buon proust ti faccia

facoltà di lettere, scritte e mai ricevute

Nell’immaginario delle storie d’amore non c’è nulla di più virile del beau geste di una valigia pesante sollevata da terra con i muscoli delle braccia maschili in tensione e posizionata in alto, sul ripiano portabagagli di uno scompartimento ferroviario, come supporto al gentil sesso. Offrirsi di portare un borsone contenente un’intera stagione di abbigliamento universitario per il cambio natalizio con i vestiti più pesanti e adatti alla sopportazione della trimurti dei mesi del gelo assoluto seguente, dal binario di attesa al posto prenotato sull’Intercity, scatena immediatamente tutti gli ormoni della prosecuzione della specie. Io e Federica ci siamo conosciuti così.

Sin dagli albori dell’anno accademico 90-91 avevo usato lanciarle caparbi segnali di invito all’accoppiamento confortato da un numero di conferme di rimando che lasciavano presumere un esito dignitoso alle molteplici dimostrazioni di rinuncia alla mia dignità, il preambolo quasi obbligatorio di ogni sacrificio amoroso. Ero attirato dal suo caschetto asimmetrico, dall’abbigliamento all-black e da certi ascolti eterodossi e presunti che uniti a bigiotteria macabra, trucco e calzature anti-infortunistiche ne consolidavano l’orientamento superbamente arrendevole, almeno nella mia fantasia.

Non mi ero così lasciato scappare l’occasione ghiotta di un viaggio di ritorno definitivo sulla tratta comune, il rientro a casa prima della pausa di dicembre. Prima che potesse dire qualcosa, come un mascalzone latino qualunque, le avevo sottratto il borsone di mano invitandola a seguirmi, di sicuro un paio di posti liberi – tutti per noi – sull’ultimo treno dopo la chiusura delle attività accademiche lo avremmo trovato.

Io e Federica avevamo trascorso così quell’ora e rotti di viaggio insieme. I libri, i dischi, il passato e quello che ci aspettava, il suo ragazzo Giovanni dal nome troppo ordinario per una complessità british-orientend, io sommerso dal dramma esistenziale di un servizio militare capitato nel mezzo degli studi. Troppo vicini sui sedili di fortuna, quelli che nei corridoi dei vagoni assicuravano un po’ di riservatezza a chi non voleva condividere la propria vita con passeggeri casuali. Sembra un’era geologica rispetto ai tempi odierni delle conversazioni telefoniche private tenute senza pudore al cospetto di chiunque, sui mezzi pubblici.

Ci siamo lasciati così, come quei film in cui se lo sceneggiatore ha deciso che due si devono incontrare ancora, per ragioni di botteghino tutto può succedere. Se avessi azzardato un approccio in quel frangente, Federica avrebbe avuto qualche complicazione sentimentale, senza contare che il nome Giovanni e la sua appartenenza a una famiglia dalla forte connotazione meridionale tradiva comunque frequentazioni poco rassicuranti e una catena di rivendicazioni svantaggiose. Ma non avevo dubbi che il destino avrebbe compiuto ugualmente il suo corso.

Ci siamo incontrati infatti di nuovo qualche mese più tardi, in coda alla segreteria di facoltà per il pagamento dell’ultima rata d’iscrizione. Il fatto che avessi pensato fortemente a lei, varcando il portone della sede, aveva elevato a valore esponenziale la casualità del rivedersi e il riprendere la conversazione da dove un saluto frettoloso ci aveva lasciati. Per non perdere tempo, e per non lasciarmi sfuggire una seconda volta l’occasione, mi era sembrata una buona idea – malgrado la ressa di studenti isterici che ci stavano ascoltando – la proposta di instaurare un rapporto epistolare mentre ero ancora in caserma, proprio come un soldato al fronte. Un’ipoteca su una vita insieme futura malcelata nella stesura di un aggiornamento anacronistico di un’esperienza, la naja, il cui valore esistenziale ed intrinseco già era pari a zero se non controproducente. Tutti già sceglievano il servizio civile, soprattutto negli ambienti più intellettuali, solo a me avevano respinto la domanda e costretto alla leva obbligatoria.

Federica in quel frangente si era premurata di lasciarmi i suoi dati, ma avevo colto immediatamente un presagio nefasto, l’esitazione nello scrivere su un foglietto di fortuna il suo cognome che, a rileggerlo dopo averlo riportato fedelmente sul dorso della busta, mi suonava così esotico ed evocativo di civiltà ormai scomparse. In quella lettera che le avevo scritto pochi giorni dopo il nostro incontro mi ero messo a nudo e avevo concentrato tutte le mie energie sentimentali, è facile immaginare la delusione dal non aver ricevuto mai risposta alcuna.

E, a così tanti anni di distanza, mi è stato possibile avere la conferma che la mia lettera non è mai arrivata a destinazione. Ho approfittato dei motori di ricerca e dei social network per rintracciare proprio Federica, perché da quell’ultimo episodio in segreteria di facoltà non l’avevo mai più incontrata. Ho scoperto così che il cognome e l’indirizzo che Federica mi aveva fornito erano totalmente inventati. Un modo elegante di sbarazzarsi di uno che ci voleva provare e che, a posteriori, mi sembra persino geniale.

6 pensieri su “facoltà di lettere, scritte e mai ricevute

  1. Ah che tenerezza! Quegli amori che non sbocciano ma del quale resta il ricordo, a volte è anche meglio così.
    Devo confessarti una cosa, caro Plus.
    Ecco, io non ho mai dato l’indirizzo sbagliato a nessuno ma quando ero ragazzina se per caso qualcuno che non mi interessava mi chiedeva il numero di telefono gli rispondevo con estrema naturalezza dando i numeri di targa della Vespa del mio primo amore. Ecco, l’ho detto. Tra il resto quella targa me la ricordo ancora benissimo, pensa un po’ 🙂

  2. “solo a me avevano respinto la domanda e costretto alla leva obbligatoria”
    Ma cosa avevi scritto nella domanda? Cosa avevi fatto? E’ la prima volta che sento una cosa simile!

  3. Strategia usata da pischelle quella di dare un nome falso, magari in certi luoghi affollati deputati anche alla danza. Poi a volte arrivava l’anica che ti chiamava col tuo vero none e la cosa si faceva imbarazzante

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