alti e bassi di fedeltà sonora

finiranno prima o poi le cover di pezzi italiani riarrangiati con il ritmo di Clocks dei Coldplay

Non so se ci sia un termine tecnico per definire il ritmo di “Clocks” dei Coldplay, ovvero questo qui:


Io lo chiamavo erroneamente “tre su quattro” ma il mio caro amico Roberto Gualdi, che è uno dei migliori batteristi in circolazione mi ha insegnato che è un ritmo popolare presente in tantissime culture (Africa, Brasile, Cuba, Medio Oriente) e siccome coincide con la prima metà della clave cubana, dai musicisti “latini” viene chiamato “One Bar Clave”. Praticamente consta nella scomposizione di una battuta di quattro quarti in due parti da tre ottavi ciascuna e una da due ottavi, e se il modo con cui la chiamo io fa storcere il naso ai sapientoni del web o ai musicisti professionisti chiamiamolo ta-tu-tu-ta-tu-tu-ta e non se ne parla più. No, scherzo, per ora continuiamo a definirlo il ritmo di “Clocks” dei Coldplay.

Il ritmo di “Clocks” dei Coldplay è vecchio quanto la musica rock ma raramente lo si trova come pattern di batteria per tutta una canzone intera. Io una risposta a questo ce l’ho. La peculiarità del ritmo di “Clocks” dei Coldplay è che fa considerare all’ascoltatore un elemento quadratissimo come il quattro quarti come la sommatoria di moduli dispari, quindi ci fa perdere l’equilibrio per ritrovarlo a ogni fine battuta e questo andamento ubriaca i sentimenti e ci confina nell’oblio estremo dell’ascolto della musica, che è il motivo per cui ci piace ascoltare la musica perché ci piace quando ci fa dimenticare le umane sofferenze. Ora, una spruzzata del ritmo di “Clocks” dei Coldplay qui e là in una canzone conferisce al pezzo qualche elemento destabilizzante ma per poi irregimentarsi subito dopo nel ritmo portante, come quando si fa finta di far cadere qualcuno per poi tirarlo saldamente su, non so se siete mai stati bambini o avete avuto genitori così. Ma quando il ritmo di “Clocks” dei Coldplay si protrae dall’inizio alla fine l’esperienza di ascolto si tramuta in una specie di derviscio sonoro rotante, qualcuno ti lascia cadere ma non ti sostiene più e ti perdi nel risucchio del vortice infinito che tale canzone ha innescato. D’altronde la musica è da sempre considerata una cosa che gira, no? I dischi ma anche i CD fanno proprio quel mestiere lì.

Ma si sa, il parossismo dopo un po’ diventa stucchevole, si arriva al punto che non se ne può più e che è meglio staccare un po’ da tutte queste emozioni forti anche perché l’assuefazione, soprattutto per noi che viviamo nei tempi moderni dell’internet, poi rovina tutto. Quindi l’industria della musica mondiale probabilmente ha elaborato una strategia per cui di pezzi con il ritmo di “Clocks” dei Coldplay ne pubblica uno ogni tot anni, così ogni volta qualcuno fa un successo della madonna grazie a quel ritmo travolgente e son contenti tutti.

Il problema è che da tempo ci sono cose che si mettono di traverso all’industria della musica mondiale e non stiamo qui ad elencarle. Il fatto è che si cerca di spremere il più possibile le emozioni e, conseguentemente, il portafoglio del pubblico perché le une e l’altro stanno dando fondo alle scorte. Con tutti gli stimoli che ci bombardano ci è sempre più difficile emozionarci e i soldi stanno per finire. Quindi si pompa l’udito della gente per arrivare al cuore e da lì ai dati della carta di credito. Le canzoni con il ritmo di “Clocks” dei Coldplay negli ultimi tempi sono sempre più frequenti perché i volponi dell’entertainment pensano di andare sul sicuro. Anche a Sanremo, con con il ritmo di “Clocks” dei Coldplay, ci danno dentro di brutto. Avete capito, vero? Nel 2015 Nek ha presentato una cover di “Se telefonando” che fa così:


E avete sentito, nell’edizione di quest’anno, che tempo di batteria c’è da 01:53 di “Un’emozione da poco” di Anna Oxa rifatta da Paola Turci? Roba da pelle d’oca, eh?

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