quattro stagioni (rossa)

ho passato la giornata con uno di quelli che alla fine di ogni cosa che dicono mettono un no

Mi riesce difficile capire se chi mette il no seguito da un punto interrogativo alla fine di ogni frase lo fa per stimolare la conversazione, va a caccia di consenso, getta l’amo per cogliere conferme altrui o semplicemente è fiaccato da una nevrosi particolare, una sorta di negazionismo egoriferito su scala inimmaginabile. Ed è difficile capirlo se con chi fa seguire ogni frase da un no interrogativo non si è abbastanza in confidenza. Possiamo infatti confermare l’altrui negazione con un sì, ma in questo caso non so se vale la regola per cui affermando siamo in accordo con il no e quindi in disaccordo con il postulato o viceversa. Possiamo invece dissentire dicendo anche noi di no, questa volta con un punto esclamativo grosso come una casa, ma in questo caso manifestiamo la volontà di essere in linea con la domanda finale o invece siamo in completo disaccordo per cui il nostro no in realtà è un sì in contrasto con il nostro interlocutore? Un bel casino, vero?

Sta di fatto che io che sono un paladino dell’insicurezza non so proprio come comportarmi. Un paio di giorni fa ho percorso in auto cinquecento chilometri circa con uno così, che oltre a parlare senza sosta – un’amica definisce egregiamente questo genere di persone come “seganervi” – ha messo il no seguito da un punto interrogativo alla fine di ogni fucking cosa che ha detto. Io che dovevo guidare pensavo inizialmente di poter sfruttare la mia posa con il viso rivolto saggiamente verso l’autostrada che percorrevo per non incrociare il suo sguardo in attesa di risposta ma poi, forte di un senso di colpa portatile, di quelli che puoi mettere in auto e al limite se si scaricano li puoi collegare all’accendisigari, mi sono sentito in dovere di sottopormi a questa dinamica proprio per non conferire eccessiva drammaticità ai suoi silenzi in attesa di un mio segnale per proseguire. Non riuscivo a sopportare l’idea che lui rimanesse deluso dalla mia sottovalutazione di quanto stava dicendo.

Così ad ogni no seguito da un punto interrogativo mi sono dovuto inventare tutto un set di assensi anche per non correre il rischio di sembrare ripetitivo nelle risposte. Per cui davo toni di maggiore o minore enfasi ai miei sì, poi ho inserito il movimento del capo, ho inarcato le sopracciglia, ho proferito qualche verso assertivo di quelli più in voga tra gli entusiasti dei rapporti interpersonali, ho usato il mento in modi che voi umani non potete nemmeno immaginare. Ho appurato che anche un semplice semi-sorriso con lieve inclinazione della testa verso di lui funzionava.

E i risultati non sono tardati, perché una volta stabilito il codice conversazionale, diciamo al quinto o sesto tentativo, il nostro interagire è andato liscio come l’olio. Lui ha parlato per tutto il tempo e io mi sono prodigato per liberare l’attesa in lui e consentirgli di proseguire forte del fatto che la sintonia era ampiamente recepita e ritrasmessa con feedback fin troppo evidenti. Poi non so, magari chi mette il no seguito da un punto interrogativo dopo ogni cosa che dice è abituato invece al fatto che simili nevrosi sono spesso ignorate dai più e il tutto si riduce a un rodato tic comportamentale come soffiare sul ciuffo per liberare la faccia, farsi scrocchiare le dita o muovere di scatto il mento liberandosi il colletto. In questi casi forse non si dovrebbe esagerare con le conferme al prossimo per non dare adito a troppe aspettative, no?

9 pensieri su “ho passato la giornata con uno di quelli che alla fine di ogni cosa che dicono mettono un no

  1. 😀 povero Plus: un viaggio allucinante! C’è pure chi, in luogo del “no”, a fine frase mette “vero?”.. Stessa categoria.. insicuri alla ricerca di conferme, ma c’è di peggio a mio avviso. Ad esempio io ho colleghi che quando parlano urlano e questo è tremendo!

  2. l’accondiscendenza a oltranza ha un suo perché, soprattutto quando affini la tecnica di dare le risposte giuste (per l’interlocutore logorroico) facendo finta di seguire il discorso. io faccio così: mi concentro sul suono e non sulle parole, come se ascoltassi una canzone straniera di cui non capisco le parole ma di cui posso seguire la musica. quando capisco che tocca a me dire la mia perché l’altro sta zitto, dico cose vaghe tipo “eccerto”, “madài”, “ovvio”, “hai fatto bene” etc., in una tonalità in perfetta armonia con l’ultima misura che ho sentito. il risultato è un interplay che lascia soddisfatti entrambi. funziona anche al telefono.

      1. lo dici con ironia, NO? 😀 😀 😀
        troppa intimità, l’interplay di Bill Evans.. quello che ho descritto assomiglia più a qualcosa che suona bene ma che non comunica niente perché ognuno resta concentrato su se stesso, ignorando completamente l’altro. un interplay senza reciprocità, di plastica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *