alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

Pubblicato il Pubblicato in buon proust ti faccia, Spazio Pour Parler

Mi piacciono le esperienze itineranti solo a patto che poi si torni a casa. Questa è una costante della mia vita e non mi stancherò mai di dirlo e se mi stancherò tornerò comunque a casa mia per riposarmi. Per esperienze itineranti intendo cose come i tour che fanno i musicisti. Vai in un posto più o meno lontano, allestisci il tuo set di strumenti sul palco, fai la prova suoni, poi se sei in una bella città mangi e bevi qualcosa da qualche parte e ti dai un’occhiata intorno, magari qualcuna di quelle persone mai viste che incontri verrà a sentirti, molto più probabilmente no. Poi torni nel locale e fai il tuo show davanti al fonico e una dozzina di gente che è lì per caso, quindi finisce tutto, smonti e malgrado l’aspettativa come al solito delusa l’esperienza in sé è bella e sei già pronto a ripeterla perché c’è la passione, che raramente si consuma. Basta però che prima si possa rientrare a casa propria, anche tardissimo, a me piace così. Resta comunque qualcosa delle esperienze itineranti, soprattutto del tipo che vi ho appena descritto. Un modello riproposto in luoghi differenti ogni volta che si irradia da un centro che poi inevitabilmente ti attira verso di sé. Oggi faccio un diverso tipo di esperienza itinerante, e se vi dico cos’è scommetto che vi metterete a ridere.

Ogni sabato o domenica mi reco in una struttura sportiva diversa per accompagnare mia figlia agli incontri del campionato di pallavolo a cui partecipa la sua squadra. Anche in questo caso si tratta di uno standard che si ripete senza problemi all’interno di contesti che cambiano ogni volta. Si va, loro giocano, noi adulti aspettiamo, si vince o si perde, ci si diverte o ci si annoia, si torna a casa commentando le prestazioni di questa o quella atleta. Può sembrare una cosa da poco, lo so, ma nella vita ci sono anche queste piccolezze, sono certo che anche voi avete le vostre. C’è però una costante che è poi il punto a cui volevo arrivare. Le squadre avversarie, ogni anno e a ogni campionato, alla fine sono sempre le stesse. I tornei sono provinciali ma le federazioni cercano di formare gironi in modo che le famiglie non debbano spostarsi troppo distante da casa, il che è una forma di attenzione che gradisco particolarmente. Ne consegue che le palestre in cui si disputano gli incontri, dopo un po’, le ritrovi uguali a loro stesse dall’anno prima, con le loro strutture spesso trascurate, muri scrostati, attrezzature consumate, il tutto rimesso all’impegno delle associazioni sportive e dei volontari che le mandano avanti con il tempo che vi dedicano. Io spesso scatto una foto a un particolare. Un canestro, un angolo del parquet con la sovrapposizione delle linee che delimitano i vari campi di gioco delle diverse discipline, una lampada del soffitto ricoperta di polvere, i bocchettoni dell’impianto di riscaldamento. Poi prendo un caffè, in occasione delle partite c’è sempre una mamma o un papà che si improvvisa barista in un angolo con quelle macchinette a capsule, anche in questo caso per finanziare la società di casa. Faccio le foto perché così mi attacco anche a questi dettagli che forse, quando li rileggerò tra dieci o vent’anni, non avranno nessun valore oppure no, ci vedrò un motivo per ricordare qualcosa di piacevole. Tanti piccoli momenti, messi insieme, che possono riservare soddisfazioni sorprendenti.

2 pensieri su “alcune cose a cui attaccarsi, e no, quella a cui state pensando non c’è

  1. Ecco, io lo devo dire Plus. Faccio davvero fatica a sopportare di passare la domenica così. Anche perché a mi a ancora non fa partite, ma stai palleggi a tre con 14 squadre in contemporanea… una noia mortale. Eppure si fa.

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