alti e bassi di fedeltà sonora

musica sopra, musica sotto, musica in mezzo

La storia che gli alieni un giorno si manifesteranno sotto forma di onda sonora non me la sono inventata io, ma prima o poi potrebbe dare i frutti anche su queste pagine se solo io fossi uno scrittore di fantascienza o perlomeno un autore versatile, ma sapete che mi occupo di ben altro. Dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, per dire, i casi di gente ricoverata che andava canticchiando l’aria di “lezioni di Nirvana da Buddha in fila indiana” (che io capivo “lezioni di Nirvana la mucca in fila indiana”) dentro e fuori della propria testa fino a impazzire sono cresciuti a dismisura. Io mi immagino la nostra mente con una porta in un lato che dà su una stanza insonorizzata, avete presente quando siete fuori dai club e dall’ingresso si sente solo un tu-nz tu-nz sommesso grazie ai potenti mezzi di isolamento acustico? Ecco, una cosa simile nel nostro cervello, dove vanno a finire tutte le cose che sentiamo che sono state composte intelligentemente con i dovuti criteri armonico-ritmico-melodici per non cavarceli più da dentro.

Le ascoltiamo, ci contagiano con la loro facilità a insinuarsi nei nostri processi intellettivi, quindi solo apparentemente ce ne liberiamo. Sono canzoni chimiche che permeano questa stanzetta e suonano senza soluzione di continuità solo che non le sentiamo fino a quando per qualche motivo – vuoi la debolezza, vuoi perché le sogniamo, vuoi la distrazione – la porta si spalanca e intossicano l’ambiente con i loro miasmi sonori, e io li definisco volutamente in modo spregiativo perché non è giusto che qualcuno o qualcosa scelga per noi che cosa possa andare in onda nella nostra testa, che cosa canticchiare per strada o sotto la doccia o quando siamo sovrappensiero.

Qualche giorno fa ho scritto di una canzone che trovo essere la più efficace esemplificazione musicale della tristezza. “Modena” di Venditti ma come “Venezia” di Guccini o “Quando la morte avrà” di Claudio Lolli, tanto per rimanere sui cantautori italiani, sono veri e propri monumenti alla depressione, così plateali ed evidenti che non serve nemmeno nominarli. Sono canzoni che sono sempre lì pronte a tornare in auge se occorre, con una loro identità, parole che hanno un significato, un insieme degno della sigla iniziale o finale di un film drammatico da premio oscar. Ma, a proposito di cinema o tv, film, telefilm e cartoni animati non sono solo questo, se parliamo di musica.

C’è tutto il commento sonoro durante le immagini e a corollario dei dialoghi che serve a dare man forte alla regia e agli attori per cogliere nel segno e dare vita alla sensazione che si vuole suscitare negli spettatori. A volte non ce ne accorgiamo perché la colonna sonora in certi punti è talmente negli interstizi di quello che vediamo che magari lì per lì non ce ne rendiamo conto ma poi, come un messaggio subliminale qualunque, anche tali composizioni finiscono in quella stanza maledetta di cui parlavo prima e la frittata è fatta. Il guaio è che poi quando ti si ripropongono può essere che non sai nemmeno da dove vengano. Poi ci arrivi e pensi a quanto sia stato bravo, chi le ha scelte o composte, a sceglierle o a comporle proprio per quel determinato momento del film.

C’è un brano strumentale che ormai convive con me da più di quarant’anni e che me lo ritrovo sempre a tutto volume ogni volta che mi sento un po’ giù, come se da qualche parte nel mio subconscio ci fosse un sound designer che lo fa partire proprio per sottolineare la fase di sconforto. Subito non me ne rendo conto, poi siccome sono uno del mestiere me ne accorgo, così mi fermo e lascio che questa riproduzione interna a me vada avanti fino alla fine perché, in fondo, è una bella musica. Lascio che si esaurisca fino all’ultima nota e penso che è davvero una fortuna associare i propri dispiaceri alla musica che, nel cartone animato di Heidi, sottolineava i passaggi più tristi come lo sgomento per la vita a Francoforte o certe delusioni proprie dell’infanzia di una orfanella. È una fortuna soprattutto perché la cosa mi fa ridere e così la tristezza, almeno un po’, mi passa.

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