quattro stagioni (rossa)

daddy in a alzheimer I know I know it’s serious

Passare anni ad ascoltare canzoni sulla morte e sui suoi derivati o sulle malattie dentro e fuori del corpo umano non fa di te un esperto in materia, è come pretendere di allenare la nazionale dopo aver visto un tot di volte le tattiche stravaganti di Oronzo Canà o scrivere dei romanzi solo perché hai una discreta padronanza dei programmi di videoscrittura. Chiariamoci, non è che pretendessi di sostituirmi a un neurochirurgo, ma almeno maturare un po’ di competenze da primo livello di situazioni esistenziali spiacevoli credevo di essermelo meritato.

Quel tipo di depressione rassegnata e perpetua che solo certi ascolti ti sanno dare è solo un’illusoria consapevolezza di aver capito tutto, e mi spiace deludervi ma non c’è un pannello di controllo per spingere sul dispiacersi per gli altri perché se, come me, avete trascorso molta parte della vita a farvela sotto per i miliardi di modi – tanti quanti sono gli abitanti di questo pianeta – con cui essa può interrompersi, la gravità cui il decorso delle cose ci pone di fronte sarà sempre un grosso punto interrogativo. L’incognita alla quale pensate di avere la risposta pronta perché ve lo ha cantato Morrissey o lo avete letto sui libri di Franzen o lo avete tratto dai quadri del Mantegna poi, seguendo i rapidi movimenti delle pupille dello stesso colore di sempre di un padre che, per farvi il mio esempio, non vi riconosce più, si manifesta su di voi vergini come non lo siete mai stati in vita vostra. E non solo alla prima volta che capita.

C’è solo un fattore che nel dramma fa sorridere. La testa è una scatola in cui ciascuno di noi appiccica alla bell’e meglio quello che gli va e quello che no, perché anche se ci sembra di esercitare una selezione all’ingresso e ci sembra di aver impostato dei requisiti di priorità circa le preferenze sulle cose, alla fine si deposita molto di più, questo non sono certo solo io a dirlo. Poi arriva un momento in cui l’adesivo utilizzato per appiccicare le cose si secca, complice l’età, e piano piano tutto cade per terra come quando lasci la finestra aperta in cucina e il vento ti fa volare via i foglietti tenuti approssimativamente sul frigo da magneti raccolti in ennemila vacanze, comprese le foto dei figli con su il nome, il telefono, il posto dove abitano, per non parlare delle relative mogli e figli. Poi per un motivo che mi è ignoto – e che costituisce la chiave del mistero – arriva qualcuno o qualcosa che dà un bello scossone alla scatola.

Cose che uno sapeva di ricordare si mischiano a cose che erano già finite nei settori meno utili della memoria, quelli che non usiamo nemmeno quando ci sforziamo per fare la figura dei tipi intelligenti. A quel punto è un bel casino perché le risorse per fare ordine ce le siamo giocate da un bel pezzo, dalla nostra bocca escono cose alla rinfusa, parliamo ai presenti di loro stessi come se fossero chissà dove ma alterniamo a sprazzi almeno lo sforzo di trovare somiglianze quando i presenti ce lo fanno capire, ma solo se c’è rimasta un po’ di buona creanza latente per dire sì, mi ricordi mio figlio ma lui abita distante ed è da tanto che non lo vedo più.

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