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deadbook

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Da quanto tempo siete su Facebook? Tre anni? Cinque? Otto? Io dal dieci ottobre 2017, quasi dieci anni anche se non lo dimostro, ma non ve lo dico per fare quello che c’era già prima che diventasse un fenomeno di massa, perché come per tutte le cose c’è sempre qualcuno che ce l’ha più lungo, in questo caso il passato. Il punto è che, se siete da anni sul socialcoso di Zuckercoso lì, avrete già avuto occasione di sperimentare la morte su Facebook. Non la vostra, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Intendo qualcuno che nel tempo vi ha lasciato.

La morte online, considerando che nulla è più eterno del dato digitalizzato, è l’aspetto paradossale dell’eternità virtuale. Profili fotografici che non invecchiano mai, cose scritte che restano nella cache di Google nei secoli dei secoli, attimi colti e resi immortali da meme perenni, errori altrui anche di un secondo ma portati all’estremo e c’è persino gente che si suicida per queste cose ed ecco che il cerchio si chiude perché può capitare che qualcuno dei vostri contatti ci lasci le penne (toccatevi forte come lo sto facendo io).

Tra i miei 647 amici in senso facebookiano ne ho tre morti certificati, nel senso che è gente che più o meno conosco e so essere defunta. Scusate il cinismo e non prendetelo come mancanza di rispetto, è che la leggerezza della rete che è più o meno equivalente ai ventun grammi del peso dell’anima rende tutto un gigantesco quanto imperituro baraccone di cose online, colori sgargianti, tutto e il contrario di tutto, eccessi e finto rigore, un rondò finale dove tutti esagerano nelle loro peculiarità e, proprio come in questo post, non ci si capisce un cazzo.

E il paradosso è che le pagine di questi tre che so per certo essere morti continuano ad essere attive. Gente morta taggata da altri sui cui diari compaiono inviti a eventi o iniziative varie. Ogni tanto qualcuno posta un pensiero giustamente triste, in occasione dell’anniversario di morte fioccano i post di affetto, i ricordi degli amici. A me spiace un po’ che ci sia un sistema che consenta questa simultaneità tra la vita e la morte, che solo l’Internet e qualche drammaturgo del passato hanno reso possibile, e spiace soprattutto quando nel box degli amici a sinistra in basso compaiono le loro foto profilo. In mezzo ai colleghi, ai maître à penser del marketing digitale, ai musicisti con cui sono in contatto, parenti e amici di ogni ordine e grado ci sono quindi anche i morti, non tantissimi ma tre di sicuro e certificati a meno che, nella pletora di quelli che ho aggiunto o si sono aggiunti a questo enorme blob relazionale, non ci sia qualche sconosciuto di cui non ho sentito più parlare o letto status alcuno e il motivo è perché, non si sa quando o come, è morto anche lui. A lato, in basso a sinistra, tra il giornalista esperto in cyber-sicurezza e la mamma dell’amica di mia figlia e il mio ex principale che fabbrica pasta con farina di insetti in Tailandia ogni tanto compare un fantasma, non so come altro definirlo, qualcuno che non c’è più ma che ha una piattaforma numero uno in borsa che lo mantiene, a suo modo, in vita.

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