buon proust ti faccia

agosto 1980

Ero riuscito a registrare “Sleepwalk” degli Ultravox ascoltando la classifica di una radio locale del basso Piemonte, insieme a cose meno trasgressive come “The shape i’m in” di Jo Jo Zep and the Falcons. La radio portatile con il mangianastri incorporato era una componente fondamentale del mio asset da cui non mi separavo nemmeno in vacanza. La differenza era che molte delle stazioni radio di città che avevo marcato con gli appositi segnalatori di plastica arancione, in dotazione sull’indicatore della modulazione di frequenza, non erano più attendibili nemmeno ruotando la lunga antenna. Ma a parte questo era difficile beccare una canzone da registrare al volo a meno che qualcuno non l’annunciasse con lauto anticipo consentendomi di tenermi pronto. Dedicavo a questa specie di peer to peer ante-litteram quasi tutto il mio tempo libero, figuratevi durante le vacanze estive. Era il periodo delle medie, c’era già il reggae nell’aria e avevo disegnato i contorni dell’Africa su un paio di jeans vecchi – non ricordo se fosse una moda, in caso contrario si metta agli atti che lo facevo solo con l’abbigliamento da battaglia – e avevo completato l’opera con una serie di nomi di band sconosciute ai più che avevo scoperto grazie al fratello di Vincenzo che era una specie di punk, viaggiava all’estero per lavoro e portava al ritorno con sé qualche anticipo delle più moderne tendenze. Così mi sedevo sotto il noce che vegliava sulla mia casa di campagna ad aspettare qualcosa di bello. Ero già solitario allora. Prendevo la bicicletta e pedalavo in lungo e in largo per il paese, se trovavo qualche faccia conosciuta al bar mi fermavo. Altrimenti tornavo a casa per la merenda. In casa c’era sempre qualcosa da fare, come leggere dei vecchi libri di scuola degli anni 50 chissà di chi, pieni di storie dense di morale e insegnamenti superati, volumi dal forte odore di umidità. La donna angelo del focolare. L’uomo la colonna della famiglia. Poi la tv del tardo pomeriggio, i programmi delle 18 che seguivo con il senso di colpa di non essere fuori a giocare, a correre, a stare con gli altri. Un po’ me ne pentivo quando iniziava la stagione delle piogge ed era il momento di tornare in città e a scuola, quando c’era sempre il giorno di autunno in cui scambiavo, la mattina presto, il rumore di un motorino per quello della motosega del falegname che si sentiva giù in valle e che mi dava la sveglia, ogni mattino d’estate.

2 pensieri su “agosto 1980

  1. La radio con il mangianastri mi suscita splendidi ricordi, era dura registrare una canzone per intero, una vera impresa.
    Ora mi ascolto gli Ultravox, ciao Plus 🙂

  2. ed era bello ascoltarli non con la nostalgia con cui si ascoltano ora, ma perché era il suono del momento. Che sensazione strana.

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