alti e bassi di fedeltà sonora

nuovi contributi a sostegno della teoria secondo cui è meglio smettere

Sul palco c’è una cover band intenta nel sound check, una di quelle prove del suono sfortunatissime perché sotto il palco ci sono già molti se non tutti quelli che poi si fermeranno per il concerto, almeno fino a quando non saranno stufi. E ho scritto “sul palco” anche se il palco in realtà non c’è, cioè c’è un rettangolo alto quanto un pallet con un telo di risulta sopra, giusto per dargli un tocco di stranezza voluta in modo da far passare in secondo piano la stranezza oggettiva insita nel fatto di far suonare un gruppo in una via del centro chiusa al traffico praticamente al livello della gente. Tanto di gente ce ne sarà poca.

Ci sono io che passo di lato con mia figlia per mano e faccio finta di non conoscere il chitarrista che è anche il fondatore della cover band. Abbiamo suonato insieme a metà anni novanta in un gruppetto acid jazz, uno di quei progetti che si fanno giusto per cavalcare la moda musicale di un momento e aver più possibilità di suonare nei locali facendosi pagare almeno lo sforzo di essere contestualizzati al periodo storico. Per questo, passando di lì, faccio finta di niente, perché oggi il mio ex chitarrista, che comunque non mi riconoscerebbe perché per fortuna sono pesantemente invecchiato, ho la barba bianca e ho una bambina per mano, suona a quarant’anni suonati – almeno mi pare di capire dalla prova suoni – versioni hard rock di pezzi che erano già hard rock quando sono stati composti. Vi faccio un esempio? Highway star dei Deep Purple però avulsa da quella matrice ruvida dell’hard rock primitivo originale e resa inutilmente più fluida e più tecnica, come se a suonarla fosse uno di quei gruppi perfezionisti nerd di metal che ci sono adesso.

Il guaio è proprio che la cover band da cui mi allontano per rispetto di mia figlia, della musica, del tempo e anche dei Deep Purple sebbene a me i Deep Purple fanno cagare quasi più dei Queen, no scherzavo, nulla mi fa più cagare dei Queen, diciamo che i Deep Purple stanno comunque tra i primi cinque, dicevo che questa cover band che spicca sul non-palco della via del centro chiusa al traffico per non so quale manifestazione dei commercianti (siamo in una perfida cittadina di provincia) intanto è composta da tre ingegneri su quattro e ingegneri amici miei non me ne vogliate, ho il massimo rispetto per voi, ma nella mia esperienza (devo aver scritto qualcosa in proposito proprio qui, devo solo andarlo a cercare) non mi sono mai trovato a mio agio con ingegneri musicisti per di più abbienti e in grado di appagare senza pudore ogni minimo desiderio di estensione del proprio set di strumenti.

Si tratta inoltre di musicisti del secondo turno, cioè di quelli già di una certa età, più o meno la mia, che avevano già smesso proprio affinché l’attività musicale non intralciasse il successo nella loro professione (ah, ecco, mi è venuto in mente: di gran lunga peggio degli ingegneri sono i musicisti avvocati) e poi, rendendosi conto della giovinezza che va via, hanno pensato lustri dopo di darsi una seconda possibilità.

In più il gruppo in questione manca di un tastierista, un sacrilegio voluto per dare una maggiore flessibilità alla line-up, trasportare meno strumenti, velocizzare il corrispettivo del time-to-market in ambito musicale, ovvero essere pronti a fare concerti in minor tempo, e per potersi permettere sound check come quello a cui sto assistendo involontariamente passando di lì e dando loro le spalle per diminuire ulteriormente le possibilità di essere riconosciuto. Senza contare che Highway star dei Deep Purple senza l’assolo di John Lord è fallimentare in partenza, se non dovessi nascondermi in quel frangente mi fermerei ad ascoltare l’esibizione solo per alzarmi e andarmene al momento dell’assolo mancante di Hammond o, peggio, della sua sostituzione con un surrogato eseguito dal chitarrista ritmico.

