duepuntozero, tecnologia e altri incidenti

the great social media swindle

Al via, tra qualche giorno, la Social Media Week di Milano, un’iniziativa utile a fare il punto sul grande circo social-mediatico e dedicata a tutti gli operatori del settore. Scorrendo il programma, non mancano gli appuntamenti di sicuro interesse per chi ci lavora, per chi vorrebbe lavorarci ma non trova nulla o contratti farlocchi, per chi cerca più elementi per spiegare il lavoro che fa ai propri genitori, per chi coltiva solo il suo brand personale qui sopra, e soprattutto per chi ci vuole far su un po’ di soldi. Io che passo on line un’altissima percentuale del mio tempo, un po’ per lavoro, un po’ per me stesso e un po’ perché comunque molte delle faccende quotidiane devono essere sbrigate passando da qui, non posso  certo dire di considerarmi un apocalittico. Anzi. Quindi non dovete, leggendo il titolo, pensare di trovarvi di fronte all’ennesimo Scalfari della situazione che sostiene che Internet ci rende ignoranti. No. Credo però che prima o poi qualcuno si accorgerà che un po’ la tendenza a suonarcela e a cantarcela in questo ambiente c’è, che a volte gli sforzi per creare l’indotto di un sistema economico sfiorano davvero il paradosso. Insomma, la domanda esiste, probabilmente l’abbiamo favorita di nascosto a scapito della scarsa cultura Internet di certi livelli decisionali, imprenditoriali e istituzionali, ma fino a che punto? Quanti sbocchi ci inventeremo ancora per giustificare una retribuzione? Certo, come abbiamo creato servizi da questa parte del monitor c’è tutto lo spazio per disegnarli di là, ma è solo una questione di spostare le nostre esigenze e la nostra stessa vita su una nuova piattaforma dove ora ci vengono le aziende per stanarci, e non sono sicuro che la dinamica di mia suocera che va a lamentarsi con il fruttivendolo perché gli ha messo una pera un po’ ammaccata al fondo della spesa sia traducibile sulla rete, con gli utenti e le multinazionali su canali social. Giusto comunque spremere finché ce n’è, soprattutto in tempi di catastrofe come questi, dove comunque lavorare seduti e al coperto, magari con una piccola dose di visibilità, è tutto grasso che cola.

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