atlante illustrato delle sensazioni, vol. 1

Pubblicato il Pubblicato in buon proust ti faccia

Alle volte si sente la vita di un figlio battere nel petto e fare le nostre veci nel cuore, nemmeno si trattasse una banale giustificazione per non aver svolto i compiti che il prof. Destino ci ha assegnato per il tempo che ci resta. Si avverte la smania di un tredicenne che abbiamo lasciato ai suoi doveri di cambiare pelle, di cambiare corpo e aumentare la propria età a dismisura, pratica di cui noi genitori siamo ampiamente veterani. Se abbiamo impiantato qualche piccolo innesto di noi in loro, secondo quanto dovrebbe essere in teoria, in quelle sequenze di istruzioni contenute nei codici elicoidali di cui certa ingegneria si riempie la bocca, avvertire con un recettore indistinto da qualche parte dentro di noi (rigorosamente la mattina) quello che i figli sperimentano in quel momento, i palpiti dell’amore che si delinea confuso, gli sconvolgimenti dell’apprendere cose nuove in classe, la consapevolezza di nuove esperienze che vanno strutturandosi in un materiale a noi sconosciuto come risultato di una immaginaria stampante 3D, lo scorgere da qualche parte cose mai viste delle quali si prova una vaga percezione della loro possibile utilità in qualche tempo o in qualche spazio del futuro, capita che questo genere di sensazioni si facciano spazio in noi padri e madri come interferenze di una tv privata sulle frequenze di un palinsesto nazionale, cose che oggi col digitale oramai appartengono a una letteratura di fantascienza popolata da giovani ribelli pronti a colpire e a morire come se la vita fosse un film e i protagonisti loro.

Non so voi ma a me, la mattina mentre mi reco in ufficio, queste incursioni sono frequenti. Mi basta leggere le parole latino e greco in un libro ed ecco che mi sento come lei, la mia di figlia, posare lo sguardo oltre la finestra dell’aula di terza media per chiedere all’ignoto che avvolge la scuola che cosa sarà studiare quelle materie che al momento sono solo nomi indistinti, ma come è molto più probabile il tutto è frutto di quell’impercettibile moto in avanti che hanno i convogli ferroviari, quelli per i quali per qualche secondo non si capisce se ci si sposta da questa parte o dall’altra, in avanti o indietro, se in partenza sia il treno o la stazione e c’è bisogno di qualche conferma prendendo altri punti di riferimento. Dal finestrino entra un raggio di sole, ci sono tangenziali sovrappopolate da autoarticolati all’orizzonte, e nello stomaco si avvertono i crampi della fame di una colazione oramai lontana.

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