato a cazzo anziché dallo speaker che presterà la sua voce nella versione finale. E chi ci ha messo i soldi, dal canto suo, ha una visione del suo brand o dell’articolo che vuole commercializzare o anche solo pubblicizzare che trovarsi di fronte a una versione parziale quasi lo offende.

A volte né profondersi in spiegazioni, costruire plastici, recitare, mimare, disegnare nell’aria o fare gesti a corollario delle parole serve a granché. E a me è davvero capitato di tutto, in tutte e tre i ruoli che nel mio lavoro ricopro, cioè sia come autore, che come account manager che come cliente. Chiaro che avere una visione completa come la mia è un privilegio e mi consente di non preoccuparmi più se manca questo o quello, se la grafica non è quella definitiva, se la copertina della brochure è assemblata con la colla che tiene insieme i pezzi anziché la rifinitura che ho commissionato allo stampatore.

Ci sono invece persone che alle versioni provvisorie preferirebbero la morte. Chiamare un file con il nome “bozza” può essere considerato un crimine contro l’umanità, per questo eccedere nella fiducia verso l’intelligenza di saper vedere da un embrione un qualcosa di definitivo sarà un’arma di distruzione di massa, la soluzione finale per ogni stress professionale.

6 pensieri su “uomini che odiano le bozze

  1. Oh sì, come concordo con tuo post! Se un file viene nominato come “bozza” automaticamente viene sottovalutato da chi lo legge.. ! Meglio allora nominarlo “progetto 1, progetto 2 modifica, progetto 3 modifica”, fino ad arrivare al file definitivo. 🙂

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