Da qui in poi è tutta immaginazione, ma vale lo stesso la pena di fermarsi e osservare quello che succede. C’è una ragazza seduta in prima fila, molto carina ma tutt’altro che appariscente a cui sono certo che il cantante sta dedicando qualche attenzione mentre interpreta Ian Gillan con una spruzzata intenzionale di Ligabue. Io la conosco perché è la protagonista di un libro che vorrei scrivere, prima o poi, di cui non svelo la trama per ovvi motivi di segretezza, mi limito solo a questo particolare.

La ragazza, che sarà la protagonista della storia che ho in mente, ha una curiosa inclinazione personale e che è quella di convincere le persone che suonano a smettere di farlo, gli scrittori che tanto non pubblicheranno mai una riga a dedicarsi di più alle loro famiglie, i pittori a smetterla con le esposizioni nelle piazze di paese e così via. La conosco perché davvero ha capito tutto di come vanno le cose e vuole indurre le persone a non perdere tempo, buttare via soldi, ammorbare relazioni solo per perseguire una illusoria realizzazione di una personalità inutilmente esuberante.

Possiamo considerare questa ragazza, che poi è una donna che va verso i trenta, in missione? Sì, diciamo di sì. La ragazza, che non vi sto a descrivere ma poi, se il mio libro uscirà sempre che lei non mi convinca a smettere di scrivere prima – io l’ho conosciuta proprio così, vuole farmi desistere dalle mie velleità di affabulatore – avrà tutti i suoi spazi dedicati in cui saprete come ha i capelli, la corporatura eccetera eccetera, la ragazza approfitta di una pausa della prova suono e però si deve sbrigare perché tra il pubblico ho visto anche lo scemo del paese, che lo so che non è politically correct definire un ragazzo con problemi psichici lo scemo del paese e che è una consuetudine dei tempi dei miei nonni, ma per brevità concedetemelo.

Insomma, lo scemo è già pronto ad attirare su di sé l’attenzione dei musicisti che finalmente hanno appurato che ci si sente bene sul palco e da lì a poco il concerto può cominciare, e la ragazza approfitta di una pausa della prova suono e chiama a sé proprio il mio ex chitarrista ingegnere e vedo che inizia a parlargli. Ora, non so ancora in che modo e quali argomentazioni usi per raggiungere il suo obiettivo e dissuadere chi ha appena ricominciato a suonare dopo anni di meritato inutilizzo della strumentazione e a rivedere la sua posizione di ex-ex musicista, questo devo ancora deciderlo, ma la osservo e la vedo seriosissima nel suo seguire il filo di un discorso che non fa una piega. Mi rende così felice e speriamo che ci riesca davvero a convincerli, mentre mi allontano dalla scena il mio ex chitarrista sembra proprio cambiare espressione e sembra ascoltarla anche se sorpreso della cosa, vi saprò dire poi come è finita.

8 pensieri su “nuovi contributi a sostegno della teoria secondo cui è meglio smettere

  1. Ingegnere informatico (ma per scelta paterna), chitarrista, mi piacciono i Queen (un po’ meno i Purple ma li suonerei) e farei pure Nerd Metal (o Merd Netal?).

    Ho smesso di suonare (per l’ultima volta).

    Mia moglie, che ha (poco) più di trent’anni, sembrerebbe rammaricata.

    Per di più ho già pubblicato e ancora insisto a scrivere e cercare di pubblicare quanto già scritto.

    Sono nel target, Plus? 😀

  2. Bene, la scena è così vivida e reale, chissà se davvero lui non ti ha riconosciuto.
    Scrivilo questo libro, Plus, sarebbe una gioia poterlo leggere.

  3. perfetto! Ma tu sei speakermuto, e se suoni come scrivi sei di sicuro un filosofo imprigionato per un oscuro incantesimo nel corpo di un ingegnere.

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